I mmaginate di avere una domenica libera, la prima da mesi. Niente impegni né urgenze: il vostro programma è andare a dormire il sabato sera e svegliarvi non prima del pomeriggio del giorno dopo. Avete spento il telefono, staccato il wi-fi e avvisato chiunque vi conosca delle vostre intenzioni. Siete nel pieno della dormita più ristoratrice di sempre quando suona il campanello: sono le 7:30. Lo ignorate. Alle 8:15 suona il citofono: ignorate anche quello. Alle 9:00, una macchina con un motore da revisionare si mette a sgommare sotto casa vostra. A quel punto ci rinunciate, vi alzate e affrontate il resto della giornata di pessimo umore e con un frustrante debito di energie.
Vi è venuto il nervoso? Immaginate ora una dormita che non dura qualche ora ma mesi interi, e che non è solo un premio che vi concedete ma una necessità, irrinunciabile per la vostra sopravvivenza. In queste condizioni, venire svegliati contro la vostra volontà diventa più che un fastidio: un grosso problema, forse anche un pericolo. Ebbene, è come si sentono milioni di animali ogni anno, e la colpa è ovviamente nostra: il letargo è un adattamento evolutivo fondamentale per decine di migliaia di specie, la cui efficacia (e durata, in certi casi) sta però subendo un rapido degrado a causa delle attività umane, andando ad aggiungersi a una purtroppo già ricca lista di casi simili, conseguenza diretta del fatto che abbiamo sempre meno inverno.
Un letargo, tanti letarghi
La prima cosa da chiarire quando si parla di letargo è, perdonatemi l’anafora, chiarire che cosa s’intende parlando di “letargo”, un termine-ombrello che racchiude in sé diversi fenomeni (analoghi ma con differenze anche significative) e che è a sua volta un sottoinsieme di quella che in biologia si chiama quiescenza, ossia la sospensione temporanea, parziale o totale ma comunque reversibile, delle funzioni vitali di un essere vivente. Ibernazione, estivazione, brumazione, torpore sono tutte forme di quello che viene comunemente chiamato “letargo”. Con un’ulteriore complicazione: l’inglese è la lingua franca della scienza, e in inglese il letargo si chiama hibernation, che è il loro termine-ombrello, con ulteriori distinzioni tra ibernazione facoltativa e obbligatoria e, più di recente, l’idea che tutti questi fenomeni esistano in un continuum. Nel pezzo userò la parola “letargo” per comodità, con la precisazione che mi riferirò nello specifico all’ibernazione, cioè la sospensione delle funzioni vitali durante l’inverno.
Il letargo è un adattamento evolutivo fondamentale per decine di migliaia di specie, la cui efficacia sta però subendo un rapido degrado a causa delle attività umane, e nello specifico del fatto che gli inverni durano sempre di meno.Non perché le altre forme di quiescenza stagionale non siano interessanti: l’estivazione, per esempio, che come suggerisce il nome è la forma estiva dell’ibernazione, richiede strategie fisiologiche molto diverse da quelle del letargo invernale, ed è meno nota solo perché fino a pochi anni fa pensavamo fosse un’esclusiva degli animali ectotermi; in realtà, anche qualche mammifero estiva, e l’impressione è che possano essercene molti altri che non abbiamo ancora scoperto. Più in generale, qualsiasi adattamento abbia a che fare con la sospensione delle funzioni vitali meriterebbe un approfondimento, non solo per amore della conoscenza ma anche perché si tratta di meccanismi che, se applicati agli esseri umani, potrebbero aiutarci in una pletora di campi diversi, dalla medicina ai viaggi nello spazio.
L’ibernazione, però, il letargo invernale, insomma quello che succede nel corpo di certi animali quando le temperature crollano e con loro l’energia a disposizione, è la forma di quiescenza più colpita dai “soliti noti” – riscaldamento globale, perdita dell’habitat, interazioni sempre più frequenti con gli umani. E come tutte le attività minacciate dai bruschi cambiamenti nella stagionalità di gran parte del pianeta, non sappiamo quali possano essere le conseguenze del loro sconvolgimento, sulle specie coinvolte ma anche sugli ecosistemi. Dovendo fare un triage delle diverse forme di quiescenza, il letargo è forse la più urgente da tutelare, perché dipende da una stagione che sta sparendo.
L’inverno sta arrivando
Tutte le forme di quiescenza nascono, dal punto di vista evolutivo, come risposta a una necessità: sopravvivere per un periodo di tempo nel quale le condizioni ambientali rendono impossibile la normale attività. Può essere un giorno (come nel caso del torpore quotidiano di alcuni uccelli e piccoli mammiferi), una stagione o anche un secolo (capita ai semi di alcune piante, per esempio il tasso barbasso): si tratta comunque di uno spegnimento controllato dell’organismo, ed è facile il paragone con la modalità risparmio energetico di certi dispositivi elettronici. Nel caso del letargo, il periodo di tempo è l’inverno, con tutte le sue sfide: le temperature crollano (e quindi riscaldarsi costa più energia), il cibo scarseggia, neve e ghiaccio possono rendere complessi gli spostamenti.
