“S
e fossi più colto di quello che sono, dovrei ribellarmi all’autore e pretendere di essere chiamato antiproletario, ché io avverso la classe da cui nasco; transproletario, ché io supero la classe da cui nasco; metaproletario, ché io sublimo la classe da cui nasco; aproletario, ché io vorrei far piazza pulita della classe da cui nasco”.
Tommaso Labranca, Neoproletariato. La sconfitta del popolo e il trionfo dell’eleghanzia, 2002.
È da qualche tempo che si è riacceso l’interesse – culturale ed editoriale – per il concetto di “classe”, a lungo marginalizzato tanto dalle politiche di destra e di centro quanto da una parte della sinistra, che ha progressivamente mostrato una crescente difficoltà nel tenere insieme le tradizionali rivendicazioni redistributive legate alla condizione materiale delle classi lavoratrici e le istanze di riconoscimento dei diritti civili e delle identità.
Riflette questo nuovo interesse per la questione di classe una recente uscita dei Quanti, collana di e-book di Einaudi, a tema “classe”, che prova a interrogare una delle categorie più controverse e sfuggenti della modernità politica. I diversi linguaggi dei testi raccolti – accademico, letterario, personal essay, per frammenti, “manifesto” – ricalcano quella che, sin dalla sua apparizione nel 2021, è stata l’idea di fondo della collana: a metà tra il libro e il contributo su rivista, la “classe” è sia tema centripeto ma anche centro propulsivo da cui le prospettive autoriali prendono le distanze in modo centrifugo.
La linea editoriale è dunque quella di una vistosa eterogeneità ma, da un certo punto di vista, la scelta di autori e autrici è significativa rispetto a quale strada teoretica venga imboccata e percorsa; emerge un’idea di classe non più come soggetto storico della storia recente, ma un prisma attraverso cui leggere la contemporaneità dal proprio piccolo angolo di visuale. Il risultato è una costellazione di testi che si sfiorano senza davvero convergere, che condividono un tema senza costruire uno spazio teorico comune. Non per forza un male, ma va sicuramente sottolineato come primo elemento.
Un asse di lettura: quello che la “classe” produce
I saggi affrontano il tema da prospettive complementari: Andrea Muni riflette sul rapporto tra lavoro, tempo e libertà; Francesco Pacifico interroga il nesso tra generazioni e appartenenza di classe; Denise Celentano ricostruisce criticamente il concetto di classe nelle democrazie contemporanee; Davide Piacenza esplora l’esperienza della mobilità sociale e del “transfugo di classe”; Dario Salvetti, infine, propone la lotta operaia come pratica di trasformazione della vita collettiva.
È da qualche tempo che si è riacceso l’interesse per il concetto di “classe”, a lungo marginalizzato tanto dalle politiche di destra e di centro quanto da una parte della sinistra.Esisterebbero diversi modi di disporre i testi su un asse – gradiente di teoresi, ricognizione sociologica, intensità autobiografica. Io vorrei però leggerli secondo un’altra ordinata: quale delle cinque visioni della “classe” risulta più efficace nella produzione di uno spazio, teorico ma soprattutto pratico, per l’emergere di una coscienza collettiva? È con questa ipotesi in mente che ho letto i Quanti; e proprio per questo il mio punto di partenza non è uno dei testi raccolti nel volume, ma un’esperienza che negli ultimi mesi ha funzionato, per me, come una sorta di evento-verifica dei congegni concettuali messi in campo dai cinque autori.
L’esperienza più interessante degli ultimi mesi per quella che, con una certa approssimazione, potremmo chiamare “classe creativa” è stata costruita senza che la parola “classe” occupasse una posizione centrale nel discorso pubblico e organizzativo. A partire dalla chiamata di Mi Riconosci? – associazione per chi lavora nei beni culturali –, per oltre un anno esperienze di rivendicazione, quasi-union, collettivi e sindacati hanno costruito una piattaforma comune, discusso rivendicazioni, organizzato assemblee e immaginato forme di azione condivisa per arrivare al primo sciopero generale della cultura trasversale ai settori culturali e creativi: dentro c’erano dai lavoratori dell’arte a quelli dell’editoria, dello spettacolo dal vivo, dei musei e delle biblioteche, dell’accademia, fino all’audiovisivo.
