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etal Carter non è soltanto un rapper – uno dei più influenti nella storia dell’hip hop italiano Metal Carter è culto: estremo, controverso, ossessionato dalla morte, appassionato di horror ultraviolento, protagonista di una parabola destinata a rimanere come una delle eredità più iconiche dell’underground anni Duemila”.
Questa è la presentazione di Cult leader tratta dal sito di Nero Editions, che ha di recente pubblicato la prima autobiografia (scritta a quattro mani con Riccardo Papacci, perla del giornalismo musicale italiano) del fondatore del TruceKlan, ovvero una delle esperienze più singolari e “confrontational” dell’hip hop italico, tale da aver dato una scossa non indifferente al panorama mainstream. Romano, il nostro è originario del quartiere Primavalle, nella periferia a nord-ovest della capitale, di cui sono compaesano: leggendo il libro ci sono, in effetti, cose che solo chi ha vissuto in quelle lande desolate può capire. Metal Carter ha avuto il pregio di riuscire a comunicare quel tipo di disagio anche al di là della metro Battistini, tramite una serie di dischi solisti “brutali”, usando dei linguaggi “al limite” ma che fungono da grande catarsi e, addirittura, da efficace difesa contro ogni tipo di Spettro (personaggio che nel libro rappresenta in qualche modo i mostri psicologici suburbani che perseguitano il nostro eroe). Ci dedichiamo quindi a una chiacchierata in un bar di Valle Aurelia (dove il “sergente di metallo” risiede), analizzando la genesi sofferta dell’opera, scoprendo che in questo caso lo Spettro si trasforma in realtà in un fantomatico redattore. Ma procediamo con ordine.
Innanzitutto, come è nata l’idea del libro?
È nata grazie al fantastico Riccardo Papacci che stando a casa mia tra la lavorazione di un disco e un altro, in un periodo un po’ morto a livello artistico/lavorativo, se n’è uscito con questa cosa del libro dicendo che comunque avevo tante cose da raccontare e che poteva essere il momento giusto per scrivere un’autobiografia. E io dapprima sono rimasto un po’ così… poi c’ho pensato e gli ho detto beh, lo sai che quasi quasi… anche perché era il momento giusto: non avevo tanti impegni e stavo bene con la testa per fare questa cosa, perché è anche uno sforzo ricordare.
Che anno era?
Beh, tu calcola che Nero, e l’ho già detto in parecchie interviste, m’ha tenuto in ballo co’ sto’ libro tipo per quattro, cinque anni. Io penso che l’idea sia nata intorno al 2018, il libro poi è uscito a fine 2025. Non mi vorrei sbagliare, però certi dischi li abbiamo messi dopo, perché comunque la lavorazione continuava. Io continuavo a produrre e dicevo: “oh, ma di ’sto disco non ne abbiamo parlato?” e per forza, ’st’idea c’è venuta, come si dice in gergo, “nel quindici-diciotto”! [ride], quindi abbiamo aggiunto cose. Devo dire poi che il Redattore che si è occupato del libro [di cui non faremo il nome, ndr] è stata una persona piuttosto invadente, c’ho litigato parecchio.
Ecco sì, il Redattore diciamo che si è un po’ imposto… e tu come l’hai vissuta questa cosa?
Male, molto male… sulle mie cose a livello artistico sono molto geloso. E questo è uno dei motivi per i quali non ho mai valutato bene una major, perché mettono troppo bocca sulle cose e io voglio essere libero artisticamente. Quindi gli ho detto a codesto Redattore, ’sto libro lo tratto esattamente come un mio disco quindi stai attento, si tratta della mia carriera, della mia vita, è una cosa delicata… e niente, la prima stesura di Papacci è stata totalmente stravolta, nonostante le mie raccomandazioni di non farlo. Mi sono trovato ’sto libro in mano e addirittura un paio di volte c’erano anche sue considerazioni personali.
Ma poi le avete lasciate?
No assolutamente, le ho fatte togliere a brutto muso, però lui c’aveva provato. E gli ho detto: senti, ma se c’hai tutta sta voglia di scrivere un libro fai l’autobiografia tua, no? [ride] Perché ti devi mettere in mezzo alle cose mie? Niente, c’avrò litigato senza esagerare una decina di volte, ma male.
Ma non gli hai menato però, no?
