Q uattro professori di mezza età, esausti e un po’ spenti, siedono intorno a un tavolo di ristorante. Uno di loro introduce una tesi dello psichiatra norvegese Finn Skårderud: l’essere umano nasce con un deficit alcolico dello 0,05%. Il sangue, in altre parole, avrebbe bisogno di una piccola quota costante di alcol per funzionare al meglio.
È la scena d’apertura di Un altro giro, film del regista danese Thomas Vinterberg del 2020. La tesi è pseudoscientifica – Skårderud ha poi precisato di averla formulata solo come metafora in una prefazione – ma al film non interessa smontarla. La prende sul serio quel tanto che basta a trasformarla in un esperimento esistenziale. I quattro professori cominciano a bere poco, poi sempre di più, nel tentativo di incrinare il torpore che sembra essersi depositato sulle loro vite adulte: le lezioni ripetute per inerzia, i matrimoni esausti, la sensazione di essersi allontanati non tanto dalla felicità quanto dall’intensità. L’alcol, nel film, non appare soltanto come una sostanza. Assomiglia piuttosto a una tecnologia della sospensione: qualcosa capace di allentare temporaneamente il peso della coscienza ordinaria.
Per capire perché oggi l’alcol abbia un ruolo così ingombrante nelle nostre vite, tanto da dominare buona parte delle occorrenze sociali, bisogna fare un passo indietro di circa dieci milioni di anni.
Scimmie ubriache
Molto prima delle anfore e dei brindisi, le foreste tropicali erano già sature di fermentazione: frutti troppo maturi caduti a terra, zuccheri degradati dai lieviti e insetti attratti dall’odore dolciastro dell’etanolo. Lo studio “The evolutionary ecology of ethanol”, pubblicato nel 2024, descrive la fermentazione degli zuccheri da parte dei lieviti come un fenomeno strutturale degli ecosistemi ricchi di frutta, non un incidente biochimico marginale. Piante, lieviti, insetti e mammiferi si sono coevoluti intorno all’etanolo per milioni di anni, sviluppando strategie per sfruttarlo, tollerarlo o evitarlo. Il consumo di alcol, in questa prospettiva, non appare più come una deviazione culturale comparsa tardi nella storia umana, ma come parte del paesaggio biologico dentro cui si sono evoluti i primati.
Già nelle foreste dei nostri antenati primati, i lieviti degradavano gli zuccheri presenti nei frutti troppo maturi producendo etanolo, una traccia olfattiva che segnalava la presenza di cibo calorico e facilmente assimilabile.È su questo sfondo che il biologo evoluzionista Robert Dudley ha formulato la cosiddetta drunken monkey hypothesis (ipotesi della scimmia ubriaca). Nelle foreste pluviali frequentate dai nostri antenati primati, i lieviti degradavano gli zuccheri presenti nei frutti troppo maturi producendo etanolo. La sua volatilità permetteva all’odore della fermentazione di disperdersi rapidamente nell’aria: una traccia olfattiva che segnalava la presenza di cibo calorico e facilmente assimilabile. Gli individui più attratti da quell’odore (e più capaci di tollerarne gli effetti) godevano dunque di un vantaggio adattativo reale.
Negli anni alcune ricerche hanno fornito indizi biologici coerenti con questa prospettiva. Nel 2014, un gruppo di ricerca guidato da Matthew Carrigan ha aggiunto un tassello importante alla questione. Attraverso la ricostruzione in laboratorio dell’enzima ADH4, coinvolto nella metabolizzazione dell’alcol, i ricercatori hanno dimostrato che l’antenato comune di uomini, scimpanzé e gorilla sviluppò circa dieci milioni di anni fa una mutazione genetica che rendeva molto più efficiente il metabolismo dell’etanolo. La mutazione comparve proprio nel momento in cui alcuni primati iniziarono a trascorrere più tempo a terra, dove i frutti fermentati erano più facilmente accessibili: una coincidenza che, per Dudley e Carrigan, non è affatto casuale. Non abbiamo iniziato a bere perché abbiamo scoperto la fermentazione. Eravamo già attrezzati per farlo molto prima di aver inventato qualsiasi anfora.
Secondo Edward Slingerland l’ebbrezza non ha accompagnato la civiltà umana soltanto come effetto collaterale della fermentazione, ma come una vera e propria tecnologia sociale.La drunken monkey hypothesis spiega bene l’origine della nostra attrazione per l’etanolo, ma lascia aperta una domanda più difficile: perché gli esseri umani continuano a cercare deliberatamente l’ebbrezza anche quando non hanno più bisogno di seguire l’odore della frutta fermentata per sopravvivere? È da qui che parte Edward Slingerland, filosofo e sinologo autore di Sbronzi. Come abbiamo bevuto, danzato e barcollato sulla strada della civiltà (2022). La sua tesi è che l’ebbrezza non abbia accompagnato la civiltà umana soltanto come effetto collaterale della fermentazione, ma come una vera e propria tecnologia sociale.
