Q ualche mese fa un amico, T., mi ha raccontato di aver partecipato a una sessione dei Love and Sex Addicts Anonymous, uno di quei gruppi di auto-aiuto in dodici passi per liberarsi dalle dipendenze, proprio come gli Alcolisti Anonimi, ma centrato sulla dipendenza sessuale e sulle dipendenze affettive. T. mi ha fatto leggere le “caratteristiche della dipendenza da sesso e amore”, una lista di dodici punti che descrive una serie di atteggiamenti e comportamenti “problematici” legati al sesso o alle relazioni: “sessualizziamo lo stress, il senso di colpa, la solitudine, la rabbia, la vergogna, la paura e l’invidia”; “usiamo il sesso o la dipendenza emotiva come sostituti delle cure amorevoli e del sostegno”; “rimaniamo gravemente distratti da ossessioni o fantasie romantiche o sessuali” e “schiavi […] delle attività sessuali compulsive”. I love and sex addict eviterebbero di assumersi le proprie responsabilità legandosi a persone emotivamente non disponibili; attribuirebbero “qualità quasi magiche” agli altri, li idealizzerebbero, per poi accusarli di non aver soddisfatto le loro aspettative.
Mi sembrava bizzarro questo accorpamento tra i due concetti, amore e sesso. Sotto la stessa etichetta, venivano raggruppate la sessualità compulsiva, la dipendenza affettiva, l’idealizzazione romantica, la paura dell’abbandono e vari modi di affrontare lo stress e la solitudine. Mi sembravano tutte fonti di sofferenza, difficoltà relazionali e sessuali, ma al tempo stesso una serie di affermazioni piuttosto generiche.
Ma soprattutto, perché T. si era diagnosticato una dipendenza dal sesso? Lo conoscevo da un paio d’anni e il suo comportamento sessuale, in effetti, poteva sembrare estremo, ma non era poi così diverso da quello dei tanti uomini gay che conoscevo, che avevano una libido alta e la cui promiscuità sessuale era più o meno socialmente approvata. T. mi inviava spesso video in cui faceva cruising nei bagni pubblici, nei parchi. Vari miei amici ci avevano fatto sesso e lo avevano descritto come un grande amante. Quando gli chiesi il perché di questa (auto)diagnosi, mi rispose che, semplicemente, era dovuto al fatto che il suo rapporto con il sesso stava influenzando tutte le altre aree della sua vita, proprio come farebbe qualsiasi altra dipendenza. Lo portava ad assumersi grandi rischi, come quello di contrarre l’HIV e altre infezioni sessualmente trasmissibili, a mentire ai propri partner, a sperperare risorse economiche.
Sotto la stessa etichetta, venivano raggruppate la sessualità compulsiva, la dipendenza affettiva, l’idealizzazione romantica, la paura dell’abbandono e vari modi di affrontare lo stress e la solitudine.Nel mondo scientifico c’è un dibattito aperto sul concetto di “dipendenza sessuale”. È più facile identificare le altre dipendenze, che siano comportamentali come il gioco d’azzardo o da sostanze: assumere alcol, cocaina, o altre sostanze in modo costante è quasi sempre la spia di una dipendenza, che alla persona causi disagio o meno. Con il sesso è più difficile: si tratta di un bisogno primario della maggior parte degli esseri umani; ci si può masturbare e fare sesso più volte al giorno e comunque vivere una vita completa e soddisfacente. Eppure, mi sembrava indubbio che per alcune persone il sesso fosse fonte di sofferenza, qualcosa che sentono di non riuscire a controllare e che si porta dietro ansia e vergogna.
Mentre molti esperti sono scettici riguardo all’esistenza di una vera e propria “dipendenza sessuale”, su Internet proliferano i contenuti sul tema: decine di TEDx Talk con titoli come “Superare le dipendenze: la mia storia con il porno” o “Sfuggire alla dipendenza dal porno”; test fai-da-te che permettono di autodiagnosticarsi come dipendenti sessuali; di tweet virali che recitano: “la dipendenza da sesso/porno/masturbazione è visibile, non ignorarne i segnali” – a cui segue una lista piuttosto vaga di sintomi e cambiamenti fisici che riguarderebbero gli interessati da questa condizione, da “non riesci a guardare le persone negli occhi” a “ti senti come se avessi il cervello sott’acqua”.
