Per i dieci anni del Tascabile, riapriamo l’archivio per chiederci cosa sia cambiato in un decennio. Le collaboratrici e i collaboratori di questi ultimi anni del Tascabile si confrontano con i pezzi del passato per ripercorrere le trasformazioni culturali e sociali che abbiamo attraversato.
Speciale a cura di Giulia Moriconi
N essunx qua probabilmente si sta chiedendo cosa stessi facendo quando, dieci anni fa, in questo mese nasceva il Tascabile (tanti auguri Tascabile, sto ancora aspettando data e ora per il taglio torta alla psilocibina), ma siccome sono tra le persone a cui è stato commissionato un articolo per la celebrazione del decennale, non penso vi rimanga molta scelta se non accollarvi l’aneddoto oppure cliccare x.
Avevo diciassette anni non ancora compiuti, l’estetica goth da EMP – capelli rossi tinti, calze a rete, eyeliner pesante come un cazzotto, e zeppe nere borchiate decisamente poco adatte per arrancare tra i sassi nel prato stempiato del parco della Certosa Reale di Collegno (comune limitrofo a Torino) dietro a un punkabbestia della mia medesima età, conosciuto su Internet, con lo zaino tintinnante di bottiglie di Tennent’s Super verso la sala prove del Mezcal Squat. Cercava una tipa per cantare in un progetto folk. Mentre mettevo piede per la prima volta in una casa occupata con la caga di chi è appena uscita dall’isolamento di un’adolescenza problematica trascorsa a scrollare foto di tagli su polsi su Tumblr dal lettino di un ospedale psichiatrico, non potevo in ogni caso fare a meno di gioire della sincronicità che proiettava il mio reingresso nel mondo in direzione della porta di un ex manicomio riconvertito a spazio autogestito libertario.
Il giovane punkabbestia – chitarrista – mi raccontava di quando erano venuti a suonare i Frammenti (io annuivo e fumavo sigarette fingendo di sapere chi fossero) e si era fatto un cannone con il cantante, poi procedeva a salutare con un gaudioso epiteto il vecio pelaz intento a rimescolare una pentolaccia nella cucina comune e subito di seguito a presentarmi il suo amico ricciolino che più o meno si sarebbe accollato di suonare la batteria; io annuivo e fumavo sigarette nella sala prove già di per sé polverosa e opprimente, mentre i due pischelli si improvvisavano in una jam involontariamente sincopata, il fumo mi si impigliava nel mascara e tentavo di asciugarmi gli occhi con il dorso della mano senza farmi notare dai due che poi si fermavano imponendomi per qualche allora arcana ragione di andare a suonare la batteria, in una rotazione a 360 gradi del complesso strumentale.
Altro non ricordo; non ci vedemmo mai più. Ma in tutto lo sconfinato timore di quel caos capii che c’era una cosa che si chiamava punk in cui gli ospedali psichiatrici diventano spazi gratis in cui suonare, in cui sconfini alle 2 del pomeriggio, muta, senza che nessunx ti demansioni da persona a devianza, in cui il fumo ti deve entrare negli occhi per aguzzare la vista, in cui forma e struttura sono semantiche della noia e quindi ora nonmifregauncazzosenonlosaifare dai suona la batteria così tanto per vedere che succede, e non c’è gerarchia tra chi abita il palco e chi abita il sottopalco, tra lx vez e lx pischellx, e sul muretto di calcestruzzo all’ingresso un graffito rosso e nero recita senza dio né stato né patriarcato, il punk è quella cosa in cui ti trovi fottutamente male quando sei una pezza cencia con una mano infilata nel culo chiamata paura, quindi tocca liberarsi della mano e vedere dove ti sospinge il vento.
