Per i dieci anni del Tascabile, riapriamo l’archivio per chiederci cosa sia cambiato in un decennio. Le collaboratrici e i collaboratori di questi ultimi anni del Tascabile si confrontano con i pezzi del passato per ripercorrere le trasformazioni culturali e sociali che abbiamo attraversato.
Speciale a cura di Giulia Moriconi
H o letto il pezzo di Marcello Conti per i dieci anni del Tascabile. Un testo che fa il punto su come la letteratura è stata raccontata negli ultimi dieci anni al Tascabile. In apertura, Conti confessa di avere un file di idee per articoli futuri in una cartella di appunti. Ne ho una simile, ma non è orientata al futuro, al contrario, raccoglie vecchi pezzi che per varie ragioni non hanno mai lasciato il mio computer. Si chiama “aborti”, anzi, da quando ho iniziato a insegnare, e quindi a condividere il mio schermo, l’ho rinominata “miscarriages”, per darmi un tono, o forse solo per aggiungere il filtro della traduzione a una parola che può risultare sgradevole ma a cui non ho voluto rinunciare.
Negli anni mi sono chiesta cosa non andasse in questi testi. L’elemento più ricorrente che mi è stato rimproverato è la mancata “rilevanza per il presente”, un apparente scarso legame con la realtà attuale. Per me che scrivo d’arte contemporanea, questo si traduce nel fatto che l’artista di cui m’ero messa in testa di scrivere non avesse in corso, o almeno in programma, una mostra, un progetto editoriale, la partecipazione a qualche biennale o qualche altro tipo di evento. Ecco, è la parola evento che con tutta la sua portata epifanica continua a mordermi le caviglie. È la regola numero uno e, anche se di tanto in tanto continuo a dimenticarmene, di fatto la seguo per tutte le mie proposte alle riviste per cui scrivo. Tutte tranne Il Tascabile. È così perché Il Tascabile racconta l’arte come linguaggio, uno dei molti che compongono un discorso culturale più ampio, lasciando che siano altre riviste a leggerla come settore. Una priorità editoriale che sposta l’attenzione critica sull’opera e sulla sua logica interna, piuttosto che sul contesto materiale nel quale essa esiste.
Allo stesso tempo sarebbe ingiusto dire che i pezzi del Tascabile non abbiano una rilevanza per il presente; è più corretto dire che non sono necessariamente e strettamente legati a una temporalità contingente. Certo, mi è ben chiara la distinzione tra critica giornalistica e critica saggistica; mi è chiaro che la prima risponde all’urgenza dell’attualità e deve orientare rapidamente chi legge, mentre la seconda può permettersi di calarsi nella complessità dell’opera senza l’impellenza del giudizio. Ma, scorrendo i vecchi testi del Tascabile, le due sembrano contaminarsi e anche quando ci si trova davanti a formati classici come la recensione, si ha comunque l’impressione che la mostra sia più di ogni altra cosa un’occasione per costruire un discorso, piuttosto che qualcosa da commentare, interpretare, giudicare e contestualizzare.
Il Tascabile racconta l’arte come linguaggio, uno dei molti che compongono un discorso culturale più ampio. Una priorità editoriale che sposta l’attenzione critica sull’opera e sulla sua logica interna, piuttosto che sul contesto materiale nel quale essa esiste.Mi sono chiesta cosa significhi, quindi, raccontare l’arte come linguaggio. Dal punto di vista più pratico, vuol dire che non esiste una sezione “Arte”, l’arte va cercata alla voce “Linguaggi” (le altre sono Scienze, Letterature e Società), tra il fumetto e l’architettura, il cinema e le controculture, la musica e la fantascienza. Sul piano del contenuto, la scrittura è usata come strumento conoscitivo per scoprire cosa si pensa, una scrittura che solleva ambiguità di cui il testo deve farsi carico.