Facendo un passo molto indietro, Psychopathia Sexualis, celebre saggio sulla sessualità “deviante” pubblicato nel 1886 dallo psichiatra austriaco Richard von Krafft-Ebing, presenta una sezione dedicata ai comportamenti sessuali compulsivi e incontrollabili. Krafft-Ebing classificò questi comportamenti nell’ambito delle “nevrosi cerebrali” e utilizzò vari termini per descrivere ciò che oggi alcuni identificano come dipendenza sessuale: “iperestesia”, per indicare un desiderio sessuale ossessivo e anomalo che porta ad atti compulsivi; “satiriasi”, per classificare gli impulsi sessuali incontrollabili negli uomini; e il più noto “ninfomania”, applicabile invece alle donne.
Se in passato questi comportamenti erano considerati deviazioni dalla norma, in tempi recenti si è passati ad affrontarli come problemi di salute mentale. È importante sottolineare che, nell’edizione più recente del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM), il cosiddetto disturbo da ipersessualità non è stato incluso per mancanza di prove empiriche.
Mentre molti esperti sono scettici riguardo all’esistenza di una vera e propria “dipendenza sessuale”, su Internet proliferano i contenuti sul tema.Il disturbo da ipersessualità avrebbe previsto che, affinché si potesse effettuare una diagnosi, la persona dovesse sperimentare, per almeno sei mesi, fantasie, impulsi o comportamenti sessuali ricorrenti e intensi, associati a: dedicare tanto tempo al sesso a scapito di altre attività e responsabilità; ricorrere al sesso per gestire stati emotivi negativi o situazioni di stress; mettere in atto tentativi ripetuti e fallimentari per ridurre il comportamento; continuare a praticarlo nonostante i possibili rischi fisici o emotivi. Sotto lo stesso ombrello, ci sarebbero i comportamenti legati alla masturbazione, al porno, al sesso (con altre persone, online, telefonico). Non sarebbe quindi la quantità di sesso, di per sé, a definire il problema, quanto la perdita di controllo, l’interferenza con la propria vita (sociale, lavorativa, altre aree) e la sofferenza associata al comportamento, proprio come mi raccontava T.
Due prospettive contrastanti sul tema sono affrontate in una raccolta di saggi del 1996, Taking Sides: Clashing Views on Controversial Issues in Human Sexuality, che ha un capitolo dedicato alla domanda: la dipendenza sessuale è un mito? A sostenere che si tratta di un mito – così come il più recente The Myth of Sex Addiction (2012) di David Ley – è lo psicoterapeuta William A. Henkin. A sostenere il punto di vista opposto c’è Patrick Carnes, sessuologo, a cui è attribuita la diffusione del termine sex addiction. Secondo Henkin, il concetto di dipendenza sessuale è figlio di una cultura, quella americana, ostile al sesso e alla sessualità. I criteri di questa diagnosi sono soggettivi, labili, e, mentre per alcune persone fare tanto sesso può essere considerato frustrante, sbagliato e immorale, per altre fa semplicemente parte della propria sessualità – il rischio è quindi quello di patologizzare variazioni normali nel comportamento e desiderio sessuale.
Riprendendo i sociologi Martin P. Levine e Richard R. Troiden, Henkin descrive tre modi di pensare il sesso e di vivere la sessualità: quello procreativo, secondo cui il sesso è un atto legato al matrimonio con il fine di fare figli; quello relazionale, secondo cui il sesso è da circoscrivere all’interno di una relazione romantica; e quello ricreativo, secondo cui il sesso è finalizzato al piacere e al divertimento. Tutte e tre queste posizioni fanno leva su valori incompatibili fra loro e concettualizzano il comportamento sessuale “fuori controllo” in modo diverso. Un altro punto riguarda la leggerezza con cui usiamo il termine “dipendenza” per riferirci a inclinazioni e passioni. Henkin sembra preferire il termine “compulsione”, per designare una serie di comportamenti, piuttosto che caratteristiche identitarie di una persona.