Eh, stavo lì lì per… ma l’ho solo minacciato, bastava poco [ride]. Però quella minaccia è servita. Perché ha tolto delle cose sulle quali insisteva.
Qualcosa è rimasto?
Qualcosa alla fine sì, ma il discorso è questo: il libro non è venuto come volevo io. Nel senso che lo scontro più grosso è stato sul fatto che secondo me lui s’è allargato un po’ troppo a parlare in generale, e io volevo che fosse più focalizzato su di me. Però c’è pure da dire che questa formula funziona, perché ad esempio il documentario di Noyz, Dope boys alphabet, ha fatto parlare un sacco di gente, lui è rimasto zitto quindi come si dice… l’unione fa la forza, no? Poi mi sono un po’ affidato al Redattore, certo, perché è comunque il suo lavoro: ovviamente il libro deve vendere, quindi qualche accortezza la doveva pure prendere, rispetto sempre il lavoro altrui, ci mancherebbe.
Quindi diciamo che tolte queste cose è comunque un libro che ti rappresenta, giusto?
Sì, comunque sia c’è tutta la prima fase in cui si parla del quartiere, della famiglia, nel senso quello è piuttosto fedele insomma… ci sono alcune cose che sono state un po’ capite male, qualcosa che, rileggendo il libro, è mezzo falso… però oramai lo dovevamo far uscire. Sono comunque soddisfatto della sua fluidità, è un libro che si legge bene, ne è valsa comunque la pena.
D’altronde, volendo, certe volte anche nei dischi non è che tutto quello che racconti è vero…
Sì ma infatti, questa cronaca totalmente vera non serve, va bene anche un po’ romanzare… e ad ogni modo deve essere un libro piacevole alla lettura, e io me lo sono letto e mi sembra che scorra, e all’interno è pieno di cose comunque eclatanti, un po’ fuori le righe, che ti rimangono impresse.
Sì anche a me ha dato questa sensazione: per cui partendo dal fatto che è un po’ una “autobiografia di formazione”, che parte proprio dalla tua vita nel quartiere Primavalle, mi interessava sapere quanto ti ha forgiato…
Eh beh parecchio. Primavalle negli anni Ottanta-Novanta…
Quanti anni hai scusa?
Quarantasette.
Io cinquanta…
Ah beh, quindi vado verso la fine tua… [ride]. Calcola che la tua età mi terrorizza, avevo già organizzato un suicidio per l’occasione… per evitare di arrivarci, oppure proprio farlo appena arrivato a quell’età… BUM! E pure il quaranta l’ho vissuto male… il trenta se poteva pure fa’, ma il quaranta già no.
Quindi siamo pressappoco della stessa generazione.
Beh, tu ti sei fatto tre anni ancora peggio, perché più vecchia è la storia e peggio è il quartiere.
Eh, c’erano gli anni di piombo…
Eh, esatto. Primavalle, come tu sai, ha una storia molto particolare, per cui la formazione del quartiere è stata abbastanza scioccante: io, come avrai letto sul libro, vengo da una famiglia mentalmente sconnessa, ma a parte questo diciamo che era piccolo borghese come impostazione, gente che guarda la televisione insomma, no? Quindi non ero minimamente preparato a nulla, mi sono scontrato con una realtà totalmente folle. Poi all’epoca mi ricordo che Primavalle in particolare era proprio famosa in tutta Roma per alcune dinamiche, per esempio torniamo alla violenza… poi si sono rimessi in paro eh, ti devo dire… perché era un po’ che non si parlava di Primavalle in senso negativo. Poi è stata giustamente trovata una donna fatta a pezzi in un cassonetto, quindi hanno pensato “oh, qui ce stanno a da ’na pista! Dobbiamo appararci”, e hanno fatto ’sta cosa qualche anno fa [ride]. Beh devo dire so’ stato contento da un lato, perché dai regà… ve stavate a ammoscia’! Poi ho letto ’sta notizia e ho detto beh, è un segnale che abbiamo ancora qualcosa da dire [ride].
In quel contesto però poi parli della tua esperienza con il centro sociale di zona, il Break Out. E di conseguenza l’hardcore punk.
Sì, è stata una cosa casuale: perché io comunque molto da piccolo non ero per niente protetto dai genitori, anzi ero abbandonato, potevo fare un po’ quello che volevo ed era una cosa piuttosto pericolosa per un bambino in quegli anni e in quell’ambiente là… e quindi girando, così, sono incappato in questo posto pieno di scritte co ’sta porta aperta, mi ha incuriosito e sono entrato. Ma io a livello politico non sono mai stato inquadrato in niente, né dai genitori, né dalla famiglia, né da amici, quindi per me era un posto come un altro.