Dentro questo percorso, non è risultato particolarmente interessante stabilire chi appartenesse a quale classe sociale: nessuno ha chiesto agli altri quale fosse il loro reddito, il patrimonio familiare o il loro “pedigree” di classe. La questione non era condividere la stessa posizione sociale, ma costruire insieme un terreno comune di riconoscimento e di conflitto. La possibilità di fare politica, infatti, non dipende necessariamente dall’avere le stesse condizioni materiali – lo stesso luogo di lavoro, lo stesso salario, gli stessi problemi immediati – ma dalla capacità di individuare interessi comuni anche a partire da esperienze differenti. Sapendo anche che lo sciopero poteva avere il ruolo di ricomposizione di settori dove divide et impera è stato uno dei tranelli neoliberali più diabolici.
Questo sciopero accade a valle di una tendenza che, negli ultimi anni, ha interessato i mondi del lavoro in generale e le ICC (Industrie Culturali e Creative) in particolare, nelle quali lavoratori e lavoratrici hanno creato realtà di rivendicazione tenendo insieme sia la specificità delle mansioni sia la trasversalità delle condizioni (basta pensare al fenomeno dello slash working, per fare un esempio). Si comincia con delle inchieste, con delle riunioni, si capisce insieme come ricostruire dal basso il settore di riferimento e si prova a far valere le proprie istanze e sacrosante richieste. Per arrivare a uno sciopero unitario, noi siamo stati e state là, ogni due o tre settimane, a riunirci, discutere, scrivere insieme una piattaforma; se non è classe, “chiamatela come volete” – come recita uno dei testi dei Quanti –, ma è qualcosa che tiene insieme il lavoro che si svolge e, insieme, fa balenare l’idea del lavoro che si vorrebbe.
La possibilità di fare politica non dipende necessariamente dall’avere le stesse condizioni materiali – lo stesso luogo di lavoro, lo stesso salario, gli stessi problemi immediati – ma dalla capacità di individuare interessi comuni anche a partire da esperienze differenti.Nessuna delle sigle coinvolte ha mai sentito il bisogno di usare la parola “classe” per descrivere ciò che stavamo costruendo. E non perché questo elemento fosse assente ma forse perché il termine, nel linguaggio comune, è spesso ridotto a un’appartenenza sociale da riconoscere o rivendicare, mentre nella sua accezione politica indica soprattutto un processo: la trasformazione di una condizione condivisa in coscienza e capacità di azione collettiva. La classe, in questo senso, non è qualcosa a cui semplicemente si appartiene, ma qualcosa che si costruisce attraverso il conflitto e l’organizzazione. Persone con traiettorie biografiche, condizioni materiali e provenienze sociali differenti possono quindi riconoscersi in un interesse comune e dare forma a un soggetto collettivo senza dover prima coincidere in un’identità omogenea.
I Quanti
Definire la classe è una faticaccia e, come spiega il testo di curatela della redazione dei Quanti, forse il fascino che continua a sprigionare questo termine sta nel suo “potere di ricomposizione in tempi di identitarismi ed essenzialismi di varia natura”. Lo sforzo tassonomico di Denise Celentano in “Liberi in un mondo che schiaccia”, ad esempio, ha la funzione virgiliana di accompagnarci in una ricognizione sociofilosofica su questo concetto, ponendosi una domanda, ovvero cosa significa essere uguali in una società divisa? Infatti, se le società liberal-democratiche fanno continua professione dei valori di uguaglianza, ci sono però persone che per essere uguali devono fare molta più fatica di altre, molto spesso senza nessuna possibilità di riuscirci.
E se in passato la possibilità di emanciparsi e addivenire a uno status reputato più alto era offerta dal collettivo – in senso ontologico – quello che succede negli ultimi anni viene chiamato da Celentano “tornante intimistico”, parlando delle scritture di Annie Ernaux, Édouard Louis, Cynthia Cruz e Didier Eribon per fare alcuni nomi: “Questa sorta di ripiego narrativo intimistico testimonia del fatto che, dopotutto, l’interesse per il tema delle classi è vivo, ma è anche un segno dei tempi. È come se dicesse: le classi sono attuali, parliamone, ma nel solo modo in cui ci è dato farlo credibilmente oggi, e cioè in chiave biografico-confessionale”.
Ma se, nel miglior marxismo, il rapporto tra prassi e teoria dovrebbe far sì che quest’ultima si limiti a essere poco più “che uno scambiatore, un respiro, un punto di rimbalzo tra le diverse pratiche di cui consistono le nostre vite comuni”, ecco che l’avvicendarsi del testo di Muni dopo quello di Celentano restituisce in toto questa idea.