Ed è per questo che, dieci anni dopo, approcciandomi al compito affidatomi per la stesura di quest’articolo ‒ “Ci piacerebbe che il tuo intervento partisse o facesse riferimento ad alcuni dei vecchi articoli dedicati alle sottoculture pubblicati sul Tascabile negli anni scorsi (riprendendone parole chiave, espressioni, tesi o dibattiti dell’epoca) per usarli come specchio e ponte verso il presente. L’obiettivo è capire dove eravamo nel 2016, come si sono evolute, frammentate o assorbite dal mainstream le varie comunità culturali e identitarie, e dove siamo arrivati oggi” ‒ vi rivelo che sono piuttosto in disaccordo con l’articolo No future di Alessandro Siciliano del 2020 nel quale, analizzando la pulsione adolescenziale di violenza, scriveva che, rispetto alle altre avanguardie e controculture del passato, al grido “No future” di Johnny Rotten nel Settantasette “la logica rottura-trasgressione-sovversione non spiega più la produzione di quelle che si definivano avanguardie o controculture” così che il punk, a sua detta, è semplice puro edonismo kitsch senza futuro. Che si distingue per la mancanza del movimento dialettico che vedrebbe questo spirito a sua detta adolescenziale di rivolta e sovversione (previo aver distrutto la tradizione), incanalato nella creazione di un orizzonte inedito verso cui guardare, nuova arte, nuove idee rivoluzionarie; un’utopia insomma (c’è chi mi accuserà di aver fatto cherry picking, al che a loro risponderò wow non me ne frega davvero nulla, poiché sto cercando di portare avanti la mia tesi intervallando citazioni di articoli redatti ancora prima che sapessi cosa volesse dire giornalismo culturale).
Probabilmente la fallacia di Siciliano sta nel fatto che prende a esempio i Sex Pistols come massimi esponenti di questa controcultura, quando sarebbero al massimo da considerare esponenti del punk in quanto subcultura (su Torazine 666, rivistaccia romana degli anni Novanta riedita in un unico enorme volume l’anno scorso da Nero Editions – ci ritorneremo – Massimo Canevacci già decantando l’inevitabile sterminio di ogni cultura, glossariava che la differenza tra contro e sub cultura sta proprio nel prefisso: contro esprime una volontà di rivolta verso il dominio, mentre sub descrive semplicemente una fetta omogenea di una nicchia, la quale può essere anche pacificata e ordinata); poiché la band era già piena parte del processo di sussunzione da parte del mainstream: muppets infilati nelle manacce delle major discografiche intenti a impersonare caricature di loro stessi, spirito riottoso diventato figurinico e bidimensionale, sbraitante per il capitale che probabilmente gli forniva anche la robbba per favorire quel look emaciato e non farli troppo interrogare.
Parlando invece di punk come controcultura, anche l’anarconichilista più mero tende a un’utopia in quello spirito alla Eduardo Galeano che scriveva “L’utopia è come l’orizzonte: cammino due passi, e si allontana di due passi. Cammino dieci passi, e si allontana di dieci passi. L’orizzonte è irraggiungibile. E allora, a cosa serve l’utopia? A questo serve, per continuare a camminare”. È questo camminare che definisce l’insieme di pratiche libertarie di matrice punk. A partire dall’eponimo “squatting”, ovvero occupare senza permesso un immobile sfitto, da un lato come contestazione al concetto di proprietà privata (poiché lo squat è un’eterotopia in cui il concetto di casa si ribalta da nucleo chiuso, familiare e statico negli arredamenti e morale, a controluogo aperto, valicabile e deformabile da tuttx, ne parla anche Francesco Spampinato in Skank Bloc Bologna: Alternative Art Spaces since 1977, di cui un estratto è stato pubblicato sul Tascabile nel 2024 con titolo Modello Bologna, anche se non convincono molto formule quali arte “pedagogica” e “professionalizzante”), e dall’altro operazione di mutuo aiuto comunitario per la lotta per il diritto alla casa e all’abitare [pratica strettamente legata al DIY (do it yourself: autoproduzione e passaggio di competenze dal basso di arte, artigianato, carpenteria, elettronica, saponificazione, erbe medicinali…)]. La parola squatterusx evoca una figura roncia e rimagnata dalle sostanze, un cagnolone bavoso gli trotterella accanto senza guinzaglio, vocali strascicate, ti smazza uno 0,4 di speed e torna al sonnecchio ganjificato mentre attende che una cassa sconquassi l’avvenir della notte.