Però a livello musicale…
Sì sì, a livello musicale è stato sicuramente importante, l’ho citato nel libro, un posto che mi ha aperto occhi e mente su varie cose; mi hanno molto impressionato i concerti hardcore perché li trovavo molto real, folli… sicuramente è stato un posto di formazione interessante; poi comunque lì potevo fare e sentire anche discorsi un po’ diversi rispetto al classico muretto di Primavalle dell’epoca, anche perché poi i coatti ci stavano pure là, perché il classico coatto non è né di destra né di sinistra: il coatto è coatto e basta.
Il tuo primo amore è stato il death metal.
Sì, è la mia prima fissa brutta da bambino, che era molto collegata all’horror. La mia prima fissa è stata infatti l’horror a livello visivo, e poi ho scoperto questa musica che era molto affine a quell’immaginario, anche a livello di testi, quindi mi ha subito colpito. Poi all’epoca era una cosa nuova, perché era un genere nato da poco e io quindi ho vissuto proprio l’inizio, quindi era molto esaltante vivere in pieno la nascita di questa cosa che stava prendendo piede in tutto il globo.
In un certo senso tu ti sei sentito sempre una mosca bianca, anche nella scelta della musica, nessuno ascoltava death metal allora, figurati poi a Primavalle.
Sì, rispecchiava il mio sentimento di emarginazione che ho vissuto da ragazzino e quindi questa era una musica sconosciuta fatta da gente che si vestiva in modo strano, diceva cose strane per cui mi rappresentava. In più era legata a questa mia fissa morbosa per l’horror, gli omicidi, ’ste cose qua. Era un po’ il lato musicale del b-movie, dell’horror movie, quindi era perfetto, coerente con quello che mi piaceva.
E anche nel tuo mischiare l’hip hop con questo immaginario eri molto distante dalle mode del momento… vabbè c’era Necro, pero’…
Sì, ma Necro non è che mi abbia troppo influenzato, perché abbiamo sviluppato più o meno lo stesso tipo di musica, se tu lo vedi, nello stesso periodo storico, quindi non ho avuto neanche il tempo di farmi influenzare da lui.
Praticamente sei come Renato Zero rispetto a Bowie/Eno ma in versione death rap.
Ripeto: la cosa non è stata minimamente studiata a tavolino, io ho fatto quello che mi piaceva fare. Ogni persona, soprattutto ogni artista, ha le sue priorità espressive e io ho dato precedenza a quella cosa perché la trovavo come una cosa da esprimere a tutti i costi, perché la percepivo anche come una cosa pericolosa.
E la cosa poi ha avuto successo, con il TruceKlan e tutto quello che ne è conseguito.
Sì, e poi essendo io uno della prima ora nel gruppo, ovviamente ho avuto anche un’influenza all’interno del collettivo, questa cosa dei sample, delle copertine… per esempio mi ricordo che all’epoca molta gente del gruppo mi chiedeva consiglio per i titoli, perché io ero particolarmente bravo a trovarli anche per le cose mie, e quindi ovviamente anche chi entrava nel gruppo si doveva confrontare con me che già c’ero. È normale, è quasi una sorta di nonnismo… non a quei livelli certo, ma comunque non è che potevi entrare nel gruppo e parla’ male di me, per dire…
Sai cosa mi ha colpito molto nel libro? Che a un certo punto dici in maniera molto schietta che il TruceKlan è stato spesso travisato nella sua attitudine. Nel senso che quando c’è un prodotto artistico non è che tutto quello che si dice aderisce al reale, come dicevamo sopra.
Allora, anche nel rap americano, che prendo sempre d’esempio perché è lì che ci sono i maestri, c’è un lato molto romanzato, di fantasia, anche se basato sulla realtà. Anche perché se così non fosse nessuno lo farebbe il rap, diventerebbe una cosa sconveniente, non è che uno sta a fa’ un processo tipo “dirò la verità, tutta la verità”: è arte, ok? Però ’sta cosa del travisato… beh, fino a un certo punto, perché comunque nel gruppo c’era gente che faceva quel tipo di rap criminale e aveva questa fascinazione o uno stile di vita un po’ così, no? Che però certo, io non avevo… ma col tempo si è aggiunta nel gruppo anche gente diversa come mentalità dal primo ceppo dei Truceboys. Che da un lato è stato anche un bene perché comunque ha allargato gli argomenti, ha diversificato di più il messaggio: dall’ altro lato è stato un male perché si è persa un po’ l’attitudine originale.
