Per i dieci anni del Tascabile, riapriamo l’archivio per chiederci cosa sia cambiato in un decennio. Le collaboratrici e i collaboratori di questi ultimi anni del Tascabile si confrontano con i pezzi del passato per ripercorrere le trasformazioni culturali e sociali che abbiamo attraversato.
Speciale a cura di Giulia Moriconi
P er descrivere i cambiamenti avvenuti nella musica in questi ultimi dieci anni, quindi dalla nascita del Tascabile nel 2016 a oggi, è necessario guardare all’evento recente che ha segnato la vita di chiunque: la pandemia. Con l’esplosione di contagi da SARS-Cov-2, non solo il mondo è cambiato per sempre, ma quelle tensioni interne che l’avevano percorso negli anni precedenti si sono avverate una dopo l’altra, come profezie. Lo stesso è accaduto nella musica. Restituire una panoramica delle centinaia di articoli di musica che la rivista ha collezionato in questi anni sarebbe impossibile, così mi sono limitato a segnalare delle risonanze carsiche che mi sembrano tanto lungimiranti, viste col senno di poi, quanto validi argomenti di discussione tuttora, ancora da sviscerare ed esaurire. Per questo motivo l’articolo è diviso in quattro parti, ognuna delle quali ne affronta una: alienazione, reazione, apocalisse e crittografia. Le citazioni in apertura di ogni sezione sono tratte da articoli usciti tra il 2020 e il 2022, il cuore oscuro di quest’ultimo decennio.
Alienazione
Se il lockdown ha comportato soprattutto un’accelerazione di processi in corso, l’isolazionismo sonoro legato a determinati contesti di produzione e fruizione della musica elettronica è qualcosa che ha radici profonde nella tonalità emotiva, e forse nella dimensione politica, che caratterizza la nostra epoca e società. Un filone importante di avanguardia elettronica e elettroacustica è andato di pari passo con la IDM e la “conceptronica” (per dirla con Simon Reynolds) già da una ventina d’anni portando migliaia di giovani e non più giovani a stravaccarsi in ambienti esteticamente densi e ovattati, a sonnecchiare seduti o sdraiati sopra cuscini ascoltando suoni lenti e profondi in un silenzio quasi rituale e irrimediabilmente introverso.
Negli ultimi anni i grandi raduni legati alla musica non assomigliano nemmeno lontanamente a occasioni sociali, in cui l’orizzontalità possa predisporre alla cura e alla scoperta reciproca, come lo erano le sperimentazioni di autonomia temporanea della scena rave. Guardando soltanto all’Italia, sono i concerti di Ultimo e di Vasco Rossi o quelli scampati per un soffio di Travis Scott e Kanye West a dominare lo scenario dei grandi eventi. Raduni pensati per essere controllati e gestiti nella perfetta legalità, in cui gli spettatori di un evento musicale assumono la docile funzione di consumatori di un rito collettivo, perfettamente rodato e strettamente piramidale, imbastito su un unico grande palco verso cui puntare gli schermi degli smartphone per segnalare il proprio status di partecipazione. Merchandise, food and beverage e rigide suddivisioni delle aree accessibili con i biglietti, dai prezzi in costante rialzo, fanno il resto. I grandi spazi aperti dove ammassare il più alto numero possibile di persone dominano il panorama della musica dal vivo che, crescendo di anno in anno, ha duplicato gli incassi rispetto agli anni precedenti la pandemia.
La realtà della musica dal vivo appare così già perfettamente terraformata, impenetrabile a logiche alternative a quelle vigenti (profitto, efficientamento, riduzione dello spettacolo a contenuto da condividere sui social). La sperimentazione musicale si è dunque fatta strada negli spazi angusti dell’isolamento e dell’alienazione, per ribaltarne le pratiche e trovare uno spazio che si addica alla cura del sé, attraverso l’ascolto raccolto e l’assunzione di sostanze che facilitino l’estraneazione. L’indisponibilità a partecipare alle logiche sociali, la diserzione, è ciò che caratterizza l’ascolto contemporaneo, che si tratti di Inferno dei Board of Canada o dell’omonimo disco dei SunnO))). Mentre i primi hanno sempre rifiutato l’apparizione dal vivo, risolvendo il problema alla radice, i secondi continuano a proporre concerti dal vivo, ma nella forma di un evento collettivo di autoisolamento: due druidi incappucciati suonano chitarre nere a ritmi letargici con volumi che sfiorano la soglia del dolore.
