C’
è un momento, nel saggio Come sono, suona. La musica racconta chi siamo (2026), in cui l’autrice rivela di preferire i Rolling Stones ai Beatles. Una considerazione talmente inaccettabile, per il sottoscritto, che tutta la fiducia che avevo riposto fino a quel punto in Susan Rogers, tecnica del suono di Prince e produttrice discografica di hit su scala globale, ha rischiato di vacillare. Com’era possibile che una persona scelta personalmente dal Genio di Minneapolis per il suo Purple Rain, a cui Miles Davis diede del tu, con una tale capacità di intercettare l’immaginario collettivo, potesse preferire una band nettamente inferiore al quartetto di Liverpool? Ho trattenuto il giudizio per un po’, poi mi sono ricordato che il volume che avevo fra le mani poteva già fornirmi una spiegazione. Ma facciamo un passo indietro.
Come sono, suona è l’opera prima di una decana della produzione musicale, ora diventata direttrice del Music Perception and Cognition Laboratory del Berklee College of Music, scritta a quattro mani con il neuroscienziato Ogi Ogas. L’ambizioso sottotitolo chiarisce gli intenti divulgativi del duo: far conoscere al grande pubblico quali elementi influenzino ‒ in positivo o in negativo ‒ la percezione di un brano e come la comprensione di queste dinamiche possa rivelare che tipo di persone siamo. Se riesce nel primo intento è grazie a un racconto in prima persona a tinte autobiografiche (è sempre Rogers a parlare, mentre Ogas viene relegato a consulente scientifico dietro le quinte), un linguaggio informale e una struttura espositiva rigorosa. Chi invece nutriva aspettative sul più suggestivo secondo intento, resterà deluso.
Il nostro profilo uditivo è il risultato di una sfumata combinazione di variabili, che questo saggio articola in capitoli specifici: genuinità, realismo, originalità, melodia, testi, ritmo e timbro. La genuinità indica la capacità dell’artista di comunicare la propria autenticità (concetto spinoso, su cui rimando al bell’approfondimento del giornalista musicale Federico Pucci): immaginiamo un asse ai cui estremi ci sono la musica “dal collo in giù” (di pancia, come lo strambo trio di sorelle che inaugura il saggio, le Shaggs), e quella “dal collo in su” (di testa, come le metodiche partiture di Bach). Il realismo di un brano può dipendere dal suo grado di astrazione: il rock sanguigno dei Creedence Clearwater Revival e le tessiture elettroniche dei Daft Punk si trovano agli opposti di questo asse. L’originalità definisce la capacità della canzone di suonare come “nuova”: anche in questo caso, il livello di sorpresa che un pezzo è in grado di suscitare varia da individuo a individuo sulla base delle sue inclinazioni e dei suoi ascolti pregressi. Per uno Sting che dichiara di cercare voracemente lo stupore nelle prime otto battute, c’è un Pharrell che “firma” le sue hit esordendo con quattro battute identiche, generando subito una complice familiarità con chi ascolta.
Il nostro profilo uditivo è il risultato di una sfumata combinazione di variabili, che questo saggio articola in capitoli specifici: genuinità, realismo, originalità, melodia, testi, ritmo e timbro.
Melodia, testi, ritmo e timbro presentano a loro volta uno spettro espressivo sul quale ci si può divertire a collocare qualsiasi brano (rispettivamente: stretto/ampio, personale/generico, regolare/sincopato, acustico/elettronico). C’è chi dà più peso ai testi (l’impalcatura su cui si regge la discografia italiana) e chi alla melodia (eccomi: tuttora ignoro il significato di gran parte dei miei pezzi preferiti ‒ felice di avere trovato una spiegazione neuroscientifica). Chi trova irresistibile la tipica “clave” su cui ruotano il reggaeton moderno e il conto in banca di Bad Bunny, e chi preferisce adagiarsi su mid tempo coordinati con il nostro battito cardiaco a riposo. Ma, ancora più interessante: sembra che il primo filtro con cui creiamo una connessione con un brano sia il suo timbro, quell’insondabile componente che rappresenta la voce unica di uno strumento, il suo colore, che ci fa distinguere una chitarra da un sax o, in una dimensione più ampia, il mondo etereo-folk di Aaron Dessner da quello acido-punk di Steve Albini (per citare due produttori profondamente influenti, in misura diversa: il primo nel trasferire autenticità al cantautorato mainstream come la diade
Folklore-Evermore di
Taylor Swift, il secondo nel perseguire una radicalità priva di cosmesi, ai limiti del buon senso sonoro).
Secondo Rogers e Ogas, il mix che risulta da tutte queste variabili determina il modo specifico in cui intercetterà il nostro gusto; oppure, dal punto di vista di chi produce una canzone, può consentire di prevedere come verrà recepita e da che tipo di pubblico. Fino a qui, tutto chiaro: il saggio confida molto nella capacità di formalizzare e categorizzare le componenti in gioco, per identificare con facilità cosa funziona, e perché, nelle canzoni che ascoltiamo. Questo desiderio di accessibilità tuttavia finisce per sacrificare un maggiore approfondimento delle questioni che solleva: in primis, come si costruisce ed evolve il nostro gusto personale sul piano neuroscientifico, e cosa ciò che ci piace racconta di noi (appunto, la promessa non mantenuta del sottotitolo).