Però alla fine fa parte del gioco.
Sì, certo, ci sta tutta. Poi, come ho detto nel libro, eravamo assaliti da talmente tanti fan che molti fan erano rapper e quindi è stato naturale, ma anche quasi forzato, il fatto di allargare la famiglia a un certo punto. Ci stava addosso talmente tanta gente che dovevamo per forza farlo. E inoltre i Truceboys essendosi fermati a un solo album, tutta ’sta cosa si andava perdendo perché io pensavo che avremmo fatto come i Club Dogo, tipo dai due ai sei album insieme, e invece è finita là, quindi c’è stata proprio la necessità di inventarsi altre cose.
E infatti c’è la tua carriera solista.
Che, come ho detto mille volte al suddetto Redattore, non era particolarmente legata alla crew. Perché lui o non la capiva o faceva finta di non capire. Io facevo i miei dischi solisti, mettevo il logo dietro al disco ma poi facevo come me pareva.
Nel libro questa cosa si annusa…
Sì? Beh, però nel finale dice una cosa tipo “è stato impossibile non parlare del TruceKlan perché era costantemente…” dai, quella è un po’ una paraculata… [ride].
Sì, in effetti… però andando al sodo si capisce che tu sei un cane sciolto.
Ma sì, poi sono stato uno dei più prolifici in assoluto a livello discografico, a livello di concerti perché c’è gente che stava nel gruppo che ha fatto molto, molto di meno. Gente che nei miei venticinque anni ha fatto un disco solo. E comunque mi piaceva questa cosa che ci fosse un gruppo a supporto, però ognuno aveva la sua carriera solista totalmente libera nelle scelte. Ovviamente uno metteva sempre in mezzo gente del gruppo, con collaborazioni o consigli perché si sentiva questo legame col gruppo, una cosa che si ripeteva anche nei testi: però appunto era una carriera totalmente solista. Iniziata nel 2005 due anni dopo Sangue, neanche a dire che io abbia aspettato molto.
E cosa ti piace di più di questa autobiografia quando la rileggi?
A questa domanda di preciso non riesco a rispondere… ti posso dire che per come si era messa la situazione pensavo peggio, invece tutto sommato mi sono detto: vabbè dai… meglio che sia uscita piuttosto che no. Però insomma ho dovuto minacciare …[ride].
Ma hai avuto dei riferimenti per il libro? Autobiografie che ti sono piaciute…
Assolutamente no, ti confesso che non sono troppo fan delle autobiografie.
Ah, e perché?
Non lo so, casualmente qualche autobiografia l’ho letta, però più che altro ho letto biografie di movimenti… tipo quella della nascita del death metal, del black metal, ho molti libri sul rap, ma più che sui rapper da soli ho libri che parlano dei primi Bronx party, di come è nato il rap, le prime feste i primi rapper… insomma biografie di scene. Ho anche biografie che parlano dell’industrial, altro genere che mi piace molto, o che ne so… sui Clock DVA, Psychic TV, Throbbing Gristle… questi tipi qui.
Parlando di scene d’altronde anche la tua autobiografia in un certo senso è alla fine, giocoforza, una biografia del TruceKlan, sei tu dentro a un movimento.
Certo, è stato veramente un movimento e anche, da quanto ho capito, piuttosto unico in confronto ad altri gruppi rap sia romani che italiani. Perché non mi sembra ci sia nulla di paragonabile al TrucKlan. Anche Wad, che mi ha anche intervistato di persona a Milano, che faceva questo programma sul rap su MTV no? Beh, lui disse più di una volta che secondo lui probabilmente il TruceKlan nel contesto del rap italiano è stata la crew più di rottura di sempre, quella che ha osato di più e che ha portato più innovazione sia stilistica che attitudinale.
