Per i dieci anni del Tascabile, riapriamo l’archivio per chiederci cosa sia cambiato in un decennio. Le collaboratrici e i collaboratori di questi ultimi anni del Tascabile si confrontano con i pezzi del passato per ripercorrere le trasformazioni culturali e sociali che abbiamo attraversato.
Speciale a cura di Giulia Moriconi
M entre inizio a scrivere questo articolo Futuro Nazionale presenta il proprio programma; intellettuali e politici discutono sul destino della cultura woke; la Spagna gestisce una crisi migratoria nell’enclave marocchina di Ceuta; un gruppo di militanti, famiglie e bambini vive in strada a Roma dopo lo sgombero coatto di Spin Time; il costo della vita aumenta a dismisura e i governi continuano a indebitarsi per comprare armi. A queste questioni se ne sommano altre di più lunga durata, come il genocidio in Palestina e la guerra tra Russia e Ucraina o i dissidi interni alle fazioni politiche del nostro Parlamento, tra una sinistra perennemente senza identità né una benché minima idea di governo e una destra che a ogni tornata elettorale postberlusconiana ricicla i propri leader facendone emergere uno nuovo, più razzista e più violento del precedente, ma sempre nel solco economico del neoliberismo.
Il modo in cui queste questioni occupano il discorso politico si può descrivere in termini di intensità, ovvero attraverso la misura di quanto un certo tema compare nell’ordine del giorno dei media, dei talk, dei social o, in un tempo più lungo, in articoli e saggi. Questa intensità è quantificabile attraverso l’analisi dei dati, dei trend, delle ricerche Google, dei palinsesti, ma possiede anche una forte componente soggettiva: ognuno, nella propria quotidianità, può avvertire il peso di un dibattito in maniera più o meno intensa. La sua intensità, per di più, non è direttamente correlata all’importanza materiale della questione: temi molto discussi possono non influire sulle tasche o sui diritti di un cittadino e viceversa. Per specificare meglio, la stessa questione può toccare in maniera più o meno intensa, da un punto di vista tanto discorsivo quanto materiale, un gruppo di persone rispetto a un altro a seconda delle sue condizioni economiche, sociali, culturali, geografiche.
È anche per queste differenze che oggi una delle premesse fondamentali di ogni discorso politico è la determinazione di quali caratteristiche debbano definire gli individui e i gruppi diversissimi che compongono la nostra società – etnia, provenienza geografica, ricchezza, identità religiosa e culturale, classe sociale di appartenenza (e persino come bisogna definire oggi la classe), educazione e formazione, acquisizione di conoscenze e competenze – e quali di questi parametri debbano regolare, da soli o mescolati con gli altri, l’orizzonte di senso che guida l’attuazione di leggi e di politiche dei governi. A partire da questa premessa generica analizzeremo l’evoluzione del discorso politico degli ultimi dieci anni attraverso una lettura di alcuni articoli pubblicati su questa rivista, provando anche a capire quali sono i processi materiali che ne hanno determinato l’emersione. Per farlo, dobbiamo allo stesso tempo provare a fare ordine tra i fatti politici degli ultimi dieci anni.