Non sarebbe quindi la quantità di sesso, di per sé, a definire il problema, quanto la perdita di controllo, l’interferenza con la propria vita (sociale, lavorativa, altre aree) e la sofferenza associata al comportamento.Carnes, invece, sostiene che è fondamentale riconoscere che quella legata al sesso può essere una dipendenza a tutti gli effetti, non un comportamento compulsivo né “ipersessualità”. Criticando il DSM, dice che “è da prendere come un lavoro in evoluzione, piuttosto che come la Bibbia”. Secondo Carnes, il pubblico è restio a definire dipendenza quella dal sesso perché consapevole che il sesso è essenziale, potente, spaventoso. Carnes presenta una serie di casi dalla sua esperienza clinica: un uomo che tradiva per anni la moglie con degli uomini nelle saune e nei bagni pubblici, contraendo l’HIV; un prete che spendeva migliaia di dollari in prostitute, arrivando a rubare dalla cassa della chiesa per potersele permettere; una donna che abbandonava i propri neonati per poter incontrare i propri amanti.
La letteratura sul tema si basa principalmente su aneddoti e casi clinici, mentre i dati epidemiologici sono ancora preliminari. In uno studio condotto dal gruppo di ricerca della professoressa Beáta Bőthe dell’Université de Montréal – che ha l’obiettivo di studiare il rapporto tra sessualità, tecnologia e dipendenze – la prevalenza della compulsività sessuale in un campione di 42 Paesi con circa 82.000 partecipanti era intorno al 5%. In un altro studio, gli uomini gay o bisessuali sono stati identificati come il gruppo con la prevalenza più alta di ipersessualità.
Ho parlato di questo tema con Émilie Gaudet, una dottoranda della professoressa Bőthe. Secondo Gaudet, anche se molte persone fanno tantissimo sesso, ciò non è da considerare necessariamente “problematico”. “Dobbiamo fare attenzione a non rendere questo concetto mainstream”, dice Gaudet, “perché si tratta di una condizione reale che causa tanta sofferenza.” Mi spiega che, a prescindere da come si chiami questa condizione, e al di là delle preoccupazioni morali e religiose (la religiosità è uno dei fattori maggiormente associati all’autoidentificazione come sex addict), è vero che può comportare, oltre a problemi con le relazioni, il rischio di perdere il lavoro e una forte ideazione suicidaria.
Con Gaudet parliamo delle tre prospettive principali su questa condizione: quella della compulsività, quella del controllo degli impulsi e quella della dipendenza. La prima lega l’ipersessualità al disturbo ossessivo-compulsivo (DOC). In questa prospettiva, il comportamento sessuale sarebbe preceduto da pensieri, immagini o impulsi ricorrenti e difficili da frenare, accompagnati da una crescente tensione che trova sollievo nel momento in cui il comportamento viene messo in atto. Secondo Gaudet, il paragone con il DOC non regge perché di solito, nelle ossessioni, i pensieri sono vissuti come intrusivi, indesiderati e fonte di ansia, mentre nell’ipersessualità l’esperienza sessuale può essere anche desiderata e gratificante, almeno inizialmente.
C’è il rischio concreto di patologizzare variazioni normali nel comportamento e desiderio sessuale. Ai fini della diagnosi, non basta un’incongruenza morale del soggetto, né un’autoidentificazione come sex addict.Un secondo modo di interpretare il fenomeno è quello del controllo degli impulsi, “come la cleptomania o la piromania”, mi spiega Gaudet. L’International Classification of Diseases (ICD-11) classifica proprio il disturbo da comportamento sessuale compulsivo tra i disturbi del controllo degli impulsi – le persone che ne soffrirebbero avrebbero difficoltà a resistere a un impulso sessuale o a rimandarne la gratificazione. Ai fini della diagnosi, non basta un’incongruenza morale del soggetto, né un’autoidentificazione come sex addict. Anche questo modello, però, lascia alcune questioni aperte: molte condotte sessuali che vengono definite problematiche possono essere pianificate, ricercate e perseguite nel tempo, e non sembrano quindi riducibili a un impulso improvviso e irrefrenabile.
