N el 2019 Andrea Long Chu scriveva provocatoriamente che “siamo tutt* femmine e tutt* odiamo esserlo” (Femmine. 2020). A partire da una rilettura della figura e del lavoro di Valerie Solanas, Long Chu arrivava a interrogarsi su cosa significhi essere ridott* a un ricettacolo del desiderio di qualcun altro, sostenendo che la femminilità non sia un’identità né una questione di anatomia, ma una condizione psichica universale: la disponibilità a lasciare che il proprio io venga svuotato e sostituito dal volere altrui.
È una tesi volutamente eccessiva, pensata per essere, appunto, provocatoria più che descrittiva, soprattutto se la rivediamo anche dopo anni di femminismo neoliberale, bianco e classista, dopo anni di movimenti queer e transfemministi, dopo anni di movimenti gender-critical e antitrans. Il suo discorso crea una tensione radicale con tutti e tre: contro l’emancipazione individuale rivendicata dal primo, contro l’autodeterminazione anti-identitaria rivendicata dal secondo, contro l’essenzialismo biologico su cui si fonda il terzo. Se essere femmina significa esistere in funzione del desiderio di un altro, allora la femminilità è strutturalmente un’esperienza di sottomissione, prima ancora che una questione di genere, di corpo o di identità.
Long Chu stabilisce un’equivalenza tra femminilità e umiliazione. Essere femmina, essere donna, trans o no, è già un’umiliazione: significa diventare qualcosa che qualcun altro vuole. Anche nella quotidianità più innocua, pensateci, come camminare per strada, si compie un lavoro sessuale non retribuito, che lo si voglia o no. Da donna trans mi è difficile quindi non chiedermi se il mio desiderio di diventare donna, femmina, non sia in fondo il desiderio di essere umiliata e degradata dalla società che ci circonda, e se il piacere che ne deriva non sia proprio questo: dominata al patriarcato, mortificata dalle TERF (Trans-Exclusionary Radical Feminist), non riconosciuta e sterminata nella mia femminilità in un perverso roleplay di sottomissione al mondo. Abbraccio la mia umiliazione e la rendo parte del mio desiderio.
È ovviamente più complesso, come in tutti i giochi di ruolo, perché al pari dell’umiliazione, c’è un desiderio, una possibilità di accedere a uno spazio di desiderio femminile, femme, reale. Tempo fa ero ossessionata da una cosa che diceva Mark Fisher, qualcosa come il desiderio è senza nome ma è reale. Mi chiedevo cosa fosse questo desiderio senza nome e nella confusione ho cercato a lungo di darne uno a quello che desideravo senza trovarlo. Ed è forse da lì che comincia il mio lesbismo di oggi: nel dare un nome a qualcosa che sfuggiva allora, e sfugge ancora, ma che mi contamina costantemente.
Il desiderio lesbico per me è proprio questo: una pratica di contaminazione, di revisione del sé, della propria femminilità sentita insieme esaltata, esposta e consacrata fuori dall’umiliazione del mondo.Mi interessa il desiderio lesbico come una stanza piena di fantasmi. Lesbiche in senso ampio che sono state desiderat*, che hanno desiderato, che hanno fallito nel desiderio, che hanno cambiato nome, corpo, letto, città. Lesbiche che si sono amat* male e benissimo, che si sono lasciat* e poi hanno conservato per anni qualcosa di completamente inutile dell’altr*. L’odore che rimane nella mente, l’odore del corpo caldo che ancora mi tormenta ogni giorno. Il mio corpo è un archivio di fluidi, saliva, sudore, lacrime e mi sento contaminata, senza più sapere cosa sia mio e cosa sia dell’altra persona in me.
Il desiderio lesbico per me è proprio questo: una pratica di contaminazione, di revisione del sé, della propria femminilità sentita insieme esaltata, esposta e consacrata fuori dall’umiliazione del mondo. Una contaminazione che riempie un vuoto e ne produce un altro, che strazia e devasta, ma mi trasforma inevitabilmente. Scrivo tutto questo, perché per me la scrittura diventa il modo di conservare quei fluidi evaporati, quegli odori che rimangono impressi ma svaniscono nel tempo, contaminazioni interrotte, corpi che non sono più nella stanza del desiderio. Una tecnologia molto inefficiente per non perdere le persone.
Realizzare film, così come guardarli, in fondo, non è che un’altra versione della stessa tecnologia inefficiente. Per questo, riflettendo sul mio desiderio lesbico, ovviamente, mi è tornato in mente il recente Camp Miasma – Adolescenza, sesso e morte di Jane Schoenbrun (2026). Nel film, una giovane regista queer viene incaricata di resuscitare un vecchio franchise del genere slasher-horror e finisce per essere risucchiata dalla relazione con l’attrice che ne aveva interpretato la final girl, colei che sopravvive a tutti i massacri. La final girl, in fondo, incarna nel modo più letterale la posizione femminile di cui parla Long Chu in Femmine, quella che resta in vita come bersaglio, oggetto dell’umiliazione, della violenza e del desiderio altrui, mai davvero soggetto della propria storia fino all’ultimo atto, disperato di resistenza, o meglio di sopravvivenza.