La classe non è qualcosa a cui semplicemente si appartiene, ma qualcosa che si costruisce attraverso il conflitto e l’organizzazione.Il testo di Andrea Muni, nel suo bell’esercizio di epistemologia incarnata, “‘Noi’ non è un mezzo”, si riallaccia al nucleo più duro del marxismo – lo sfruttamento – e quando scrive dell’alienazione, non sta tratteggiando una grande astrazione filosofica, ma parla della propria voce quando risponde ai clienti, del corpo che si adatta al lavoro, della birra bevuta in terrazzo, al buio, perché non riesce a dormire. Partendo dal suo lavoro di stagionale nei lidi – “L’alienazione del vecchio Marx qui è una quotidianità intima, privata, banale” – e mettendo in campo quasi una eco tondelliana nel parco umano ritratto – “Siamo i sottoproletari del litorale, tra i più giovani ci sono i vitelloni e i bravi ragazzi, i tossichelli e gli erotomani incapaci di pensare ad altro che all’organo femminile in tutte le sue molteplici manifestazioni” – quello di Muni non è un saggio accademico, non un diario intimo, ma una terza cosa segreta: alternando frammenti diaristici – vivi, crudi, comici e disperati – e riflessioni teoriche – il Marx dei Manoscritti economico-filosofici che gli serve poi per riagganciarsi alla nozione di depénse di Bataille, Foucault, Pasolini, Althusser, i cattivi e buoni maestri dell’operaismo italiano –, Muni getta le basi per una nuova idea di classe a partire dalle cicatrici di chi vive dentro “una vita offesa”. La classe non appare come una categoria sociologica ma come una ferita quotidiana, un attrito continuo tra ciò che si è costretti a fare e ciò che si potrebbe essere.
Ironicamente (forse), nel contributo di Francesco Pacifico, “La promessa” – frutto di una calcolata eccentricità esistenziale –, le occorrenze di “classe” riguardano soprattutto l’insieme di studenti e studentesse della scuola del Tascabile. Prendendo proprio le mosse da una lettera ricevuta da un suo ex studente che gli chiede di poter entrare a sbirciare la “città” (la città è l’accesso al lavoro culturale, alle possibilità, ai contatti), Pacifico scruta da vicino come aver pensato di segmentare la povertà lavorativa badando all’anagrafica è un piano inclinato che, da un punto di vista dell’organizzazione, presenta velocemente il conto in quanto a inagibilità reale (“La generazione assomiglia a una classe sociale nella misura in cui ogni gruppo di età subisce il potere secondo l’ora della Storia in cui l’ha conosciuto”).
Andando oltre le intenzioni autoriali, c’è tuttavia un elemento interessante in questo slittamento pragmatico-semantico. Pacifico, per l’appunto, riconosce come un errore aver concepito le generazioni alla stregua delle classi; eppure proprio questo errore, letto in diagonale, può aiutare a comprendere come la classe non valga più erga omnes quale principio di comunanza nei luoghi di lavoro, fisici o digitali. La classe, infatti, non è più rintracciabile semplicemente nel provenire da e appartenere a un determinato ambiente socioeconomico; ma, senza organizzazione – unica possibilità per non ricadere nelle identity politics –, non può nemmeno costituirsi come soggetto collettivo, rimanendo una categoria incapace di agentività.
È proprio alla luce di questo nodo che un altro testo, quello di Piacenza mostra, a mio avviso, il suo limite principale. “La cultura che non posso permettermi” di Davide Piacenza, infatti, mi lascia appesa a un interrogativo: per quale ordine di idee questo non è da ritenersi un pezzo identitario? D’altronde è un personal essay in cui, a partire dalla sua esperienza di transfugo di classe, Piacenza racconta come si sia ritrovato ben presto a scontrarsi con il capitale simbolico codificato dal ceto elitario imperante nel mondo della cultura. Il padre in imbarazzo in Francia è il parallelo per parlare del disagio del figlio quando in redazione qualcuno gli fa notare che ha sempre lo stesso paio di scarpe; a metà contributo, poi, questo “tornante intimistico”, questa tentazione dell’identità, arriva a riflettere sulla sempre più urgente necessità di svincolare dal capitale economico e familiare l’accesso alla “parola che conta”.
