T
utte le tesi di dottorato si somigliano, ma alcune si somigliano più di altre: sono state plagiate. Non tutte le storie di plagio, però, finiscono con un morto. Quella di Jason Arday è probabilmente la più incredibile delle vicende accademiche da diversi anni a questa parte; un fatto che sarebbe rimasto all’interno del gossip universitario si è trasformato in poche settimane, per via delle sue straordinarie ramificazioni, in quello che potremmo definire l’affaire Dreyfus del nostro secolo.
Gli estremi della tragedia ci sono tutti: il colpo di coda del colonialismo occidentale e il riscatto dei neri, il progressismo fanatico e irrazionale delle élites progressiste contro il più oscuro e inquietante volto suprematista del nostro passato recente, il woke e il MAGA, una delle più prestigiose università del mondo occidentale e i suoi professori togati, improvvisamente ammutoliti dall’imbarazzo. Al centro, un singolare e iperdotato professore istrionico, celebratissimo e disprezzatissimo, che non regge il peso dell’umiliazione pubblica e che decide di terminare in modo tragico la sua esistenza. Ma in questa storia è probabilmente coinvolto, come vedremo, anche il più potente gruppo di estrema destra apparso in Occidente dopo i fascismi novecenteschi, quello di Peter Thiel.
Un ricercatore non come tanti
A innescare la miccia è un giovane ricercatore di “filosofia della biologia” (come lui stesso si definisce) dalla faccia pulita e dalla biografia ordinaria. Come molti suoi coetanei precari, Nathan Cofnas percorre ‒ percorreva, dal momento che è stato allontanato dal suo ultimo incarico ‒ il duro cammino della carriera accademica passando da un contratto all’altro, da un’università all’altra. Al momento dei fatti si trova a contratto con l’Università di Gand, in Belgio e, a differenza della maggior parte dei suoi colleghi, è convinto di vivere in un mondo reso profondamente ingiusto dalla fede illegittima ‒ diventata senso comune ‒ nell’uguaglianza umana. Il movente delle sue ricerche non è, come ci si potrebbe aspettare, la gloria accademica: come lui stesso sostiene, il suo obiettivo è quello di convincere le élites mondiali che gli uomini non sono tutti uguali, che le razze esistono e che i neri sono più stupidi dei bianchi. Cofnas ritiene di essere un servo della verità e della giustizia, le quali impongono di organizzare politicamente il mondo tenendo conto del “principio della disuguaglianza”, dimostrabile scientificamente.
A innescare la vicenda Arday è un giovane ricercatore, Nathan Cofnas, convinto di vivere in un mondo reso profondamente ingiusto dalla fede illegittima ‒ diventata senso comune ‒ nell’uguaglianza umana.
A prima vista Cofnas potrebbe sembrare un neonazista comune, uno di quelli che nel suo piccolo blog autopubblicato deduce conclusioni morali strampalate a partire dalla misurazione del cranio. Ma a smentire questa filiazione si affretta lui stesso: tanto per cominciare, si legge nella sua
newsletter, i neonazisti non hanno prodotto alcuna opera musicale degna di nota (al filosofo non manca il senso dell’umorismo). Per quanto riguarda i nazisti, invece: erano dei sempliciotti e credevano in teorie antiscientifiche; in generale, al nazismo Cofnas rimprovera soprattutto un imperdonabile difetto di scientificità, un po’ ciò che
Marx rimproverava al socialismo utopico.
Vedremo successivamente in che modo egli arrivi alle sue tesi, per il momento ci basta sapere che non si tratta affatto di uno sprovveduto. Al contrario, è un filosofo di professione, stimato nel suo campo e dalla carriera promettente (almeno fino a questo momento) e dal curriculum brillantissimo che si muove interamente dentro le istituzioni più esclusive e rispettate del mondo accademico. Le sue pubblicazioni escono su riviste di filosofia ma anche su riviste di biologia ‒ circa la metà, secondo il suo stesso conteggio ‒ a testimonianza di una precisa rivendicazione dell’autore, quella di voler fondare la filosofia morale sull’evidenza empirica delle scienze naturali, piuttosto che sull’intuizione o sul sentimento, alla maniera woke. La sua è un’impostazione illuministica: contro il gergo fumoso e inconcludente del postmoderno, la filosofia deve basarsi sulle scienze verificabili, l’etica deve essere scritta sui dati.
Nel 2024 Cofnas perde il suo incarico postdottorale all’Emmanuel College di Cambridge dopo aver sostenuto sul proprio blog che, in un sistema realmente meritocratico, i neri scomparirebbero da quasi tutte le posizioni di prestigio al di fuori dello sport e dell’intrattenimento. Il College giudica il post incompatibile con la propria politica di Diversità, Equità e Inclusione (DEI); Cofnas gli fa causa con il sostegno della Free Speech Union, diventando una figura eminente della battaglia contro il conformismo woke delle università britanniche.