Il rifiuto del mostrarsi in piena luce, la costruzione di ambienti che permettano l’isolamento anche in un contesto sociale, la soppressione di qualunque stimolo accessorio caratterizzano oggi molta della musica di ricerca.Una strategia simile è stata adottata anche dagli Autechre nel loro ultimo tour. La platea calata nell’oscurità più totale, così da sabotare non solo la possibilità dell’uso di smartphone, ma con la chiusura del bar e l’invito agli ascoltatori a restare immobili durante il concerto, creare anche i presupposti per l’assoluta alienazione da sé, immersi in un oceano buio di suono. Qualcosa di non dissimile dalle sperimentazioni di John Lilly con la vasca di deprivazione sensoriale.
Il rifiuto del mostrarsi in piena luce, la costruzione di ambienti che permettano l’isolamento anche in un contesto sociale, la soppressione di qualunque stimolo accessorio caratterizzano oggi molta della musica di ricerca, o almeno quella che mi sembra più stimolante. Se il contesto prediletto è quello dell’ascolto casalingo, sprofondati nel divano e alienati dai sedativi, in questi gruppi l’evoluzione del concerto, come evento sociale, sembra andare paradossalmente nella stessa direzione, ricostruendo artificialmente i connotati solipsistici del sogno, un sogno pubblico e privato insieme, immersi fisicamente nello stesso spazio ma segregati sensorialmente ognuno dall’altro.
Reazione
La musica che sta facendo le cose più interessanti con la tecnologia digitale, le modifiche della voce, è musica di strada come la trap o l’afrobeats, e spesso i valori espressi in queste musiche sono machisti, sessisti, consumistici e ossessionati dallo status. L’esempio più clamoroso è “Up Like Trump” di Rae Sremmurd, che è uscita più o meno un anno prima che Trump si candidasse alla presidenza. Ci sono aspetti di questi generi che si possono celebrare in quanto portatori di visibilità per delle minoranze, ma in generale se ne possono descrivere i valori come quantomeno decadenti, se non nichilisti. Quindi penso che ci si stata una rottura tra l’avanguardia tecnologica e idee di progresso legate a un mondo più giusto, migliore e meno consumista. È possibile che avremo musica che suona futuristica ma in termini di visione del mondo è assolutamente retrograda e distopica.
È quanto afferma Simon Reynolds nell’intervista di Federico Sardo per l’uscita di Futuromania, Sogni elettronici da Moroder ai Migos (2020). Il discorso non è dissimile da quello fatto sopra ma in negativo: il critico musicale inglese guarda con ansia al dilagare di un discorso musicale che si rifà a una visione reazionaria, violenta e spesso fascista della realtà. Il problema che mette in luce è lo scollamento conclamato tra progresso tecnologico e valori progressisti, risultato della sistematica manipolazione ideologica messa in atto da forme di coercizione più o meno occulte.
L’idea che la musica futuristica suoni “retrograda e distopica” pare la perfetta applicazione in termini musicali del realismo capitalista contro cui metteva in guardia Mark Fisher. Non esiste un reale futuro in questo momento proprio perché sembra che esso possa compiersi solo nell’oggi, con i connotati del presente, che vanno a coincidere sempre di più con quelli della distopia. Il tempo appare ripiegato su sé stesso se osservato attraverso lo specchio distorto del capitalismo, il cui valore universale di base è la competizione individuale per la sopravvivenza, messa in atto attraverso i segni e i simboli imposti dal sistema. Nessuna ricerca di un reale cambiamento sociale, dato che, l’abbiamo detto, il cambiamento appare impossibile. Come scrive Valerio Mattioli nella prossima citazione: “profezia e ricordo coincidono” nel presente capitalista.
