N el 1661 John Evelyn pubblica un libretto, il Fumifugium, in cui per la prima volta si parla degli effetti dannosi causati dalla combustione di carbone nella Londra del periodo. Scritto in forma di lettera indirizzata al re Carlo II d’Inghilterra, era diviso in tre parti: la prima dedicata a definire il problema dell’inquinamento atmosferico e i suoi effetti sulla salute umana; la seconda in cui vengono proposte alcune soluzioni per limitare le emissioni più dannose, come spostare le attività più impattanti fuori dalla città; la terza in cui l’autore dà spazio a idee più strutturali, o forse più fantasiose, e di lungo periodo, progettando giardini che circondavano l’area urbana e ne avrebbero potuto migliorare la qualità dell’aria, il suo profumo, la sua piacevolezza.
Da allora, studi ed evidenze scientifiche si sono accumulati per rendere sempre più evidente il legame fra salubrità dell’aria e qualità di vita, si sono stabiliti limiti rigorosi e strategie di contenimento, sistemi di monitoraggio e misurazione continui (in Italia attraverso una rete capillare di centraline dell’ARPA), portando a un miglioramento complessivo netto dell’aria delle nostre città rispetto alla Londra da cui scriveva Evelyn, dove si bruciava un carbone dall’alto contenuto di zolfo. Ciononostante, il carbone non lo abbiamo ancora abbandonato (in Italia il governo ha da poco prorogato il phase-out per la produzione di energia di 13 anni, dal 2025 al 2038), e lo stesso vale per gli altri combustibili fossili.
Nel frattempo, l’inquinamento atmosferico è la causa ambientale che provoca maggiori danni alla salute: sono chiare e inequivocabili le relazioni fra le sostanze tossiche presenti nell’aria che respiriamo e l’incidenza di malattie respiratorie e cardiovascolari. Sempre più studi, però, stanno portando alla luce delle conseguenze più nascoste e meno indagate: stress, ansia, disturbi del sonno e malattie neurodegenerative, come l’Alzheimer. L’aria che respiriamo e la salute mentale rimangono invisibili – nelle percezioni e nelle priorità pubbliche –, così come lo sono le conseguenze che la qualità della prima ha sulla seconda.
Di cosa parliamo quando parliamo di inquinamento atmosferico
Gli inquinanti presenti nell’aria che respiriamo possono avere forma gassosa: come gli ossidi solforosi (principalmente il biossido di zolfo o l’anidride solforosa), gli ossidi di azoto, l’ozono e il monossido di carbonio; oppure forma solida, in particelle classificate per il loro diametro (e quindi per capacità di penetrazione via via più profonda nel nostro corpo): PM10, con un diametro inferiore a 10 micron; PM2,5, particelle di diametro inferiore a 2,5 micron e PM0,1, le particelle ultrafini, con un diametro inferiore a 0,1 micron, e un’altissima capacità di penetrazione nei nostri corpi, in grado di arrivare fino al sangue. Queste micropolveri sono dannose anche perché possono diventare veicolo di altre sostanze tossiche, come i metalli pesanti, che si accumulano sulla loro superficie e da lì entrano nel nostro organismo.
L’inquinamento atmosferico è la causa ambientale che provoca maggiori danni alla salute. E sempre più studi mostrano che ha un ruolo anche in stress, ansia, disturbi del sonno e malattie neurodegenerative, come l’Alzheimer.Fra le cause più note ci sono i motori a scoppio, di cui la politica europea non riesce a sospendere la produzione (il divieto di vendita, fissato al 2035, ha subito una serie di deroghe); le attività industriali; il trattamento dei rifiuti; la produzione di energia elettrica con combustione di idrocarburi e carbone e il riscaldamento domestico. Poi ce ne sono alcune che vediamo meno: un vasto campo coltivato ci fa pensare all’aria buona di campagna. E invece, come la crisi dello stretto di Hormuz sta mostrando chiaramente, il legame fra agricoltura intensiva e idrocarburi è strettissimo: non solo per il carburante necessario per i macchinari pesanti utilizzati, ma anche per il processo di sintesi dell’ammoniaca, destinata alla produzione di fertilizzanti azotati industriali. Questi ultimi, largamente utilizzati nell’agricoltura intensiva, insieme al trattamento delle deiezioni animali negli allevamenti intensivi, sono responsabili in via diretta delle emissioni di ammoniaca, a sua volta precursore della formazione di particolato secondario in atmosfera.
