A ll’inizio hanno pensato a un terremoto. L’impatto cinetico del cedimento delle pareti strutturali del Langtang Lirung, nel distretto nepalese di Rasuwa, ha scaricato al suolo un’energia tale da generale un segnale sismico equivalente a un terremoto di magnitudo 5.2. È la mattina del 26 agosto 2026, sono le 8 e 37 (in Italia sono quasi le cinque del mattino) e dalle pareti del monte si staccano 20 milioni di metri cubi di roccia e ghiaccio. È come se tutto il materiale necessario a riempire 20 volte lo stadio di San Siro precipitasse in verticale, a una velocità di quasi 200 chilometri all’ora.
Questa miscela fluida e iperconcentrata di roccia polverizzata, ghiaccio e acqua arriva nei fiumi Lhende Khola, Bhote Koshi e Trishuli. Alle 8 e 44 (ora locale) le telecamere di sorveglianza del confine tra Cina e Nepal registrano l’arrivo della massa. L’accumulo dei detriti sbarra temporaneamente il Bhote Khoshi creando un invaso provvisorio. Alle 9 cede. Il suo improvviso crollo provoca un’onda di piena alta tra gli 8 e i 10 metri, come un palazzo di tre piani. La piena si è originata sul versante cinese, per poi riversarsi con furia nel territorio nepalese attraverso la gola del fiume. In soli trenta minuti il livello del fiume Trishuli, nella località di Galchhi, si innalza di 9 metri.
Il bilancio umano e materiale è devastante: 1.377 le vittime confermate, più di 1.500 i dispersi lungo l’intero bacino idrografico. I flussi detritici hanno travolto insediamenti e valichi di confine, spazzando via oltre un decimo della capacità idroelettrica nazionale e distruggendo per oltre il 90% il grande impianto Upper Trishuli-1. La stima complessiva delle perdite economico-infrastrutturali ha rapidamente superato i 5 miliardi di dollari.
Secondo il ministro degli Esteri nepalese Shisir Khanal è come “uno tsunami calato dall’Himalaya”. La risposta delle istituzioni del Paese è immediata. I ministeri delle Finanze e dell’Ambiente scrivono una lettera congiunta indirizzata ai vertici delle Nazioni Unite: servono 20 milioni di dollari e vanno presi dal Fund for Responding to Loss and Damage (FRLD), il fondo multilaterale istituito per sostenere le nazioni vulnerabili travolte dagli impatti climatici irreversibili.
La catena dell’Himalaya è il “Terzo polo” idrico della Terra, ma sulle sue vette le temperature crescono al doppio della velocità della media globale.La cifra è poco più che simbolica, drammaticamente irrisoria rispetto a un conto di danni economico-infrastrutturali che supera i 5 miliardi di dollari. Il suo valore è tutto politico e concettuale: “Le grandi economie inquinanti devono svegliarsi e accettare una responsabilità condivisa”, ha spiegato Khanal.
È il disastro di un singolo Paese, ma è anche un evento simbolo di uno dei temi al centro del dibattito internazionale sulla crisi climatica: quello della giustizia climatica. Il Nepal da solo contribuisce a meno dello 0,1% delle emissioni di gas serra. Eppure è esposto in prima linea alle conseguenze del riscaldamento globale: la crisi climatica qui arriva sempre in maniera distruttiva, tanto più perché i suoi effetti si abbattono su un contesto già fragile di partenza. La catena dell’Himalaya è il “Terzo polo” idrico della Terra, ma sulle sue vette le temperature crescono al doppio della velocità della media globale: i ghiacciai fondono rapidamente, la montagna è destabilizzata. La richiesta dei ministri nepalesi non è di aiuti umanitari per affrontare l’emergenza: è un risarcimento per un Paese che sta pagando le conseguenze di un processo che non ha innescato né alimentato.
Cosa sono la scienza del clima e la scienza dell’attribuzione
Quando avviene la catastrofe non piove, il cielo è terso e non ci sono sollecitazioni sismiche di nessun tipo. A differenza dei classici disastri idrogeologici monsonici, dove l’innesco atmosferico è diretto e misurabile, qui siamo di fronte a una cascata di pericoli multipli il cui combinato disposto rende la catastrofe del Langtang Lirung non solo un evento che resterà inciso nella storia del Nepal, ma anche uno snodo epistemologico per la climatologia contemporanea. Per capire cosa sia successo bisogna “guardare” sotto la superficie della roccia, dove il permafrost agisce da millenni come una vera e propria colla naturale. Ad altissima quota, infatti, è proprio questo ghiaccio invisibile, fino a pochi decenni fa ritenuto eterno, a saldare i versanti montuosi e a mantenere stabili le pareti rocciose. Questo almeno è accaduto negli ultimi millenni.