Poi la questione è che tu rappresenti la continuazione di una cosa, il TruceKlan, che ora va in un’altra parte. Tu sei fuori dalle major, dai giochi di potere…
Beh, sul TruceKlan, cosa che ho detto al Redattore e non l’ha voluta scrivere ma la diciamo qua, il TruceKlan attualmente non esiste nella pratica. In teoria nessuno l’ha sciolto e nessuno lo scioglierà, quindi se qualcuno ogni tanto vuole giocarsi ’sto logo nessuno gli dirà niente, ma non ha senso. Io per esempio già su Cult leader del 2016 ho messo come logo dietro al disco solo quello dei Truceboys e non del TruceKlan. Perché già era morta la cosa, l’ho messa solo per dare un riferimento ai fan. Poi dal 2018 ho tolto tutti i loghi, e in futuro non ci sarà nessun logo perché ripeto: non ha senso. Uno s’è trasferito a Milano, un altro ha cambiato lavoro, con uno c’ho litigato, l’altro non lo vedo più… che senso ha? E poi, voglio dire, finiscono i matrimoni e non può finire un gruppo de matti? Va pure accettata ’sta cosa. Eppure i fan sono i primi che non la accettano! Continuano sempre a ripetere ’sta cosa…
Ma quindi vogliono una reunion?
Sì! Ci tormentano e non capiscono che sono tempi andati e che non è possibile…
Poi sarebbe forse pure una marchetta.
Sì, ma voglio dire… le marchette sono comunque lavoro. Nel rap poi ci possono stare i periodi di reunion, vedi Club Dogo, i Sottotono, pure gli Articolo 31, i Gemelli Diversi… perché l’operazione nostalgia funziona. E tuttora c’è gente che pensa che il TruceKlan ancora esista. Però è anche un po’ colpa nostra, perché se ti compri certi dischi e ripetiamo ’sta cosa del TruceKlan… Noyz da questo punto di vista è proprio il primo a farlo…
E a proposito di pubblico, il tuo pubblico come l’ha preso ’sto libro? Gli è piaciuto?
I feedback che ho avuto sono stati tutti positivi, è piaciuto molto. Nessuno ha fatto nessun tipo di osservazione particolare né nel bene né nel male. È piaciuto nella sua interezza, quindi, come già detto, alla fine funziona.
Devo quindi chiederti quali sono i tuoi scrittori preferiti, a questo punto.
Beh, sicuramente per rimanere in tema direi
Lovecraft,
Poe e poi anche sui classici direi
Dostoevskij, per rimanere leggeri [ride]. Io più che altro ora leggo saggi tecnici…
A proposito di “letteratura” quando citi la sigla del cartone animato la balena Giuseppina in “Nella mia mano”, cioè “io so qualcosa che gli altri non sanno / io ho qualcosa che gli altri non hanno / la tengo stretta nella mia mano / e se la schiudo lei vola lontano”, nessuno credo abbia colto appieno la citazione.
Sì, perché quel ritornello lì mi è venuto in mente perché quello era un cartone che da bambino mi faceva scoppiare a piangere ogni volta che lo vedevo, probabilmente anche perché ci ritrovavo qualcosa di me. Quindi poi ho creato quella canzone, mi tornava sempre un po’ in testa questa sigla e mi sono detto: lo sai che qui ci sta bene? Ce la schiaffo sopra la rivisito un po’… così mi sono anche tolto un dente…
Questo dimostra che sei una persona molto sensibile.
Io sì, la sensibilità è una delle mie qualità. Sensibilità è sinonimo di intelligenza e comunque è una cosa bella. Poi ovvio, uno non deve diventare ipersensibile perché poi si vive male: però secondo me anche avere un solo briciolo di sensibilità è una qualità.
Questo nel libro si nota perché le tue scelte sono molto diverse rispetto agli altri del TruceKlan, senza nulla a loro togliere, ma sembri più centrato e mosso appunto da un sentire del tutto personale…
Io in generale sono una persona molto sicura di me. Con le idee molto chiare, e quindi se ho un piano lo porto a termine, non mi faccio influenzare.
Sì, ma intendo dire che molti tuoi colleghi per esempio si concedevano eccessi e a volte questo modo di fare annienta la sensibilità e ti decentra, mentre tu sembri molto più “ te stesso”, ecco.