Per avere un esempio del catastrofico risultato che si ottiene con la combinazione di tutti questi fattori, basta guardare alla Pianura Padana: la più alta concentrazione di allevamenti d’Italia, agricoltura intensiva, traffico veicolare, densità abitativa e poli industriali, a cui si aggiunge una sfavorevole conformazione geografica, con le Alpi a nord e gli Appennini a sud che fanno da barriera al ricircolo dell’aria, la rendono la zona più inquinata d’Europa con livelli costantemente al di sopra dei limiti fissati dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS). Ma non siamo al riparo nemmeno nelle nostre case, anzi: le esalazioni di formaldeide e di altri composti organici volatili (VOCs) provenienti da prodotti per la pulizia e da colle e vernici utilizzate in edilizia e nei mobili, a cui si aggiungono monossido di carbonio e ossido di azoto derivanti dagli impianti di riscaldamento e di cottura, rendono l’inquinamento indoor spesso più pericoloso di quello esterno, per il maggior tempo che trascorriamo fra le mura domestiche e per la maggiore concentrazione che questi inquinanti possono raggiungere senza un adeguato ricambio d’aria.
Effetti sulla salute fisica e mentale
Secondo lo State of Global Air Report 2025 (che riporta i dati relativi all’anno 2023) l’inquinamento atmosferico ha causato nel mondo 4,9 milioni di morti attribuibili all’esposizione a PM2,5, 2,8 milioni attribuibili all’inquinamento domestico e 470.000 all’esposizione all’ozono, rendendolo il principale fattore di rischio ambientale per la mortalità globale. Di queste morti, l’86% è dovuto a malattie croniche non trasmissibili, come cardiopatie, patologie respiratorie, demenza e diabete.
La più alta concentrazione di allevamenti d’Italia, agricoltura intensiva, traffico veicolare, densità abitativa e poli industriali, con le Alpi a nord e gli Appennini a sud che fanno da barriera al ricircolo dell’aria, rendono la Pianura Padana la zona più inquinata d’Europa.Ma se è evidente la catena di causa ed effetto fra la qualità dell’aria che respiriamo e le malattie legate alla respirazione stessa, su cuore e polmoni, ci sono effetti meno intuitivi: sempre secondo lo stesso rapporto, la demenza imputabile all’inquinamento atmosferico ha causato nel mondo 626.000 morti in un anno e ha fatto perdere nel complesso più di 11 milioni di anni di vita in salute. Un’equipe dello Scripps Research guidata dal dottor Stuart Lipton ha scoperto, già quasi trent’anni fa, la S-nitrosilazione: una modificazione chimica delle proteine, potenzialmente innescata dall’invecchiamento, dalla neuroinfiammazione e da tossine ambientali come quelle presenti nell’inquinamento atmosferico. Le ricerche più recenti, i cui risultati sono stati pubblicati ad aprile di quest’anno, si sono concentrate sulla modifica di una particolare proteina del cervello, chiamata STING, che causerebbe lo stato di iperattivazione e danneggiamento delle connessioni fra cellule cerebrali nell’Alzheimer.