Oggi sappiamo che Trump, soprattutto nel suo secondo mandato, non ha fatto altro che riposizionare l’asse dello stesso mercato e degli stessi interessi che sostenevano i poteri a lui precedenti riallineandoli su posizioni culturali e sociali più conservatrici, misogine, violente e apertamente razziste.Tra il 7 e l’11 novembre 2016, a due mesi dalla propria nascita, il Tascabile dedica un’intera settimana di articoli alla prima elezione di Donald Trump. La sua nomina sembrava aver sconfitto un intero sistema, un “establishment” – parola molto diffusa nel dibattito di dieci anni fa e oggi sempre meno presente – fondato sulla razionalità dialogica e illuminista, figlia per la verità del più brutale e bellicoso realismo capitalista, che sembrava essere sostituita dall’emergere di pulsioni primordiali e irrazionali, rozze e scomposte, che però allo stesso tempo promettevano pace in politica estera e benessere per la classe media devastata. Alessandro Giberti scriveva sul Tascabile il 9 novembre del 2016 che “più che Donald J. Trump ha vinto lo zeitgeist […]. Ha vinto lo spirito del tempo, che non è quello del merito, cioè di chi entra nel merito, e certo non è neanche quello di chi sa di che parla, ma è di chi la spara più grossa, nel modo più greve e per una durata più estesa”. Oggi sappiamo che Trump, soprattutto nel suo secondo mandato, non ha fatto altro che riposizionare l’asse dello stesso mercato e degli stessi interessi che sostenevano i poteri a lui precedenti – Elon Musk, gli imprenditori della Silicon Valley e l’apparato militare-industriale della NATO sono alcuni simboli di questo spostamento – riallineandoli su posizioni culturali e sociali più conservatrici, misogine, violente e apertamente razziste.
Cesare Alemanni, il 15 settembre 2016, notava come già all’epoca Jeff Bezos fosse a capo dell’agenzia spaziale privata Blue Origin e membro del Defense Innovation Advisory Board della Casa Bianca, coordinato dal presidente di Alphabet e CEO di Google Eric Schmidt. Senza problematizzare particolarmente questa notizia, Alemanni notava comunque come questo potesse rappresentare “un passaggio di consegne tra vecchie e nuove élite imprenditoriali, anche ai vertici del potere più assoluto e controverso tra quelli a disposizione di uno stato”. La vittoria di Trump era letta da più parti come il trionfo dell’incoerenza, della disinformazione e dell’ignoranza. Ancora Giberti: “La cultura predominante oggi, piaccia o non piaccia, è questa: l’estrema democratizzazione di accessi e opinioni – cosa ottima in sé, ovvio – ha generato un clamoroso big bang relativista dove tutto si tiene (e anzi prolifera fino alla cabina elettorale), dove chi dovrebbe ascoltare parla e chi dovrebbe parlare spesso si accontenta di accompagnare il consenso e indirizzarlo a proprio consumo”.
Assieme a Trump, un intero movimento di destre nazionaliste e fasciste europee ha trovato i finanziamenti e il giusto megafono ideologico per emergere dall’anonimato e affermarsi con percentuali maggioritarie in quasi tutto il nostro continente, anche nei Paesi dove attualmente non governano per via delle debolissime alleanze di forze neoliberali che trovano un piano d’intesa sulla base della volontà di conservazione del proprio potere, ma senza alcuno spostamento del proprio asse politico verso posizioni che possano contrastare sul piano materiale le rivendicazioni dei fascisti. AfD (Alternative für Deutschland), FPÖ (Freiheitliche Partei Österreichs), Rassemblement National, Vox, Reform UK, Alba Dorata oggi rinominata Spartiates, Fratelli d’Italia e progressivamente Futuro Nazionale hanno la maggioranza ovunque si candidino e sdoganano proposte politiche con un sangue negli occhi, un ghigno sbruffone e una bava alla bocca che sembra dire chiaramente che presto ci bastoneranno con il favore della legge, come già succede con l’ICE e altre forze di polizia negli Stati Uniti. La crisi economica e l’impoverimento di fasce crescenti della popolazione ha prodotto nell’ultimo decennio una spinta conservatrice e reazionaria tipicamente bianca, come raccontava già il reportage da Berlino Est del giornalista Lorenzo Monfregola del 24 aprile 2017, quando AfD aveva appena ottenuto i suoi primi successi.