È questo camminare che definisce l’insieme di pratiche libertarie di matrice punk. A partire dall’eponimo “squatting”, ovvero occupare senza permesso un immobile sfitto, da un lato come contestazione al concetto di proprietà privata, dall’altro operazione di mutuo aiuto comunitario.Gente che pure qualche compagno di PAP non esiterebbe a definire parassita; potenziale di attivismo politico: inesistente. Ignorando che nella sua cameretta senza soffitto e senza cucina sta infrattando qualche cilenx amichettx di Francisco Solar, o delle compagnx di Anarhistički crni krst (Anarchist Black Cross) evasx dai campi di prigionia in Siberia, e al roboato della cassa notturnale venderà liquorini alla prugna autoprodotti e frittelle di mela vegane per sostenere le spese di qualche inguaiatx con la legge. (OK, passatemi l’idealizzazione e la sineddoche, ci stanno anche dei punkabbestia che dai traumi e dalla strada e dalla droga e dalle carceri si sono fattx obliterare nel vuoto, ma qui ci partirebbe pure un j’accuse all’operazione blue moon e alle sue discendenze).
Il problema è che mentre la persona comune nel significante squatter ci associa il significato parassita, lo Stato ben lo sa che il significato è legato al sovversivismo di cui parlavamo prima, nonostante nutra la narrazione dominante del parassita per alimentare l’odio (come la maxi-operazione contro lx anarchichx italiane per reato di associazione con finalità di terrorismo del 16 giugno o la chiusura di tutti i domini noblogs legati all’hackcollettivo Autistici/Inventati, in seguito all’inserimento dell’organizzazione nell’elenco statunitense delle cellule terroriste, al cui hosting anticapitalista e antifascista si appoggiava la stragrande maggioranza dei collettivi, spazi autogestiti e canali di controinformazione, mettendo in comunicazione compagnx dall’Italia alla Russia alla Palestina all’America). Sono brutti tempi cupi invero, gli sgomberi imperversano, e tra un Aska, un Leoncavallo e uno Spin Time (il cui nucleo è ben delineato – movimento NoTAV, diritto all’abitare, ma anche dialogo col territorio e con il mainstream come forma di divulgazione del contropotere, pur tentando di mantenere i rapporti con il potere attraverso tavole rotonde con il PD e via dicendo; in breve i collettivi Autonomi e lx figlx del Partito), più sottotraccia vengono fatti fuori squat come ZK a Ostia, la Palestra Lupo a Catania, l’L38 e il Bencivenga a Roma, a serio rischio il Mezcal a Torino.
Controluoghi che non vogliono scendere a compromessi con l’istituzione, le cui pratiche sono più criptate, situazioniste forse, ma non per questo meno sovversive (anzi), e che sempre tendono all’utopia nell’accezione galeana. Come il caso dellx compagnx Sara e Sandro mortx nel tentativo di fabbricare una bomba, i presidi abolizionisti sotto carceri e CPR per consegnarlx lettere di supporto e beni di prima necessità, gli hackmeeting, l’antiproibizionismo e la riduzione del rischio, la pratica torinese della bella vita (no clienti, solo complici, il bar sei tu, porta quello che vorresti trovare e condividilo), le TAZ nei parchetti, così come l’utopia libertaria di potersi autodeterminare anche nell’autodistruzione, eutanasia o overdose, riappropriarsi del processo di putrefazione prima che il corpo si tramuti in uno zombie di cui possa disporre il potere.