La ricercatrice della Johns Hopkins University School of Nursing, Junxin Li, ha analizzato e aggregato i dati di 25 studi pubblicati a partire dal 2015, che hanno coinvolto 1,2 milioni di persone in sei Paesi, tra cui Cina, India, Stati Uniti e Germania. Quello che emerge è che l’esposizione a lungo termine ad agenti inquinanti nell’aria, sia all’esterno che all’interno delle abitazioni, è un fattore che contribuisce ai problemi del sonno negli adulti e negli anziani. Con conseguenze, a cascata, sull’umore, la resilienza, lo stress, la capacità di recupero e sulle funzioni cognitive. E non si parla solo di effetti a lungo termine causati da esposizioni prolungate: nel 2025 è stato pubblicato uno studio dell’Università di Birmingham che evidenzia gli effetti di un’esposizione, anche breve, al particolato (in particolare a PM2,5) sull’attenzione selettiva, sulla concentrazione e sulla capacità di riconoscere e interpretare le emozioni, con ricadute sullo svolgimento di attività quotidiane anche semplici, come fare la spesa al supermercato, e quindi in generale sull’autonomia, sul benessere mentale e sulla qualità della vita delle persone.
E sono ormai molte le ricerche che confermano la correlazione fra l’esposizione all’inquinamento atmosferico e la salute mentale: l’European Environment Agency le ha raccolte in questo documento, che illustra anche le evidenze sui legami con l’inquinamento acustico e l’esposizione a sostanze chimiche tossiche. Se nelle prime fasi di vita (a partire già dallo sviluppo in utero, fino all’adolescenza) l’inquinamento atmosferico può interferire negativamente con il corretto sviluppo cerebrale, andando avanti con l’età aumentano le correlazioni con i disturbi mentali come ansia e depressione, in particolare rispetto a PM2,5 e biossido d’azoto.
Un’esposizione anche breve ai PM2,5 incide sull’attenzione selettiva, sulla concentrazione e sulla capacità di riconoscere e interpretare le emozioni, con ricadute sullo svolgimento di attività quotidiane, e quindi in generale sull’autonomia, sul benessere mentale e sulla qualità della vita delle persone.
Politiche per la riduzione delle emissioni
La progressiva consapevolezza degli effetti dannosi dell’inquinamento atmosferico sulla nostra salute e sull’equilibrio degli ecosistemi ha portato a intraprendere una serie di politiche per la riduzione delle emissioni inquinanti, principalmente attraverso l’efficientamento dei sistemi di riscaldamento domestico, l’utilizzo di combustibili via via meno inquinanti, l’implementazione di sistemi di filtraggio sia per i fumi di scarico delle nostre automobili sia per le attività industriali, la limitazione all’uso di determinate sostanze ritenute più pericolose e, negli ultimi anni, la transizione verso fonti rinnovabili di produzione energetica e sistemi di trasporto elettrico (politiche nate per rispondere alla crisi climatica ma con significativi cobenefici anche sulla qualità dell’aria). Tuttavia queste misure si sono scontrate con l’aumento progressivo del traffico, delle attività industriali, dei bisogni energetici globali, e con la difficoltà nel percepire l’urgenza e la gravità della questione: di nuovo, la trasparenza dell’aria la rende invisibile anche sul piano delle priorità, costruendo una storia delle politiche di intervento lunga e accidentata.
Nel 1880, più di due secoli dopo il Fumifugium, un altro opuscolo torna a mettere in guardia dagli effetti dell’aria che si respirava a Londra: è il London Fogs, del meteorologo Rollo Russell. L’inquinamento atmosferico di quei secoli era talmente intenso da possedere una caratteristica che quello, fortunatamente più contenuto, delle città europee contemporanee non ha più: la visibilità. Il fumo di Londra era “denso come una zuppa di piselli” (come lo aveva definito l’incisore inglese John Sartain), maleodorante, visibile, letteralmente sotto gli occhi di tutti. Ci sarebbero però voluti altri settant’anni e un evento eccezionale perché venisse promulgato il primo atto politico di contenimento delle emissioni: il Clean Air Act del 1956. Il “Grande smog” che colpì Londra nel dicembre del 1952 era causato da una combinazione disastrosa di eventi: un freddo straordinario, che indusse i londinesi a spingere al massimo il riscaldamento domestico, la disponibilità nel dopoguerra quasi esclusivamente di carbone di bassa qualità ad alto contenuto di zolfo e un anticiclone senza vento che causò la stagnazione dell’aria sulla capitale.