Mentre i poteri liberali assistono, come del resto cento anni fa all’alba del periodo fascista, all’avanzata della loro versione retriva e coatta, negli ultimi dieci anni è diventato sempre più centrale il discorso sul concetto di verità. È una delle grandi questioni politiche del nostro tempo, che tocca un numero troppo ampio di piani per essere riassunta del tutto. Su quello strettamente politico, Trump e le destre avanzano a forza di mistificazioni di ogni tipo, tanto che ci si continua a domandare se esista oggi la possibilità di accompagnare al discorso politico la verifica costante e implicita della veridicità dei ragionamenti, se sia possibile stabilire un terreno comune di discussione in cui il dibattito poggi su un piano condiviso di riferimenti e coordinate del reale. Abbiamo vissuto il progredire dei fascismi come un’allucinazione, non perché non sia vero, ma perché si è retto sulla costante creazione a tavolino di percezioni della realtà altre. Il discorso politico ci sembra ormai irrimediabilmente inquinato, e sappiamo che una serie di poteri industriali e militari, primi fra tutti i proprietari dei social e degli altri media, hanno tutto l’interesse ad alimentare questo meccanismo di disinformazione perenne.
Trump e le destre avanzano a forza di mistificazioni di ogni tipo, tanto che ci si continua a domandare se sia possibile stabilire un terreno comune di discussione in cui il dibattito poggi su un piano condiviso di riferimenti e coordinate del reale.Giorgio Fontana, nell’articolo “L’ossessione di avere ragione”, invitava a mettere in pratica modalità di discussione in cui “cercare insieme soluzioni pertinenti” ai problemi che bisognava di volta in volta affrontare, “in libertà, offrendo la nostra opinione, le nostre conoscenze (e i loro chiari limiti), e infine cercando di contribuire alla discussione con qualcosa di sensato”. Rileggendo articoli come questo ci si accorge che la risposta principale alla prima elezione di Trump è stato il tentativo di restaurare la possibilità di un discorso politico che mirasse a stabilire di volta in volta la verità su una questione, una proposta di metodo che, con gli occhi di oggi, sembra avere un fondamento più teologico che politico-sociale. Nel frattempo, già si parlava di filter bubbles, confirmation bias e echo chambers, mentre si osservavano le infrastrutture dell’informazione online andare verso una fase di corruzione che oggi sembra irrimediabile, consapevoli come siamo che la maggior parte di ciò che esiste online è artificiale o falso.
I social media, sebbene dieci anni fa si reggessero su algoritmi molto più aperti e comunitari di oggi, davano già l’impressione di essere luoghi in cui non fosse davvero possibile lo sviluppo di un dibattito. Oggi la loro funzione essenzialmente commerciale, politicamente repressiva e propagandistica, è palese. Mafe De Baggis ha scritto su questa rivista: “La prima post-verità da cui liberarsi è ancora questa: pensare che gli ambienti digitali siano un mondo a sé, che non influenza e non è influenzato dalla realtà di cui invece sono parte integrante. Realtà che dipende dalle nostre scelte: per bucare le bolle dei filtri è sufficiente cercare esperienze diverse, perché la personalizzazione del web rispecchia quello che facciamo”. Oggi questo invito ci sembra decisamente fuori fuoco, e contemporaneamente il debunker, colui a cui qualcuno pensava di poter delegare il compito di forgiare di volta in volta la realtà a colpi di fact-checking, figura carissima al discorso pubblico dello scorso decennio, diventa la versione memetica e grottesca di sé stesso.
Dal canto loro, le forze politiche moderate e liberali hanno provato a contrastare la costante mistificazione fascista della realtà, che già dieci anni fa si esprimeva soprattutto attraverso la diffusione di fake news e teorie del complotto, costruendo un concetto di verità posticcio, fondato su un principio di autorità della classe dirigente, scientifica e accademica che la maggior parte delle persone, quelle che in un suo saggio di qualche anno fa per minimumfax il giornalista Leonardo Bianchi chiamava “la gente”, rifiutava. Intervistato da Veronia Raimo, Bianchi diceva: “Se si infila il discorso climatico in una sfera catastrofista, è normale che vengano fuori storie come quella delle scie chimiche. È un tema enorme e al momento non c’è neppure un consenso scientifico su come uscirne. Prima o poi arriverà, e quando arriverà, cambierà anche il clima culturale in cui ne parliamo. Se vai all’origine di queste narrazioni, ti rendi conto che sono delle spie del nostro presente: se capisci perché hanno preso piede, svanisce la loro allure”.