Alla fine di luglio 2026 Cofnas pubblica sulla sua newsletter un post contenente accuse di plagio contro Arday ricevute da una fonte interna a Cambridge. L’imputazione è infamante: Jason Arday, il più giovane professore nero nella storia di Cambridge ed enfant prodige della sociologia, avrebbe copiato ampie parti della sua tesi di dottorato, e nessuno a Cambridge avrebbe osato parlare per paura di essere definito razzista. Accuse analoghe circolavano già da tempo, ma la pubblicazione di Cofnas innesca un caso mediatico: nelle tre settimane successive la stampa britannica pubblica 249 articoli contro Arday, e al plagio si aggiunge un secondo capo d’accusa, quello di avere inventato di sana pianta alcune delle sue vicende autobiografiche che lo avevano reso celebre (fra tutte, quella di avere corso 30 maratone di beneficenza in 35 giorni). Cambridge rimane in silenzio. Il 5 agosto Arday si dimette; il 14 viene trovato morto nella sua casa di Londra.
Il privilegio di fallire da soli
Torniamo alla Francia del 1894. Lì, un ufficiale francese mediocre avrebbe potuto sbagliare senza che il suo errore dicesse nulla sulla Francia o sull’esercito, ma un ufficiale ebreo no: il suo fallimento (vero o presunto e, nel caso di Dreyfus, del tutto falso e artificialmente fabbricato) diventava immediatamente la prova di qualcosa di diverso da sé, come ad esempio la prova della slealtà degli ebrei, della loro estraneità alla nazione, del pericolo che la loro infiltrazione nei ranghi avrebbe costituito per il Paese. Anche allora, il membro di una maggioranza aveva il privilegio di fallire da solo, mentre il membro della minoranza falliva anche per conto di tutti quelli simili a lui.
L’affaire Dreyfus spaccò la Francia in due, esattamente come oggi Arday divide la nostra società tra chi vede nelle politiche di diversità e inclusione un correttivo necessario a secoli di esclusione e chi le considera un cedimento ideologico che sacrifica il merito sull’altare dell’identità.
Nessuno oggi, di fronte a dieci scandali che coinvolgono professori bianchi, conclude che l’università abbia un problema di eccessiva inclusione dei bianchi: la maggioranza non è vista come categoria, rimanendo invisibile. Nella minoranza, invece, ogni singolo caso pesa il triplo, poiché manca la massa che permette all’individuo di scomparire dentro la categoria. Ciò, lungi dal dimostrare il fallimento delle politiche DEI e
woke, dimostra invece la loro efficacia: è la normalizzazione della presenza delle minoranze, non la sua eccezionalità, a permettere ai loro membri di smettere di essere ostaggi rappresentativi. Più ci sono professori neri a Cambridge, meno ciascuno di essi deve rispondere per tutti gli altri. Le politiche DEI, lette così, non creano il problema di cui Arday è diventato vittima, semmai lo risolvono, o almeno tentano di farlo, diluendo il peso rappresentativo che grava su ogni singolo membro di un gruppo sottorappresentato.
L’affaire Dreyfus spaccò la Francia in due, esattamente come oggi Arday divide la società anglosassone (e quindi anche la nostra) tra chi vede nelle politiche di diversità e inclusione un correttivo necessario a secoli di esclusione e chi le considera invece un cedimento ideologico che sacrifica il merito sull’altare dell’identità.
Fatti, logica e “razza”
Scavando in questa storia, però, si scopre presto che esiste un’intera galassia di intellettuali, riviste scientifiche, simpatizzanti e finanziatori, convinta non solo che il woke abbia guastato gli equilibri naturali del mondo occidentale, ma che esista una verità scientifica, empiricamente dimostrabile e occultata dall’irrazionalismo progressista, capace di spiegare perché abbandonare l’idea tradizionale di una gerarchia delle razze umane sia stata una mossa sbagliata. L’idea di ordinare gerarchicamente i gruppi umani in base a presunte caratteristiche ereditarie ha d’altronde una storia molto antica: attraversa il colonialismo, l’eugenetica, la segregazione americana e, nella sua forma più radicale, la politica razziale del Terzo Reich. Dopo il 1945 perse gran parte della propria legittimità pubblica, senza ‒ evidentemente ‒ scomparire del tutto. È dentro questa galassia che si muove Nathan Cofnas, che rifiuta esplicitamente qualsiasi vicinanza con il nazismo, ma che condivide l’idea che esistono “razze” umane più intelligenti di altre.