Un ruolo opposto rispetto a quello decantato in un articolo sul Tascabile del 2018 di Graziano Graziani dal titolo Riaprire Roma. In difesa degli spazi sociali, patrimonio della città e della cittadinanza, nel quale, seppur con nobili propositi, non riesce a disallinearsi da quella teleologia filoaristotelica (e cattocommu?) che glorifica gli spazi occupati in quanto fucine di sperimentazioni artistiche, in particolare soffermandosi sul cinema e sul teatro indipendente col sottotesto: incubatori di subculture destinate poi a crescere fino a sbordare nei grandi teatri. [Ma ci ricorda Tomás Ibáñez in Per una critica anarchica dell’anarchismo, 2025, che il pensiero pedagogico che tutto sia prodromo di tutto è nemico dell’anarchismo]. Scrive Graziani:
La cosa paradossale, infatti, è che nessuno abbia mai pensato davvero pensato a mettere a frutto questo patrimonio di spazi, di idee, di energie e socialità – come è avvenuto in altre città europee come Berlino, Zurigo, Praga – facendo crescere le associazioni normativamente ma preservando la loro indipendenza. Consolidare questo strato intermedio significherebbe renderlo più forte e non rischiare, a ogni tornata elettorale, di vedere azzerati percorsi di venti o trent’anni. Ma significherebbe anche, da parte della politica, scegliere di mettere definitivamente da parte quel diritto di vita o di morte che oggi esercita con burocrazia e finanziamenti perennemente instabili. Perché gli spazi sociali, le iniziative che nascono dal basso, dovrebbero essere considerati un patrimonio della città e della cittadinanza, non il risultato di un’intercessione da parte della politica.
Controluoghi che non vogliono scendere a compromessi con l’istituzione, le cui pratiche sono più criptate, situazioniste forse, ma non per questo meno sovversive (anzi), e che sempre tendono all’utopia nell’accezione galeana.“L’anarchismo” scrive Ibáñez, “è il suo tempo espresso nelle lotte contro i domini. Ciò significa che l’anarchismo è sì una lotta contro i domini, ma contro quelli specifici del suo tempo, il che implica di conseguenza, che l’anarchismo è necessariamente mutevole e che i suoi cambiamenti sono in fase con quelli che attraversano i domini stessi”. E nel ribadire le sue tesi nell’epilogo del saggio rimarca che l’anarchismo si basa “sull’assenza di principi”, o meglio che questi non devono essere “né trascendenti, né universali, né immutabili, né assolutisti, bensì contingenti e immanenti alle pratiche socialmente e storicamente situate”. E dunque, se l’anarchia esiste come forma di resistenza al potere, bisogna che le pratiche di resistenza mutino seguendo le mutazioni del potere, superfluo forse rimarcarlo: contro la città in quanto entità costituita.
Quando si parla di mutazione pare che sia sempre intesa in un’accezione generativa, ma forse riappropriarci del nostro processo di decomposizione potrebbe essere proprio l’unico modo per sopravvivere. Altro che “mettere a frutto”; mi viene in mente una bellissima illustrazione dellx compagnx Faida Acquifera che a unx mostrinx della palude fa dire “in un mondo che ci obbliga alla perfezione a vivere i nostri corpi-mente come eterni work-in-progress dai quali trarre valore io preferisco marcire”.
Riarrangiata da decine di musicistx (CCC CNC NCN; Les Anarchistes, Rankore, Call the Cops…), Il galeone nacque come poesia scritta in galera dall’anarchico Belgrado Pedrini a Fossombrone, nel 1967, il titolo originale era Schiavi! e fu messa in musica per la prima volta da Paola Nicolazzi. Il testo racconta di una ciurma di galeotti che piuttosto che continuare a remare “stretti in ferro catene” si va a schiantare sui frangenti. “Su schiavi all’armi all’armi! / Pugniam col braccio forte! / Giuriam giuriam giustizia! / O libertà o morte!”.
Più o meno nello stesso periodo in cui la mia io adolescente tentava i primi contatti con la controcultura, ahimè non lo sapevo, che sul Tascabile Daniele Cassandro in Cronaca pop di un anno surreale scriveva che
La morte in sequenza di David Bowie, Prince, Leonard Cohen e George Michael, quattro artisti famosissimi con stili e di generazioni diverse, ci ha fatto riflettere sul fatto che quella che noi siamo abituati a definire cultura giovanile sta diventando invece un canone. La morte consegna l’immagine e l’arte di questi personaggi all’eternità, un’eternità museale di studio, di conservazione, di filologia. Non vedremo più Prince o Bowie su un palcoscenico ma li studieremo all’università, smonteremo ogni loro canzone. E quando non ci pensa la morte a mettere gli artisti pop su un piedistallo ci pensano gli accademici di Stoccolma (ndr Nobel a Bob Dylan).