Quando le temperature medie salgono in modo costante per decenni, però, il calore penetra lentamente nel cuore della montagna. Il ghiaccio sotterraneo inizia a fondere e si trasforma in acqua liquida. Quest’acqua si infiltra nelle microfessure della roccia, aumenta la pressione interna e riduce drasticamente l’attrito che tiene insieme il versante. È come se quelli che conosciamo come giganti di roccia e di ghiaccio fossero in realtà giganti pieni d’acqua, il cui volume si sta espandendo. La montagna appare solida ed eterna fino al momento esatto in cui raggiunge il punto di rottura e cede di schianto, liberando in pochi secondi milioni di metri cubi di roccia e ghiaccio.
Ecco perché il disastro del Nepal spiazza le spiegazioni intuitive. Non c’è un “innesco” atmosferico immediato come una pioggia battente o un temporale estivo eppure il legame con il riscaldamento globale c’è lo stesso. Ed è precisamente a questo incrocio che si misura la differenza tra due strumenti concettuali: la scienza del clima e la scienza dell’attribuzione.
La regione dell’Himalaya, dal cui equilibrio idrico dipende la vita di circa due miliardi di persone, si sta scaldando a un ritmo fino al 50% più rapido rispetto alla media globale.La scienza del clima (climate science) osserva il pianeta con un orizzonte ad ampissimo raggio: il suo oggetto di studio sono sistemi complessi su scale temporali decennali, secolari e millenarie. Analizza i trend strutturali di fondo come l’effetto serra, i cicli biogeochimici, la circolazione atmosferica e l’evoluzione della criosfera, fornendo la cornice fisica globale dentro la quale si svolgono le trasformazioni dell’antropocene. Guardando all’Himalaya dal punto di vista della scienza del clima, il quadro che emerge è quello di un’accelerazione drammatica. La regione, dal cui equilibrio idrico dipende la vita di circa due miliardi di persone, si sta scaldando a un ritmo fino al 50% più rapido rispetto alla media globale. Ad altitudini superiori ai 4.000 metri, la risposta delle temperature al riscaldamento globale è ancora più marcata a causa dei fenomeni di amplificazione legati all’elevazione.
Sotto questa spinta termica decennale, i meccanismi di stabilità delle montagne nepalesi sono stati progressivamente intaccati. Nell’arco di soli trent’anni i ghiacciai del Nepal hanno perso oltre un terzo del loro volume complessivo, ritirandosi e assottigliandosi a ritmi mai registrati prima. L’impatto più insidioso riguarda la degradazione termica del permafrost d’alta quota. Con l’innalzamento delle temperature estive e l’ampliamento dello “strato attivo” (la frazione superficiale di suolo roccioso che attraversa continui cicli di gelo e disgelo), l’acqua liquida penetra in profondità nelle fratture. Il ghiaccio profondo, fondendosi, perde la sua capacità di coesione meccanica, aumentando il rischio di disastri come quello dell’agosto 2026. Tutto ciò aiuta a comprendere come il Langtang Lirung non abbia ceduto per un imprevisto evento isolato, ma perché decenni di riscaldamento costante ne hanno sistematicamente minato la struttura interna.
Se la scienza del clima individua il quadro generale e le tendenze strutturali di fondo, la scienza dell’attribuzione (attribution science) è come la lente d’ingrandimento e lo strumento diagnostico di precisione della climatologia contemporanea. Nata all’inizio degli anni Duemila, questa branca specialistica ricerca il ruolo effettivo delle emissioni antropiche nel rendere ogni evento specifico più o meno probabile e più o meno violento.
