N on un romanzo bensì un film! Questa è la prima impressione che scaturisce dalla lettura del nuovo libro di Jean Echenoz, Bristol (2026, per la traduzione sempre inappuntabile di Giorgio Pinotti). L’autore francese ha abituato i suoi lettori a una forma narrativa estremamente mimetica, gli occorrono infatti poche righe per definire un personaggio, così come per tratteggiarne il carattere e le fattezze, fino a rendere pienamente vivide figure come quella di Emil Zátopek, Maurice Ravel o Nikola Tesla. Echenoz costruisce ponti tra la fama pubblica e l’intimità di questi personaggi che furono figure storiche, fino a renderli nuovamente e diversamente reali e contemporanei. E lo stesso avviene in Bristol, ma questa volta lo fa andando oltre il personaggio e mettendo in pagina il concetto stesso di cinema. Ecco allora che il sogno del cinema fatto di montaggio e inquadrature diventa reale e palpabile nella costruzione delle immagini e nel modo di raccontare la vicenda di Robert Bristol, regista di poca fama e di ancor più scarso successo, protagonista di un romanzo che mischia con eleganza i generi dal polar alla commedia degli equivoci, compreso anche un tocco di commedia all’italiana, nella parte africana delle riprese del film di Bristol, che sembra scritta quasi citando Ettore Scola.
C’è quindi molto cinema in questo romanzo e viceversa, ovvero c’è molta letteratura utile e necessaria per rendere il cinema come fatto concreto sulla pagina scritta. Protagonista è un personaggio alla Bouvard e Pécuchet anche se qui nessun eccesso di erudizione attraversa Robert Bristol e tanto meno del dilettantismo, ma solo una buona dose di appassionata mediocrità. Bristol è forse il più letterario dei personaggi messi in pagina da Jean Echenoz anche per l’incredibile presenza di sfumature che lo portano dal buffo all’inquieto, dal comico al malinconico. Dentro di lui vi si trova il mondo di Flaubert, quasi a presiedere l’immaginario umanistico prima che si scindesse in letterario e cinematografico. E quindi di conseguenza anche i mondi di Raymond Queneau e Georges Perec, ma anche quelli di Gianni Celati e Italo Calvino. Tutti autori che hanno vissuto un rapporto doppio, attivo e coinvolgente con la macchina cinematografica.
Echenoz costruisce ponti tra la fama pubblica e l’intimità dei personaggi che furono figure storiche, fino a renderli nuovamente e diversamente reali e contemporanei. E lo stesso avviene in Bristol, ma questa volta va oltre il personaggio e mette in pagina il concetto stesso di cinema.Robert Bristol è un uomo solo, lo è al lavoro, per strada e a casa sua. Isolato per caso e perso per un inciampo. Il suo sembra così più un vagare che un ambire. Anche la pretesa di fare film, di farne almeno un altro ancora, contiene più il senso di uno sconforto per un probabile futuro fallimento che il desiderio di una realizzazione: “Vabbé, dice Bristol. Il suo incontro è rimandato a domani mattina alle nove e mezzo, indica lei, le faccio vedere la sua stanza. Vabbè, ripete Bristol, vabbè. Al di là della soglia si apre un immenso atrio dolcemente rischiarato da vetrate verticali adorne di fiori, bracciate di fiori, donne dal capo cinto di fiori nei toni del giallo e del verde. Attraversano l’atrio e salgono una scala che si innalza con lieve pendenza sino al secondo piano”.