Se da un lato è il dominio che tenta tra repressioni violente, censure, manganelli, e poi capitalismo dolce, politiche di sussistenza, gamification e ipnocrazia, di fagocitare le controculture attraverso una bonifica mercificata, o in extremis di eliminarle sistematicamente; dall’altro, nel genoma dell’underground già è inscritto il principio della fine: è un eterno movimento di una qualche cosa nata sepolta che viene riesumata, la controcultura non può fare a meno di diventare dominante, ascendere al mainstream. Poiché, parafrasando Hakim Bey in Credo nel media per la fin de siècle, per esistere non può fare a meno di raccontarsi e codificarsi, così da fornire al Media dominante i codici per sussumerla, appiattirla e capitalizzarla. “L’ultima cosa di cui abbiamo bisogno in questa lotta sono altre ingenue teorie intorno all’impadronirsi del media o dell’aprirsi uno spazio dall’interno o a come liberare le onde radiotelevisive”.
Cosa ne penserebbe il nostro Hakim di Assalto alle piattaforme di Kenobit, libro uscito quest’anno per Agenzia X, anche intervistato sul Tascabile (A chi appartengono le idee? di Irene Frau) su un Internet libero e federato? E più in generale sul Philopat di Agenzia X che a partire da Costretti a sanguinare sul punk milanese con la sua casa editrice si è fatto aggregatore delle narrazioni dei movimenti underground italiani? La considererebbe riconducibile a una delle uniche due strategie possibili verso il Media: investire nei “media intimi”, o usare la creatività come “veramente distruttiva”, “dato che lo spazio occupato dalla falsa rappresentazione può essere liberato solo con la violenza (ndr: alle istituzioni)”, o la scelta di porsi come figura pubblica divulgatrice sarebbe già una “mercificazione della soggettività”?
In Immediatismo scrive che l’unico vero stato possibile dell’arte è, appunto, l’immediatismo del gioco, ciò che poi definisce la pratica di détournement situazionista per eccellenza della TAZ (zona temporaneamente autonoma) da lui sintetizzata nell’omonimo libro: una pratica segretata nata per autodistruggersi, così come un torneo a un due tre stella non può durare per sempre, ma se ne possono sempre creare di nuovi. E “musica circospetta in sottofondo”* non scriveresti mai di un torneo di un due tre stella. Per chi non ha colto la cit., clicca qui.
Quando si parla di mutazione pare che sia sempre intesa in un’accezione generativa, ma forse riappropriarci del nostro processo di decomposizione potrebbe essere proprio l’unico modo per sopravvivere.Eppure noi bestie controculturali, in quanto esseri umani veicolati dal linguaggio, non possiamo fare a meno di comunicare e come Hakim Bey che, nonostante tentasse di mistificarsi, lascia tracce nella scrittura e nelle pubblicazioni, tuttx noi non potendo levitare solchiamo impronte nel terreno. Bramiamo raccontare le nostre controculture nella vana speranza di una conversione di massa, o esporci al Media in una sorta di sindrome dell’impostorx che non può fare a meno che definirsi in quanto fautorx di arte obliqua di contropotere, ma poi cercare validazione dalla grande mamma del dominio che tanto alacremente criticava. Storytelliamo, mappiamo, archiviamo, museologizziamo: il micromapping della club culture su Zero.eu; l’archivio delle fanzine punk italiane su Fanzinet; l’elenco di occupazioni globali su Radarsquat, il calendario degli eventi underground su Gancio, nient’altro che la digitalizzazione delle biblioteche autogestite, degli archivi dal basso, dei poster sui muri, delle zine spillate e date a mano. Cambia la gittata della ricezione, cambia il Media, ma l’impellente impulso a codificarsi parrebbe il medesimo.