Non si tratta quindi, come viene spesso descritto, di un semplice sonno profondo, ma di un’operazione più estrema (e anche rischiosa), che in quanto tale ha spesso bisogno di mesi di preparazione.Di fronte alla stagione fredda, ci sono tre possibili soluzioni per non morire congelati. La prima è farsi forza, restare attivi e sviluppare una serie di adattamenti che aiutino a sopravvivere all’inverno senza dover cambiare troppo le proprie abitudini. È quello che fanno per esempio le volpi artiche, che hanno un’intricata rete di capillari (soprattutto sul muso e sulle zampe) che contribuiscono a mantenere la loro temperatura corporea sopra gli 0 °C anche quando quella esterna scende sotto i ‒20 °C. La seconda è fare le valigie: molte specie, soprattutto tra gli uccelli, sfuggono al clima rigido dell’inverno migrando altrove.
La terza soluzione è appunto l’ibernazione, cioè una brusca riduzione delle funzioni vitali dell’animale: la temperatura corporea si abbassa, la respirazione e il battito cardiaco rallentano, come anche il metabolismo. Non si tratta quindi, come viene spesso descritto, di un semplice sonno profondo, ma di un’operazione più estrema (e anche rischiosa), che in quanto tale ha spesso bisogno di mesi di preparazione. È il caso di tutti quei mammiferi che accumulano energia sotto forma di grasso, passando l’autunno in una fase cosiddetta di iperfagia: lo fanno per esempio ricci, ghiri e marmotte, il cui letargo è quasi sempre ininterrotto (possono fare eccezione i ricci, che una volta al mese circa si svegliano) e passato a consumare le risorse accumulate in precedenza.
Altri preferiscono una quiescenza meno estrema, e i più famosi in questo senso sono i nostri scoiattoli: invece di ingerire enormi quantità di cibo e poi spegnersi, accumulano le risorse necessarie per sopravvivere all’inverno in diversi nascondigli, e alternano fasi di torpore leggero ad altre di attività, durante le quali consumano quanto hanno messo da parte. La loro non è quindi una vera e propria ibernazione, a differenza di quella dei loro parenti (sempre della famiglia Sciuridae) noti come squinny (Ictidomys tridecemlineatus), il cui letargo può durare fino a sei mesi, durante i quali non mangiano né bevono: per non disidratarsi hanno sviluppato alcuni ingegnosi adattamenti, tra cui la diluizione del siero (che in alta concentrazione è responsabile della sete) e l’eliminazione dal sangue di molecole come sodio e glucosio (curiosamente o forse no, quest’ultima è la stessa molecola che la rana Rana sylvatica immette invece in grandi quantità nel sangue durante l’inverno per evitare di congelare).
Uno degli esempi di letargo più interessanti, nonché più dibattuti, è quello degli orsi, in particolare dell’orso bruno europeo, sul quale pende da tempo la domanda: possiamo considerare il suo come un vero letargo? Per capire le ragioni di questo dubbio è utile fare un confronto con una “vera ibernatrice” come la marmotta: durante i mesi di quiescenza invernale, la sua temperatura corporea si avvicina agli 0 °C, il suo tasso metabolico crolla del 95%, l’animale respira due volte al minuto e il suo cuore non supera i cinque battiti al minuto. Per converso, l’orso bruno riduce la sua temperatura di appena 6 °C, assestandosi intorno ai 30 °C, e il calo del tasso metabolico è del 25%. Il risultato è che, rispetto a una marmotta che dorme ininterrottamente per tutto il periodo del letargo, l’orso bruno rimane semivigile, e pronto a riattivarsi per difendere la tana o quando sente che le temperature esterne stanno salendo.
Qui torna utile il discorso del continuum: le strategie fisiologiche adottate da orso e marmotta sono le stesse (abbattimento del tasso metabolico, riduzione di tutte le funzioni vitali…), ma portano a risultati quantitativamente molto diversi. A questo punto, la risposta alla domanda iniziale di questo paragrafo dovrebbe essere chiara: no, quello dell’orso non è un “vero letargo” come quello dei piccoli mammiferi, ma anche sì, è comunque una forma di ibernazione preceduta da una fase di iperfagia e durante la quale l’animale consuma le energie che ha accumulato durante l’autunno.