Anche questo aspetto ha trovato il punto di svolta nella pandemia, che ha esacerbato i conflitti sociali, fino a farli esplodere. Ha agito come una macchina del tempo, riportando la società globale indietro nel tempo fino a dubitare di ogni conquista democratica ottenuta nell’ultimo secolo. Secondo la definizione di Marco D’Eramo in Dominio (2020), è avvenuta una “rivoluzione stealth” di proporzioni epocali senza che ce ne accorgessimo. Una rivoluzione al contrario perché “a spingere troppo in là la democrazia, i dominanti reagiscono rivoltandosi contro i dominati”. Non solo le nuove forme di oligarchia tecnocratica hanno stravolto il panorama economico mondiale dopo la pandemia, ma hanno messo in atto quella che D’Eramo definisce una “guerra ideologica totale […] con la sua pianificazione, le strategie, la scelta del terreno dello scontro, l’uso delle crisi”. E la crisi più grande degli ultimi anni ha permesso lo scacco definitivo, i valori fascisti si sono infiltrati attraverso l’uso di una propaganda raffinatissima fino nei gangli più nascosti dell’individuo e della società e da lì hanno germinato i loro frutti oscuri.
Dilaga un discorso musicale che si rifà a una visione reazionaria, violenta e spesso fascista della realtà in luce, in uno scollamento conclamato tra progresso tecnologico e valori progressisti, risultato della sistematica manipolazione ideologica messa in atto da forme di coercizione più o meno occulte.D’Eramo riprende le parole della Politica di Aristotele per illuminare questo scarto: “coloro che vogliono l’eguaglianza si ribellano se pensano di avere di meno, pur essendo uguali a quelli che hanno di più, mentre quelli che vogliono diseguaglianza e superiorità si rivoltano se suppongono che, pur essendo diseguali, non hanno di più ma lo stesso o meno di altri”. C’è oggi una semidivinità più bistrattata di ognuno di noi nel momento in cui produce contenuti per i social? Costretto all’uguaglianza nonostante le sue capacità (reputate) straordinarie messe faticosamente in mostra nel mondo digitale? Così anche la musica pare essersi adeguata sempre di più a strumento propagandistico di questo rigurgito superomista: Kanye West che nel suo ultimo tour cammina da solo su un globo terrestre artificiale, privo di ogni altra forma di vita.
Apocalisse
Il ricordo, la nostalgia, la rievocazione fantasmatica del passato, presuppongono che qualcosa non ci sia più, che questo qualcosa sia in qualche modo morto, estinto. Nella musica dei Boards of Canada possiamo quindi intravedere questo: è la Macchina che ci ricorda, perché noi non ci siamo già più. È la Macchina che ricostruisce il nostro passaggio in Terra da quel punto lontano in cui della nostra passata esistenza restano soltanto residui di informazione accumulati nei server, è la Macchina che prova a ricostruire, a partire da dati puramente quantitativi (campioni audiovideo, scampoli di una civiltà da lungo tempo sepolta) cosa una volta il genere umano fu. È una musica che sembra provenire dal passato perché proviene da un tempo altrettanto remoto qual è il futuro: ricordo e profezia coincidono.
È la risposta di Mattioli a una delle domande che Federico Sardo gli sottopone nell’intervista sulla pubblicazione di Exmachina. Storia musicale della nostra estinzione (2022). Per l’autore il conflitto tra uomo e macchina, almeno in termini musicali, trova il suo apice nel lavoro della “Sacra Trimurti della Warp” (Aphex Twin, Autechre, Boards of Canada). Nel lavoro di questi ultimi l’uomo è già sparito dall’orizzonte del reale e può essere ricostruito soltanto in forma ologrammatica: una casella dell’infinito archivio digitale, da consultare e poi riporre nell’oceano di codice binario. Un’interpretazione del genere mi sembra possibile soprattutto per il posto che occupa la musica nello spettro dei medium contemporanei, in particolare rispetto a quello visivo. Suono e immagine hanno diviso i loro campi di influenza sul reale in maniera peculiare.