E infatti rispettivamente nel febbraio del 2021 e nel luglio del 2022, come per dare ragione al Daniele Cassandro del 2016, che già prevedeva di quale materia riviste hipster come il Tascabile sarebbero state composte, compaiono sul nostro amato sito gli articoli di due grandi esponenti delle controculture italiane. Valerio Mattioli con Allucinazioni Cyberpunk e Ivan Carozzi con Il padre di Frigidaire, in cui ripercorrono le gesta delle riviste indipendenti cardine dei Novanta riot Decoder e Frigidaire, tracciandone le coordinate e l’influsso culturale; e noi tuttx ingozzandoci a piene mani ed espellendone gli scarti nelle fauci coprofaghe del Media.
E così via velocissimo, dal 2016 in ordine sparso: riedizione di Torazine, nata tra occupazioni, free party e lisergia, a trenta euro e presentata nei salotti letterari; mostra su Frigidaire a Trastevere, podcast per Chora Media, un festival su Andrea Pazienza a San Benedetto del Tronto finanziato dal Fondo nazionale per le politiche giovanili; teknocrew che dai vagabondaggi in furga montano soundsystem in club ingresso 15 euro uomo/10 euro donna (anche a causa del famigerato DDL sicurezza), Ferretti che abbraccia Meloni e poi torna a cantare “CCCP SSSR” per cinquanta euro a persona; festival psytrance da 200 euro a biglietto che cercano il nirvana allucinando sotto la cassa di musicistx sionistx; accessori punk comprati su Shein; contorsionisti con bodymodifications estreme a Tú sí que vales!; ma lo sapevi che c’è un manicomio abbandonato a soli 3 km da casa tua? Coordinate in descrizione!; collettive nate nelle occupazioni come il Venezia Hardcore al CSA Rivolta di Marghera fanno partenariati con il MI AMI sponsorizzato dalla Pepsi; Einaudi pubblica libri sulle controculture degli anni Novanta e sulle pratiche per hackerare e sabotare la tecnologia del dominio, come nel Novantanove pubblicava Q a nome di un frammento di Luther Blissett che scelse di scendere a compromessi con l’istituzione, diventando poi Wu Ming grande collettivo di riferimento per le lotte antifasciste, per poi riframmentarsi in Wu Ming 1 Wu Ming 2 Wu Ming 3 Wu Ming 4, ormai distantissimi da quel concetto di situazionismo goliardico e abolizione dell’identitarietà dell’arte; illuminismo psichedelico che da pianta sacra a terapia psichedelica viene inevitabilmente ricondotta a sostanza farmaceutica addomesticata [Il bad trip come effetto collaterale raro, vedi l’articolo su Lucy In difesa del bad trip di Carlo Mazza Galanti e il suo saggio K-hole, da anni anche contributorx del Tascabile intrecciando critica letteraria a critica controculturale, il quale tra l’altro in una sorta di spirito di criptaggio, in Cosa pensavi di fare? Romanzo a bivi per umanisti sul lastrico (2020), i fatti sanguinari del G8 presso la scuola Diaz li racconta con un enorme rettangolo nero su pagina bianca] e mercificata, più soma di Aldous Huxley che indicibile incontro con l’imperscrutabile. Gnam gnam il capitale si rimagna tutto mentre tentiamo di fare ciò che amiamo, mentre tentiamo di comunicare ad altre forme di vita umane quello che amiamo.
E se allora forse una soluzione potrebbe essere quella di stare semplicemente in silenzio, come teorizza Bogna Konior in Internet è una foresta oscura. Saggio uscito da pochi mesi che riprende la teoria coniata nella trilogia Il problema dei tre corpi di Liu Cixin: ogni manifestazione della propria esistenza nel cosmo corrisponde a diventare target di qualche altra intelligenza aliena che va debitamente considerata come ostile e pronta all’attacco: riconducendola al cyberspazio e all’eldritchiano algoritmo. Ammettendo invece che non possiamo esimerci dal comunicare, dobbiamo pensarla in termini di militanza linguistica, come dicevano Burroughs e Kathy Acker (approfondimento di Tiziana Lo Porto tratto dalla prefazione di Sangue e viscere al liceo pubblicato nel 2023 sul Tascabile) che con il linguaggio sperimentavano tentando di rimuovere o remiscelare il senso per divincolarsi dal dominio del Verbo, il quale appunto con fattezze spiacevolmente divine nominando crea, e se sei creatx sei rimagnabile dal Media.