Cofnas si inserisce nella corrente di pensiero chiamata race realism, che in italiano potrebbe essere resa con “realismo razziale”. In questa prospettiva colore della pelle, altezza, tratti somatici sono alcune delle differenze osservabili tra le razze umane; ma se è vero che esistono delle differenze nel corpo, non c’è ragione ‒ inferiscono ‒ di escludere a priori che certe differenze possano esistere anche sul piano cerebrale e quindi, per farla breve, che alcune razze possano essere più intelligenti di altre.
Scavando in questa storia, però, si scopre presto che esiste un’intera galassia di intellettuali, riviste scientifiche, simpatizzanti e finanziatori, convinta che l’idea tradizionale di una gerarchia delle razze umane sia scientificamente dimostrabile.
Ora, allo stato attuale dell’arte, mentre è largamente riconosciuta l’esistenza di ascendenze e strutture genetiche ricorrenti nella popolazione, il concetto biologico di “razza umana” è controverso e privo di una definizione universalmente accettata, e nella comunità scientifica prevale ancora l’idea che le categorie razziali siano costruzioni sociali e indicatori biologici imprecisi; in pratica non esiste ancora un criterio biologico chiaro e costante che assegni ogni individuo alle categorie razziali comuni, e ad esempio sia la dichiarazione ufficiale dell’American Association of Biological Anthropologists (2019) sia quella dell’American Society of Human Genetics (2018), sono entrambe esplicite nel respingere la razza come categoria biologicamente valida. Per i
race realist, invece, le categorie razziali sono concetti euristicamente validi al punto da spiegare anche differenze cognitive medie. I
race realists si contrappongono (semplifichiamo qui per brevità) alla posizione definita
blank-slatism, cioè la teoria della
tabula rasa, l’idea che gli esseri umani non nascano con caratteristiche innate, ma che tutte le differenze cognitive siano riconducibili all’ambiente, alla cultura, all’educazione ricevuta.
Il dibattito rimanda all’antica disputa tra natura e cultura, ma ciò che ci interessa qui sono soprattutto le sue implicazioni politiche, dal momento che molti ‒ e tra questi Cofnas ‒ traggono conclusioni morali e normative dalle loro “scoperte” scientifiche. Il primo bersaglio polemico di Cofnas è il principio dell’uguaglianza fra gli uomini, generalmente accettato e condiviso nella società occidentale grazie a tre grandi svolte storiche: la Dichiarazione d’Indipendenza americana, la Rivoluzione francese e la Rivoluzione bolscevica. Per sconfiggere la fede nell’uguaglianza e dunque il woke, è necessaria quella che lui chiama una Hereditarian revolution. L’ereditarianismo (hereditarianism) è la posizione secondo cui le differenze psicologiche e comportamentali tra individui e gruppi ‒ l’intelligenza in testa a tutte ‒ sarebbero in misura significativa determinate dalla genetica.
Nel suo saggio più programmatico, “A Guide for the Hereditarian Revolution”, Cofnas non si limita a difendere questa tesi sul piano scientifico, ma la trasforma in un piano d’azione politico: egli sostiene che l’unico modo per sconfiggere il wokismo sia convincere le élites intellettuali occidentali ad accettare l’ereditarismo, così come già accaduto in passato ‒ a suo dire ‒ con l’eliocentrismo o il darwinismo; solo così, argomenta, la “tesi dell’uguaglianza” crollerebbe alle fondamenta, affossando insieme a sé l’intero impianto ideologico del DEI e delle politiche di inclusione. È in questo stesso saggio che compare il calcolo più controverso di tutta la sua opera: in un sistema realmente meritocratico, scrive, i neri costituirebbero appena lo 0,7% degli studenti di Harvard e sparirebbero da quasi tutte le posizioni di prestigio al di fuori dello sport e dell’intrattenimento.
Cofnas è un sostenitore dell’ereditarianismo (hereditarianism), la posizione secondo cui le differenze psicologiche e comportamentali tra individui e gruppi ‒ l’intelligenza in testa a tutte ‒ sarebbero in misura significativa determinate dalla genetica.
Che gli uomini siano tutti uguali, dice Cofnas, è un fatto contrario all’evidenza empirica; esiste tuttavia una specie di illusione collettiva alimentata dal fanatismo
woke che impedisce di vedere come stanno realmente le cose, ovvero che “le disparità sono radicate nella natura”. Nonostante questo, sarebbe possibile ‒ secondo l’autore ‒ far ragionare le persone più intelligenti attraverso “i fatti e la logica”: con i giusti argomenti è possibile convincere le
élites occidentali progressiste (generalmente, a suo dire, composte da persone con QI alto) della bontà del realismo razziale. Uno dei suoi articoli più interessanti è proprio “
Beating woke with facts and logic”, una specie di manifesto illuminista sul potere della ragione e della dimostrazione.
Cofnas ‒ a differenza di altri realisti razziali ‒ è infatti molto ottimista sul fatto che la verità (cioè l’idea della disuguaglianza) alla fine vincerà contro la superstizione ideologica (l’idea dell’uguaglianza), ed è convinto che il suo lavoro contribuirà a diradare la nebbia dell’ignoranza egualitaria.