Il film comincia come metariflessione sul genere cinematografico e progressivamente perde interesse per la distinzione tra chi guarda, chi interpreta e chi desidera, facendosi più ambiguo. Camp Miasma diventa un modo per riflettere sul gioco di ruolo perverso in cui l’identificazione può diventare desiderio, il desiderio può diventare ossessione (una forma di possesso e insieme di trasformazione), l’umiliazione può diventare una forma di piacere e questo contamina i corpi fino al loro annichilimento e rinascita. Allo stesso modo, Schoenbrun prende un genere conosciuto con i suoi stilemi – la final girl, appunto, il suo corpo sessualizzato e minacciato, lo spazio chiuso, il piacere nel guardare la violenza – e lo contamina e lo lascia marcire dall’interno fino a trasformarlo in qualcos’altro. Verso la fine, il film sembra perdere il controllo su sé stesso e si lascia andare a un desiderio troppo intenso che lo trasforma in qualcosa di indefinito e queer.
Il film Camp Miasma diventa un modo per riflettere sul gioco di ruolo perverso in cui l’identificazione può diventare desiderio, il desiderio può diventare ossessione, l’umiliazione può diventare una forma di piacere e questo contamina i corpi fino al loro annichilimento e rinascita.Mentre riflettevo su queste cose, sono capitata a fine settembre al Some prefer cake, al festival del cinema lesbico di Bologna, a guardare i corti raccolti sotto il titolo Lesbian pleasure, una sezione fuori concorso. Corti molto diversi da Camp Miasma, per genere, per budget, per ambizione, ma forse, nella mia testa, attraversati da una logica simile. C’è qualcosa che li accomuna al di là della loro distanza formale, dei diversi modi in cui guardano il corpo e delle diverse genealogie da cui provengono. Forse è una forma di contaminazione, quella dei generi cinematografici – il porno con il documentario, l’educazione sessuale con la poesia –, quella tra memoria storica della violenza e piacere, quella che mischia filosofia e porno, religione e sessualità, mostrandone le strutture instabili. Ma soprattutto la contaminazione lesbica del desiderio di cui ho appena parlato, un desiderio che non rimane dentro la materia che gli è stata assegnata, ma la usa, la sporca, la riscrive e a volte la fa collassare.
In questa raccolta non si tratta di aggiungere corpi queer a un genere già esistente, né di produrre immagini di un piacere che prima non aveva rappresentazione. Il postporno esiste ormai da tempo e, come suggerisce anche Lucía Egaña Rojas in Trincerate nella carne: Letture intorno alle pratiche della postpornografia (2024), parte dal problema materiale del corpo dentro la rappresentazione e si interroga anche sul lavoro che produce. Chi viene guardato? Chi guarda? Quale desiderio viene prodotto dall’immagine? Cosa succede quando chi è stat* storicamente trasformato in oggetto prova a intervenire sulla macchina che l* oggettifica. Il risultato, come ci mostrano i corti di Lesbian pleasure, non deve essere necessariamente la liberazione dell’immagine esistente, ma più la sua contaminazione attraverso il desiderio lesbico e collettivo. Scrive Lucía Egaña Rojas: “le pratiche si comprendono meglio quando si mettono in atto che quando le si osserva dall’esterno, anche se guardare può comunque essere sufficiente a farsi contaminare, a far divampare chi le osserva”.
In Fluidité (2021), di Laure Giappiconi, La Fille Renne ed Elisa Monteil, questa contaminazione diventa subito evidente. “Nei miei sogni, scopo ragazze tutto il giorno”: il desiderio non viene organizzato secondo una progressione narrativa, ma diventa un ambiente in bianco e nero nel quale i corpi si confondono. Il desiderio passa da una forma all’altra, mentre il corpo diventa illeggibile nel momento in cui inizia a contaminare sé stesso prima ancora di incontrarne un altro. Da questa contaminazione quasi onirica si passa a Correrse no es mearse (2025) di don Anahí, che fa un salto nella storia materiale. Il corpo desiderante ci confronta con la propria medicalizzazione, mentre vengono ricordate la violenza esercitata sui corpi delle donne nere schiavizzate, la produzione del sapere medico attraverso la sperimentazione, la persistenza di gerarchie razziali e di classe nella medicina. La prospettiva lesbica porta qui un modo diverso di leggere la storia della produzione del corpo come oggetto, rinominando le parti anatomiche, il cui nome è stato imposto con la forza.
