“Q uand’ero in Mozambico / io mi punsi un dito / fece infezione / necessaria amputazione”. Cito il testo per quel che mi ricordo, ma quella melodia altalenante da filastrocca, con la discesa melodica di “am-pu-ta-zio-NE” che culminava nel rintocco ineluttabile della tonica sull’ultima sillaba, è scolpita nella mia mente. Eravamo soltanto dei bambini, nati in un paesino di provincia dell’Abruzzo, che prima della messa domenicale delle undici erano costretti a fare il catechismo. Le suore ci facevano sedere in cerchio nello stanzone sotterraneo del vecchio asilo, dove l’oppressione del soffitto basso e i crocifissi appesi alle pareti di legno listellato, stonavano con le promesse di divertimento dei giocattoli, degli scivoli e dei palloni colorati sparsi un po’ ovunque ai bordi della stanza. Ogni tanto si portavano dietro un prete missionario, ritornato di fresco dall’Africa o da chissà dove, che a noi, dietro il suo sguardo stanco che malvolentieri riusciva a fingere un sorrisetto d’entusiasmo, sembrava nascondere avventure accessibili solo al mondo degli adulti. Probabilmente è stata in una di quelle occasioni che ci insegnarono la canzone.
Inizialmente ricordo soltanto il brivido di cantare insieme quelle parole che, per un bambino che passava la maggior parte del tempo a giocare con dinosauri e mostri vari, tentando di strappare alla supervisione dei genitori qualche scena violenta dai film di fantascienza che passavano su Italia Uno, portava un po’ di elettrizzante novità nell’ambiente per lo più sterilizzato e moralistico del catechismo. Un’amputazione! Significava sangue che schizzava ovunque, come quello che si vedeva ben poco ma che immaginavo in Jurassic Park o Godzilla. E poi chi o che cosa aveva punto quel dito? Una strana specie di pianta velenosa sconosciuta, un serpente o un ragno giganteschi? Contavo e ricontavo le dita del missionario di turno, incapace di accettare che il conto facesse sempre dieci, se non era lui chi era stato a subire quell’avventura incredibile che l’aveva lasciato mutilato? E perché ce la insegnavano proprio adesso? Era una storia pazzesca, volevo solo saperne di più.
L’earworm è l’emissario oscuro di quello strano potere della musica di intercettare i nostri canali prelinguistici e installarsi permanentemente nel nostro cervello. È un meccanismo ancora in fase di studio, misterioso proprio per la sua occulta selettività.Poi crescendo, cresceva in me anche l’inquietudine di ritrovare la mia familiarità con quello strano motivetto. Era diventato un earworm, come i ritornelli insistiti di certe canzoni pop o gli stacchetti pubblicitari, che si installano in qualche posto segreto del nostro cervello e ricompaiono, al di fuori del controllo della volontà, in momenti inattesi. In mezzo al traffico, facendo la fila alla posta o fissando il vuoto in bagno, mi ritrovavo a canticchiare “quand’ero in Mozambico…” con un brivido.
L’earworm è l’emissario oscuro di quello strano potere della musica di intercettare i nostri canali prelinguistici e installarsi permanentemente nel nostro cervello. È un meccanismo ancora in fase di studio (su cui si interroga anche Oliver Sacks in un bel capitolo di Musicofilia, 2007), misterioso proprio per la sua occulta selettività: si viene contagiati oppure no, per uno scarto imponderabile, da una determinata melodia mentre si rimane completamente immuni da un’altra. Sarà capitato un po’ a tutti di ritrovarsi a canticchiare una vecchia canzone pop che magari ci affascinava da piccoli, ma oggi comprendendone pienamente il significato, troviamo stupida – o peggio, ripugnante – e nonostante ciò, siamo costretti ad arrenderci alla constatazione che dovremo conviverci per sempre. Un virus latente che ci ha contagiati irreversibilmente. Canticchiamo.