Ti spiego perché: io a parte essere sensibile e una persona sicura sono anche una persona piuttosto forte. Io non mi sono intossicato perché è come il discorso che facevamo sulle mode o delle opinioni degli altri: io non mi faccio trasportare se ho un’idea mia. Come sono stato chiaro con quelli del gruppo che facevano rap un po’ più criminale dicendo: “a me non me ne frega un cazzo de ’sto tipo di rap, non me dite niente, non ne voglio sapere” e infatti hanno capito che non era il tipo di rap che mi rispecchiava o al quale volevo partecipare in qualche modo. Certo, se mi chiedevano un feat. facendo parte del gruppo lo facevo, ma sempre a modo mio, sapevano quello che dicevo.
Questa tua dimostrazione di personalità è evidente anche nella tua passione per i tatuaggi.
Beh perché comunque anche lì sono stato uno dei primi, perché anche nel rap non si usava tatuarsi tanto. Pure in America magari andava il tatuaggetto in una parte del corpo, però questa cosa di tatuarsi pesantemente per tutto il corpo, integralmente, era una cosa che ho preso dall’hardcore punk perché da bambino mi avevano proprio impressionato questi concerti, tutta ’sta gente tatuata… ma io già ero partito, e qui torna la personalità, con questa missione: “appena posso mi sfonno di tatuaggi”. Poi avevo visto pure parecchi criminali per strada parecchio tatuati, quindi ero un po’ affascinato da questa cosa perché vedevo che la gente cambiava marciapiede [ride] e pensavo: “non mi dispiace ’sta cosa”… quindi sì, diciamo avevo anche tanti miti sbagliati, d’altronde avendo dei genitori assenti su certe cose…
E il tatuaggio è la tua anima che si manifesta, diciamo.
Sì in parte lo è, ma non è sempre detto che quello che hai addosso ti rispecchi al cento per cento. Per esempio io ho tanti tatuaggi che sono informativi, non puramente decorativi. Però gli va data l’importanza che ha: sicuramente non l’ho mai vissuta come una moda, non ho mai usato anestetici, quindi i tatuaggi li ho tutti subiti, anche perché mi dicevo: io già devo fa’ una fatica per pagarmi il tatuaggio, mo’ devo pure pagare la crema? Non ci penso neanche! Poi diciamo che ho questo lato un po’ masochista …soprattutto all’epoca sentivo il richiamo di farmi del male, però ecco quello è farsi del male intelligente perché non è che mi taglio: dopo rimane comunque un ricordo sulla pelle. Alcuni tatuaggi sono stati fatti pure con leggerezza, per carità: non è che tutti sono così profondi. Ad alcune cose sono molto legato, alcune altre le ho coperte perché col tempo, non tanto che mi sono pentito, però mi avevano stancato di rivederle addosso; certe cose non mi rappresentavano più e comunque parlando coi tatuatori mi hanno detto che è normalissimo che qualcosa ti stufi dopo venticinque anni che hai delle cose addosso. Poi ad esempio sulle braccia non ho toccato nulla.
E cosa vedi nelle nuove leve del rap?
Guarda, mettiamo in chiaro che io ascolto solo rap americano. Il rap italiano che ascolto lo ascolto sempre per caso: o me lo fa ascoltare qualcuno o lo sento in radio; sono bene o male informato su quello che fanno i miei coetanei perché vengono intervistati dalle stesse webzine che intervistano me. E comunque devo dire che tutti i miei coetanei, quelli che hanno avuto una carriera lunga, li rispetto tutti e fanno tutti belle cose. E tra i giovani molte cose mi piacciono, ma inizio anche a capire che è un’altra epoca, è normale: quindi sinceramente se io fossi un pischello di mo’ molto probabilmente non avrei fatto rap.
Ah no?
No, perché la vedo come una cosa troppo integrata: quando l’ho iniziato a fare io era una cosa quasi come il punk, una cosa molto stramba e quindi mi affascinava anche per quello. Adesso invece si è molto sdoganato: anche qui c’è da una parte il lato positivo e dall’ altro c’è solo tendenza.
E farete promozione del libro in giro?
Non credo, perché al Redattore gli ho detto: guarda mi hai fatto lavorare un sacco su questo libro mi hai dato due spicci, se vuoi che lo promuovo mi paghi. E lui essendo un pulciaro non mi sta facendo fare i firmacopie! [ride]. A me va benissimo così, anche se ovviamente i firmacopie li faccio per fargli vendere il libro, e però… il Redattore è un pulciaro! Dopo tutto questo lavoro mostruoso che è stato fatto VEDREMO almeno SE il pagamento annuale sarà puntuale … [ride].