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a nostra casa comune è anche come una sorella, con la quale condividiamo l’esistenza, e come una madre bella che ci accoglie tra le sue braccia […]. Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla. La violenza che c’è nel cuore umano ferito dal peccato si manifesta anche nei sintomi di malattia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi. […]. Dimentichiamo che noi stessi siamo terra (cfr Gen 2,7). Il nostro stesso corpo è costituito dagli elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua ci vivifica e ristora.Niente di questo mondo ci risulta indifferente.
L’altare e la biosfera
Se per tanto tempo la tutela della biosfera è stata considerata interesse più vicino alla scienza che allo spirito, la crisi climatica ha scompaginato il quadro e mobilitato anche le fedi più reticenti a interessarsi delle cose terrene. La Terra è anzi diventata l’unico spazio in cui si gioca la salvezza, biologica o spirituale che sia. A Occidente è stato un po’ come fare i conti con le accuse che lo storico americano Lynn White Jr aveva mosso a partire dal 1967, identificando il peccato originale dell’ecologia nell’antropocentrismo predatore del cristianesimo occidentale che è stato a fondamento dello sfruttamento illimitato della natura.
Dal saggio di White The Historical Roots of Our Ecologic Crisis alla stesura della Laudato si’ sono passati quasi cinquant’anni. Cinque decenni di negazionismo terreno e furia celeste, in cui sempre meno uomini si arricchivano perpetuando un modello di società che devastava il pianeta, e quest’ultimo si scaldava, inviando tempeste, siccità e inondazioni come monito per un’umanità piuttosto restìa ad afferrare il concetto. Fino a che non è diventato particolarmente esplicito e anche le fedi hanno scelto di mobilitarsi.
Se per tanto tempo la tutela della biosfera è stata considerata interesse più vicino alla scienza che allo spirito, la crisi climatica ha scompaginato il quadro e mobilitato anche le fedi più reticenti a interessarsi delle cose terrene.Dall’enciclica Laudato si’ al manifesto dei vescovi del Sud del mondo del marzo 2026, la fede cristiana si è trasformata in politica climatica e finanza etica. Il cambiamento è globale e interreligioso: riguarda il concetto islamico di Mīzān (equilibrio divino) così come la resistenza simbolica dei monaci thailandesi, che “ordinano” gli alberi per proteggerli dal disboscamento. In tempi di paradigmi che scricchiolano, l’antropocentrismo sembra sull’orlo del suo sempre troppo ritardato collasso. Le grandi religioni stanno offrendo la base filosofica per riconoscere la natura non più come oggetto, ma come soggetto di diritto.
Dal dogma al bilancio: il Vaticano e la finanza climatica
Per le cattoliche e i cattolici, l’enciclica Laudato si’ rappresenta questo passaggio. Il testo, presentato e vissuto non solo come un’esortazione spirituale ma come una teologia politica che ha ridefinito il ruolo della Chiesa nel mondo contemporaneo, ha da subito avuto una vocazione ecumenica. Indirizzata a “ogni persona che abita questo pianeta”, l’enciclica supera i confini confessionali per parlare alle donne e agli uomini di tutto il mondo, anche e soprattutto a chi alle fedi non si affida più da tempo. Il fulcro politico del testo sta nell’ecologia integrale: nella lettura ‒ scontata per chi di ecosistema si occupa da sempre, di meno per il Vaticano ‒, che fonde la crisi ambientale con quella sociale. Non esistono due crisi separate, scriveva di suo pugno Bergoglio, ma un’unica sfida socioambientale. “Il grido della terra” coincide con “il grido dei poveri”.
Fornendo nuove e solide basi alla relazione delle e dei fedeli con il creato, “la casa comune”, il documento attacca apertamente il paradigma tecnocratico e il mito della crescita infinita come fondamento delle nostre società. Crescita sempre appannaggio di pochi, come testimoniato dal messaggio riportato dei vescovi della Nuova Zelanda: “cosa significa il comandamento ‘non uccidere’ quando ‘un venti per cento della popolazione mondiale consuma risorse in misura tale da rubare alle nazioni povere e alle future generazioni ciò di cui hanno bisogno per sopravvivere’”? Il testo dell’enciclica è stato tanto radicale che, con la proposta di creare un’autorità politica mondiale per la gestione dei beni comuni, ha contribuito al clima politico e culturale che ha accompagnato la stesura dell’Accordo di Parigi.