La birra prima del pane?
Siamo nel 9500 avanti Cristo, nell’attuale Turchia sudorientale. Su un altopiano battuto dal vento, gruppi di cacciatori-raccoglitori stanno costruendo qualcosa di straordinario: enormi pilastri in pietra decorati con bassorilievi di animali, alcuni del peso di decine di tonnellate. Göbekli Tepe (“collina panciuta” in turco) è oggi considerato il più antico sito monumentale del mondo, e precede di millenni l’invenzione dell’agricoltura stanziale. Resta da capire come società ancora nomadi siano riuscite a coordinare un’impresa simile.
Una delle ipotesi più affascinanti, e più discusse, è che a tenerle insieme fosse la birra. Analisi chimiche sui recipienti rinvenuti nel sito hanno individuato tracce compatibili con la produzione di bevande fermentate. L’idea, ripresa anche da Slingerland, è che banchetti rituali abbiano preceduto, e forse incentivato, la transizione all’agricoltura: non avremmo iniziato a coltivare cereali soltanto per produrre pane, ma anche per garantire scorte sufficienti di birra.
Edward Slingerland capovolge la narrazione secondo cui l’alcol sarebbe un sottoprodotto accidentale della civiltà, suggerendo che esista una connessione ricorrente tra la produzione di alcolici e la nascita delle grandi civiltà.La tesi è volutamente provocatoria, ma ha il merito di capovolgere una narrazione molto radicata: quella secondo cui l’alcol sarebbe soltanto un sottoprodotto accidentale della civiltà. Al contrario, come osserva Slingerland, esiste una connessione ricorrente tra la produzione centralizzata di alcolici e la nascita delle grandi civiltà del mondo antico. In Mesopotamia, in Egitto, in Cina o nell’America precolombiana le bevande fermentate erano insieme alimento, rituale religioso e strumento politico. Non semplici piaceri accessori, ma tecnologie di coesione sociale.
Vulnerabili insieme
Ma perché l’alcol funziona così bene come collante sociale? La risposta passa anche per la neurobiologia. L’alcol agisce sulla corteccia prefrontale, la parte evolutivamente più recente del cervello umano: quella coinvolta nel controllo esecutivo, nella valutazione del rischio, nell’automonitoraggio. In altre parole, allenta temporaneamente alcuni dei meccanismi cognitivi che ci rendono guardinghi, ipervigili, troppo consapevoli di noi stessi. Non ci rende stupidi o inabili (almeno non subito) ma meno diffidenti, più inclini all’esposizione emotiva, più disposti a interpretare con benevolenza le intenzioni altrui. È questo che Edward Slingerland descrive come una “stretta di mano chimica”: bere insieme significa entrare volontariamente in uno stato di vulnerabilità reciproca, inviando un segnale credibile di fiducia.
Secondo Slingerland, il temporaneo “disarmo” della corteccia prefrontale avrebbe offerto vantaggi evolutivi importanti. Non solo perché facilita la cooperazione tra estranei, ma anche perché riduce lo stress sociale e allenta il pensiero rigidamente analitico, favorendo creatività, improvvisazione e coesione di gruppo. In questa prospettiva, l’ebbrezza non sarebbe un semplice effetto collaterale della civiltà, ma uno degli strumenti che hanno permesso a primati naturalmente sospettosi e territoriali di vivere insieme in comunità sempre più numerose e complesse.
L’alcol agisce sulla corteccia prefrontale, la parte del cervello umano coinvolta nell’autocontrollo e nella valutazione del rischio. Questo potrebbe aver avuto un ruolo nella riduzione dello stress sociale e aver favorito creatività, improvvisazione e coesione di gruppo.Eppure, se l’alcol agisse semplicemente come un disinibitore universale, gli esseri umani da ubriachi dovrebbero comportarsi più o meno tutti allo stesso modo. È l’osservazione da cui partono Craig MacAndrew e Robert Edgerton in Drunken Comportment: A Social Explanation (1969), uno dei testi più influenti sull’antropologia dell’ebbrezza. Studiando società molto diverse tra loro, i due autori notarono che il comportamento degli ubriachi varia radicalmente a seconda del contesto culturale: in alcune società l’ubriachezza favorisce aggressività e violenza, in altre malinconia, ritualità o persino compostezza cerimoniale.
