P
er chi non ha vissuto gli anni Novanta, leggere nell’introduzione di un libro dedicato a questo decennio di raccordo tra due secoli che “non erano tempi per chi aspirava a troppo” pare preludere al racconto di un periodo storico dominato dalla modestia e, magari, anche dalla mediocrità. In realtà, parlarne implica (anche) affrontare il tema di una singolare concezione di realizzazione e successo, allora piuttosto diffusa, soprattutto nella prima metà del decennio.
L’autore di questo saggio, Chuck Klosterman (1972), appartiene alla Generazione X e, come buona parte di essa, ha vissuto quel conflitto per cui “ogni desiderio esplicito di approvazione era sufficiente a dimostrare che eri una persona terribile” perché significava compromettere “dei valori un tempo abbracciati in cambio di qualcosa di superficiale (tendenzialmente soldi, ma non sempre)”. Come si può intuire da queste considerazioni, la persona più nota ad aver incarnato questo conflitto, fino a pagarlo nella maniera più tragica possibile, è stata Kurt Cobain. Klosterman ricorda che il frontman dei Nirvana si era detto comprensivo verso chi gli dava del venduto, proprio perché era cresciuto con questa stessa concezione della fama. Una mentalità assurta a paradosso nel 1993, quando Beck, grazie al singolo Loser, un pezzo in cui “rimarcava il fatto che fosse un ‘perdente’”, ha ottenuto un grande successo. Che poi Beck avesse un’attitudine molto diversa da Cobain è un altro discorso: resta il fatto che, volente o nolente, la sua canzone, proprio grazie al ritornello in cui si definiva un perdente, ai tempi aveva animato non solo i dancefloor “indie”.
L’autore appartiene alla Generazione X e ha vissuto quel conflitto per cui “ogni desiderio esplicito di approvazione era sufficiente a dimostrare che eri una persona terribile” perché significava compromettere “dei valori un tempo abbracciati in cambio di qualcosa di superficiale (tendenzialmente soldi, ma non sempre)”.
I Novanta è uscito negli Stati Uniti nel 2022, recentemente in italiano, e non è un caso che proprio nell’epoca che stiamo vivendo sia nata l’esigenza di analizzare in maniera articolata questo decennio di passaggio. Oggi, infatti, la smania per l’affermazione di sé ha conquistato un po’ tutti, compresa una parte della Generazione X che, però, soffre di una certa goffaggine nell’autocelebrarsi sui social media, soprattutto perché sembra alla ricerca di una gloria fuori tempo massimo, che in gioventù, più o meno consapevolmente, ha allontanato. Da circa vent’anni, d’altronde, si sta realizzando appieno quanto predisposto negli implacabili anni Ottanta, decennio ben sintetizzato nelle parole di due militanti di Democrazia Proletaria riportate da Valerio Mattioli nel suo saggio
Novanta – Una controstoria culturale (2025), in cui si rimarca quanto l’epoca di
Reagan,
Thatcher e, qui, del Pentapartito avesse generato, successivamente, “‘una forza nata dall’insofferenza’ per quello che quel decennio aveva significato ‘in termini di pensiero unico, di esaltazione del mercato, dell’individualismo, gli anni degli yuppie e dei paninari’”. Perché, senza dubbio, vivere l’infanzia o l’adolescenza circondati da ideali simili ha traumatizzato buona parte di una generazione che, con la prima maturità, ha reagito, ne ha preso le distanze.
Quando Klosterman ‒ che si concentra esclusivamente sugli Stati Uniti ‒ parla dello spot televisivo della Subaru del 1993 in cui l’attore Jeremy Davies esclama “questa macchina è come il punk-rock”, viene in mente la “nostra” Uno Rap, prodotta dalla Fiat durante la prima esposizione vagamente popolare del rap in Italia, tra il 1991 e il 1993, quando qui il genere musicale nato nel Bronx, per quanto residente nei centri sociali occupati, era approdato sui mass media. Ecco, entrambi questi tentativi commerciali testimoniano l’incapacità del mercato di allora di rivolgersi alla parte idealista della Generazione X, quella che stava tentando di non accettare il modello imposto nel decennio precedente e che era impossibile conquistare con queste grottesche strizzatine d’occhio.