Da quando nel Pleistocene l’uomo, dopo aver imparato a imitare i versi degli animali nel riverbero cupo delle grotte in cui si nascondeva, ha tracciato il loro profilo sulla pietra con l’impiego di estratti vegetali, terre e altri impasti cromatici, pare essere stato contagiato dall’idea che la rappresentazione visiva della realtà possa intervenire direttamente sulla realtà. Nei secoli quella convinzione si è espansa, ha acquisito abitudine e consistenza. Oggi balena nella mente dei fruitori-produttori di contenuti per gli schermi digitali che quelle immagini possano arrivare alla sostituzione completa della realtà. Non riesco a convincermi che ciò sia già avvenuto, che abbiamo superato un punto di non ritorno; ma è certo che la loro influenza è più potente che mai e il confine è stato definitivamente compromesso. Una sottile perdita ha slabbrato il buco che si è creato nelle coscienze e ora la marea entra ed esce, attraverso i due vasi comunicanti: la realtà e il suo simulacro.
Mentre gli schermi continuano a imporre al mondo la sua immagine distorta, la musica ha assunto un valore puramente profetico, meno esplicito ma ideologicamente penetrante e quindi decisamente più pericoloso.La musica nel tempo ha assunto una funzione diversa, non il simulacro della realtà ma il suo contesto. Non si impone di crearne una nuova, ormai tutta declinata sul senso della vista, ma ne tesse i contorni alterandone il senso. Mentre gli schermi continuano a imporre al mondo la sua immagine distorta, la musica ha assunto un valore puramente profetico, meno esplicito ma ideologicamente penetrante e quindi decisamente più pericoloso. Se oggi è il re con la testa di schermo a sedere sul trono, al suo fianco siede un consigliere prediletto che continua a sussurrargli melodie oscure nell’orecchio.
Quello che oggi la musica di ricerca ci comunica, subliminalmente o meno, attraverso il suo meraviglioso linguaggio preverbale è il collassare su sé stesse delle possibilità del reale, illuminando ciò che è appena oltre la soglia del sensibile, in questo caso: l’apocalisse. Oltre i dischi che analizza Mattioli, ne cito qualcun altro: la glaciazione siderale di Sol.Hz dei Seefeel, uscito quest’anno sempre per la Warp; i lavori più recenti dei Matmos (Plastic Anniversary e Metallic Life Review) che sembrano mettere in musica le scorie e i rifiuti di una civiltà ormai sepolta; Infine, e più indietro nel tempo, il crooner psicotico e oltremondano degli ultimi lavori di Scott Walker da The Drift a Bish Bosch, fino a Soused, registrato proprio con i SunnO))).
Crittografia
C’è da fare una piccola premessa però. Manu del Fanfulla, sapendo che organizzavo concerti di quel genere in giro per Roma, mi chiese se volevo fare cose con loro. Assieme a lui c’era altra gente, lui infatti curava solo due serate, e una di queste era il lunedì, dove ci passavano le cose più sperimentali. Da lì si creò questo famoso lunedì del Fanfulla in cui c’erano le cose più pazze e weird organizzate da me, Manu, Demented [Burrocacao], Mattioli e altri. Il Fanfulla però non poteva avere volumi troppo alti, mentre noi del DalVerme sì. Questo per dire che non ci pestammo mai i piedi perché avevamo delle proposte tutto sommato diverse: loro più incentrati sul folk e il lo-fi, noi più sui chitarroni e le batterie pestone – anche se, naturalmente, le cose si incrociavano spessissimo. Quindi se prima al Pigneto non c’era niente, da un certo momento in poi si creò questo quadrilatero in cui per le cose piccole si andava al Fanfulla e al DalVerme e per le cose grandi c’era il Circolo degli Artisti e l’Init. Facevamo anche cose tutti insieme. Poi ovviamente i locali hanno iniziato ad aprire a profusione.
Questa citazione è presa dall’intervista di Riccardo Papacci a Toni Cutrone, musicista centrale dell’underground italiano e in particolare della scena romana attuale che, insieme a molti altri, ha contribuito a creare.
Tornando a quello che scrivevo prima sugli schermi, credo che l’unica caratteristica che gli impedisca di sostituire completamente la realtà è che sono pura superficie esposta, su di loro non è possibile profondità né occultamento. Solo per questo motivo la quasi completa colonizzazione tecnocratica della realtà non è ancora giunta a compimento, anche se il lavorio per trovare nuove e più insidiose soluzioni tecnologiche (realtà virtuale, nuove sostanze psicoattive, manipolazione mentale occulta e infiltrazioni oniriche) sembra procedere a passo spedito. Ciò non ha ancora permesso la sparizione di piccole isole resistenti che formano un arcipelago vivo, attraverso cui prende forma nuova musica e si diffonde passando per il corpo di chi le attraversa.