Gaudet mi dice che, nel caso del sesso, il comportamento è molto gratificante all’inizio, per poi diventare fonte di turbamenti, frustrazioni, malessere, come vediamo nel caso di altre dipendenze – pensiamo a chi usa l’alcol o altre droghe per stare meglio, affrontare momenti ed emozioni difficili, finché non diventa un problema. La terza prospettiva è proprio quella dell’addiction, che traccia un parallelo con le dipendenze da sostanze e, più in generale, con le dipendenze comportamentali, come il gioco d’azzardo. In questo caso, il punto centrale sarebbe la progressiva perdita di controllo sul comportamento e il suo crescente spazio nella vita della persona. Elementi ricorrenti sono la difficoltà a interrompere o ridurre l’attività sessuale, il tempo investito nella ricerca di partner o di occasioni sessuali, la progressiva sottrazione di tempo ad altre attività e la persistenza del comportamento nonostante le conseguenze negative, per esempio sulla relazione di coppia, sul lavoro o sulla salute. Alcune persone riferiscono inoltre stati di disagio quando cercano di interrompere il comportamento, tra cui ansia, tristezza, rimuginio o senso di colpa.
Capire come classificare questa condizione ha delle implicazioni per il suo trattamento. Quando chiedo a Gaudet cosa come trattarla, mi risponde che non è semplice e che in questo momento storico non abbiamo una terapia ideale. Non ci sono abbastanza prove che si tratti di una dipendenza, senza contare l’assenza di forme di terapia evidence-based. Cosa bisogna trattare poi? Il comportamento impulsivo? Il rapporto con il sesso? Far sì che le persone smettano di farlo? O le emozioni sottostanti? Molte persone ricorrono al sesso e alla masturbazione come strategia di coping, per affrontare lo stress, la noia, le emozioni negative.
Gaudet suggerisce di trattare la disregolazione emotiva e affettiva alla base, combinata con dei modelli per trattare le altre dipendenze. Le strategie d’intervento hanno spesso preso in prestito strumenti utilizzati per le dipendenze: psicoterapia individuale o di gruppo, tecniche cognitivo-comportamentali per riconoscere le situazioni che precedono il comportamento, strategie per prevenirne la ricaduta, lavoro sulle cause psicologiche sottostanti e trattamento delle eventuali condizioni associate. A questi approcci si sono aggiunti i gruppi di auto-aiuto come Love and Sex Addicts Anonymous e interventi farmacologici destinati più che altro a ridurre alcuni aspetti del comportamento. Negli Stati Uniti sono nati anche diversi programmi di recupero in ambito religioso, spesso rivolti a persone che si identificano come sex addict, in cui il comportamento sessuale “sano” viene definito nei termini del matrimonio e dell’astinenza fuori da esso.
Cosa bisogna trattare? Il comportamento impulsivo? Il rapporto con il sesso? Far sì che le persone smettano di farlo? O le emozioni sottostanti?Come dicevamo fu proprio Carnes, all’inizio degli anni Ottanta, con Out of the Shadows, a contribuire alla diffusione, negli Stati Uniti, dell’idea che alcuni comportamenti sessuali potessero essere compresi attraverso il modello delle dipendenze, con un approccio che riprendeva le caratteristiche e la struttura degli Alcolisti Anonimi: riconoscere il problema, individuare i comportamenti che lo alimentano, evitare le situazioni considerate ad alto rischio e costruire un percorso di “recupero”, da intendersi in chiave spirituale.