Per i suoi dieci anni, Il Tascabile ha chiesto a me come si sia parlato di arti visive in questi anni, e cosa sia cambiato nel farlo. Più che di un’evoluzione parlerei di una postura obliqua mantenuta nel tempo. E mi viene subito in mente l’approccio laterale di Claudia Bruno a Carolee Schneemann in Il medium è il gatto (2023) dove, per arrivare alla politica dei corpi nell’opera dell’artista, Bruno parte da Kitch, la gatta di Schneemann, sempre presente nel suo lavoro. La gatta c’era mentre l’artista girava Fuses, un film muto girato tra il 1964 e il 1967 che, trenta secondi alla volta, riprende lei e il suo amante a letto, un girato che poi sarà manipolato, bruciato, dipinto tagliato e rincollato. Su Fuses Bruno cita l’artista:
Le uniche immagini erotiche che conoscevo provenivano dalla pornografia o dalla scienza, mondi completamente antagonisti rispetto al mio senso dell’esperienza. Girando Fuses non sapevo cosa ne sarebbe venuto fuori. Avere Kitch come osservatrice mi ha permesso di esplorarlo, e ho sentito il legame tra la visione del gatto e l’apertura della videocamera.
In effetti è quello che Schneemann impara a fare molto presto, raccogliendo i ritagli delle sue giornate – liste, biglietti, fotografie, elementi apparentemente insignificanti che assumono un senso posizionati l’uno accanto all’altro nei suoi Life Books. Un’attitudine che le resterà incollata addosso per tutta la vita, attirando critiche di autoindulgenza per aver esposto così meticolosamente la sua esistenza nello spazio pubblico, ma che coincide proprio con il suo costante tentativo di superare quella cesura così maschile tra vita e arte, di fare della vita stessa un’opera d’arte, del suo corpo la prima materia da manipolare, e della connessione tra sé e il mondo lo sconfinamento che le femministe chiameranno tra il personale e il politico.
Una tensione ricorrente attraversa Il Tascabile negli anni: quella tra una critica più meditata, che ha bisogno di più parole, e una più immediata, che risponde all’urgenza della realtà attuale. A questa se ne intreccia un’altra, non perfettamente sovrapponibile, tra i testi scritti a prescindere da una mostra o da un evento e quelli scritti a partire da una mostra o un evento. Tra i primi, i saggi nel senso più classico: Simona Maniello sul metodo warburghiano (2022), Sofia Silva su George Schneemann (2017), su Tamuna Sirbiladze (2018) e su Mario Sironi (2018), e Gabriella Giannachi sul selfie (2023), con un estratto dal suo libro. Tra quelli che hanno più aderenza, le interviste di Stella Succi: alla direttrice artistica di Short Theatre mesi prima dell’apertura del festival, a Cecilia Alemani a ridosso dell’edizione della Biennale di Venezia sotto la sua direzione, a Massimo Bartolini, artista del padiglione Italia della 60ª Biennale di Venezia. Ma ancora l’intervista di Gabriele Sassone al direttore artistico della prima edizione della Biennale di Anren in Cina nel 2018, quella di Francesco Tenaglia al curatore di una mostra sulla fantascienza al Barbican a Londra nel 2017.
Più che di un’evoluzione parlerei di una postura obliqua mantenuta nel tempo, che significa anche tentare corrispondenze non immediate, con una logica da collage.Tra quelli che sfuggono a questo tentativo tassonomico, testi che pure partono da un evento ma lo fanno con una profondità di analisi che li riporta alla saggistica. Penso al testo di Felice Moramarco che si prende tutto il tempo per districare ogni criticità dell’opera di Yael Bartana al Padiglione tedesco nel 2024, e al testo di Eloisa Morra sulla biografia d’artista (2021), che, a partire dalla pubblicazione di un libro, ripercorre la genealogia del fenomeno.
A questo punto non so che senso possa avere un simile sforzo tassonomico, se non quello di posizionare Il Tascabile fuori da una possibilità tassonomica per restituirlo alla sua natura enciclopedica. E a questo punto penso anche che non sia saggio augurarsi la scomparsa delle cartelle come “aborti”. So per certo che abitano tutti i computer di chi fa cultura, e so che dentro non ci sono soltanto testi, ma progetti di mostre che non hanno convinto abbastanza, progetti site-specific che non sono arrivati al momento giusto e che non potranno essere usati per nessun altro luogo, candidature che non hanno risposto ai requisiti. E so anche che quasi mai si conosce la ragione per cui ciascuna di queste proposte sia stata scartata.
Per i dieci anni di una rivista nata come costola di Treccani mi trovo a sognarne una che dia voce agli scarti; immagino i festeggiamenti come un carnevale del rimosso, un’alba dei morti viventi pronti a mordere.