Anche la nostra educazione cattolica – per chi ha avuto la fortuna o la disgrazia di riceverla – funziona così, un pantagruelico sistema dogmatico fatto di colpe ed espiazione, condotte morali, escatologia e ritualità che possiamo imparare a ignorare, ma ogni volta, un attimo prima che la razionalità intervenga a porre ordine alle emozioni, emerge da qualche arcipelago occulto dell’inconscio a commentare in tempo reale la nostra condotta o le nostre aspirazioni. Così è stato anche per me per il ricordo di quel missionario, la cui tonalità emotiva è virata inevitabilmente da scenari di uomini coraggiosi e irrisolti in cappellini coloniali beige, che si incontrano in qualche giungla pluviale scambiandosi un elegante “Doctor Livingstone, I suppose…” a estenuanti immagini di violenza e oppressione, conversioni religiose coatte e appropriazioni culturali in nome del dio dell’occidente.
Questo marasma di emozioni contraddittorie è esploso in me, con la devastazione inattesa di un vecchio ordigno dimenticato e sepolto, quando ho ascoltato Fire of God’s Love di Sister Irene O’Connor, un disco uscito in Australia nel 1973 e oggi, dopo anni di irreperibilità che l’avevano trasformato in una manna per i collezionisti, ristampato dall’etichetta newyorkese Freedom To Spend, impegnata da anni nello scandaglio e nel restauro di piccole perle dimenticate della psichedelia e del folk.
La prima cosa a cui ho pensato appena concluso l’ascolto è stata la grazia, il dono selettivo e immeritato di dio concesso saltuariamente agli uomini. Un’illuminazione immediata che sconquassa le gerarchie etiche dell’esistenza e spinge spesso a un volontarismo esasperato e cieco, convinti che “dio sia dalla nostra parte”. Ancora inquietudine e meraviglia, che si mescolavano all’immagine del missionario. La grazia, nel soggetto che ne è infestato, si manifesta come vocazione pura, espressione non mediata di un’intuizione prelinguistica; potremmo definirlo uno stato di coscienza che, proprio per questo motivo, è particolarmente adatto a essere veicolato attraverso l’arte.
Quando viene pubblicato nel 1973 dalla Phillips, Fire of God’s Love, un piccolo album di canzoni devozionali, non ottiene successo: quel disco storto e affascinante rimane per anni silente, come una galla anonima sul ramo di una quercia, in attesa che si schiuda la larva al suo interno.Ma la grazia, proprio come l’earworm, è anche un oggetto parassitario. Non è dissimile da un virus a RNA che, se viene accolto dall’organismo, entra nelle cellule per acquisirne il codice genetico, mutando al fine di generare nel nuovo individuo ospite lo stesso stato patologico – estatico? – a cui era stato sottoposto quello precedente. Come Burroughs definiva la parola un virus, anche la grazia sembra diffondersi per canali di contagio simili, sconvolgendo la nostra apatia quotidiana e scatenando particolari percezioni di sincronicità e misticismo. In me è accaduto qualcosa di simile – inquietante e meraviglioso – ascoltando questo disco.
Quando viene pubblicato nel 1973 dalla Phillips, Fire of God’s Love, un piccolo album di canzoni devozionali, non ottiene successo, circola negli ambienti dell’ordine francescano di Maria, di cui fa parte l’autrice Irene O’Connor, con gli apprezzamenti di circostanza che merita una bella giornata di sole in inverno. Viene ristampato ancora una volta nel 1976 dalla Alba House Communications, ma la sorte è la stessa, le poche copie prodotte si esauriscono nel giro di qualche anno, niente di eccezionale. Quel disco storto e affascinante rimane per anni silente, come una galla anonima sul ramo di una quercia, in attesa che si schiuda la larva al suo interno.
Il fuoco dell’amore divino sembra essersi spento, o almeno assopito, rimanendo una piccola luminescenza sotto la cenere della storia. Una luminescenza che sopravvive solo nel passaparola, sotterraneo e latente, tra i pochi collezionisti che riescono ad accaparrarsi una copia e la custodiscono sempre più gelosamente. La diffusione di quel contenitore di grazia così sembra essersi definitivamente arrestata per esaurimento del contagio. Se non che, proprio come accade per i virus, il cui contagio si riaccende grazie a un salto di specie in un nuovo organismo vettore, anche per questo disco avviene un imprevisto spillover – di medium, in questo caso – dall’analogico al digitale: il nuovo propagatore del contagio è un sito internet e si chiama YouTube.