La classe non appare come una categoria sociologica ma come una ferita quotidiana, un attrito continuo tra ciò che si è costretti a fare e ciò che si potrebbe essere.L’origine sociale relativamente agiata di una parte della forza lavoro può certamente facilitare l’accettazione di retribuzioni basse, ma il punto è capire quale posizione questa disponibilità occupi dentro il funzionamento del mercato. Fermarsi alla propensione individuale ad accettare poche decine di euro per un articolo rischia infatti di trasformare una questione di struttura in una questione di responsabilità personale: perché un settore può permettersi di pagare così poco? Come viene distribuito il valore, come è diviso il lavoro, dove si concentra il potere contrattuale, quanto si investe in innovazione e quali forme di lavoro vengono rese più o meno necessarie dal suo stesso funzionamento? Sono domande che spostano l’attenzione dalla biografia di chi accetta quelle condizioni al modo in cui un settore si tiene in piedi.
Anche la debolezza della rappresentanza collettiva e la difficoltà di costruire rivendicazioni comuni vanno lette dentro questo quadro, e non come semplice somma di scelte individuali. Altrimenti il rischio è che la diagnosi rimanga confinata alla descrizione delle cause, senza interrogarsi sulle responsabilità e sugli strumenti attraverso cui la situazione potrebbe essere cambiata o potrebbe ancora cambiare. Anche perché continua a prevalere una logica di divide et impera e di guerra tra poveri, che frammenta il conflitto sociale e impedisce di individuare le vere dinamiche di potere e le possibilità di trasformazione collettiva. Il vero tabù oggi non è la classe – è l’organizzazione.
Anche perché, cosa succede dopo aver manifestato pubblicamente la propria classe se non ci si organizza sul posto di lavoro? Nulla. È un atto verbale che non produce nulla se non sé stesso. E dunque qual è il correttivo? Qual è l’unico modo per passare da classe intesa come identity politics a qualcosa che si avvicini alla class politics? La classe è diversa da un’altra identità – al pari di genere e razza – solo se è in grado di fare qualcosa: il conflitto, per esempio. Esibire una posizione nello spazio sociale serve solo a mettere in fila una serie di solitudini; al suo posto, serve un lavoro simbolico e politico che trasformi individui dispersi in un gruppo capace di riconoscersi.
Il controcampo naturale del contributo di Piacenza è quello di Dario Salvetti, portavoce del Collettivo di fabbrica ex GKN, soprattutto a partire da un’affermazione che riguarda la stagione calda delle mobilitazioni operaie: “La prima ragione dell’innalzamento dei salari era ‘banalmente’ l’efficacia della lotta di chi stava in basso nello strappare ricchezza a chi stava in alto”, come anche la riduzione dell’orario di lavoro, al netto di riorganizzazioni dovute a nuove tecnologie, è dovuta alla “pressione della lotta sociale del movimento delle lavoratrici e dei lavoratori”. Le metto come citazioni, che di per sé magari risultano pure banali, per spiegare ancora una volta come i Quanti sconfessino altri Quanti.
Esibire una posizione nello spazio sociale serve solo a mettere in fila una serie di solitudini; al suo posto, serve un lavoro simbolico e politico che trasformi individui dispersi in un gruppo capace di riconoscersi.La pienezza esperienziale che, con “Per una vita bella”, Dario Salvetti introduce è dove cade il tabù dell’organizzazione che attraversa come una corrente carsica – in alcuni punti è molto visibile, in altri rimane implicita – gli altri contributi. Salvetti rovescia il problema. Non chiede: chi siamo, ma: cosa facciamo insieme e cosa diventiamo quando facciamo qualcosa insieme?
Il contributo di Salvetti offre una cornice ampia e vitale, all’interno della quale, nelle pagine finali, prende forma il racconto dell’esperienza del Collettivo e ricorda come la gioia della lotta vada ben oltre la conquista di rivendicazioni salariali. Se vogliono davvero vincere, i movimenti dei lavoratori devono saper immaginare una trasformazione radicale anche del tempo libero, delle relazioni, del modo di stare insieme e di una vita piena, liberata dai vincoli della produzione e del consumo. Come scrive, “Non si è mai data lotta per la riduzione del lavoro senza una lotta parallela per la vita a cui il lavoro doveva servire o lasciare spazio”. E, ancora: “Il tema non è solo quando staccherai dal lavoro, ma in che stato lo farai”. Non è un caso che nel contributo più politico, le occorrenze di “classe” siano le seguenti: “La nostra gente, la nostra classe, chiamatela come volete”; “Il bisogno di sopravvivenza è la condizione in cui si trova la stragrande maggioranza dei ‘nostri’, della nostra gente, classe, ceto di appartenenza, o comunque vogliate chiamarla”.