Anche nelle parti in cui l’autore e giornalista, originario del Minnesota, non parla di questa opposizione giovanile ai valori ingiunti dai piani alti, emergono comunque dei paradossi. Nel capitolo in cui tratta della vera madre di tutte le “rivoluzioni” della nostra epoca, avvenuta nella seconda metà dei Novanta, ossia la prima diffusione di massa di Internet, mette in luce un cortocircuito che, anni dopo, i social media hanno accentuato. Parlando di Unabomber, infatti, rimarca come “la tecnologia” a cui il terrorista aveva dichiarato guerra fosse “una componente essenziale dell’organizzazione antitecnologica” perché “senza il supporto di internet questi gruppi e i singoli individui non sarebbero mai stati capaci di trovarsi”. La discussione dei nostri tempi sulle contraddizioni che si porta dietro fare attivismo antisistema su Facebook, Twitter/X o Instagram, di fatto arricchendo la Silicon Valley, sembra suggerire che già allora i valori degli anni Ottanta avessero stravinto, e Klosterman lo dimostra anche sottolineando un’altra contraddizione per cui, tornando alla musica, “Kurt Cobain era una rock star il cui scopo era essenzialmente criticare il concetto di rock star”.
Nel capitolo in cui tratta della vera madre di tutte le “rivoluzioni” della nostra epoca, avvenuta nella seconda metà dei Novanta, ossia la prima diffusione di massa di Internet, Klosterman mette in luce un cortocircuito e dei paradossi che, anni dopo, i social media hanno accentuato.
Non è solo la musica che aiuta a spiegare alcuni tratti fondanti di quegli anni perché quando Klosterman passa al cinema, parla dell’“esplosione di produzioni indipendenti”, di “pellicole non convenzionali” e “sature di anti-cliché” che, alla fine, però, sono rimaste intrappolate in quel decennio. Fondamentalmente questi film non sono riusciti a oltrepassare la loro epoca perché definiti “dall’interiorità dei loro creatori” e scissi “dalla morale della vita vera e dalle politiche attuali”, come successivamente è avvenuto sempre di meno, a conferma del fatto che si sta parlando di un decennio di passaggio o, ancora meglio, di assestamento postideologico. Non a caso nel racconto, ovviamente, c’è spazio anche per il pop, perché non è che le produzioni
mainstream fossero sparite o soffrissero realmente la concorrenza di questa spinta alternativa: restando nel cinema, basti citare
Jurassic Park (1993) e soprattutto
Titanic (1997), per ricordarsi certi clamorosi
exploit commerciali dell’epoca. Quella parte di Generazione X ben rappresentata da Cobain e che, non solo grazie a lui, è rimasta nella memoria, sembrava proteggersi dall’ansia connessa a questi successi svalutandoli, snobbandoli, classificandoli come imbarazzanti, dato che aveva sviluppato questo forte sentimento di “opposizione allo spirito commerciale” per autodifendersi dall’oppressione della performance.
Ma un decennio non “appartiene” solo alla gioventù oppositrice, non a caso in un periodo in cui la televisione era ancora onnipotente, “più popolare di qualsiasi altra cosa”, i giovani personaggi di uno dei programmi più visti dell’epoca, Friends, apparivano piuttosto allineati perché se come molti loro coetanei rifiutavano “in prima battuta le responsabilità tradizionalmente associate all’età adulta”, avevano comunque molte caratteristiche del cittadino medio. Con ogni probabilità tra il pubblico fedele della sitcom inaugurata nel 1994 c’era anche una parte della fanbase dei Nirvana, sia perché l’idealismo di allora non era rigido come negli anni Settanta (mitizzati da molti in quegli anni) sia perché ascoltare Cobain e soci non significava per forza aderire al rifiuto di una vita ordinaria. Ma più in generale, nella seconda metà dei Novanta (e Friends tra il 1995 e il 1996 ha avuto la media di spettatori più alta), certe idee stavano iniziando a rientrare, e lo certifica il culto di Leonardo DiCaprio, diventato, grazie a Titanic, una vera superstar. In questo caso il pubblico che lo ha reso tale aveva qualche anno in meno di quello dei Nirvana, e il sogno di affiancare o emulare il proprio idolo era esplicito, quindi le aspirazioni stavano tornando a farsi largo in maniera consistente.