La scienza dell’attribuzione calcola l’incidenza delle emissioni antropiche nell’intensità e probabilità di un determinato evento. Uno strumento rivoluzionario, impiegato sempre più di frequente anche nelle aule di tribunale.Lo fa impiegando modelli computazionali complessi e simulazioni controfattuali. Attraverso i supercomputer, la comunità scientifica ricostruisce due mondi paralleli: da un lato il mondo reale, caratterizzato dall’attuale concentrazione di gas serra nell’atmosfera; dall’altro un mondo ipotetico (controfattuale), esattamente identico al nostro ma del tutto depurato dalle emissioni prodotte dalla rivoluzione industriale a oggi. Facendo girare decine di migliaia di volte le simulazioni meteorologiche in entrambi gli scenari, la scienza dell’attribuzione è in grado di calcolare in termini matematici e probabilistici l’impronta dell’uomo sul singolo evento estremo.
È uno strumento rivoluzionario, di una portata tale da avere un ruolo di protagonismo crescente nelle aule di tribunale. Lo fa attraverso tre livelli di attribuzione. La warming attribution (attribuzione del riscaldamento) dimostra il nesso causale diretto tra l’accumulo dei gas serra prodotti dall’uomo e l’innalzamento delle temperature medie globali e regionali. È il pilastro che conferma che il riscaldamento non è frutto di semplici fluttuazioni naturali ma diretta conseguenza delle azioni del genere umano negli ultimi secoli. La event attribution (attribuzione degli eventi estremi) calcola quanto il riscaldamento globale abbia modificato la frequenza o l’intensità di uno specifico disastro (un’ondata di caldo, un uragano, un’alluvione). È il campo di ricerca di consorzi come il World Weather Attribution, capace di stabilire se una pioggia record sia stata resa in una certa percentuale più intensa a causa delle emissioni. La source attribution (attribuzione delle fonti), infine, traccia e quantifica la responsabilità individuale dei singoli attori, siano essi grandi Stati inquinatori o colossi dei combustibili fossili, assegnando a ciascuno una percentuale precisa del totale delle emissioni storiche cumulative. È dall’intreccio di questi tre livelli che la scienza dell’attribuzione trasforma il cambiamento climatico da minaccia astratta a realtà empiricamente misurabile, creando un ponte ineludibile tra la fisica dell’atmosfera e la responsabilità giuridica.
Il collasso del Langtang Lirung dell’agosto 2026 rientra nei disastri criosferici “a cielo sereno”. Il fattore scatenante non è stato un evento meteorologico specifico, bensì un aumento costante delle temperature che ha minato la stabilità della montagna fino al punto di rottura.Come questo ponte funzioni nella pratica lo dimostra il confronto tra due catastrofi che hanno segnato il recente passato del Nepal. Nel settembre 2024, quando piogge monsoniche record hanno devastato la valle di Kathmandu, World Weather Attribution, attraverso i classici modelli di event attribution ha certificato che il riscaldamento globale aveva reso quelle precipitazioni estreme il 10% più intense e il 70% più probabili. Il collasso del Langtang Lirung dell’agosto 2026 appartiene a una categoria diversa e più complessa: quella dei disastri criosferici “a cielo sereno”. Se per il 2024 la scienza dell’attribuzione ha potuto misurare l’impatto dell’evento meteorologico istantaneo, per il 2026 essa rivela la warming attribution di lungo periodo: l’aumento costante delle temperature che mina la stabilità della montagna fino al punto di rottura.
Giustizia climatica e responsabilità storiche
Quando la scienza riesce a misurare e quantificare i nessi causali legati agli eventi climatici, questi passano dall’ambito della fisica dell’atmosfera a quello dell’etica e del diritto, mostrando la natura politica della crisi climatica attraverso un altro strumento concettuale: quello della giustizia climatica. Al centro di questo paradigma c’è il principio cardine delle Responsabilità comuni ma differenziate (CBDR, Common But Differentiated Responsibilities), sancito nel 1992 dal Vertice della Terra di Rio de Janeiro. Il principio afferma che anche se la salvaguardia del sistema globale è un dovere condiviso di tutta la comunità internazionale, la responsabilità originaria del riscaldamento ricade invece sui Paesi industrializzati visto che, per più di due secoli, hanno costruito la propria prosperità economica sulla combustione massiccia dei fossili.
Da questa sproporzione nasce un’asimmetria del rischio. Paesi come il Nepal, che come abbiamo visto ha contribuito in misura minima alle emissioni serra globali, sono esposti in prima linea a traumi ambientali irreversibili e improvvisi. Lo stesso avviene per i piccoli Stati insulari minacciati dall’innalzamento dei mari. In entrambi i casi, le popolazioni di queste aree subiscono le conseguenze più severe di un modello di sviluppo da cui non hanno tratto beneficio.