Più di vent’anni dopo, nel 1979, viene sottoscritta la Convenzione di Ginevra sull’inquinamento atmosferico transfrontaliero a grande distanza che impegna i Paesi dell’allora Commissione economica per l’Europa delle Nazioni Unite ad attuare misure di contenimento e riconosce il carattere “transfrontaliero” dell’aria e, quindi, anche delle emissioni: l’atmosfera, oltre a essere invisibile agli occhi, non è confinabile dalle frontiere stabilite dagli esseri umani.
La qualità dell’aria nei Paesi europei è migliorata, grazie alle politiche messe in atto dall’Unione, spesso però a discapito di altri Paesi dove sono state esternalizzate le produzioni più inquinanti.Nel 1987 l’OMS pubblica per la prima volta le prime Linee guida europee per la qualità dell’aria: indicazioni riviste periodicamente sull’impatto globale delle patologie associate all’inquinamento atmosferico che fissano anche i livelli di riferimento per i principali inquinanti atmosferici. L’ultimo documento, pubblicato nel 2021, si concentra su particolato (PM2,5 e PM10), ozono, biossido di azoto, anidride solforosa e monossido di carbonio, fissando parametri ancora più stringenti del precedente del 2005: secondo i nuovi standard, il 99% della popolazione mondiale respira aria che supera i limiti consentiti.
Il fatto che praticamente la totalità della popolazione mondiale sia esposta all’inquinamento atmosferico sembra confermare la tesi del sociologo Ulrich Beck che nel suo La società del rischio sostiene che “La fame è gerarchica, lo smog è democratico”: in realtà la qualità dell’aria nei Paesi europei è migliorata grazie alle politiche messe in atto dall’Unione (l’ultima direttiva che riavvicina gli standard europei a quelli dell’OMS è di ottobre 2024), spesso però a discapito di altri Paesi dove sono state esternalizzate le produzioni più inquinanti. Nelle linee guida dell’OMS si dichiara infatti che “se la qualità dell’aria è notevolmente migliorata nei paesi ad alto reddito […], questa è generalmente peggiorata nella maggior parte dei paesi a basso e medio reddito, di pari passo con l’urbanizzazione e lo sviluppo economico su larga scala”.
E anche andando a indagare all’interno della stessa nazione, o della stessa città, risulta evidente che sono proprio gli abitanti dei quartieri popolari a essere più esposti all’inquinamento atmosferico, perché più vicini alle zone industriali, alle discariche e agli impianti di trattamento dei rifiuti, a strade più trafficate come le tangenziali, e più lontani da parchi e aree verdi. Anche questa è invisibilità: quel rischio, che Beck vedeva come democratico, è in realtà scaricato sui Paesi con minori tutele, sulle zone “di sacrificio”, su chi ha meno potere, su chi è altro, su chi fa lavori usuranti e a contatto con la tossicità. In una parola: su chi è invisibile.
Respirare come diritto universale
Una vita respirabile significa riappropriarsi dello spazio per respirare. E il respiro non si ferma mai all’individuo umano, ma lo lega indissolubilmente all’ambiente e alla terra dove abita. Le terre e il vivente tutto respirano insieme oppure soccombono. […] La rivendicazione di una vita respirabile traccia la differenza fra l’ecologia bianca, borghese, neoliberale e quella non bianca e popolare. Fatima Ouassak, Per un’ecologia pirata. E saremo liberi!, 2024.