Questo atteggiamento prometeico potrebbe suscitare, a prima vista, una certa simpatia: tutti noi, cittadini delle democrazie occidentali ed eredi della rivoluzione scientifica, amiamo i fatti, la logica, le dimostrazioni. E però Cofnas si scaglia contro un argomento inventato da lui, cadendo quindi nel più classico straw man argument: infatti, il principio secondo cui “gli uomini sono tutti uguali” non significa affatto che chi lo segue pensi che non ci siano differenze tra un uomo alto e uno basso, tra uno con gli occhi a mandorla e uno con i capelli rossi ‒ come lui ricostruisce la posizione dei suoi avversari. Chi riconosce quel principio come valido crede semmai che tutti gli uomini debbano avere gli stessi diritti, ovvero più in generale il diritto di sviluppare al massimo grado possibile le proprie inclinazioni e di perseguire la propria felicità. L’oggetto contro cui Cofnas si scaglia ‒ un ipotetico principio di uguaglianza volutamente male interpretato e caricaturale ‒ non esiste. Un errore grossolano per un testo partito con le migliori intenzioni razionaliste.
Ciò che distingue Cofnas dai suoi nemici non è tanto il fatto che lui creda che esistano delle differenze, mentre gli altri no; è, semmai, cosa egli ritiene di potere dedurre politicamente a partire dalle differenze naturali esistenti. Per Cofnas la disparità politica dei neri in America, ovvero la loro costante arretratezza in vari campi, si spiega con il fatto che essi hanno mediamente un quoziente intellettivo più basso, non con la segregazione razziale. Di conseguenza, affirmative action, quote e politiche di inclusione risultano essere dei correttivi del tutto ingiustificati.
Ma veniamo ai “fatti”. Per dimostrare la tesi secondo cui i neri avrebbero sistematicamente un QI inferiore a quello dei bianchi, gli ereditarianisti usano spesso uno studio condotto da Sandra Scarr e Richard Weinberg e pubblicato nel 1976 su American Psychologist, il “Minnesota Transracial Adoption Study”, una ricerca che aveva come obiettivo quello di misurare quanto l’ambiente familiare potesse incidere sui risultati ai test cognitivi nei bambini neri o meticci adottati da famiglie bianche e upper class. In un follow-up del 1992 gli autori conclusero che crescere in famiglie bianche della classe medio-alta aveva avuto effetti positivi sul QI e sul rendimento scolastico dei bambini presi in esame.
Ciò che distingue Cofnas dai suoi nemici non è tanto il fatto che lui creda che esistano delle differenze, mentre gli altri no; è, semmai, cosa egli ritiene di potere dedurre politicamente a partire dalle differenze naturali esistenti.
Fu proprio questo secondo studio a diventare terreno di contesa: due ricercatori di orientamento ereditarista,
Michael Levin e
Richard Lynn, sostennero che i risultati dello studio offrivano un forte sostegno alla tesi di un’origine genetica delle differenze razziali di intelligenza. Scarr e Weinberg
replicarono punto per punto, sostenendo che fossero invece proprio gli effetti benefici di una crescita in un ambiente familiare bianco e di ceto medio-alto a spiegare i risultati migliori registrati sui bambini adottati, non una componente genetica. In altre parole: gli autori dello studio che gli
hereditarians citano a sostegno della loro tesi genetica sono gli stessi che l’hanno pubblicamente e ripetutamente respinta.
Il nome di Richard Lynn si lega poi a un’altra controversia sviluppatasi proprio in Italia sul tema della “questione meridionale”. Nel 2010 lo psicologo sostenne che il divario economico tra Nord e Sud Italia dipendesse almeno in parte da una differenza nell’intelligenza media delle rispettive popolazioni: secondo Lynn, le popolazioni meridionali sarebbero state rese meno intelligenti dall’apporto genetico delle popolazioni provenienti dal Nord Africa e dal Medio Oriente, penetrato nel corso dei secoli attraverso le colonizzazioni fenicie e arabe; l’ascendenza centrosettentrionale europea avrebbe invece favorito le regioni del Nord.
A confutare questa tesi fu Vittorio Daniele, ordinario all’Università di Catanzaro oggi scomparso, che nel 2015 pubblicò sulla stessa rivista un articolo che mostrava anzitutto come Lynn avesse trasformato risultati scolastici in misure del QI, finendo per assumere come causa genetica ciò che poteva essere spiegato dalla diversa qualità dell’istruzione e dalle disuguaglianze economiche e sociali. Inoltre, tra il 2003 e il 2012, i risultati scolastici degli studenti meridionali erano cresciuti in modo troppo rapido per poter avere origine genetica. Anche la storia smentiva Lynn: il Sud Italia era stato, dall’antichità romana all’alto Medioevo, economicamente e culturalmente più avanzato del Nord, circostanza difficilmente conciliabile con l’ipotesi di una sua inferiorità cognitiva ereditaria. Le differenze osservate da Lynn, concludeva Daniele, riflettevano piuttosto condizioni socioeconomiche, opportunità educative e qualità della scuola.