Ciò che accomuna i corti di Lesbian pleasure è forse è una forma di contaminazione, quella dei generi cinematografici, quella tra memoria storica della violenza e piacere, quella che mischia filosofia e porno, religione e sessualità, mostrandone le strutture instabili.In PDX Tboy Wrestling Match di J Jackson il corpo transmaschile viene messo in scena, esposto, performato davanti a un pubblico. La lotta introduce una grammatica di forza, competizione e mascolinità che il cinema pornografico ha spesso codificato rigidamente. Ma il wrestling, proprio perché è già un genere dichiaratamente artificiale, lascia vedere la costruzione della performance mentre accade e contamina la narrazione cinematografica della stessa, trasformando la violenza in gioco consensuale e spettacolo. In questo caso il corpo decide le proprie condizioni su come essere guardato. Questa sovrapposizione tra essere guardati e scegliere come essere guardat* trova la sua forma più compiuta in Agave Dream (2023) di Oran Julius. Qui lo sguardo voyeuristico viene abitato e trasformato dal corpo trans Nero. Zuri Love e LT Hawk costruiscono uno spazio T4T (trans for trans) nel quale il corpo può essere desiderato senza dover coincidere con un’immagine normativa del genere e della transizione. Il piacere black e queer viene sottratto all’obbligo di coincidere con ciò che la rappresentazione razzializzante aveva già deciso che fosse.
Poi arriva Milf doctor takes advantage of tight tiny teen pussy di Elle Reck, e il titolo volutamente osceno prepara una sorta di cortocircuito. Le due performer discutono di relazioni e di Bataille durante un set pornografico, mentre il dispositivo cinematografico continua a essere presente. La pornografia smette di funzionare come superficie trasparente e viene mostrata mentre viene prodotta: il tempo morto, la conversazione, il lavoro, la costruzione della scena, la vita di chi lo abita. Bataille entra in questo spazio non come autorità teorica che spiega il desiderio dall’esterno, ma come ulteriore materiale da mischiare alla produzione dell’immagine, alla pari delle battute sulle rispettive relazioni delle due attrici. Il risultato è una collisione tra teoria, lavoro e desiderio molto più interessante della provocazione contenuta nel titolo. La scena non è più soltanto il luogo in cui avviene il sesso, ma anche il luogo in cui il sesso si lascia pensare e contaminare dalla vita quotidiana.
Iubilella (2025) di Ginger Brown, Exxxtacy e Tracey Vortex, porta la contaminazione lesbica fino al rito. Roma, con la sua monumentalità cattolica, viene trasformata in un’altra cosa, “un tempio profano di riti queer, desiderio e perdizione”. Ciò che la religione ha separato in puro e impuro, santo e osceno, vergine e puttana, viene rimesso in circolo. Al di là della provocazione anticlericale, il film costruisce un rituale alternativo del desiderio, appropriandosi dell’immaginario religioso fino a renderlo irriconoscibile, invece di limitarsi a distruggerlo. Aftertaste (2025) di Magma, scritto e prodotto da ANOmalie Collettive, porta la contaminazione fuori dall’immagine e dentro la pratica quotidiana. Il film prende sul serio una cosa che il porno spesso nasconde: il sesso produce conoscenza. Una conoscenza che raramente viene trasmessa. Il loro manuale poetico parla di pratiche non penetrative, metodi barriera, malattie invisibili, comunicazione, consenso, negoziazione. La sua forza sta nel trasformare l’educazione sessuale in un sapere costruito collettivamente a partire da ciò che non ci è stato insegnato.
Infine, il corto di Lesbian pleasure che sembra racchiudere al meglio il discorso sulla contaminazione è Spillovers (2023) di Ritó Natálio. È una rilettura in forma di favola, transfemminista e collettiva, di Lesbian Peoples: Material for a Dictionary, il libro del 1976 di Monique Wittig e Sande Zeig, che mescola conferenza danzata, erotismo ed ecologia. Il titolo stesso fa riferimento allo spillover, il salto di specie di un microrganismo patogeno, rendendo la contaminazione non una metafora del desiderio, ma letteralmente ambientale. I corpi, in Spillovers, sono contenitori pensati apposta per non contenere fino in fondo, sono sacche che perdono, che lasciano fuoriuscire ciò che dovrebbero trattenere. Memorie e pratiche che continuano a colare da una comunità lesbica all’altra, da un* amante all’altr*. E come afferma la voce narrante: essere un* amant* significa sempre essere uno spillover e versare liquidi e intenzioni al di fuori dei propri argini. Il desiderio lesbico diventa qualcosa che eccede sempre il proprio contenitore, biologico, politico, narrativo, riportandandomi a pensare alla mia stanza piena di spettri, tracce ectoplasmatiche di amanti perdut*. Anche guardare immagini e film, in fondo, produce fantasmi, che, come residui, si depositano e contaminano la mia memoria, simili all’odore dell’altr* rimasto sulla pelle dopo una scopata sudata. Un tentativo di non perdere quello che si è visto e desiderato.