Jamieson Webster ha scritto un lungo saggio interamente dedicato al respiro: Sul respirare (2026) attraversa psicanalisi, filosofia, esperienze intime e personali, per mettere insieme una riflessione su un atto elementare – è il primo respiro a definirci individui, a segnare l’inizio della nostra vita come separata da quella di chi ci aveva portati in grembo fino ad allora – eppure così scontato da essere quasi invisibile, almeno finché non viene minacciato. E il Covid è stato la prima esperienza esplicita di minaccia collettiva, globale, alla possibilità stessa di respirare. Meno evidente, più subdolo, l’inquinamento atmosferico continua a minacciare il diritto al respirare, ma la sua presenza in un elemento invisibile – l’aria stessa –, e l’invisibilità delle particelle e dei gas inquinanti, non ce lo fa percepire come uno dei nemici più pericolosi per la nostra salute. Riemerge solo quando delle misure eccezionali, come l’interruzione temporanea del traffico (con i suoi effetti limitati legati a una visione emergenziale e di breve periodo), influiscono nella vita di tutti i giorni, o quando un evento eccezionale ce lo riporta sotto gli occhi: un disastro industriale, un incendio in una discarica, un attacco terroristico o militare.
Riuscire a superare l’intangibilità dell’aria e riportare centralità al diritto di respirare può essere un connettore delle lotte politiche e un modo per unire il fronte ambientalista con quello antirazzista e decoloniale.Allo stesso modo, il disagio psicologico e le minacce alla salute mentale tornano nel dibattito pubblico solo quando un evento eccezionale riporta alla cronaca un’emergenza che altrimenti rimane sotterranea, invisibile. Riuscire a superare l’intangibilità dell’aria e riportare centralità al diritto di respirare – respirare un’aria pulita, sana, che non è una minaccia alla nostra salute fisica e mentale – può essere un connettore delle lotte politiche e un modo per unire il fronte ambientalista con quello antirazzista e decoloniale: in Per un’ecologia pirata Fatima Ouassak vede proprio nel diritto a respirare il punto di unione fra lotta ecologiste e lotte antirazziste, in quel “I can’t breathe” di George Floyd la denuncia di chi oltre a vivere solitamente nei quartieri in cui l’aria è più inquinata ha il fiato spezzato anche dalla repressione e dalla violenza della polizia.
L’atmosfera è l’anima del mondo
Dal Fumifugium sono trascorsi trecentosessantacinque anni, le soluzioni proposte da Evelyn nella terza e ultima parte appaiono estremamente ingenue, proposte avanzate da qualcuno la cui conoscenza della chimica e del funzionamento del corpo umano era ancora frammentaria, qualcuno che stava ponendo ancora le prime flebili basi di un ambito che ha conosciuto sviluppi sia nello studio, sia nella smisurata proliferazione di composti inquinanti prodotti e immessi nell’atmosfera. Eppure quell’ingenuità – piantare attorno alle città, per ettari ed ettari, fiori profumati e piante aromatiche – è invecchiata molto meglio dell’idea, di soli trent’anni fa, che lo smog possa essere democratico nelle sue conseguenze. Certo, non l’idea di coprire di profumo la puzza di combustione, una specie di scentwashing dell’inquinamento atmosferico, ma un nucleo di fondo che ci ricorda il bisogno di riappacificarci con l’ambiente in cui viviamo.
Nel suo L’incanto del sensibile. Percezione e linguaggio in un mondo più-che-umano, David Abram vede proprio nell’atmosfera il legame fra tutta la vita, fra l’umano e un mondo, come lo definisce, più-che-umano: attraverso il respiro il mondo entra in noi, e modella un’anima del mondo, collettiva, che ci tiene uniti: le parole anima e aria hanno la stessa radice etimologica che risale a vento, o soffio. Da un lato, abbiamo rotto questo legame considerandoci separati dal resto del vivente, dall’altro lo abbiamo avvelenato, immettendo nell’atmosfera sostanze dannose, e rendendo ogni nostro respiro un pericolo per la salute.
Forse allora, ancora prima dell’individuare le soluzioni per migliorare la qualità dell’aria che respiriamo, abbiamo bisogno di migliorare la qualità del nostro rapporto con l’aria: non percepirla più come un nemico ostile, una minaccia silenziosa e invisibile dentro cui siamo, quasi inconsapevolmente, immersi, ma ricucire una pace con l’atmosfera, riconoscere l’importanza, il peso e la tangibilità nelle nostre vite del respiro e della salute mentale a cui è legato.