Questo approccio, tuttavia, non si limita a descrivere una perdita di controllo sul comportamento sessuale, ma porta con sé anche un’idea precisa di quale sessualità dovrebbe essere considerata sana, guardando con sospetto il sesso al di fuori di una relazione, l’uso della sessualità per gestire le emozioni spiacevoli, i tradimenti e alcune pratiche sessuali non convenzionali. Il rischio è quello di confondere la sofferenza prodotta da un comportamento con la natura stessa di quel comportamento, patologizzando non solo la perdita di controllo, ma anche una determinata idea di sessualità. Un modello costruito attorno alla coppia monogama ed eterosessuale rischia così di leggere come “deviante” ciò che, in altri contesti, può essere semplicemente un modo diverso di vivere la sessualità: essere single, avere rapporti senza una relazione sentimentale, vivere relazioni non monogame, avere una sessualità gay o praticare forme consensuali di kink.
Una prospettiva diversa è quella dell’out of control sexual behavior, sviluppato da Douglas Braun-Harvey e colleghi. Secondo questo approccio, il problema va ricercato nell’ambito della salute sessuale e nel rapporto che la persona ha con il sesso. Invece di chiedere soltanto quanto sesso faccia una persona, quanto spesso si masturbi o quanta pornografia consumi, occorre ricostruire il quadro individuale: come regola le proprie emozioni? Quali sono i suoi schemi relazionali e di attaccamento? Quali conflitti vive intorno alla sessualità? Quali sono i suoi valori? Quanto il comportamento sessuale interferisce con la sua vita e, soprattutto, che cosa vorrebbe effettivamente cambiare? Ne deriva quindi un approccio terapeutico più individualizzato che cerca di capire quale funzione svolga quel comportamento: se serve a evitare emozioni difficili, a regolare la noia o la solitudine, a gestire conflitti relazionali, a ricercare gratificazione oppure a rispondere ad altri problemi psicologici o di salute. Il comportamento sessuale, in questa prospettiva, non è necessariamente il bersaglio da eliminare, ma può essere il punto attraverso cui comprendere un problema più ampio.
Un approccio terapeutico più individualizzato vede il comportamento sessuale non necessariamente come il bersaglio da eliminare, ma come il punto attraverso cui comprendere un problema più ampio.Ricapitolando: siamo al buio rispetto a se, come e quando parlare di “dipendenza sessuale”. Non abbiamo un consenso sulla definizione, né trattamenti di comprovata efficacia. Ma la mancanza di una risposta non cancella la domanda di chi sta male, come T. di cui scrivevo all’inizio. T. l’etichetta se l’è data da solo, per poi liberarsene. È andato a una sola sessione dei Love and Sex Addicts Anonymous – gli è bastata. Ha iniziato a frequentare un ragazzo di cui si è innamorato – ora stanno insieme da qualche anno e sono monogami – e il desiderio di non compromettere questa relazione importante ha fatto sì che cambiasse il suo rapporto con il sesso. Quando abbiamo riparlato, mi ha detto di aver “spostato” la sua “dipendenza” sessuale con chiunque a quella con il suo fidanzato, con cui c’è molta chimica.
Non so se avesse ragione a chiamarla dipendenza. Voglio dargli il beneficio del dubbio; gli credo quando dice che qualcosa non andava, anche se non mi era mai sembrato una persona che vive il sesso con angoscia. Penso che avesse bisogno di un linguaggio per comunicarlo, e che quello a disposizione fosse quello della dipendenza e della diagnosi psichiatrica.
Si può essere aperti alla sessualità in varie forme, alle componenti positive del sesso, del porno, della masturbazione, come lo è T. e come lo sono Gaudet e il team di cui fa parte, pur riconoscendo che talvolta questa sessualità può diventare “problematica”. Gaudet mi dice chiaramente che la posizione del suo gruppo è che le persone che soffrono vanno prese sul serio e curate, e che non tutti quelli che si definiscono sex addict lo sono. Queste due cose possono coesistere ed è forse questa la parte più difficile da accettare, sia per chi cerca di patologizzare alcune espressioni della sessualità umana, sia per chi, al contrario, non vede nessuna patologia.