C’è il rischio che la finanza d’emergenza trasformi il disastro climatico nell’ennesimo indebitamento. Per questo le comunità chiedono che le risorse a cui accedere non siano aiuti umanitari o beneficenza ma riparazioni dirette per i danni subiti.C’è il lato geopolitico della vicenda, e poi c’è la realtà delle comunità locali. Tra le vallate travolte dal fango, la devastazione dei terreni agricoli di sussistenza si intreccia a un dramma burocratico: le persone disperse sono tantissime e, se non c’è un corpo, non c’è un certificato di morte. Senza un certificato di morte, la famiglia della persona scomparsa non può accedere al sussidio di emergenza, all’eventuale eredità o ai titoli dei terreni da coltivare. È in questo solco che si innesta la mobilitazione dal basso guidata dall’Unione dei contadini nepalesi (ANPFA, All Nepal Peasants’ Federation, affiliata a Via Campesina) con la campagna Grants, Not Loans (“Sussidi, non prestiti”). La denuncia riguarda il rischio che la finanza d’emergenza, erogata sotto forma di crediti, trasformi il disastro climatico nell’ennesimo indebitamento del Paese. Le comunità chiedono che le risorse a cui stanno accedendo e accederanno non siano aiuti umanitari o beneficenza ma riparazioni dirette per i danni subiti.
Perdite e danni
Quanto accaduto in Nepal è solo l’ultimo caso di una sequela di rimostranze che parte da lontano e che ha portato, dopo trent’anni di pressioni diplomatiche del Sud globale, al Fondo multilaterale per la risposta alle perdite e ai danni (FRLD). Raggiunto con un accordo alla COP27 di Sharm el-Sheikh e reso operativo alla COP28 di Dubai, il Fondo fin dalla sua genesi si è scontrato con una profonda frattura concettuale tra Nord e Sud del mondo. Per i Paesi industrializzati e i grandi emettitori storici, deve operare su base volontaria in base alla “solidarietà globale”. Le nazioni vulnerabili invece esigono che chi ha provocato i danni abbia anche l’obbligo di ripararli, e che i trasferimenti finanziari non siano dunque un gesto di solidarietà ma riparazioni esigibili per i danni ingiustamente subiti. A questa frattura concettuale si aggiunge poi un dato matematico: a fronte di impegni finanziari promessi dai Paesi sviluppati per circa 822 milioni di dollari, la cassa effettivamente versata nei conti ammonta appena a una cifra compresa tra i 400 e i 449 milioni.
In questi anni la pressione dei Paesi travolti dalle catastrofi è cresciuta a ritmi vertiginosi. Sono già 119 le nazioni vulnerabili che hanno presentato formale richiesta di assistenza, per un totale che supera i 2,8 miliardi di dollari. Questo sbilanciamento impressionante ha spinto il segretariato del Fondo a lanciare un allarme: senza un afflusso massiccio e continuo di nuove risorse, la liquidità rischia di azzerarsi del tutto entro il 2027. In questo contesto, la domanda avanzata dal Nepal arriva come un test per misurare la reale reattività dell’infrastruttura finanziaria globale. Il Fondo saprà erogare risorse con la tempestività richiesta da shock improvvisi ed estremi? Su questa capacità di intervento immediato si gioca la credibilità dell’intero sistema.
Giustizia climatica e aule di tribunale
La debolezza apparente o effettiva del Fondo multilaterale ha spinto molte comunità ed economie vulnerabili a cercare giustizia nelle aule giudiziarie aprendo, ormai da un decennio, la stagione delle climate litigation (cause climatiche). Da un lato ci sono le azioni risarcitorie contro i grandi colossi industriali, come quella promossa dalla guida alpina peruviana Saúl Luciano Lliuya contro la multinazionale tedesca RWE. Lliuya chiedeva che RWE pagasse lo 0,38% dei costi di messa in sicurezza del suo Paese dal rischio di esondazione del lago glaciale Palcacocha; una quota corrispondente al contributo stimato dell’azienda alle emissioni storiche globali. Nel maggio 2025, la Corte d’appello di Hamm ha rigettato la richiesta risarcitoria nel merito, valutando che il rischio di crollo sulla casa del singolo agricoltore avesse una probabilità troppo bassa (circa l’1%). Tuttavia, i giudici tedeschi hanno stabilito un principio giuridico rivoluzionario: le grandi imprese possono essere civilmente responsabili dei danni ambientali provocati all’estero, poiché le emissioni di CO₂ generano un rapporto di “vicinato globale”.