E che la popolarità stesse tornando a essere ambita lo dimostrano anche le vicende giudiziarie e di cronaca raccontate in diretta con uno stile che aveva la pretesa di essere reale. Perché oltre al fatto che il pubblico, come scrive Klosterman, esprimeva il desiderio “di essere parte delle notizie”, il trasporto con cui le seguiva era tale da apparire bramoso di quell’esposizione mediatica anche a fronte di crimini. Casi come quello del giudice Clarence Thomas, riconfermato nonostante le accuse (molto credibili) di molestie sessuali, e soprattutto quello di O.J. Simpson, al centro di un controverso processo per omicidio da cui esce assolto nonostante le prove sembrassero schiaccianti, erano diventati seguitissimi show televisivi.
Due sono in particolare le qualità principali del saggio: le valide connessioni prodotte nel racconto, con il punto di vista culturale sull’epoca sempre ben articolato, e la presenza della cultura alternativa, soprattutto della musica che all’epoca era decisamente rilevante.
Come si può intuire, nel libro c’è un’attenta selezione autoriale di eventi e personaggi citati, ma questa è un’implicazione connaturata a tutti gli scritti che abbracciano un lungo periodo di tempo. Klosterman la fa con personalità, però, in fin dei conti, nel suo saggio emergono soprattutto altre due qualità. La prima riguarda le valide connessioni prodotte nel racconto, come quando si lega l’ascesa di
Clinton ai successi della squadra di football americano Dallas Cowboys o ancora quando si parte da
Matrix per arrivare alla strage alla Columbine High School. Il punto di vista culturale sull’epoca è sempre ben articolato, insomma. La seconda è la presenza della cultura alternativa, soprattutto della musica ‒ sì, di nuovo, perché all’epoca era decisamente rilevante ‒, grazie a citazioni non proprio scontate, come quella di un verso di
Youth Against Fascism in cui i Sonic Youth si schierano con Anita Hill ‒ la vittima delle molestie sessuali del giudice Thomas ‒ o quella di un articolo del
Washington Post in cui si rimarca la solida etica underground dei
Fugazi. Chi ha vissuto quel periodo, d’altronde, difficilmente si stupirà a trovare citati nello stesso libro
Friends e i Fugazi, perché il conflitto tra
mainstream e
underground era talmente percepibile e sentito che da entrambe le parti c’era fermento e, per quanto fosse diffuso il disprezzo reciproco, ignorarsi era impossibile.
Tra i “reduci” della Generazione X, oggi, la predisposizione a non aspirare a troppo è stata anestetizzata o viene ricordata per la tipica nostalgia dell’età adulta, ma in parte è anche rivendicata per dare un alibi al proprio percorso o per una ferrea convinzione che oltrepassa le fasi della vita. Questo libro è un contributo a ricordare questo e altri tratti, e oltre a spiegare un’epoca, contribuisce a valorizzarla agli occhi di chi ne ha vaghi ricordi di infanzia o non l’ha vissuta. Perché, considerata l’importanza che individualismo, competizione e arrivismo hanno nella modernità, con ogni probabilità proprio quel diffuso rifiuto al successo – espresso in modestia, basso profilo o riservatezza ‒ ha generato un’incomprensione naturale, un’incomunicabilità tra generazioni.