Il “vabbè” di Bristol oltre che definire la sua assenza dalle cose e il suo esaurimento esistenziale perenne, fa da contrappunto al movimento che Jean Echenoz attua con il suo elegante fraseggio, dando forma a un piano sequenza che parte dalla porta fino a oltre la soglia di casa scoprendo una meraviglia fino ad allora non immaginabile. Ed è proprio quell’eccesso di meraviglia a mostrare come Bristol sia un uomo danneggiato, certamente buffo nel suo incedere e nella sua presenza, ma enormemente stanco; si direbbe sostanzialmente alla fine, almeno nella forma con cui questa parola illuminava lo schermo della sala mentre le luci si riaccendevano. Là quando la storia era stata raccontata e il film concluso, la vita tornava a rifluire illuminando nuovamente le persone attorno. Ed è qui che Bristol perde l’equilibrio, in quell’obbligo a doverci essere per forza e in un esistere che non sente mai del tutto proprio se non filtrato dalla lente della camera, che vede prima e al posto del suo occhio, prima che tutto prenda forma in un’esperienza come in un’opera. Solo in quel frangente, in quell’occhio appoggiato a pochi millimetri dal vetro della lente Bristol sembra chiarirsi e ritrovarsi quasi felice di sé e in pace con il mondo.
Echenoz ha il dono raro ‒ in particolare tra i romanzieri contemporanei sempre così presi dalla necessità del racconto, della fiction come dall’autofiction ‒ della precisione prima di ogni altra cosa. Non si tratta di ossessione, sentimento oggi esageratamente in voga, ma di ritmo, di cadenza e in sostanza di capacita di cogliere sulla pagina l’essenziale per poi lasciarlo vivere. Andare oltre per Echenoz non ha mai senso, si tratta di pudore che ha sempre un rapporto diretto con la precisione. Non si tratta d’inseguire un minimalismo di maniera, ma semplicemente di stare nelle cose senza deformarle a tutti costi in nome di una retorica o peggio di un racconto già deciso a priori. Echenoz ha la grazia di quei pochi autori, Flaubert su tutti, che accettano con affetto e tenerezza anche e soprattutto i limiti dei propri personaggi. Raramente tutti loro appaiono sulla pagina scaltri, mentre molto spesso sono alienati e immalinconiti, seppur attraversati sempre da un filo di comicità che è infine la traduzione diretta del loro modo di stare nel mondo.
Echenoz ha la grazia di quei pochi autori, Flaubert su tutti, che accettano con affetto e tenerezza anche e soprattutto i limiti dei propri personaggi. Raramente appaiono sulla pagina scaltri, mentre molto spesso sono alienati e immalinconiti, seppur attraversati sempre da un filo di comicità.Robert Bristol si mischia con i personaggi dei suoi film e le loro esigenze, assume nomi e corpi diversi. Si rivede così dall’esterno e in questo modo cerca di recuperare un po’ di sé. Ritrovarsi sarebbe eccessivo, ma quanto meno specchiarsi per un attimo ancora: “Le nove e dieci e Bristol aspetta nell’atrio, su un divanetto ostile ad angoli retti”, in quell’ostilità c’è tutta la fatica di Bristol a stare al mondo e quindi anche ‒ e non è cosa banale ‒ a stare seduto. Una fatica continua che lo richiama alle urgenze pratiche più come fosse un bambino che un regista al lavoro. Un richiamo a quel fare pratico quotidiano che in un film non è mai un fatto secondario, e poi ci sono agli accordi presi, il rispetto dei costi e quello per la sceneggiatura.
Il romanzo ha continue e stressanti urgenze che si spalancano all’improvviso davanti ai suoi occhi e a cui Bristol deve dare risposta, proprio mentre un’inchiesta della polizia prende corpo attorno a lui, a causa della morte di un uomo precipitato dalla finestra di un palazzo (il suo), suicida (forse), proprio mentre Bristol era appena uscito in strada. E del resto più cinematograficamente di così non poteva aprirsi il romanzo di Jean Echenoz, ovvero con quello che solitamente potrebbe essere un drammatico finale e che qui invece appare in tutta la sua tragedia un comico incipit. Del resto il comico così come la commedia devono da sempre risalire la china del dramma per riportare in auge la verità di una risata o quanto meno la realtà del disincanto; che sia Robert Bristol a doversene occupare è da sempre il dilemma di tutti gli uomini che camminano nelle città.