La loro intuizione coglie un punto fondamentale. L’alcol modifica davvero alcuni processi cognitivi – agisce sulla valutazione del rischio, sull’autocontrollo, sulla percezione dei segnali sociali – ma ciò che emerge da quella modificazione dipende profondamente dal contesto culturale. L’alcol, insomma, non crea comportamenti dal nulla: abbassa alcune soglie cognitive e sociali, lasciando emergere ciò che una determinata cultura considera possibile, tollerabile o persino desiderabile.
Il tempo sospeso
È questo che MacAndrew ed Edgerton chiamano time out: un intervallo socialmente autorizzato in cui le regole ordinarie vengono temporaneamente allentate. Non abolite (esiste sempre una “clausola dei limiti”, come la definiscono i due antropologi), ma sospese quel tanto che basta a permettere forme di comportamento normalmente inibite. Dentro questo spazio liminale diventano possibili la confidenza tra estranei, la confessione inattesa, il contatto fisico tra persone che di solito mantengono le distanze.
In questo senso l’ubriachezza assomiglia molto allo spazio della festa descritto da Michail Bachtin: una parentesi temporanea in cui le gerarchie si attenuano, i codici si rilassano e la vita quotidiana perde per qualche ora la propria rigidità. Per questo il bere collettivo accompagna così spesso carnevali, banchetti rituali e notti di festa. L’alcol non produce semplicemente euforia: contribuisce a creare una particolare percezione del tempo sociale.
Nella storia della letteratura, e non solo, l’astemio appare spesso come una figura estranea al sistema implicito di fiducia costruito intorno al bere: qualcuno di opaco, difficile da decifrare, talvolta apertamente inquietante.Il sociologo Joseph Gusfield ritrovava qualcosa di simile nei rituali del “drinking time”, quei momenti socialmente codificati, come l’aperitivo contemporaneo, che segnano il passaggio dal tempo del lavoro al tempo dello svago, dalla gerarchia dell’ufficio alla socialità del bancone. Il primo bicchiere segnala già un cambio di regime.
Bere al proprio posto
Bere non serve soltanto a sospendere temporaneamente le regole ordinarie. Storicamente ha funzionato anche come una vera e propria grammatica sociale: organizza gerarchie, definisce appartenenze, stabilisce chi è dentro e chi è fuori.
Nell’antica Roma la qualità del vino servito rifletteva rigidamente la posizione sociale del bevitore: il Falerno per l’élite, la posca e i vini adulterati per schiavi e liberti. Bere insieme significava anche riconoscersi reciprocamente dentro un ordine condiviso.
È una logica che riaffiora anche nella Parigi di Maigret costruita da Georges Simenon. Come ha osservato l’antropologa Lisa Anne Gurr, nei romanzi di Simenon le bevande funzionano quasi come marcatori sociali automatici: gli operai bevono vino rosso, la piccola borghesia birra e cognac, l’alta borghesia champagne, armagnac e tè. Anche il genere contribuisce a organizzare questa geografia alcolica: gli uomini bevono, le donne molto meno, e quando consumano alcol vengono spesso associate a marginalità, disordine o ambiguità morale. L’astemio, invece, appare spesso come una figura estranea al sistema implicito di fiducia costruito intorno al bere: qualcuno di opaco, difficile da decifrare, talvolta apertamente inquietante.
La civiltà contadina europea aveva con l’alcol un rapporto molto diverso dal nostro. Il vino leggero o annacquato accompagnava il lavoro nei campi, i pasti, i ritmi stagionali della vita contadina, perfino l’infanzia.Anche le taverne popolari studiate dallo storico Thomas Brennan nella Parigi del Settecento erano molto più che luoghi di consumo: spazi in cui si negoziavano alleanze, reputazione, solidarietà e conflitti. L’alcol, insomma, non accompagnava semplicemente la vita sociale. Contribuiva a organizzarla.
Il lato oscuro di Dioniso
Dipendenze, incidenti, patologie epatiche, violenza: i danni dell’alcol sono noti, ed esiste una nutrita letteratura che li esplora a fondo. Si calcola che il consumo di sostanze alcoliche sia responsabile di circa 2,6 milioni di morti ogni anno, di cui 400.000 imputabili a tumori, e che rappresenti il 5,1% del carico globale di malattia (DALY). La IARC (International Agency for Research on Cancer) classifica le bevande alcoliche come cancerogeno di gruppo 1 dal 1988. Il meccanismo è noto: l’etanolo viene metabolizzato in acetaldeide, anch’essa cancerogena, che danneggia il DNA. Nel gennaio del 2023 l’Organizzazione mondiale della sanità ha riconosciuto che il rischio oncologico cresce con la quantità ma ha dichiarato che non esiste una soglia sotto la quale sia nullo.