Dall’identità all’organizzazione
Per compendiare l’esperienza di lettura dei Quanti in una frase, direi quasi che la classe è come il sesso: più ne parli, meno la fai; alcuni la cercano nella biografia, alcuni nella cultura e altri ancora nella generazione. Muni in nuce e, in modo dispiegato, Salvetti suggeriscono invece una possibilità più antica e forse ancora attuale: la classe non è ciò che siamo, è ciò che diventiamo quando decidiamo di lottare insieme.
Se vogliono davvero vincere, i movimenti dei lavoratori devono saper immaginare una trasformazione radicale anche del tempo libero, delle relazioni, del modo di stare insieme e di una vita piena, liberata dai vincoli della produzione e del consumo.Esistono diverse correnti marxiste, postmarxiste e limitrofe al marxismo che hanno messo in discussione alcuni usi della nozione di classe, soprattutto quando questa viene assunta come identità sociale stabile, origine sociologica o appartenenza culturale, anziché come posizione conflittuale e pratica di lotta. In questa linea, il punto decisivo non è stabilire chi siano sociologicamente i lavoratori, ma capire se e come si dia una capacità di organizzare conflitto dentro il processo produttivo. La classe, in questa prospettiva, non preesiste alla lotta, ma prende forma attraverso di essa: ciò che conta è la cooperazione concreta nei luoghi di lavoro – fisici e non che siano, il quale sappiamo essere un grande tema – e la possibilità che lavoratori con origini, culture e qualifiche differenti diventino una forza comune nel conflitto.
È, in fondo, quello che abbiamo visto accadere nel percorso dello sciopero della cultura. Non c’era una condizione sociale omogenea da cui partire, né un’identità di classe da riconoscere prima di cominciare a organizzarsi. È quindi sembrato più utile partire da condizioni materiali condivise, forme di cooperazione concreta, conflitti sul posto di lavoro e campagne sindacali o organizzative capaci di costruire legami effettivi.
Ma forse oggi occorre spingersi persino più oltre: la classe sembra non essere più fungibile. Non esiste più un nome capace di sostituire automaticamente esperienze lavorative molto differenti e di trasformarle in un soggetto politico immediatamente riconoscibile. La lavoratrice del museo, il fonico, la redattrice, il giornalista e la curatrice di una galleria possono occupare posizioni diverse per reddito, status e cultura, ma spesso condividono la stessa sensazione di ricattabilità, l’impossibilità di controllare tempi e ritmi del lavoro, una forte asimmetria negoziale, una sensazione inesorabile di isolamento e frammentazione, l’erosione delle garanzie e la dipendenza da organizzazioni che restano largamente opache. Più facilmente si riconoscono nelle stesse ansie, negli stessi ritmi imposti, nella stessa precarietà esistenziale, nelle stesse paturnie lavorative.
In questo scenario, ciò che circola più facilmente non è una coscienza di classe intesa come appartenenza già definita, ma la percezione di condividere condizioni materiali e forme di subordinazione analoghe. Ci si incontra a partire da problemi concreti prima ancora che da identità sociali: l’ansia della scadenza, la reperibilità permanente, la valutazione continua, la paura di essere sostituibili. La solidarietà non nasce dunque necessariamente dal riconoscersi dentro una classe già data, ma dalla possibilità di trasformare esperienze diverse in un terreno comune di conflitto.
Il punto decisivo non è stabilire chi siano sociologicamente i lavoratori, ma capire se e come si dia una capacità di organizzare conflitto dentro il processo produttivo.Se la classe non è semplicemente una collocazione sociale, ma il risultato di un processo attraverso cui condizioni materiali differenti vengono organizzate in una pratica collettiva, allora la questione decisiva non è stabilire chi appartenga o meno a una classe, ma capire quali forme politiche siano oggi capaci di costruirla. Il passaggio è quindi dalla “classe in sé” alla “classe per sé”, non come progressiva presa di coscienza di un’identità già esistente, ma dalla frammentazione individuale alla capacità di produrre legami, rivendicazioni e conflitto condiviso.
La sfida contemporanea non consiste nel ritrovare una presunta omogeneità perduta, ma nel costruire una soggettività collettiva a partire da condizioni differenti di subordinazione, vulnerabilità e dipendenza dal lavoro. La classe, in questo senso, non è qualcosa di cui si parla: è qualcosa che si fa. Forse è proprio qui che si colloca il nodo politico del presente: non nella necessità di attribuire un nome comune a esperienze diverse, ma nella possibilità di trasformarle in una forza capace di agire. Meglio, insomma, smettere di essere sfruttate che conquistare il riconoscimento simbolico di un’appartenenza sociale; almeno per “noi”.