Nell’articolo si parla dell’Italian Occult Psychedelia o del Borgata Boredom, di preziosi luoghi del sottobosco romano come il Dal Verme (che purtroppo ha chiuso da qualche anno), il Fanfulla e il Trenta Formiche, rappresentanti di nuove forme di resistenza sonora basate interamente sulle relazioni umane e la cura reciproca di un’idea di musica fatta di spazi, corpi e gruppi che probabilmente non avete mai sentito nominare. Bisogna riconoscere che oggi questa è un’idea di musica per lo più impopolare. Le cose però non smettono di esistere quando divengono impopolari, sopravvivono sottotraccia e diventano semplicemente meno disponibili; spesso, quando succede, bisogna uscire di casa e parlarne parecchio in giro, per andarle a cercare e finalmente trovarle. È possibile così ritornare a una fruizione attiva della musica, sceglierla o incontrarla casualmente ma sempre per variabili che non sono imposte da poteri coercitivi e ideologicamente manipolatori.
Ci sono energie sotterranee che sembrano dimostrare che una sopravvivenza è ancora possibile, almeno nei margini, tessendo rapporti occulti, come un micelio che si estenda sotto la superficie ipervisibile della realtà ridotta a contenuto.Il sottobosco di realtà romane oggi è più vivo che mai: Trasformativa (di cui faccio parte insieme a Massimiliano Lancioni) che propone una rassegna di musica in spazi inconsueti, intrecciando nuove collaborazioni tra i musicisti della scena sperimentale; Shhh/Peaceful di Giulio Pecci, oggi anche casa discografica, che organizza live di ambient jazz e incontri collettivi di deep listening; Flaming Creatures di Giuseppe Armogida che da qualche anno porta in città i più interessanti nomi della sperimentazione mondiale (Rafael Toral, Lee Ronaldo, Merzbow); Giovani Spiriti Città Infame, il festival DIY creato da Marcello Newman e Pierantonio Grassi.
Queste energie sotterranee sembrano dimostrare che una sopravvivenza è ancora possibile, almeno nei margini, tessendo rapporti occulti, come un micelio che si estenda sotto la superficie ipervisibile della realtà ridotta a contenuto. Prima di chiudere l’articolo vorrei fare una ulteriore distinzione lessicale, che mi sembra possa avere il potere di antidoto in questo contagio imperante, quella tra arte e intrattenimento.
Considero l’intrattenimento (oggi diremmo il content) semplicemente la migliore invenzione partorita dall’uomo quando si è posto il problema di dover allontanare da sé la morte, o almeno il pensiero della sua certezza: “prima o poi morirò”. L’intrattenimento è l’arte alienata dalla sua funzione magica, ma che ne condivide ancora le altre caratteristiche principali: le ritualità specifiche della fruizione; il perseguire o il contrastare dei canoni estetici presupposti da un gruppo sociale; la capacità di intervenire direttamente sulle gerarchie sociali del gruppo; l’influenzare e modificare le idee e le consuetudini dei propri fruitori.
La distinzione tra arte e intrattenimento mi sembra impossibile da stabilire su caratteristiche oggettive, la loro differenza sta nel potere magico che possiamo o meno attribuire a un’opera, così da permetterle di influenzare profondamente noi stessi e la realtà che ci circonda. Credo che nell’ipersaturazione sensoriale in cui siamo costantemente immersi a volte dimentichiamo questa nostra capacità di restituire potere alle cose che riteniamo importanti (potrebbe essere estremamente utile e anche politicamente decisiva). Focalizzare la concentrazione su qualcosa che ci è molto vicino per restituirgli potere. Un piccolo esempio: un capolavoro universalmente riconosciuto come il Requiem di Mozart, la sua drammaticità estenuante potrebbe spingerci a buttarci giù dal settimo piano, se gli riconosciamo quel potere, oppure rimanere semplicemente un buon sottofondo per l’ascensore che ci ha appena portato fin lassù.