Ma guardare all’alcol soltanto come a una sostanza patologica rischia di rendere incomprensibile la sua persistenza quasi universale nella storia umana. Le società non hanno semplicemente “bevuto”. Hanno incorporato l’alcol dentro forme di vita molto diverse tra loro, attribuendogli funzioni, significati e spazi sociali variabili. La civiltà contadina europea, per esempio, aveva con il vino un rapporto molto diverso dal nostro. Il vino leggero o annacquato accompagnava il lavoro nei campi, i pasti, i ritmi stagionali della vita contadina, perfino l’infanzia. Non era separato dalla vita ordinaria come sostanza eccezionale dedicata all’ebbrezza, ma integrato nella continuità materiale della comunità.
In Il pane selvaggio (1980, il grande affresco di Piero Camporesi dedicato alla cultura alimentare popolare tra Medioevo ed età moderna) fermentazione, fame, ebbrezza e nutrimento appartengono allo stesso paesaggio corporeo e sociale: un mondo in cui il confine tra alimentazione, alterazione dei sensi e sopravvivenza è molto meno netto di quanto sia diventato nella modernità urbana. È la modernità industriale a trasformare progressivamente questo rapporto. L’alcol si separa dai rituali relativamente stabili che lo contenevano e gli davano significato, e diventa sempre più spesso compensazione privata, anestesia, automedicazione diffusa.
Nell’Inghilterra preindustriale del Settecento il gin invade i quartieri operai di Londra come un sedativo a basso costo: ubriaca, stordisce, attenua per qualche ora la durezza della vita urbana e del lavoro salariato. Due secoli dopo, nei sobborghi americani del dopoguerra, il bere domestico femminile convive con il consumo crescente di tranquillanti e sedativi prescritti: non più rito collettivo, ma gestione silenziosa dell’ansia, della solitudine e dell’oppressione quotidiana.
Negli ultimi anni, qualcosa sta cambiando: si beve meno, soprattutto tra i più giovani. Perfino dentro culture storicamente legate all’eccesso compaiono forme sempre più compatibili con il monitoraggio del corpo, il benessere e la funzionalità del giorno dopo.Cambiano le epoche e cambiano le sostanze, ma ritorna la stessa intuizione elementare: modificare temporaneamente la coscienza può rendere più sopportabile ciò che altrimenti rischierebbe di diventare insostenibile.
Un nuovo puritanesimo?
La storia moderna dell’alcol sembra oscillare continuamente tra due poli: da un lato lubrificante sociale, dall’altro sostanza da controllare, medicalizzare, neutralizzare. Negli ultimi anni, almeno in una parte dell’Occidente urbano, si ha però l’impressione che qualcosa stia cambiando ulteriormente. Si beve meno, o almeno così suggeriscono diverse ricerche, ma soprattutto sembra cambiare il rapporto con la perdita di controllo. Perfino dentro culture nate storicamente intorno all’eccesso, come quella del clubbing o del rave, compaiono forme sempre più compatibili con il monitoraggio del corpo, il benessere e la funzionalità del giorno dopo.
Come osserva Edward Slingerland, nel rapporto contemporaneo con l’alcol sembra essersi imposto progressivamente un lessico sempre più medicale. Il corpo viene trattato come un progetto manageriale permanente da ottimizzare: sonno, idratazione, variabilità della frequenza cardiaca, livelli di cortisolo. Dentro questo paradigma, l’ebbrezza appare quasi scandalosa non perché immorale, ma perché improduttiva. Implica perdita di controllo, spreco, rallentamento, vulnerabilità e opacità.
Eppure il punto centrale del rapporto umano con l’alcol non è mai stato soltanto la sostanza in sé. L’alcol è una tecnologia bio-sociale: modifica processi cognitivi reali, ma ciò che emerge da quell’alterazione è sempre stato plasmato da rituali, contesti e aspettative collettive. È forse per questo che accompagna l’umanità praticamente da sempre: non solo perché produce piacere, ma perché gli esseri umani hanno imparato a usarlo per costruire forme temporanee di fiducia, sospensione e vita comune.
Viene allora da chiedersi cosa accada a una società quando gli spazi culturalmente autorizzati del time out iniziano a restringersi o a essere percepiti soprattutto come rischio da gestire. La risposta che Slingerland lascia intravedere è che quei bisogni non spariscono. Tendono piuttosto a riemergere altrove: droghe ricreative, social media trasformati in macchine di stimolazione dopaminergica continua, forme di immersione compulsiva. Esperienze di alterazione spesso meno rituali, meno collettive e non necessariamente più sicure dell’ubriachezza tradizionale.
Dioniso non è mai scomparso. Si è solo spostato sugli schermi, nelle cuffie, nelle capsule che promettono euforia senza postumi. Resta da capire se un’alterazione vissuta in solitudine possa davvero sostituire l’esigenza sociale che portava le persone a ubriacarsi intorno a un fuoco.