U na leggenda friulana racconta di Amariana, una donna che era solita cantare mentre lavava le lenzuola nel fiume. Un giorno un grosso orco, attirato dal canto, raggiunse il fiume, vide Amariana e se ne innamorò. Ma alla vista del mostro Amariana corse via terrorizzata, e chiese aiuto alla Regina dei Ghiacci. Per salvarla dalle grinfie del mostro, la Regina trasformò Amariana nell’omonimo monte, e rinchiuse il mostro in una grotta del vicino monte San Simeone. Da allora il mostro dimora nelle profondità della montagna, ma di tanto in tanto all’Orcolât torna in mente Amariana, e si scuote per cercare di liberarsi, causando così i terremoti.
L’ultima volta che il mostro ha cercato di liberarsi era il 6 maggio 1976: un devastante terremoto, nominato Orcolât da quel momento in poi, colpì la parte nord del Friuli-Venezia Giulia. Alle 21 in punto una scossa di magnitudo 6.5 devastò i paesini medievali della provincia di Udine. Con le successive due scosse di settembre il bilancio dei morti raggiunse quota 990 e quello degli sfollati si avvicinò alle 100.000 persone. Ma dalla catastrofe emersero una tenacia e una capacità di organizzazione fuori dal comune.
Dovendo prepararci a eventi climatici estremi sempre più frequenti, a causa del riscaldamento globale, la risposta che i friulani riuscirono a orchestrare, con i dovuti distinguo, può servire da modello di rinascita sociale, oltre che materiale.Come spiega Daniel Aldrich in Building resilience: social capital in post-disaster recovery (2012), il capitale sociale è ancora una caratteristica poco studiata nella risposta delle comunità alle emergenze. Anche la storia della risposta popolare al terremoto del 1976 è poco raccontata, ma rappresenta un pezzo importante del cosiddetto “modello Friuli”, un approccio di risposta alle catastrofi che poggia su un’organizzazione del tutto peculiare. Oltre a gestire i fondi in modo attento, senza sprechi né corruzione, le persone colpite dal terremoto non aspettarono la ricostruzione in modo passivo o reagendo individualmente, ma si organizzarono per partecipare direttamente a tutte le fasi della ricostruzione. Con la prospettiva di eventi estremi sempre più frequenti, a causa del riscaldamento globale, la risposta dei friulani a una tragedia naturale, con i dovuti distinguo, può fungere da modello di rinascita sociale, oltre che materiale.
Per sopravvivere, non per l’anarchia
Nei primi giorni dopo la catastrofe, i friulani e le friulane iniziano a collaborare in modo spontaneo. Nelle tendopoli si condividono cibo, acqua e ripari; chi può partecipa ai soccorsi per salvare i superstiti e recuperare le vittime rimaste sotto le macerie. L’osservazione della risposta alle catastrofi ha smentito l’idea che si diffondano isolamento ed egoismo, per cui gli individui tenderebbero a curare prima le proprie esigenze di sopravvivenza, e poi eventualmente a soccorrere le altre persone. In un articolo del 2017, come vedremo più avanti, i ricercatori britannici John Twigg e Irina Mosel hanno mostrato come le comunità colpite da tragedie collettive siano solitamente più coese, e le persone tendano a essere più altruiste del solito.
Dopo la scossa del 6 maggio la collaborazione emerge in modo informale e immediato. La risposta civica non organizzata è decisiva soprattutto perché tempestiva: se soccorritori e soccorsi sono già nello stesso posto, l’aiuto può arrivare immediatamente. Nel caso del Friuli, a questa tempestività si aggiunge una conoscenza del contesto sociale che l’amministrazione comunale non può arrivare ad avere.
Le comunità colpite da tragedie collettive sono solitamente più coese, e le persone tendono a essere più altruiste del solito.Un testo fondamentale per comprendere la specificità del “modello Friuli” è Pa sopravivence, no pa l’anarchie. Forme di autogestione dell’emergenza nel Friuli terremotato (2008) dello storico locale Igor Londero. Il libro si concentra soprattutto sulla borgata di Godo, a Gemona nel Friuli, dove i comitati gestiscono la distribuzione dei primi aiuti. La borgata è talmente piccola e la vita di comunità talmente sviluppata che la distribuzione autonoma impedisce che gli aiuti vadano a chi li ha già presi, o a chi ne ha meno bisogno. Alcuni volontari del comitato di borgata lo ricordano: “avevamo fatto un cartello: prima si dà alla gente che non ha la casa, che è nelle tende”.