Dall’altro lato, la pressione giudiziaria si è rivolta direttamente contro la condotta degli Stati inquinatori. Nei tribunali nazionali, la storica sentenza Urgenda del 2019 in Olanda ha costretto per la prima volta un governo a tagliare le emissioni a tutela dei diritti alla vita, seguita dalla Corte Costituzionale tedesca nel caso Neubauer (2021) sulla tutela delle generazioni future. Davanti agli organi dell’ONU, la denuncia degli indigeni delle isole dello Stretto di Torres ha portato nel 2022 alla condanna dell’Australia perché l’inazione climatica veniva ritenuta una violazione del loro diritto alla cultura, mentre la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (KlimaSeniorinnen v. Svizzera, 2024) ha stabilito che l’inazione climatica statale costituisce una violazione diretta dei diritti umani.
Le cause climatiche degli ultimi anni hanno stabilito che l’inazione climatica costituisce una violazione dei diritti umani, che le imprese possono essere ritenute responsabili dei danni prodotti all’estero dalle emissioni, e che la mancata mitigazione di queste è un illecito internazionale.La vera svolta sistemica è arrivata però dalle iniziative coordinate degli stessi Stati vulnerabili. Sotto la spinta di Vanuatu all’Assemblea generale ONU, della commissione degli Stati insulari COSIS (guidata da Tuvalu e Antigua & Barbuda) e della richiesta congiunta di Colombia e Cile, la questione è approdata alle massime corti internazionali. Tra il 2024 e il 2025, i pareri consultivi del Tribunale internazionale per il diritto del mare (ITLOS, International Tribunal for the Law of the Sea), della Corte interamericana (IACtHR, Inter-American Court of Human Rights) e della Corte internazionale di giustizia (ICJ, International Court of Justice) hanno tracciato una linea: la mancata mitigazione delle emissioni non è un’omissione politica, ma un illecito internazionale che impone un obbligo rigido di riparazione integrale e risarcimento finanziario agli Stati lesi.
Un nuovo paradigma di giustizia climatica
La catastrofe del Langtang Lirung ha prodotto effetti che si estendono ben oltre la devastazione fisica. È come se l’intera massa di acqua, roccia e ghiaccio precipitata per oltre un chilometro si fosse schiantata anche sull’architettura del diritto internazionale climatico così come lo conosciamo. Per decenni la risposta ai disastri nei Paesi in via di sviluppo si è configurata come solidarietà volontaria. Il collasso del permafrost himalayano infrange questo schema paternalistico e dimostra che i danni subiti dal Sud globale sono esternalità negative di processi che sono avvenuti altrove.
La montagna non può più essere raccontata come un fondale inerte o uno scenario: è uno spazio dinamico e reattivo, attraversato da tensioni fisiche, economiche e giuridiche.Se i fondi multilaterali come l’FRLD rischiano la paralisi per il costante deficit di risorse e le resistenze storiche dei grandi emettitori, la via giudiziaria sta tracciando un nuovo orizzonte normativo. Per la cultura contemporanea e la divulgazione scientifica, la lezione è altrettanto radicale. La montagna non può più essere raccontata come un fondale inerte o uno scenario: è uno spazio dinamico e reattivo, attraversato da tensioni fisiche, economiche e giuridiche. Le infrastrutture che abbiamo costruito per gestirla, da quelle concettuali a quelle fisiche, sono modellate su metriche ormai inservibili, concepite per un pianeta che non esiste più. In questo senso allora la sfida non è più, soltanto, intervenire mitigando la crisi climatica e riconvertendo le nostre società. Né è più sufficiente adattare fisicamente i territori agli impatti che, come stiamo vedendo, arriveranno. Serve uno scarto concettuale, un salto molto più ambizioso per costruire un’infrastruttura politica e legale capace di trasformare le evidenze della fisica in riparazioni vincolanti per chi quelle trasformazioni le ha innescate. Non si tratta, ci insegnano i contadini nepalesi, di prestiti o di generosità, ma di riparazioni e giustizia.