C’è poi un secondo argomento, più generale, che il fronte culturalista oppone da decenni alle tesi genetiche: il cosiddetto Flynn effect. Nel corso del Novecento i punteggi medi ai test del quoziente intellettivo sono saliti di circa tre punti ogni decade, un incremento talmente rapido da rendere impossibile una spiegazione puramente genetica, che richiederebbe tempi molto più lunghi, e da suggerire invece il peso enorme di fattori ambientali: più scolarizzazione, migliore alimentazione, maggiore familiarità con il tipo di ragionamento astratto richiesto dai test. Il ragionamento che se ne trae, spesso, è il seguente: se un’intera popolazione può guadagnare così tanti punti di QI in una sola generazione — un salto più ampio del divario oggi misurato tra gruppi razziali — allora attribuire un divario prevalentemente alla genetica è quantomeno azzardato, come racconta bene questo approfondimento di Scientific American.
Nel corso del Novecento i punteggi medi ai test del quoziente intellettivo hanno registrato un incremento talmente rapido da rendere impossibile una spiegazione puramente genetica, e tali da suggerire invece il peso enorme dei fattori ambientali.
Tra gli avversari di Cofnas, infine, un riferimento imprescindibile è Stephen Jay Gould, paleontologo e biologo evoluzionista di Harvard, che nel suo
The Mismeasure of Man (1981; trad. it.
Intelligenza e pregiudizio, 1985), una delle più ampie ricostruzioni sul rapporto tra scienza e disuguaglianza, demolisce la lunga pretesa di utilizzare la biologia e la misurazione dell’intelligenza per fondare scientificamente gerarchie tra gruppi umani.
Tutto ciò serve a ribadire un punto: i “fatti” di cui Cofnas si vanta di essere un umile e disinteressato servitore sono tutto tranne che fatti univocamente interpretabili. Per prima cosa, Cofnas gioca continuamente sull’ambiguità della parola uguaglianza. Ma l’uguaglianza su cui si fondano le democrazie liberali è anzitutto un principio morale e giuridico, e implica che gli esseri umani hanno pari dignità e pari diritti; non contiene la previsione empirica che tutti gli individui o tutti i gruppi debbano possedere le medesime caratteristiche, né che ogni differenza statistica debba necessariamente derivare dalla discriminazione.
Perfino il concetto di razza su cui l’intero edificio si regge, come abbiamo visto, è privo di un fondamento biologico condiviso dalla comunità scientifica. Ciò che si presenta come il resoconto neutro di un dato di realtà, il semplice atto di “seguire l’evidenza ovunque conduca” come ama ripetere Cofnas, è in realtà una selezione tra letture contrastanti dello stesso corpus di studi. Non è la scienza a condurre Cofnas alle sue posizioni politiche; sono le sue posizioni politiche, semmai, a orientare la scienza da citare: l’oggettività rivendicata con tanta insistenza e perentorietà si rivela, a un esame più attento, una costruzione ampiamente arbitraria.
E se sulla razza si professa umile servitore dei fatti, sull’economia Cofnas non è meno assertivo: i miliardari, scrive, sono quelli che pagano più tasse di tutti (i poveri, semmai, ricevono rimborsi dallo Stato); il problema dei senzatetto in America non avrebbe granché a che fare con la povertà quanto piuttosto con droga e malattia mentale e, per finire in bellezza (manco a dirlo) anche la simpatia per il capitalismo sarebbe questione di dotazione genetica: “in media, le persone che credono nel capitalismo hanno un quoziente intellettivo più elevato”. Il filosofo dei fatti e della logica, arrivato all’economia, scopre che anche lì, guarda caso, chi non è d’accordo con lui sulla bontà del capitalismo è semplicemente un po’ meno intelligente.
L’uguaglianza su cui si fondano le democrazie liberali è anzitutto un principio morale e giuridico, e implica che gli esseri umani hanno pari dignità e pari diritti; non contiene la previsione empirica che tutti gli individui debbano possedere le medesime caratteristiche.