In questo senso, benché il taglio fosse in quel caso antropologico, era risultata più illuminante, sfaccettata ed esaustiva la celebre indagine compiuta dal critico musicale Carl Wilson nel suo Let’s talk about love (in italiano era uscito nel 2007 con il titolo Musica di merda): un saggio che si interrogava su cosa portasse ad amare in massa la musica di Céline Dion, per l’autore respingente, arrivando a perimetrare il gusto come un complesso intreccio di eredità culturale (la radicata passione dei Québécois per le melodie schmaltz, melense), influenze private (una chiave di lettura femminista in cui è la madre a dotare i propri figli del primo filtro estetico sulle cose) e alfabetizzazione intellettuale (quanto piacere genera il riconoscere metodi e tecniche che hanno portato a quel risultato). A ciò si aggiungeva anche, e soprattutto, il desiderio più o meno tacito di differenziazione o di omologazione rispetto ad altre nicchie. Il volume si concludeva con una onesta e informata recensione da parte di Wilson dell’ultimo album della cantante canadese.
Il primo gancio con cui creiamo una connessione con un brano è il suo timbro, quell’insondabile componente che conferisce a uno strumento una voce unica, ciò che ci fa distinguere una chitarra da un sax, ma anche Aaron Dessner da Steve Albini.
Rimanendo in tema di innamoramenti, nella variegata playlist composta da Rogers,
reperibile integralmente sul sito collegato a questa pubblicazione, entrano anche i pezzi proposti nell’ultimo capitolo da una cerchia esterna ed eterogenea di ascoltatori: simulando la dinamica del
record pull (ascolto condiviso di dischi del cuore), ogni ospite cita il suo brano preferito. Ovviamente, nessuna canzone indicata come preferita ha nulla in comune con un’altra. Si tratta di un espediente finale e ad alta trazione emotiva per spiegare il ruolo decisivo del fenomeno del
mind-wandering nel provocare piacere estetico. Questo fenomeno è sostenuto dalla cosiddetta rete neurale di default (
default mode network) che si attiva in modo spontaneo quando l’attenzione si distoglie dagli stimoli esterni e ripiega su contenuti interni, secondo criteri direttamente collegati al nostro senso di identità. Un funzionamento che ci ha evolutivamente portato a filtrare e riconoscere le qualità di un suono, per poter discernere più velocemente se reca un’informazione positiva o negativa:
È possibile che determinate opere d’arte possano entrare in risonanza con il senso dell’io di un individuo, in un modo che ha correlazioni ben definite e conseguenze fisiologiche, in particolare per le aree della rete neurale di default.
Insomma, a persone diverse piacciono canzoni diverse perché il nostro ascolto è partecipato: richiede cioè che il suono che ci arriva sia in grado di risuonare con il nostro io, fatto di vissuto, cultura e genetica. Senza di noi, il pezzo è incompleto. Come scriveva anche
David Byrne nel celebre
Come funziona la musica: “Il pubblico adora vedere l’artista che cammina sulla corda davanti ai suoi occhi; come gli appassionati di sport, ha la sensazione che sia il suo sostegno a far vincere la squadra”.
A persone diverse piacciono canzoni diverse perché il nostro ascolto è partecipato: richiede cioè che il suono che ci arriva sia in grado di risuonare con il nostro io, fatto di vissuto, cultura e genetica. Senza di noi, il pezzo è incompleto.
Uno dei miei vezzi, ad esempio, è ascoltare canzoni tristi. Nel suo articolo “
The Reason People Listen to Sad Songs” (2023), Oliver Whang ha spiegato come, sebbene la tristezza non sia certo la nostra massima ambizione personale, è paradossalmente una componente che cerchiamo nelle opere che fruiamo. L’articolo ha molti punti in comune con l’interpretazione di Rogers e Ogas, e cita alcuni test empirici che hanno ribadito come sia universalmente possibile simulare un’emozione usando opportunamente melodia, testi, ritmo e timbro; nonché come, fra qualità dell’esecuzione e percezione di autenticità, la maggior parte del pubblico prediliga la seconda per la capacità di generare una reazione empatica. Ancora una volta, è la nostra capacità di sentirci in qualche modo partecipi dell’ascolto a determinare l’impatto che il brano avrà su di noi. Non ascoltiamo canzoni tristi per rattristarci ancora di più, ma per sentirci meno soli attraverso la connessione che sono in grado di innescare: con l’artista che sta raccontando un’esperienza a noi familiare o realistica, con una versione passata di noi stessi, o con una persona immaginaria che stiamo conoscendo per la prima volta.
Il libro si pone il duplice obiettivo di far conoscere al grande pubblico quali elementi influenzino la percezione di un brano, e come la comprensione di queste dinamiche possa rivelare che tipo di persone siamo. Ma l’impresa riesce solo a metà.
Insomma, giudicare a colpo sicuro la bontà dei gusti musicali altrui è un’operazione poco affrontabile, perché molto probabilmente ci mancano dei tasselli fondamentali sulla persona e il contesto che stiamo valutando. È la ragione per cui a un appassionato di math rock anni Novanta mancano gli strumenti per accettare di veder diventare gli Angine de Poitrine più mainstream dei Primus grazie a TikTok.
Tornando al mio avventato giudizio iniziale: l’indole mercuriale degli Stones evoca precisi tratti della personalità dell’autrice, che forse proprio in virtù del suo passato “tecnico” e del suo sguardo “neuroscientifico” cerca controintuitivamente un liberatorio escapismo nelle canzoni a briglia sciolta di Keef e Jagger. Forse io preferisco i Beatles perché nelle cose do più importanza alla progettualità anziché all’impulsività. Forse quel “band nettamente inferiore” con cui ho esordito me lo sarei proprio potuto risparmiare. In fondo, nella situazione giusta, magari guidando in auto sulla provinciale col finestrino abbassato e il sole negli occhi, i Rolling Stones sono la cosa migliore che si possa ascoltare.