Siamo negli anni Dieci e le canzoni si diffondono sul web, cominciando a girare tra gli appassionati alla ricerca di tesori folk dimenticati. Quello che li attrae non è tanto il carattere devozionale della musica, quanto l’inconsapevole vena psichedelica che irradia dall’intreccio di drum machine e organo a transistor, dal riverbero eccessivo che pervade la voce. La grazia si trasforma, acquisisce peculiarità nuove e parassita nuove sensibilità, imprevedibili solo pochi anni prima. L’elevazione spirituale che tentano di trasmettere le tracce non si riferisce più all’escatologia cattolica ma a un trascendentale diverso, fatto di hippie che ballano intorno al fuoco e oscure sperimentazioni con sostanze enteogene. Il fuoco dell’amore divino si è riacceso ma ora la sua fiamma brilla di colori lisergici.
Negli anni Dieci le canzoni si diffondono sul web, cominciando a girare tra gli appassionati alla ricerca di tesori folk dimenticati. Quello che li attrae è soprattutto l’inconsapevole vena psichedelica che irradia dall’intreccio di drum machine e organo a transistor, dal riverbero eccessivo che pervade la voce.Ma ripartiamo dal principio. Irene O’Connor ha sempre amato la musica, sente che l’avvicina a dio e, mentre suona e canta le sue canzoni, la sottile sensazione di dislocazione del sé la fa stare bene, facendola sentire parte di un tutto più grande. Così negli anni del noviziato a Sydney trova sempre il tempo di esercitarsi alla chitarra e, quando ne ha la possibilità, di suonare l’organo elettrico nel piccolo presbiterio della chiesa. È il 1953, il noviziato è finito da qualche anno e Irene si dà da fare in un convento di Singapore, dove l’ha spedita la sua missione. Qui aiuta bambini con difficoltà di apprendimento, le canzoni sono fondamentali, sia per veicolare con gioia ai piccoli allievi i complessi dogmi cristiani, sia perché si accorge presto che la balbuzie di qualcuno sparisce quando si canta, altri nonostante non comprendano ancora la lingua inglese riescono comunque a intonare con gli occhi illuminati le melodie delle canzoni. Nei bagliori di quegli occhi, Irene indovina la presenza dell’amore di dio.
Uno dei genitori dei suoi studenti, che si era trovato ad ascoltare per caso quelle musiche, lavora in una radio. Chiede così alla suora di andarlo a trovare, la parola di dio viaggia bene sulle onde medie e copre distanze ben superiori a quelle che può permettersi la voce di soprano di una suora francescana. Irene, un po’ titubante accetta, a condizione che possa usare un nome falso (“le suore non facevano questo genere di cose”). Così le canzoni di Myriam Frances – questo lo pseudonimo scelto – cominciano a risuonare nella testa dei convertiti della piccola isola-Stato della Malesia. Tanto che la Phillips le inciderà su diversi 45 giri – oggi tutti perduti – durante gli anni Sessanta.
Ma il sorriso sereno e la voce spericolata di Irene O’Connor non attirano soltanto l’attenzione della radio locale. Nel monastero è infatti arrivata da qualche mese una nuova suora, Marimil Lobregat, di ritorno da una missione nelle Filippine. Conosce anche lei la musica e per varie vicissitudini della vita le è capitato di lavorare con le macchine che possono registrarla. Si scambiano qualche parola, complimenti e suggestioni, forse dei vinili. Ma Marimil si ferma appena qualche mese, poi è costretta a ripartire per l’Australia. Nel cuore delle due resta un ricordo prezioso e una simpatia autentica.
Arrivano gli anni Settanta e grazie – è proprio il caso di dirlo – alle imperscrutabili vie della provvidenza divina, le due suore si rincontrano nello stesso monastero di Point Piper, un sobborgo costiero di Sydney. Nel frattempo, Marimil Lobregat, ha lavorato per qualche anno presso il Catholic Radio and Television Centre di Homebush, imparando a conoscere da vicino il funzionamento delle manopole e delle bobine su cui trafficavano gli ingegneri della radio. Ha anche avuto modo di parlare in giro di quella santa sorella conosciuta a Singapore e delle sue canzoni pie, così quando Irene O’Connor arriva a Sydney, la sua fama di songwriter la precede tra le sorelle del convento.