Per capire come funziona il dispositivo retorico di Cofnas è però importante sottolineare il fatto che esistono almeno
due Cofnas: il primo è quello accademico, quello che pubblica su riviste peer-reviewed —
Philosophical Psychology, Human Nature, Biology & Philosophy — dove discute con lo stesso lessico cauto e le stesse tabelle di dati che userebbe qualunque genetista o biologo di mestiere. È un Cofnas che si muove con disciplina e rigore dentro i confini del metodo scientifico. E poi c’è un secondo Cofnas, quello che si trova nella sua newsletter, dove il tono cambia registro e non deve tenere conto dei parametri scientifici: qui si parla di filosofia della storia, destino delle civiltà, politica; qui l’autore parla della missione che un ipotetico gruppo a cui si riferisce come “noi” è chiamato a svolgere per il bene della civiltà, di “vittoria”, o del fatto che “la tesi dell’uguaglianza viene inculcata nelle persone praticamente fin dalla nascita”.
È il Cofnas che ricostruisce l’intero Novecento come una specie di epidemia ideologica in cui il principio dell’uguaglianza umana si sarebbe progressivamente diffuso ovunque (“[nel Novecento] non si poteva dirigere un’università, portare avanti un progetto scientifico o fare praticamente qualsiasi altra cosa senza essere infiltrati da spie sovietiche e fiancheggiatori”) fino a diventare un dogma totalizzante, capace di contagiare persino le scienze esatte ‒ e di cui il DEI a Cambridge non sarebbe che l’ultima e più estrema manifestazione.
Il trucco retorico sta nel passare continuamente da un piano all’altro: il rigore del Cofnas-scienziato fornisce al Cofnas-politico l’alibi della credibilità accademica, mentre il secondo fornisce al primo un significato metastorico che i dati, da soli, non potrebbero sostenere. Un lettore che segua Cofnas solo sulla newsletter potrebbe scambiarlo per un profeta apocalittico di destra come tanti; un lettore che lo legga solo sulle riviste accademiche potrebbe scambiarlo per un tranquillo studioso di genetica comportamentale.
C’è poi un passaggio nell’argomentazione più sottile di quanto la retorica marziale di beating woke with facts and logic lasci intuire. Ammettiamo pure, per un momento, che le differenze razziali di intelligenza siano un dato reale, empiricamente fondato. Da questo fatto non discende alcuna inferenza logica necessaria sul piano morale: dal fatto che una disuguaglianza abbia origine nella natura non segue che la società debba accettarla, così come dall’origine naturale di una malattia, una disabilità o un terremoto non segue che sia inutile o illegittimo tentare di compensarne gli effetti. Cofnas lo sa, e chiama con disprezzo hereditarian race communism la posizione di chi, pur ammettendo differenze razziali innate, ritiene che la società debba mitigarne le conseguenze attraverso redistribuzione, quote o altre politiche egualitarie.
Il rigore del Cofnas-scienziato fornisce al Cofnas-politico l’alibi della credibilità accademica, mentre il secondo fornisce al primo un significato metastorico che i dati, da soli, non potrebbero sostenere.
A Cofnas, dunque, non basta che il mondo riconosca l’esistenza di differenze naturali tra gruppi: bisogna compiere un passo ulteriore e politico, deducendo che quelle differenze
non vadano corrette. È lui stesso a chiudere il saggio sostenendo che, una volta riconosciuto che parte della disuguaglianza è “inscritta nella natura”, diventa più facile “fare pace con questo fatto” invece di inseguire il mito dell’uguaglianza. Cofnas, del resto, non nasconde affatto di desiderare una trasformazione politica: parla di campagne informative, conquista delle
élites, epurazione dei militanti
woke dalle istituzioni e sottrazione alla sinistra degli strumenti offerti dalla legislazione sui diritti civili. La scienza, nel suo progetto, deve produrre un mutamento antropologico radicale, trasformando le disuguaglianze percepite come ingiustizie da correggere in differenze naturali con le quali rassegnarsi a convivere.
La rete ereditaria
Attorno a Cofnas, in ogni caso, non c’è il vuoto che la sua immagine da cavaliere isolato della verità scientifica potrebbe suggerire: è Byline Times a documentare una rete di legami intellettuali, politici e finanziari, al cui centro si trova Aporia, rivista online che secondo l’inchiesta funge da vetrina della Human Diversity Foundation, oggi Polygenic Scores, erede del Pioneer Fund, fondazione eugenetica nata nel 1937 e storicamente legata a scienziati vicini al nazismo. Il Pioneer Fund aveva finanziato per decenni la ricerca alla base delle tesi su una presunta correlazione genetica tra razza e intelligenza ‒ la stessa impalcatura teorica che, nel 1994, Charles Murray e Richard Herrnstein resero popolare con il libro The Bell Curve. Nel 2022 parte di questo ambiente sarebbe confluita in Aporia, il cui fondatore, Matthew Frost, avrebbe dichiarato l’obiettivo di spostare l’Overton Window sul tema delle differenze razziali e ottenere “legittimità per associazione” attraverso istituzioni prestigiose come Cambridge.