Gli orsi non vanno in letargo a causa del freddo. Il vero interruttore è la carenza di cibo, tanto è vero che gli esemplari che hanno a disposizione fonti di sostentamento sicure, come quelle di natura antropogenica, riducono di molto il loro periodo di ibernazione.Vale la pena tra l’altro specificare che gli orsi non vanno in letargo a causa del freddo: le variazioni invernali di temperatura hanno un impatto relativo su un animale così grosso (e grasso). Il vero interruttore è la carenza di cibo, tanto che gli orsi che hanno a disposizione fonti di sostentamento sicure, come quelle di natura antropogenica, riducono di molto il loro periodo di ibernazione, e addirittura quelli tenuti in cattività lo saltano a zampe pari (con possibili conseguenze negative sulla loro salute). E così arriviamo al discorso con cui si apriva il pezzo: quanti danni stiamo facendo al letargo animale?
Bruschi risvegli e altri disturbi antropogenici
Il caso di studio più esemplare in questo senso è quello dei pipistrelli, un ordine nel quale le strategie di quiescenza invernale sono diffusissime e si sono evolute separatamente almeno quattro volte nel corso della loro storia evolutiva. Come per gli orsi, anche per i pipistrelli il problema dell’inverno è legato soprattutto alla mancanza di cibo: la maggior parte delle specie sono entomofaghe, e quando fa troppo freddo gli insetti volanti spariscono dalla circolazione. Durante l’inverno i pipistrelli si rifugiano quindi in caverne, grotte, anfratti e cavità di ogni genere, riducono il battito cardiaco da 400 a 20 battiti al minuto, abbattono la temperatura corporea avvicinandosi agli 0 °C, insomma, tutto quello che abbiamo già visto per altri mammiferi. Il problema è che il loro sonno è sempre più spesso disturbato da fattori esterni: turisti che invadono le loro grotte, scienziati che le visitano per raccogliere dati e campioni, fluttuazioni impreviste della temperatura esterna. E un brusco e imprevisto risveglio è costoso per i pipistrelli: per esempio quando il vespertilio bruno viene disturbato nel sonno consuma 108 mg di grasso corporeo, l’equivalente di quanto avrebbe consumato in 68 giorni di letargo.
Ci sono poi i problemi di salute: durante il letargo, il sistema immunitario dei mammiferi va incontro allo stesso destino di ogni altra attività metabolica, cioè lo spegnimento quasi totale. Questo stato di vulnerabilità sta esponendo milioni di pipistrelli, soprattutto in Nord America ed Europa, al fungo Pseudogymnoascus destructans, responsabile della sindrome del naso bianco (o WNS, White Nose Syndrome), una patologia letale che dal 2018 a oggi ha causato un calo nelle popolazioni che per alcune specie (Myotis septentrionalis, Myotis lucifugus, Perimyotis subflavus) ha superato il 90%. Ovviamente, il fungo non è arrivato in Nord America per caso, ma trasportato da noi umani dall’Europa (in Italia è comparso per la prima volta nel 2019).
Infine, c’è una questione che non riguarda solo i pipistrelli ma tutti gli animali ibernanti, e a dirla tutta non riguarda solo il letargo ma qualsiasi attività legata alla stagionalità. L’ho già accennata più volte nel corso del pezzo: l’aumento delle temperature medie globali (che è peraltro più grave alle alte latitudini, dove vivono i mammiferi che vanno in letargo) causa sempre più spesso risvegli anticipati, che oltre a essere energeticamente costosi per gli animali li catapultano in un mondo che, per così dire, non è ancora pronto. I pipistrelli non trovano abbastanza insetti per sostentarsi, le marmotte delle Montagne Rocciose emergono dal letargo 38 giorni prima rispetto a 28 anni fa e quando lo fanno trovano il paesaggio ancora coperto di neve, faticando quindi a recuperare cibo ed energie, addirittura nello scoiattolo Urocitellus parryii le femmine sono pronte all’accoppiamento prima dei maschi, e questo disallineamento potrebbe avere conseguenze devastanti sui loro tassi di riproduzione.
L’aumento delle temperature medie globali causa sempre più spesso risvegli anticipati, che oltre a essere energeticamente costosi per gli animali li catapultano in un mondo che, per così dire, non è ancora pronto.Certo, come sempre c’è anche il rovescio della medaglia: le succitate marmotte americane hanno tassi di sopravvivenza all’estate più alti di un tempo, e lo stesso vale per il vespertilio di Daubenton. Il fatto però che alcune specie stiano riuscendo ad adattarsi meglio ai cambiamenti climatici non deve farci dimenticare che si tratta appunto di un adattamento, una modifica anche rdicale dei propri comportamenti in risposta alle mutate condizioni ambientali: non tutti gli animali hanno l’abilità e la fortuna di poter volgere una crisi globale a loro vantaggio – al contrario, quelli che ci riescono sono un’eccezione. La regola è sempre la stessa: stiamo cambiando tutto troppo velocemente e in peggio, e la natura fatica a starci dietro.