Ammettendo invece che non possiamo esimerci dal comunicare, dobbiamo pensarla in termini di militanza linguistica, come dicevano Burroughs e Kathy Acker, che con il linguaggio sperimentavano tentando di rimuovere o remiscelare il senso per divincolarsi dal dominio del Verbo.Per sconfiggere Valis (citiamo al volo Philip Dick che non guasta mai) prima di tutto dobbiamo accettare che la parola punk è ormai in stato avanzato di decomposizione. Rifacendoci al Tascabile, nel 2020 usciva un pezzo sui Qashqa’i, comunità nomade e autosufficiente che si muove seguendo le rotte pastorali sull’altopiano iranico. Cristina Cecchi, che ha passato del tempo con loro, li definisce dei “punk inconsapevoli”; eppure “la terra che occupano o è dello Stato o è di qualcuno a cui pagano un affitto simbolico: in sostanza non hanno proprietà privata e vengono lasciati in pace da chi ha un pezzo di carta con sopra scritto che quella montagna è sua”, una forma di autonomia mediata con le istituzioni che tanto piacerebbe a Graziano Graziani (giuro, niente di personale, è solo un esempio calzante), ma non imbraccia la vera etimologia del termine punk.
Prima degli anni Settanta, punk significava semplicemente teppista, ovvero intersezione tra bassa criminalità e iconoclastia: ripudio delle leggi legislative e delle leggi del buon costume. Dagli anni Settanta è stato appunto risignificato in tutto quell’insieme di connotati musicali e pratiche libertarie di cui si è parlato precedentemente, mantenendo l’insieme di ripudio delle gerarchie e delle leggi vagliate dalle istituzioni. Mentre all’attuale (ma forse già dai Sex Pistols e Vivienne Westwood) si è ricodificato nel Media più un insieme di connotati estetici e beffa delle leggi del buon costume; si può essere iconoclasti senza scomodare la legislazione, senza mettere davvero in pericolo il sistema. Dunque, accoccoliamoci per l’ultima volta in questa parola, ma come se fosse l’addome di un cammello sventrato nel deserto per ripararsi dal gelo della notte, se necessario cibiamoci della sua carne (scusate il trigger, anch’io sono antispecista ma la metafora calza) e poi abbandoniamone i resti marcescenti verso un nuovo orizzonte.
Inconsapevolmente siamo già prontx: articoli di penne più recenti sul Tascabile sembrano a piccoli passi starsi svincolando da quell’ansia di mappatura e museologizzazione, mirando a una critica più onesta sulla sussunzione delle controculture, ancora le raccontano ma riportandone nella narrazione anche la loro deriva. Articoli come California, cannabis e capitale di Franco Cimei (23 giugno 2025: Contro la gentrificazione della natura, contro le enclosures della canapa); Controculture hippie e cyber, “comune” e sussunzione capitalistica di Antonio Semproni (4 giugno 2026: su ciò che rimane della Grateful Dead economy); o proprio sul riappropriarsi della marcescenza come mutazione di Diana Ligorio (5 agosto 2026, Da Castelporziano all’eternità crip: “Ginsberg trova la sua America nell’abbraccio del caos e dell’autodistruzione, lasciando che i corpi queer e disabili trascinino gli Stati Uniti all’inferno, dove forse potrebbero essere liberi. I corpi su cui si concentra Ginsberg sono corpi spesso ‘distrutti dalla follia’ e che ‘si tagliano i polsi tre volte di seguito senza successo’. ‘I corpi di Ginsberg – continua Berman Ghan – sono brutti, insanguinati e sofferenti, e sembrano sempre alla ricerca di qualcosa nel viaggio attraverso l’America che la poesia descrive’”).