Aporia è a sua volta intrecciata alla Free Speech Union (FSU), l’organizzazione che sostiene Cofnas nella causa contro Cambridge: il suo fondatore Toby Young e il senior editor di Aporia Noah Carl compaiono come coamministratori della stessa società, mentre nel consiglio consultivo della FSU siedono diverse figure ricorrenti nella rete, tra cui James Orr e Claire Lehmann. Lehmann è la fondatrice di Quillette, che aveva già pubblicato Cofnas e che nelle ore precedenti alla morte di Arday pubblicò due articoli sulla vicenda, uno dei quali lo definiva “fantasista” e “fraudolento”. Secondo una biografia di Max Chafkin citata dal giornale, inoltre, Peter Thiel avrebbe finanziato segretamente Quillette intorno al 2016, circostanza sempre negata da Lehmann.
A collegare questo ambiente alla politica britannica è soprattutto James Orr, docente a Cambridge, consigliere della Free Speech Union e Head of Policy di Reform UK, il partito di Nigel Farage; un’altra inchiesta dello stesso giornale ha raccolto testimonianze secondo cui Orr avrebbe utilizzato Cambridge per avvicinare studenti a esponenti della destra radicale e della race science.
In questo quadro compare come finanziatore e punto di contatto ricorrente Peter Thiel, senza che l’inchiesta dimostri un suo ruolo diretto nella campagna contro Arday. Byline Times gli attribuisce una donazione riservata a Cambridge canalizzata attraverso James Orr in coincidenza con l’assunzione di quest’ultimo, oltre a un interesse diretto per Cofnas e per il senior editor di Aporia Noah Carl, con i quali Thiel avrebbe cercato un’interlocuzione personale. Il coinvolgimento di Thiel in questo ambiente risalirebbe secondo il giornale almeno al 2016-2017, quando un suo collaboratore avrebbe iniziato a incoraggiare la costruzione di reti accademiche e politiche conservatrici a Cambridge.
Attorno a Cofnas non c’è il vuoto che la sua immagine da cavaliere isolato della verità scientifica potrebbe suggerire: è Byline Times a documentare una rete di legami intellettuali, politici e finanziari, al cui centro si trova la rivista online Aporia.
Lo storico David Starkey, già noto per commenti denigratori nei confronti delle persone nere, avrebbe partecipato a un’intervista con Cofnas pochi giorni prima della morte di Arday, in cui i due avrebbero definito l’accademico “non intelligente” e ne avrebbero celebrato le dimissioni in termini vendicativi. Eric Kaufmann, accademico e membro del consiglio consultivo della Free Speech Union, sarebbe intervenuto in passato a un evento di
Aporia con Cofnas per discutere di presunti “problemi della cultura nera”. Curtis Yarvin, teorico del cosiddetto
Dark Enlightenment (
illuminismo oscuro) la cui società è stata finanziata dal fondo di Thiel, sostiene tesi analoghe sulla superiorità genetica bianca.
Quella che potremmo definire come la nuova marea nera è fatta da persone che si definiscono “menti quantitative”, come Emil Kirkegaard, tra i fondatori di Aporia — cioè attente ai dati e all’oggettività. Quest’ultimo, in un articolo del 2022, sostiene che le differenze genetiche di intelligenza tra Nord e Sud Italia sarebbero confermate da “nuovi dati”. Queste tesi ‒ in sé, discutibili e di fatto discusse da decenni nei dipartimenti di genetica comportamentale ‒ nel caso Arday si sono tradotte senza soluzione di continuità in un accanimento contro un singolo individuo.
Honest and reasonable errors
Veniamo alle accuse di plagio. A febbraio 2026 la Liverpool John Moores University, che aveva assegnato ad Arday il dottorato, aveva già condotto un’indagine disciplinare sulle accuse raccolte dal Times Higher Education, concludendo all’unanimità che non fossero provate e classificando le irregolarità come “honest and reasonable errors”.
Eppure alcuni passaggi della tesi sono effettivamente copiati: in molti casi Arday cita l’autrice da cui attinge, in altri omette la citazione. La condotta è accademicamente scorretta, ma la sua gravità non può spiegare un caso da 249 articoli in tre settimane, dopo che un’indagine formale aveva già assolto l’imputato. Se la ragione di questo accanimento non risiede, dunque, in un errore inedito o eccezionale, e se la condotta di Arday è tutto sommato di entità piuttosto circoscritta e in ogni caso comune nel panorama accademico, allora la ragione di tanto accanimento va cercata nel fatto che una persona nera sia entrata a Cambridge attraverso le politiche riservate alle minoranze storicamente escluse, e non grazie al proprio talento.