Ma la Laudato si’ non si è limitata alla proposta, è passata all’azione spingendo enormi masse di cattoliche e cattolici a promuovere e alimentare il movimento per il disinvestimento dai combustibili fossili. Non bastano più le condanne morali: le donne e gli uomini di fede, così come le strutture interne alla Chiesa, sono chiamati a usare il capitale come leva politica. Il movimento per il disinvestimento, coordinato dal Movimento Laudato Si’, ha spinto più di 600 istituzioni religiose a tagliare per sempre i ponti con l’industria fossile, eliminando tutti gli investimenti in fondi, aziende e azioni che supportino energie climalteranti. A marzo 2026 i vescovi di Asia, Africa e America Latina hanno nuovamente formalizzato l’impegno a riconsiderare i portafogli diocesani, definendo l’abbandono di carbone, petrolio e gas come un “imperativo morale”.
Non esistono due crisi separate, scriveva di suo pugno Bergoglio, ma un’unica sfida socioambientale.La Chiesa è scesa dunque in campo e lo ha fatto con una strategia non solo etica ma pragmatica, presentando il disinvestimento come una decisione finanziaria “sana e prudente” per evitare il rischio di riporre ricchezze in asset destinati a perdere valore. In un mondo che va sempre più verso il rifiuto dei combustibili fossili, le istituzioni cattoliche hanno scelto di non restare a guardare: grandi realtà come la provincia gesuita europea e molte diocesi italiane e canadesi hanno già aderito alla mobilitazione. L’obiettivo è influenzare i mercati per una transizione energetica giusta, legando la finanza alla pace e alla tutela per chi ha di meno, che spesso subisce maggiormente gli impatti della crisi climatica.
L’eco-Islam e i nuovi monaci della foresta
Appena pochi mesi dopo la pubblicazione dell’enciclica Laudato si’, ad agosto 2015 più di sessanta leader e accademici musulmani si riunivano a Istanbul per lanciare il loro grido di battaglia. Il loro pubblico, del resto, consiste in più di 1,6 miliardi di persone in tutto il mondo. La Dichiarazione di Istanbul ha trasformato l’ecologia in uno dei pilastri della fede islamica, e ha definito l’abbandono dei combustibili fossili e la transizione verso energie provenienti da fonti rinnovabili un imperativo morale ineluttabile.
Questo movimento sta influenzando una riscoperta delle origini della religione con un inedito interesse ambientale. Il cuore concettuale della presa di posizione dei leader islamici è la nozione teologica di Mīzān, l’equilibrio perfetto e l’armonia divina in cui Allah ha creato l’universo. Una forma di ordine di cui l’essere umano non è padrone assoluto ma khalīfah: custode, vicario. Alla nostra specie è affidato anzi il compito di mantenere questo equilibrio, proteggerlo. Questo approccio alle cose terrene consente di rileggere la crisi climatica come manifestazione fisica della fasād, la corruzione morale e materiale derivata dall’avidità umana che ha spezzato il sacro legame tra uomo e biosfera.
Pratiche tradizionali come l’hima – le riserve naturali per il bene pubblico radicate in 14 secoli di storia – o il waqf (le donazioni pie) diventano modelli di conservazione comunitaria che offrono alternative alla legislazione civile. Esempi come il Misali Ethics Project a Zanzibar mostrano la capacità dell’etica islamica di proteggere la biodiversità marina anche dove le leggi statali faticano a imporsi.
La Dichiarazione di Istanbul ha trasformato l’ecologia in uno dei pilastri della fede islamica, e ha definito l’abbandono dei combustibili fossili e la transizione verso energie provenienti da fonti rinnovabili un imperativo morale ineluttabile.L’onda del risveglio spirituale è arrivata anche nelle foreste del Sud-Est asiatico, dove i monaci si sono erti a difesa delle foreste contro i progetti di estrazione fossile. In Thailandia, per contrastare il disboscamento illegale, i monaci celebrano il rito della Buat ton mai: ordinano gli alberi come sacerdoti. Anche solo a livello di immaginario, si tratta di atti potentissimi. Durante la cerimonia le piante più imponenti vengono avvolte nelle vesti color zafferano del Sangha e così consacrate, nel mezzo di canti monastici. In questo modo sono elevate a tutti gli effetti allo status di membri della comunità religiosa. Non si tratta solo di un rito molto suggestivo: la foresta in questo modo diventa uno spazio inviolabile e, in quanto tale, attiva un potente deterrente karmico verso chi voglia violarla. Abbattere un albero “ordinato” equivale ad ammazzare un monaco, con tutte le conseguenze che il karma ne dispone.