La conoscenza diretta di ogni situazione della piccola borgata permette anche di presentare richieste di aiuto molto specifiche, a cui si può rispondere in modo diretto e personalizzato. Il rapporto di prossimità assoluta, la conoscenza diretta e il vicinato allargato aiutano a minimizzare le irregolarità e rispondere alle necessità con una capillarità altrimenti impossibile, anche per un comune piccolo come Gemona, che ha poco più di diecimila abitanti. Gestire le emergenze in modo così locale aggira anche la diffidenza delle periferie nei confronti del centro e la naturale vergogna per le situazioni di difficoltà, che impedirebbero l’accesso agli aiuti proprio a chi ne ha più bisogno. Ma le persone della borgata conoscono ogni situazione, il pettegolezzo e il passaparola di paese aggirano ogni vergogna e permettono di distribuire le risorse in modo corretto. Non senza qualche malumore. “Immagino i litigi anche per accettare la vostra autorità” dice Londero a un volontario: “Difatti io ho ancora una persona che non mi guarda, dopo ventotto anni, perché non gli ho dato un sacco di patate”, risponde l’altro.
Spontaneità etica e spontaneità politica
Nel loro studio, Twigg e Mosel hanno passato in rassegna la letteratura esistente su questi “gruppi emergenti”, ovvero cittadini che si autoorganizzano spontaneamente dopo un disastro urbano, analizzando come questi attori informali siano raramente integrati nella pianificazione formale dell’emergenza. I due ricercatori individuano alcune interessanti caratteristiche ricorrenti:
Il termine friulano int contiene sia il concetto di “gente”, un generico gruppo di persone senza connotazione particolare, sia quello di “popolo”, inteso come comunità con una propria coscienza e una soggettività politica.
Il caso del Friuli, però, presenta caratteristiche diverse. Innanzitutto, i comitati non nascono dal nulla, ma si organizzano a partire da un contesto sociale di grande prossimità. Gli abitanti e le abitanti di Godo appartengono fieramente a un gruppo che chiamano genericamente int, un termine del dialetto friulano di difficile resa che Londero, nelle trascrizioni delle interviste, non traduce. Il termine int, infatti, contiene il concetto di “gente”, un generico gruppo di persone senza connotazione particolare, ma traduce anche il concetto di “popolo”, inteso come comunità con una propria coscienza e una soggettività politica. La mancata distinzione tra i concetti di gente e di popolo segnala una prima caratteristica specifica della risposta friulana alla catastrofe.
La vita politica sembra infatti intrinseca alla comunità di borgata, in cui le persone vivono in un contesto di grande prossimità. Il lavoro, le abitudini e gli svaghi della borgata sono legati non tanto alla casa, ma ad alcuni luoghi intrinsecamente comunitari: l’asilo autogestito, la latteria cooperativa, l’osteria. Già dal dialetto sembra che per questi friulani di borgata non ci sia distinzione tra gente e popolo, tra gruppo e comunità. A parte lo studio di cui abbiamo appena parlato, un’altra parte della letteratura scientifica sul tema sembra invece partire da una comunità essenzialmente divisa, composta di individui che si associano rapidamente per rispondere a un’emergenza specifica, ma altrettanto rapidamente si dissolvono quando l’emergenza è risolta. I volontari che questi studi considerano sono l’equivalente civile degli aiuti istituzionali: temporanei, concentrati sulle emergenze più gravi, spesso esterni ai contesti colpiti dalle catastrofi.
Non è questo il caso del Friuli. I comitati di borgata nascono per restare, per rispondere all’emergenza in ogni sua parte, gestendo anche la ricostruzione sia materiale che sociale. Sotto questo aspetto, l’organizzazione politica e i profondi legami di vicinato creano una interessante contraddizione. Il gruppo è fatto per restare, e si dà dunque un’organizzazione tenendo delle vere e proprie elezioni. Il 25 maggio 1976 si riuniscono in assemblea generale 340 gemonesi di Godo, l’85% degli aventi diritto, per l’elezione del comitato. Si candidano ventuno persone, ne saranno elette nove per alzata di mano. Ogni persona eletta ha un ruolo specifico, dal coordinamento dei campi al collegamento con l’amministrazione comunale.