I social media, sebbene dieci anni fa si reggessero su algoritmi molto più aperti e comunitari di oggi, davano già l’impressione di essere luoghi in cui non fosse davvero possibile lo sviluppo di un dibattito. Oggi la loro funzione essenzialmente commerciale, politicamente repressiva e propagandistica, è palese.Il discorso politico di questi anni ha fatto emergere tutta la fragilità di un sistema basato sulla delega agli esperti come possessori unici di una prospettiva sul mondo più vera delle altre. La pandemia, nel frattempo, ha reso evidente il rifiuto popolare verso la trasformazione dell’esperto tecnico in decisore politico, come faceva emergere già nel dicembre 2017 la bella intervista di Fabio Gironi alle filosofe Gloria Origgi, Maria Baghramian, Nicla Vassallo e Mario De Caro. Come ha detto in particolare Baghramian
le necessità portate dalla guerra moderna crearono forti legami tra scienza e legislatura, come venne dimostrato in maniera lampante dal Progetto Manhattan negli Stati Uniti, e da Bletchley Park nel Regno Unito. Le famose parole di Robert Oppenheimer “Sono diventato Morte, il distruttore di mondi”, citando la Bhagavadgita, influenzano ancora oggi la nostra percezione del rapporto tra scienza e stato. Mentre dunque il pubblico è disposto a dare fiducia agli scienziati per quanto riguarda questioni tecniche, si sente anche giustificato a sospendere questa fiducia laddove i loro risultati scientifici siano direttamente legati alle nostre vite quotidiane.
L’insieme di queste forze ha una forte connotazione maschile. Una delle più grandi rivoluzioni politiche e culturali della nostra modernità è il progressivo e faticoso cambiamento degli equilibri nei ruoli di genere, ottenuto grazie alle lotte di movimenti globali come Non una di meno e all’elaborazione teorica delle varie “ondate” dei movimenti e delle teoriche femministe. La progressiva espansione delle possibilità di autodeterminazione delle donne in politica e nel mondo del lavoro, sebbene insufficiente a produrre una reale parità di genere, è stata comunque sufficiente a far emergere una spinta contraria, che oggi produce l’ossessione verso il ritorno a un presunto ordine naturale in cui siano ristabiliti i ruoli di genere “tradizionali” e in cui si rifiuti il superamento dei vecchi squilibri. L’emersione di questo maschile, per come la vedo, non ha a che fare soltanto con i ruoli di genere in sé, ma si avvicina piuttosto a una visione ancestrale, mitica del maschile – quindi a una visione culturale archetipica tipicamente di destra, astorica e antimaterialista – che ha tradizionalmente a che fare con gli ambiti della violenza, della forza, della sopraffazione.
Da Giorgia Meloni che rivendica per sé l’appellativo di presidente (al maschile) a Trump condannato per molestie e abusi sessuali, il linguaggio della violenza e della forza è lo strumento di riaffermazione di un ordine sociale rigido e repressivo, che ha molto a che fare anche con le politiche economiche e sociali di guerra condotte dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea. Franco “Bifo” Berardi, in un’intervista del 2018 di Francesco Raparelli, diceva:
Il nichilismo della cultura alt-right è l’espressione discorsiva dell’emergere del maschio beta come figura oppressa. L’interiorizzazione del modello maschile vincente sul piano economico e sessuale sta producendo i suoi mostri. Non tutti sono vincenti come promette la pubblicità e il corso di formazione al marketing aziendale. Anzi, la grande maggioranza dei maschi bianchi si sente perdente su entrambi questi piani. La figura del nerd si è evoluta (o meglio involuta) nella figura dell’uomo che non ha bisogno di donne, e non sa pensare alle donne se non come la preda che non si lascia più afferrare, e dunque si deve catturare con la violenza. La sofferenza del maschio bianco produce sempre più razzismo, sessismo, fascismo.