Alle accuse di plagio accademico e a quella di falsificazione autobiografica si aggiunge quella di scarso valore scientifico. Iain Macwhirter, fra gli altri, definisce “advocacy scholarship” (attivismo politico travestito da ricerca) la sua produzione teorica. Eppure il profilo bibliometrico di Arday al momento dell’assunzione non era quello di un accademico marginale: Giorgio Gilestro, analizzandone la produzione su OpenAlex, conta 39 pubblicazioni, 983 citazioni e un h-index di 14, collocandolo sopra la mediana per produzione e nel 15% più alto per citazioni rispetto a 244 ricercatori britannici comparabili.
Alcuni passaggi della tesi sono effettivamente copiati: in molti casi Arday cita l’autrice da cui attinge, in altri omette la citazione. La condotta è accademicamente scorretta, ma la sua gravità non può spiegare un caso da 249 articoli in tre settimane.
Soprattutto, ciò che gli viene rimproverato non sembra un’anomalia individuale.
Paul Ormerod, a sua volta molto critico verso Arday, osserva che buona parte della produzione della facoltà di Education di Cambridge condivide lo stesso gergo e la stessa debolezza empirica: è un problema più generale delle scienze sociali contemporanee, già reso noto al pubblico non specialistico con il caso Sokal del 1996. Si potrebbe dire che, per fare carriera nel campo delle scienze politiche, sia
necessario utilizzare quegli stilemi, quel lessico, quella sintassi che Sokal ha descritto molto bene come
imposture intellettuali; si tratta quindi, con tutta evidenza, di un problema generalizzato e non riconducibile al solo Arday o alle politiche woke.
La storia fragile dell’uguaglianza
Come si è visto fino a qui, il caso Arday non è stato che un pretesto usato da individui appartenenti a vario titolo alla galassia conservatrice per dimostrare le proprie teorie. Fino alla morte di Arday pochi sapevano che nelle università europee si discutesse di differenze intellettive tra le razze, ma proprio per questo è utile, anche da non specialisti, provare a orientarsi in questo dibattito, capire chi sono i suoi protagonisti, cosa sostengono, con quali argomenti ‒ e attraverso quali reti di riviste, associazioni e finanziatori queste posizioni si diffondono e si legittimano a vicenda.
Non a caso Maarten Boudry, biologo dell’Università di Gand ‒ la stessa di Cofnas ‒, ha definito questo filone di pensiero “la più pericolosa idea in circolazione nell’accademia contemporanea”, pur dichiarandosi favorevole alla libertà di ricerca anche su temi controversi come le differenze razziali. Ma qui vale la pena chiarire un possibile equivoco: non si tratta di limitare la libertà della ricerca, ma esattamente il contrario, cioè di prenderla sul serio. Si deve condividere con Cofnas la pretesa illuminista di fondare le proprie posizioni su fatti e logica, a patto però di applicarla con rigore. Come abbiamo visto, la categoria di “razza” non è un dato biologico univoco, e che l’intelligenza sia determinata perlopiù geneticamente è un’affermazione tutt’altro che dimostrata. Anche ammettendo, poi, che esistano differenze di intelligenza su base genetica tra gruppi umani, da questo fatto non deriverebbe alcuna conclusione politica — né sulle politiche di inclusione, né sulla composizione legittima delle istituzioni.
È dunque proprio restando fedeli al metodo che Cofnas invoca ‒ fatti e logica ‒ che la sua posizione risulta insostenibile.
Non è in discussione la libertà di fare ricerca, ma la responsabilità di farla bene. Comprendere questo dibattito è un atto di vigilanza democratica. Il principio di uguaglianza su cui si regge la nostra società non è un dato eterno e non può essere dato per scontato.
Non è quindi in discussione la libertà di fare ricerca, ma la responsabilità di farla bene. Comprendere questo dibattito è soprattutto un atto di vigilanza democratica. Il principio di uguaglianza su cui si regge la nostra società non è un dato eterno: ha avuto un inizio storico, e come altre conquiste ‒ lo Stato sociale, oggi sotto attacco ‒ non può essere dato per scontato. La rete che si muove attorno a Cofnas e la vicenda di Jason Arday, che ne è stata la conseguenza più drammatica, sono un segnale di questo attacco. Vigilare, in questo senso, non significa affatto opporsi al normale corso della ricerca scientifica, cosa che comporterebbe una forma di oscurantismo, per quanto nobile nelle intenzioni; ma semmai prendere sul serio queste idee prima che diventino senso comune, discuterle apertamente e smentirle attraverso la scienza.
Esistono tuttavia anche ragioni per non concludere questa storia nel segno della paura. Le popolazioni che il colonialismo aveva condannato al silenzio hanno conquistato parola, rappresentanza e forza politica; i movimenti anticoloniali e antirazzisti hanno già dimostrato di poter rovesciare ordinamenti che sembravano naturali ed eterni. Il principio di uguaglianza, per quanto reversibile, rimane ancora un pilastro della nostra identità, e non vi è alcun motivo per credere che coloro che hanno combattuto per esso siano ora disposti a rinunciarvi.