Tutto l’album è profondamente influenzato dal folk anglosassone e dalla wave psichedelica di San Francisco, i pochi strumenti creano un panorama scheletrico sommerso dal riverbero a molle e dall’eco a nastro slapback.Finalmente insieme, decidono di non farsi scappare la provvidenziale occasione e incominciano a lavorare insieme. In poco tempo riescono a racimolare i soldi necessari per creare un rudimentale studio di registrazione: un registratore quattro tracce a bobine Teac 3340S, qualche microfono, un organo elettrico con drum machine integrata – probabilmente un Farfisa costruito in Italia o magari un Vox – la chitarra non serve perché Irene l’ha portata con sé da Singapore. Così nel giro di qualche settimana nasce Fire of God’s Love. Irene canta, suona la chitarra, l’organo e i pedali dei bassi, Marimil si occupa della registrazione, dosa con cura il riverbero, collega i cavi, mette a tempo la drum machine. Il titolo dell’album lo scelgono insieme, deriva da un versetto della bibbia (Luca 12:49) in cui Gesù dice ai suoi discepoli: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!”.
Tutto l’album è profondamente influenzato dal folk anglosassone e dalla wave psichedelica di San Francisco, i pochi strumenti creano un panorama scheletrico sommerso dal riverbero a molle e dall’eco a nastro slapback. Ben pochi sono gli elementi che ricordano la classica e rodata musica liturgica del tempo, tanto che gli arrangiamenti sembrano guardare a quell’avanguardia musicale a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta che diventerà la principale ispirazione per l’iridescente scena lo-fi dei Novanta. Ascoltare oggi il disco rimasterizzato lascia turbati per la sua modernità. L’attacco fulminante di “Fire (Luke 12:49)” fa pensare a una conversione gospel di Peggy Lee e si proietta fino al proto-punk di Wanda Jackson. Organo e percussioni analogiche creano un tappeto indistricabile su cui la voce di Irene tesse melodie sospese tra una danza medievale e atmosfere epiche alla Morricone. Ma l’album è ancora più sfaccettato e complesso, dalla filastrocca bucolica di “Nature is a song” al delicato minuetto di “Springtime (in Australia)”, fino agli abissi psichedelici di “Mass – ‘Emmanuel’” che trasfigura un canto devozionale in un rito sciamanico che non sfigurerebbe in un album dei Jefferson Airplane. La ninnananna trascendentale di “Light (John 8:12)” che lascia il posto al rhythm and blues di “O Brother (Matt. 7:1-5)”.
Serene ballate infantili si alternano a momenti inquieti che, sprofondando in territori dark, rimandano direttamente ai primi lavori di Nico e sembrano preludere alle atmosfere gotiche che decenni più tardi saranno immortalate dall’etichetta inglese 4AD con gruppi come Dead Can Dance, Cocteau Twins o This Mortal Coil. Il disco si conclude conflagrando nella pura sperimentazione linguistica e strumentale di “Keshukoran”, una specie di polka in due quarti che occulta una preghiera cristiana in lingua malese, introdotta dalla drum machine e dal basso analogico e inframmezzata da estatici contrappunti di cori polifonici, con un micro-crescendo sul finale che cita esplicitamente i Beatles.
Ascoltare oggi il disco rimasterizzato lascia turbati per la sua modernità. L’attacco fulminante di “Fire (Luke 12:49)” fa pensare a una conversione gospel di Peggy Lee e si proietta fino al proto-punk di Wanda Jackson.Quella di Irene O’Connor è una musica che lascia frastornati, tanto per il suo sincretismo, quanto per la sua attitudine profondamente mistica. L’ambiguità della grazia la infesta, così come pericolosissimi earworm brulicano tra i suoi fraseggi seducenti. Impregnata di quell’irriducibile e oscuro volontarismo delle missioni religiose, onnivore fagocitatrici di elementi culturali incongrui, in cui risuona inevitabilmente un passato di violenza e oppressione, è allo stesso tempo illuminata da una fede serena e incrollabile che tenta di affermare l’arte come veicolo privilegiato di elevazione spirituale. Un oggetto virulento e complesso, difficilmente esauribile, che ammalia e inquieta. Lo ascolto sempre più spesso, continuando a rimetterlo in cuffia con un profondo senso di frustrazione, come il sogno ricorrente di una stanza familiare calata nelle tenebre, di cui è difficile sondare la reale profondità, come un missionario dal sorriso strano che insegna ai bambini a cantare una filastrocca in memoria del suo dito mutilato.