L’esistenza tra i ruoli di un delegato al collegamento tra tendopoli e Comune dimostra come il comitato sia una struttura parallela, precedente l’amministrazione comunale, e non una sua emanazione. Al contrario: in alcuni accampamenti, ad esempio a Campolessi, i capitendopoli di nomina comunale non vengono confermati dall’elezione, e ottengono anzi risultati polemicamente bassi. Nonostante l’elezione di un comitato di delegati, l’assemblea generale resta sovrana, ha il potere di revocare gli eletti e indire nuove elezioni (una prerogativa nota come “mandato imperativo”).
Di queste elezioni, tuttavia, resta poca traccia nella memoria collettiva. Quasi tutti le ricordano come un evento spontaneo, non formale, complice anche il voto palese per alzata di mano. Molti sbagliano nell’indicare i loro compagni di lista; qualcuno addirittura non ricorda o nega di essere stato eletto. “Le interviste mettono in crisi l’idea che il comitato di Godo sia un gruppo chiuso di persone scaturito dall’alto delle elezioni del 25 maggio. In realtà abbiamo a che fare con un gruppo molto più aperto e con legami di fiducia reciproca difficilmente descrivibile da un sistema di votazione”, scrive Londero. Il nodo fondamentale è il rapporto di fiducia, non il risultato di un’elezione. Luciana, una delle elette, conferma: “la int non è che ha avuto secondo me il problema di scegliere […] tu hai individuato una figura che c’era già, e l’hai lasciata nel suo percorso. Io ho continuato a fare ciò che facevo prima, capisci? Non è che questa carica mi abbia modificato nel mio rapporto con la int”. L’organizzazione politica emerge, ma in una forma sbrigativa e ovattata, solo come legittimazione procedurale di un rapporto di fiducia più radicato, che non si istituisce né si rafforza con una rapida elezione per alzata di mano.
La mancata distinzione tra i concetti di gente e di popolo indica una prima caratteristica specifica della risposta friulana alla catastrofe. La vita politica sembra infatti intrinseca alla comunità di borgata, in cui tutti e tutte vivono in un contesto di grande prossimità.I gruppi si danno anche un organo di informazione. Una settimana prima delle elezioni, il 17 maggio, a Godo erano iniziate le “pubblicazioni” di un giornale autoprodotto, il Bollettino di coordinamento delle tendopoli. Il primo numero è un ciclostilato di quattro fogli nella forma di un giornale vero e proprio, che ha l’obiettivo primario di informare le persone e raccogliere istanze. Il giornale ospita articoli di cronaca politica (“Punti prioritari emersi da una riunione dei rappresentanti i campi di Gemona”), notizie vere e proprie (“Grave provocazione al campo di Maniaglia-Orvenco”) e rivendicazioni (“Richiesta di convocazione del Consiglio Comunale di Gemona”). Ogni tendopoli elegge un delegato stampa e si forma una piccola redazione. Ma gli articoli non vengono firmati, tutto è sotto la responsabilità collettiva della redazione che per il momento non pubblica articoli d’opinione: l’obiettivo primario è informare la popolazione delle tendopoli e far sentire la propria voce esprimendo collettivamente i problemi degli sfollati. Dal secondo numero, il Bollettino esce come supplemento del Notiziario Gemonese, il giornale del Comune.
Il caso friulano è dunque essenzialmente diverso dagli emergency groups di cui si parla in letteratura. I comitati friulani non nascono dal nulla ma si costituiscono sulla base delle relazioni di vicinia precedenti, e costituiscono gruppi solo formalmente diversi per la risposta al terremoto. I compiti sono divisi in modo tradizionale: le persone istituzionalizzano con elezioni rudimentali dei rapporti di fiducia sedimentati in decenni di convivenza. Gli organi politici che nascono hanno una minima struttura di leadership, e non si sciolgono nelle settimane dopo il terremoto di maggio, ma anzi si radicano ed espandono sempre di più. Infine la differenza decisiva: i comitati rispondono anche a emergenze immediate, ma nascono soprattutto per partecipare al complesso della gestione dell’emergenza e della ricostruzione. Un modello di partecipazione popolare alla ricostruzione unico, legato al contesto sociale e culturale friulano del tempo, che non limita la partecipazione popolare alla semplice risposta a emergenze concrete ma innesca processi di agency politica.