La riaffermazione del maschile va di pari passo con l’aspirazione di alcune forze politiche a portare il dibattito politico su un piano discorsivo culturalmente violento e opprimente, di cui il maschile – ulteriore riaffermazione di un essenzialismo pericoloso – è visto come archetipo.La risposta a tutto questo esiste. All’emergere dei fascismi risponde un movimento solidale e interconnesso di realtà che lavorano dal basso per creare modelli di cooperazione e nuove forme di sviluppo economico. Gli operai dell’ILVA di Taranto e della ex GKN di Campi Bisenzio, i militanti dei movimenti No TAV in Val di Susa e quelli ambientalisti di Ultima Generazione vedono nella solidarietà e nella convergenza di forze ed esperienze differenti l’unica via d’uscita dalla crisi economica e ecologica. Citando Alessandra Faccini, “se ci interrogassimo oggi su che cosa sia un movimento rivoluzionario, il caso GKN potrebbe forse dirci qualcosa: dalle esperienze passate di protagonismo operaio recupera il riconoscimento della questione ambientale come intrinsecamente connessa al sistema di relazioni di potere esistenti che struttura la società, insieme alla rivendicazione del controllo dellə lavoratorə sulla produzione tramite l’assunzione della postura di ‘classe dirigente’, in sfida alla ritirata degli attori pubblici e ai trascorsi fallimenti di natura top-down (come insegnano la parabola discendente dei Verdi o le ritrosie dello Stato nel procedere alla nazionalizzazione della fabbrica strenuamente invocata dal Collettivo). Unendosi alle piazze di Fridays for Future e ai cortei studenteschi, lə operaiə dichiarano a gran voce che la lotta per il futuro dei piani industriali, per l’accesso universale alla conoscenza e per il clima rientrano sotto un’unica agenda”. Posta, a mio parere, la totale sconfitta non solo materiale, ma anche discorsiva, di modelli politici liberali che si continuano a dimostrare l’anticamera del baratro, è possibile sviluppare un discorso che mini alla base la logica del funzionamento delle nostre strutture sociali.
Scrive Ida Dominijanni in un ricordo di Mario Tronti:
Ma se queste derive totalitarie sono vere, e se il totalitarismo è nemico della libertà, occorre spezzare il nesso automatico e scontato che tanto nella teoria quanto nel senso comune lega democrazia e libertà. Non si tratta solo, sul piano politico, di prendere atto che nelle democrazie contemporanee, tutte attraversate dai processi di massificazione della società e di verticalizzazione e personalizzazione del potere di cui sopra, ‘la libertà non viene negata ma raggirata’ e il suo esercizio ‘diventa sempre più formale’. Si tratta anche di prendere atto sul piano teorico che la democrazia può divaricare dal liberalismo e rivelarsi invece compatibile con il totalitarismo. Accade all’esito di un processo storico e concettuale che per un verso ha annodato libertà politica e libertà economica fino a sovrapporle, per l’altro verso ha creduto di presidiare la libertà politica agganciandola a un sistema di diritti e garanzie giuridiche che finisce con l’essere complice di un individualismo esasperato e spoliticizzato. E accade all’esito di un gigantesco equivoco, anche questo teorico e politico, che equiparando autorità e autoritarismo ha messo in contrapposizione libertà e autorità. Fra libertà e autorità – qui è esplicito il debito di Tronti con il laboratorio teorico-politico del femminismo della differenza – va riattivato invece un circolo positivo, perché la libertà è correlata al riconoscimento spontaneo della valenza simbolica dell’autorità e ne è potenziata. E viceversa, l’autoritarismo spunta proprio nei sistemi politici caratterizzati da un potere privo di autorità: una condizione, quest’ultima, che accomuna la parabola fallimentare del socialismo reale, dove l’esperimento rivoluzionario non ha generato una classe dirigente alla sua altezza, e la crisi terminale delle democrazie reali, dove il deficit d’autorità della politica sta alla radice dell’antipolitica e del populismo.