Sulla zine Il quartino quest’estate al 7chakras il mio amico teknoterrorista ABAC scriveva: “l’illuminismo psichedelico è appena cominciato e già finito, siamo dei drogati e ammetterlo senza fronzoli forse ci aiuterebbe ad avanzare come umanità”. Daje, mi ci metto dentro anch’io con il primo pezzo che scrissi per il Tascabile il 19 novembre 2024 Misticismo sufi e rock’n’roll (“The Pipes of Pan at Joujouka è una lampante rappresentazione di cosa succede a una sottocultura quando raggiunge un pubblico più ampio: sebbene Brian Jones avesse l’onorevole intento di condividere la bellezza di una tradizione millenaria, uno degli effetti a lungo termine è stato quello di capitalizzarla, forse depotenziandone la carica spirituale”).
Forse dovremmo ritrovare quella serie di atti situazionisti nati per morire al di là della documentazione, della sponsorizzazione; détournement improvvisi e stupefacenti, incoerenza, il diritto di dire “questo gioco non mi piace più, non ci voglio più giocare” anche se le regole le abbiamo inventate noi.Per farmi perdonare da Graziano Graziani, cito la recensione del 2017 su La stanza profonda di Vanni Santoni (altro punto focale nel canticchiare nei timpani del Media dell’underground con benefici intenti da agitatore culturale ma, a dir di Hakim Bey, spiacevolmente nocivi, vedi le pubblicazioni di romanzi con la evil Mondadori, e la trilogia sulle sottoculture iniziata con la codificazione dei free party nel 2015 con Muro di casse – nello stesso anno tra l’altro usciva Tekno Free Doom, musica, rave, intrallazzi e illuminazioni mistiche di B. Syd, libro tanto stilisticamente brutto quanto sincero e coerente col panorama da rimagnati sottocassa), libro game sulla subcultura dei giochi di ruolo. Graziani scriveva che oramai tutte le sottoculture, dal gaming, al teatro, alla musica, al rave, alle autoproduzioni cartacee hanno in comune lo stesso linguaggio: “La dialettica che vivono non è quella del Novecento, quella che ha contrapposto per decenni la tradizione all’avanguardia. I linguaggi sono ormai mescolati, i confini dissolti. La vera contrapposizione, oggi, è quella tra chi ha accesso alla narrazione ufficiale e chi, per esistere, ne deve condurre una alternativa: creare, cioè, una controcultura, con i suoi luoghi, le sue regole”.
Dunque imbracciamo la militanza linguistica e troviamo nuove parole astruse; soprattutto, toccherebbe rinunciare al bisogno di una validazione esterna per esistere, anzi rinunciamo all’esistenza stessa come stato di diritto naturale, all’autoaffermazione: rimaniamo indominabili e puntiamo alla decomposizione. Anch’io sono parte del problema perché tra festival di zine e autoproduzioni svendo la mia gente sul Tascabile, fornisco al Media i nostri codici e i nostri glitch, e inneggiando al trovare un nuovo lessico della rivolta, sto già fornendo all’oppressore i fondamenti per il contrattacco in questa foresta oscura. Dovrei smettere di scrivere, tacere, tendere all’autodistruzione.
Forse, tornando a Hakim Bey, dovremmo solo ritrovare quella serie di atti situazionisti nati per morire al di là della documentazione, della sponsorizzazione; détournement improvvisi e stupefacenti che paiono allucinazioni, incoerenza, il diritto di dire “questo gioco non mi piace più, non ci voglio più giocare” anche se le regole le abbiamo inventate noi. Il fumo del tabacco arde e ci acceca mentre ci improvvisiamo a suonare scoordinatx una batteria; una bacchetta si rompe. Esistere all’interno di situazioni entropiche il cui abitarvi corrisponde al provocare una miasi, accelerare il corpo vivo verso la putrefazione: non più teppisti ma larve di ditteri.