Un modello che sarebbe utile riproporre per rispondere alle catastrofi climatiche, che solitamente richiedono risposte ampie e una progettazione di lungo periodo, e che dunque trarrebbero beneficio dal contributo delle comunità locali. La risposta agli effetti locali della crisi climatica non può prescindere da chi abita i territori, dalle sue esigenze, dai suoi saperi, dalle sue volontà. Coltivare l’agency politica di contesti sociali colpiti da eventi estremi non è solamente più giusto, è anche più efficace, perché rende i cittadini non destinatari passivi, ma coautori delle politiche pubbliche per l’adattamento e la mitigazione.
L’agenda politica dei comitati
Uno dei pochi punti in comune tra gli emergency groups e la int friulana è proprio il conflitto con le istituzioni. In Friuli lo scontro ruota attorno all’interpretazione del significato dell’emergenza per l’autonomia. Per il Comitato il terremoto ha mostrato come solo organi molto locali possano essere protagonisti di politiche pubbliche efficaci, sia durante l’emergenza che in regime di normalità. “Recupereremo la partecipazione. Dopo”, risponde il sindaco Ivano Benvenuti.
Davanti a gruppi di cittadini che si organizzano per rispondere a un’emergenza, un’istituzione può reagire in modi diversi, che variano a seconda del livello di fiducia reciproca, e che vanno dal negare alla cittadinanza un ruolo attivo, fino ad arrivare a forme di direzione e collaborazione.Secondo uno studio pubblicato nel 2023 sull’International Journal of Disaster Risk Reduction, davanti a gruppi di cittadini che si organizzano per rispondere a un’emergenza, un’istituzione può rispondere in modi diversi, che variano a seconda del livello di fiducia. Innanzitutto lo scontro: le istituzioni possono negare che cittadini e volontari abbiano un ruolo attivo. Il riconoscimento può avere varie forme: dalla direzione, che cerca di inquadrare i gruppi di volontari, alla collaborazione, che li considera invece interlocutori alla pari. In Friuli tra comitati e istituzioni la fiducia reciproca era bassa, e i rapporti peggiorarono progressivamente. Il confronto non fu tranquillo neanche con la Regione e con il commissario alla ricostruzione, Giuseppe Zamberletti. Quando propose di sostituire le tende con dei prefabbricati, i residenti insorsero: temevano le baracche, avevano paura di “fare la fine del Belice”, ovvero di restarci per anni.
A fine giugno si fece strada l’idea di una grande manifestazione a Trieste. Per organizzare il corteo si riunirono a Gemona i rappresentanti di vari comuni terremotati. Ma il 16 luglio, giorno della manifestazione, convergerono a Trieste solo persone, solo int. Non c’erano i sindacati, con cui l’assemblea aveva rotto i rapporti in un’assemblea a Trasaghis il 10 luglio. Non c’erano i partiti, neanche quelli di sinistra, che governavano alcuni comuni (Bordano, Cavazzo) in cui si erano consumati scontri analoghi a quelli di Gemona. Partiti e sindacati avevano organizzato una manifestazione autonoma, indipendente dai comitati, a Udine. Non c’erano neanche i cattolici di Comunione e Liberazione, che casualmente avevano organizzato un pellegrinaggio al santuario di Castelmonte per lo stesso giorno, offrendo corriere gratuite.
Ma la int era entusiasta della partecipazione, fiera di non sfilare sotto le bandiere di partiti e sindacati. “Io avevo fatto alcune esperienze a Padova, manifestazioni studentesche e operaie”, ricorda Bruno, “ma questa era veramente popolare”. La int partecipò per istinto politico a uno scontro antico, medievale e populista, irriducibile a ogni tentativo di canalizzazione in corpi intermedi. Durante la visita del presidente del Consiglio del 4 agosto, il Messaggero Veneto riportò un aneddoto secondo cui “a Tarcento una donna di 72 anni ammonisce Andreotti con un paio di zoccoli”, che smentiva abbastanza comicamente la tesi delle infiltrazioni di ambienti di estrema sinistra a sobillare le contestazioni.
