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Non sta nascendo un nuovo Iran

Nonostante la fine delle sanzioni, il paese è rallentato da problemi economici e demografici.

Lorenzo Marinone è caporedattore area Medio Oriente di East Journal. Collabora su Medio Oriente e Nord Africa con il Centro Studi Internazionali e con Osservatorio di Politica Internazionale. Ha conseguito un master in Peacekeeping and Security Studies a RomaTre.

C ’erano caroselli di macchine per le strade di Teheran e bandiere e canti, la notte del 14 luglio di un anno fa. Migliaia e migliaia di persone – tantissimi i giovani – salutavano la firma di un accordo storico, che noi in Europa abbiamo chiamato “sul nucleare” ma per loro significava soprattutto la fine del cappio al collo, le sanzioni. Le foto di quella notte le abbiamo viste tutti, rimbalzate da giornali e televisioni. Poi, lente ma inesorabili, altre immagini dell’Iran hanno preso il loro posto. Delegazioni governative, cordate di imprenditori e strette di mano a favore di telecamera: è venuto il tempo dei grandi accordi economici e dei contratti da miliardi di euro.

Un anno e qualche mese più tardi, quegli stessi giovani hanno appreso che il governo ha preparato sovvenzioni per loro. È un fondo speciale per le giovani coppie con problemi di fertilità – in Iran sono 2 milioni – che ora hanno accesso ai trattamenti con uno sconto dell’85%. A stretto giro è arrivato anche un piano della Guida suprema Ali Khamenei con le linee guida per le politiche sulla famiglia, 16 punti per facilitare i matrimoni, diminuire i divorzi e aumentare le nascite.  Due annunci che alle orecchie di moltissimi iraniani suonano come una presa in giro: come si fa a far figli se non si ha di che mantenerli?

Culle piene, tasche vuote
La Repubblica Islamica sogna culle piene e il governo ricama sui benefici dell’accordo sul nucleare, ma tanti iraniani non si possono permettere le prime perché il loro portafogli non si è accorto dei secondi. Il 14 luglio è stato presentato come uno spartiacque, e per certi versi lo è stato. L’Iran non è più considerato uno stato paria: un deputato iraniano della minoranza ebraica, Siamak Moreh Sedgh, ha persino concesso un’intervista alla radio israeliana Reshet Bet alla fine di ottobre. Un dettaglio forse, ma di certo inedito per le relazioni tra Iran e Israele dopo la rivoluzione del 1979. E poi gli investimenti esteri stanno arrivando, le esportazioni di idrocarburi aumentano, alcune sanzioni che hanno stritolato il paese per anni sono state tolte. Ma l’accordo sul nucleare non è affatto una panacea. L’economia non decolla. Per il momento non c’è alcuna cesura tra il prima e il dopo.

Anzi, è un meccanismo che sta girando a vuoto su se stesso. Il governo del riformista Hassan Rouhani continua a vendere ai cittadini l’argomento dell’accordo sul nucleare. Un florilegio di vantaggi accompagna molte comunicazioni ufficiali, ma a forza di battere su questo tasto – mettere a confronto il prima e il dopo – c’è il rischio che gli iraniani il paragone lo facciano sul serio, e non ne siano contenti. Tanto più su un tema come quello delle politiche per la fertilità, su cui le autorità stanno puntando ormai da qualche anno e che continua immancabilmente a scatenare polemiche.

Un solo bocciolo non fa primavera
Nel dicembre del 2013 ai bordi di molte strade della capitale iniziano a comparire dei curiosi cartelloni pubblicitari. Rouhani è stato eletto presidente quattro mesi prima, chiudendo il lungo capitolo Ahmadinejad. Gli slogan sui tabelloni recitano “Un solo bocciolo non fa primavera” e “Più figli, vite migliori”, e il resto dello spazio è occupato dal disegno di due tipi opposti di famiglie. Sulla sinistra, in sella a un tandem, un padre visibilmente contrariato e il figlio unico quasi depresso, mani in tasca. All’altro estremo la famiglia è felice, con tanto di palloncini colorati: il padre pedala contento insieme a cinque pargoli.

L’economia non decolla. Per il momento non c’è alcuna cesura tra prima e dopo l’accordo nucleare.