Oltre l’antropocentrismo: diritti della natura e cosmogonie indigene
Ci sono casi in cui l’incontro tra fede e tutela dell’ecosistema diventa dimensione di fusione identitaria. In Amazzonia le grandi religioni stanno assorbendo la sapienza ancestrale delle comunità indigene, che da sempre vivono in comunione con la natura. Movimenti come l’Interfaith rainforest initiative (IRI) riuniscono leader cristiani, musulmani, ebrei e indù intorno ai guardiani della foresta, dando vita a una missione tanto sacra quanto umana: proteggere il polmone verde del pianeta. E farlo secondo una logica per la quale la natura non è più oggetto da gestire, né luogo che ci ospita ma soggetto di diritto, una vera e propria parente della specie umana che, in quanto tale, gode di personalità giuridica. Da questo punto di vista le fedi si sono fatte ponte che ha tradotto le cosmogonie, che considerano fiumi e foreste come antenati, in concetti e linguaggio della giurisprudenza occidentale. La sinergia che ne deriva è uno scudo politico e morale per chi impegna la propria vita a difesa dell’ambiente e identifica la salvezza biologica del pianeta in quella spirituale dell’umanità.
Le Faith-based organizations
Non si tratta di movimenti dettati dal volontarismo di singoli leader più o meno virtuosi. Stiamo ormai assistendo all’espansione e al consolidamento di una rete capillare di organizzazioni basate sulla fede, le Faith-based organization (FBO), che oggi parlano all’84% della popolazione mondiale. Organizzazioni che scendono in campo, abbandonando il ruolo indugiante di osservatori marginali, e che si propongono come supporto alla governance climatica globale, forti di un peso materiale impressionante: gestiscono circa il 10% delle attività finanziarie del pianeta; possiedono circa l’8% delle terre abitabili.
Le Faith-based organizations gestiscono circa il 10% delle attività finanziarie del pianeta; possiedono circa l’8% delle terre abitabili.Questa imponente capacità di fare massa critica permette a reti interreligiose come la GreenFaith o il Movimento Laudato si’ di trasformare un mandato morale in una ben più efficace leva di mercato. Come i dati confermano: circa il 35% di tutti i disinvestimenti dai combustibili fossili, a livello globale, proviene da istituzioni religiose, compresi grandi attori come la Chiesa d’Inghilterra o il Vaticano. Organizzazioni religiose che hanno mutato forma, si sono trasformate in movimenti di attivazione diretta, di finanza etica e anche di pressione politica e advocacy istituzionale per raggiungere obiettivi strutturali come l’abbandono globale dei combustibili fossili.
Una nuova escatologia
Questo risveglio ecologico non è universale. Persistono sacche di resistenza in cui il dogma si fa ancora strumento di tutela dello status quo. Accade ad esempio in Brasile, dove una parte del mondo evangelico più conservatore ha storicamente sostenuto politiche di espansione agricola a scapito dell’Amazzonia, vedendo nel dominio sulla terra un mandato divino incontestabile. Così come negli Stati Uniti, dove influenti settori del cattolicesimo e del protestantesimo ultraconservatore percepiscono l’ambientalismo come una sorta di cavallo di Troia per un’agenda neopagana o globalista, arrivando a etichettare la giustizia climatica come una distrazione dalle battaglie bioetiche tradizionali.
Gli esempi fino a qui riportati non sono esaustivi dei dispositivi di fede in quanto tali ma vogliono essere la fotografia di un movimento che sta crescendo sia globalmente sia territorio per territorio, regione per regione. E si sta rafforzando perché riporta alle origini il legame della nostra specie con l’ambiente che la circonda. Esattamente come fa la crisi climatica, ci fa scendere dal piedistallo antropocentrico e ci ricorda che siamo natura nella natura, che la salvezza del nostro pianeta, così come il suo perire, sono la nostra salvezza e il nostro perire. Stiamo assistendo a un processo di secolarizzazione inversa: per secoli la modernità ha spinto il sacro ai margini, oggi la spiritualità sta tornando con vigore a occuparsi della Terra, che si sta delineando come spazio fisico ma anche metafisico in cui si gioca la salvezza. E in cui la protezione del luogo in cui siamo, che lo chiamiamo Creato, Casa comune, Al-Ard, Pṛthivī, Pachamama o biosfera, lungi dall’essere un’opzione morale è un vero e proprio obbligo ontologico. Non c’è spirito che possa salvarsi senza un pianeta che ne ospiti il corpo.
Questo risveglio ecologico non è universale. Persistono sacche di resistenza in cui il dogma si fa ancora strumento di tutela dello status quo.In questo gioco deve esserci necessariamente qualcuno che vince, che viene tutelato: i più poveri, i Paesi in via di sviluppo. E qualcuno che, per una volta, perde: le lobby fossili, le economie sviluppate intorno all’estrattivismo e all’iperconsumo. È come se una questione di fondamentale giustizia sociale, con l’irrompere della crisi climatica a scompaginare il quadro, stia assurgendo a un rango più elevato. Chi si oppone alla transizione necessaria, a questo punto, ne risponderà in una dimensione umana e storica ma, se ci crede, anche in una metafisica e ultraterrena. E il divino rappresentato da gran parte dei culti non sembra troppo incline a subire il fascino dei dividendi o del greenwashing.