Dopo tre mesi di organizzazione, assemblee ed elezioni, i comitati erano politicamente molto più maturi. Un documento di rivendicazioni del 29 agosto lo mostrò chiaramente. Per i comitati la ricostruzione era un’occasione per risolvere i problemi secolari del Friuli, come sottosviluppo ed emigrazione cronica. I comitati erano consapevoli della necessità della lotta, visto che “la Regione difende gli interessi della borghesia nazionale e regionale che vuole che tutto torni come prima”. Dopo il terremoto, bisognava creare le condizioni perché “le classi lavoratrici contino di più e i padroni contino di meno”. Nella ricostruzione bisognava quindi privilegiare le cooperative e dare più potere agli organi locali: comitati di tendopoli, comuni e comunità montane.
Un aspetto cruciale, che rende il modello friulano particolarmente interessante nell’ottica attuale, è che l’approccio comunitario ha dimostrato di funzionare anche nel recupero da disastri legati a eventi climatici estremi.Con le scosse dell’11 e del 15 settembre l’esperienza politica del comitato di Godo si affievolì molto. Dopo il 15 settembre, questo piccolo modello di organizzazione politica dal basso in via di stabilizzazione venne spazzato via, e i comitati di tendopoli si occuparono solo di agevolare la “diaspora” verso il litorale. Alcuni comitati si occuparono di mantenere i legami tra le persone finite in punti diversi della costa, ma l’esperienza terminò di fatto con il 15 settembre. Finì così una storia di mesi di lotta e democrazia diretta della realtà sociale prepolitica della vicinia di borgata, nutrita nella sua opposizione al Comune da un’istintiva appartenenza populista alla int. Per affermarsi in uno Stato moderno, la int avrebbe dovuto istituzionalizzarsi come comitato di cittadini, movimento d’opinione, forse un partito, perdendo ogni prerogativa di associazione politica premoderna. È in questo aspetto che risiede la vera particolarità del caso friulano, in cui la ricostruzione non beneficia soltanto del capitale sociale preesistente, ma innesca la maturazione di un gruppo politico.
Una lezione difficile da applicare
Un aspetto cruciale, che rende il modello friulano particolarmente interessante nell’ottica attuale, è che l’approccio comunitario ha dimostrato di funzionare anche nel recupero da disastri legati a eventi climatici estremi. Una recente review di Lynne Keevers e colleghi, che ha esaminato 36 studi sulle comunità colpite da disastri climatici, riscontra nella maggior parte dei casi esiti migliori quando la ricostruzione è gestita direttamente da chi è colpito, e descrive come una leadership radicata nella comunità sappia costruire fiducia e responsabilizzare le persone, “alimentando un senso di appartenenza, di luogo, di sicurezza e di speranza”.
Sotto questo punto di vista, friulani e friulane sembrano aver gestito la crisi spontaneamente, e nel modo che la letteratura scientifica considera migliore: in modo comunitario, basandosi su una struttura sociale precedente coesa e cercando di intervenire quanto più possibile direttamente per far sentire la propria voce. Bisogna però specificare che quelle ricerche nascono in contesti molto diversi, legati a comunità indigene, e che gli stessi autori diffidano dell’idea di una “ricostruzione” come ritorno a una normalità stabile: un approccio che la crisi climatica rende sempre meno applicabile.
La specificità friulana non risiede solo nella coesione, ma in ciò che da quella coesione germogliò, ovvero una soggettività politica. Ed è proprio questo a rendere questo modello di ripresa sempre più auspicabile con l’intensificarsi di eventi climatici estremi, ma anche sempre più difficile da immaginare. Decenni di riflusso nel privato, individualizzazione e dissolvimento di legami sociali e comunitari antichissimi rendono sempre più difficile immaginare una risposta così coesa, così locale e soprattutto così politica, in cui a partire da una catastrofe si propongono politiche pubbliche dal basso impattanti a livello più ampio della semplice ricostruzione.