La campagna per spingere le famiglie a fare più figli è stata sepolta dalle critiche. Votando Rouhani gli iraniani speravano, tra le altre cose, di ottenere qualche apertura sul fronte dei diritti civili e della condizione delle donne. Sui cartelloni, però, non figurava la madre. Paradossale per una campagna del genere, ma perfettamente in linea con il dettato delle autorità, che scoraggiano formalmente l’uso di biciclette e moto da parte delle donne, anche se la pratica di per sé non è illegale. Ma non si tratta soltanto di diritti, insieme a una certa idea di famiglia c’è  in gioco anche una questione economica. Relegare al focolare domestico la donna significa estrometterla dal mondo del lavoro, significa famiglie monoreddito. In un paese come l’Iran, dove una percentuale altissima di donne ha un titolo di studio universitario, tutto ciò non può che assomigliare a un enorme passo indietro.

Questo succedeva due anni prima che l’accordo sul nucleare fosse firmato. Per chi, oggi, torna a quella vicenda e la confronta con l’attualità, non resta molto altro che un senso di disillusione. In un sondaggio pubblicato a un anno dall’accordo, sette iraniani su dieci affermano che le loro condizioni di vita non sono migliorate affatto.

L’accordo sul nucleare non è una panacea
La questione è anche più ingarbugliata di così. Le politiche demografiche dello stato hanno moventi economici. Il tasso di fertilità in Iran è 1,8 – cioè al di sotto della soglia di ricambio fisiologica, pari a 2,1. La popolazione tende a diminuire: oggi gli iraniani sono più di ottanta milioni, ma di questo passo scenderanno a trenta entro la fine del secolo. Intanto invecchiano, l’età media passerà dagli attuali 29,4 anni ai 40 già nel 2030 e prima del 2100 metà degli iraniani sarà sopra i 60. Le nuove generazioni non rimpiazzano le vecchie e aumentano a dismisura i costi da mettere a bilancio, dalle pensioni alla sanità. Ecco spiegate le politiche di sostegno alla fertilità della Repubblica Islamica. Non solo tramite sovvenzioni: è stato cancellato il budget per la pianificazione famigliare e banditi i metodi contraccettivi permanenti, vasectomia e sterilizzazione tubarica. C’è una certa urgenza. Lo scorso marzo è scattato l’allarme rosso per le pensioni che il governo sottofinanzia, rischiando una crisi di sistema.

L’accordo sul nucleare non è la soluzione per problemi strutturali come questo. Il boom demografico dovrebbe accompagnare quello economico promesso dalla fine delle sanzioni. Difficilmente potrà precederlo senza che le condizioni di vita peggiorino. Rouhani sta per terminare il suo mandato e il giudizio degli iraniani alle elezioni di maggio 2017 potrebbe essere duro, proprio perché constatano, ogni giorno, che non sta cambiando poi molto. Il governo ha abbattuto l’inflazione che ora è al 12% ma il potere d’acquisto resta uguale. Arrivano prodotti che prima circolavano solo sul mercato nero, come alcune medicine, ma sono troppo cari. La disoccupazione sale e riguarda ufficialmente 2,5 milioni di persone, ma una stima del centro ricerche del parlamento alza la cifra a un esorbitante 6,5 milioni contando anche chi è sottoccupato e chi non sta più cercando lavoro.

Il problema è che la ricchezza sta affluendo a Teheran, ma viene strozzata nei colli di bottiglia della corruzione e del clientelismo, su cui il governo non è stato in grado di intervenire efficacemente. Non si è messa in moto nessuna forma di redistribuzione. Anzi. Alcuni mesi fa uno scandalo ha fatto tracimare la rabbia della popolazione, quando si è venuto a sapere che alcuni manager di compagnie controllate dal governo guadagnavano stipendi anche cinquanta volte più alti del normale, mentre gli operai di industrie di proprietà statale non ricevevano il salario da mesi. A tutt’oggi una parte consistente del potere economico resta concentrata nelle mani di un’élite. Un potere che spesso fa capo alle alte uniformi dei Pasdaran, le Guardie della Rivoluzione, cresciuto negli anni proprio perché i loro membri hanno speculato sulle sanzioni.

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