L e mode vanno e vengono, ma il revival di una decade è una tendenza che sembra non passare mai: dopo aver rivalutato l’estetica di pressoché ogni decennio della guerra fredda, oggi ci troviamo nel mezzo di una riscoperta dei “Novanta”. Non è un caso, dunque, se sono usciti di recente due volumi che trattano il periodo dal punto di vista dei cultural studies: Novanta di Valerio Mattioli (2025) e I Novanta di Klosterman (2026). Ma Novanta nell’immaginario collettivo non significa solo Seattle rock, il magazine Cioè e le felpe Fila; fra le numerose rivoluzioni culturali e di costume prodotte in quegli anni, la rivoluzione tecnologica è quella che, forse, ha lasciato più il segno.
30 aprile 1993: il CERN di Ginevra rende di dominio pubblico il codice sorgente del World Wide Web, Internet è nato. Già nel 1995 all’Università di Warwick veniva fondato il Cybernetic Culture Research Unit (CCRU) sotto la direzione di Sadie Plant, centro che doveva servire ad analizzare le questioni socioculturali dell’imminente invasione cibernetica nella vita dei cittadini. Le cose presero una svolta inaspettata molto presto. Plant rinunciò alla sua posizione nel 1997, lasciando la guida al co-fondatore Nick Land, che dopo un solo anno a capo del centro diede le dimissioni dall’ateneo chiedendo ai giovani ricercatori, più adepti che allievi, di seguirlo nei locali abbandonati di un edificio sopra un body shop.
Land assunse molto presto le sembianze di un santone laico che, immerso in un’atmosfera da rave, discettava di cyborg sotto effetto di sostanze psicotrope. Con il volgere del terzo millennio l’esperienza giunse al termine, dopo il tracollo psicologico del suo direttore: anni di ossessive sperimentazioni, e qualche segnale di psicosi, portarono Land ad abbandonare il progetto nei primi anni Duemila, complice l’abuso di anfetamine e la vita sregolata. Come disse Robin Mackay, direttore del collettivo artistico e casa editrice Urbanomic, “la CCRU divenne quasi una setta, una sorta di religione […] me ne andai prima che precipitasse nella pura follia.”
Se da un lato dell’Atlantico Land e i suoi non nascondevano il loro entusiasmo per le possibilità del web e dei nuovi trovati tecnologici, dall’altra parte dell’oceano le cose prendevano tutt’altra piega.
Fra le numerose rivoluzioni culturali e di costume prodotte negli anni Novanta, la rivoluzione tecnologica è quella che, forse, ha lasciato più il segno.13-15 aprile 1996: qualche centinaio di persone si raduna a Barnesville, Ohio, per partecipare al Second Luddite Congress, raduno informale di studiosi e attivisti preoccupati per le conseguenze sociali, politiche ed ecologiche della terza rivoluzione industriale: i partecipanti, nel manifesto dell’evento, si definiscono “un movimento senza leader di resistenza passiva al consumismo, e alle sempre più bizzarre e spaventose tecnologie dell’era dei computer”. Il congresso – “secondo”, perché nella mitologia radicale il primo grande raduno luddista aleggia fra realtà e leggenda – racconta un movimento che nasce proprio nello scorcio di fine secolo, complice il documento di Chellis Glendinning del 1990 intitolato Notes toward a Neo-Luddite Manifesto. Ma prima di tracciare l’evoluzione storica del neoluddismo è opportuno tornare alle origini di tutto: il luddismo britannico ottocentesco.
In realtà la storia è ancora più vecchia: il geografo Thomas Dekeyser, nel recentissimo Techno-Negative (2026), ha mostrato come il timore per tecnica e tecnologia affondi le radici già nell’antica Grecia: Plutarco, che racconta come Archimede distruggesse i macchinari costruiti una volta terminato lo scopo prefissato, o l’agonia del Prometeo incatenato di Eschilo, sottoposto a uno strazio eterno per aver portato la tecnologia agli uomini: “Io che ho ideato tanti congegni per l’uomo non trovo per me uno scaltro pensiero, sollievo al tormento che ora m’assale”. Più avanti, nel Medioevo, le teorie demonologiche contemplavano il timore verso quei macchinari in grado di sfidare l’ordine low-tech che armonizza lavoro e vita pia, senza alcuna pretesa di comfort.
L’Europa, antica e medievale, ha formulato un pensiero “tecnonegativista” per ragioni etico-filosofiche, tentando di trovare nel teatro, o nelle Scritture, una risposta a problemi squisitamente pratici. È con la modernità che subentrano le dinamiche capitalistiche di problem solving. Fra Sedicesimo e Diciottesimo secolo i governi di Olanda, Regno Unito e Francia impongono una serie di divieti che mettono limitazioni allo sviluppo industriale, pur di mantenere la fragile filiera produttiva ereditata dall’epoca feudale. Nel frattempo, al di là dell’Atlantico, spagnoli e portoghesi si scontrano con la visione olistica degli indigeni americani, il cui rapporto simbiotico con flora e fauna passa anche attraverso il rifiuto della tecnologia importata dai tecnici europei.
Per tracciare l’evoluzione storica del neoluddismo è opportuno tornare alle origini di tutto: il luddismo britannico ottocentesco.La resa dei conti fra uomo e macchina è però un prodotto dell’Ottocento industriale: le fabbriche offrirono una terminologia e un immaginario utili a tradurre in simboli una paura che esiste pressoché da sempre. Paura che divenne agire politico con le luddite rebellion, serie di proteste operaie che colpirono l’Inghilterra dei primi anni Dieci, con l’apice nel 1812 delle guerre napoleoniche, e della rapida escalation che portò alla guerra angloamericana. Il target delle rivolte era il telaio meccanico, colpevole di aver automatizzato il lavoro degli artigiani del tessile e distrutto le dinamiche comunitarie di produzione, spostando il lavoro dai villaggi alla fabbrica.
Come spiega bene Brian Merchant, che ha ricostruito il fenomeno nel suo Sangue nelle macchine (2025), la rivolta luddista era una ribellione di natura prima di tutto sindacale. Ned Ludd, mitico distruttore di un telaio nella Leicester di fine Settecento, forse non è mai esistito, e avrebbe senso pensarlo come una figura mitica: l’agire politico necessita di un sistema simbolico a supporto del mito fondativo su cui costruire l’identità di gruppo, legittimandone valori e proposte politiche, anche in contrapposizione alle dinamiche di esercizio del potere. Ludd, più che il “primo luddista” inquieto per i risvolti psicologici dell’automazione, pare essere il primo leader sindacale in tempi in cui non esisteva rappresentanza politica per i lavoratori.
La disobbedienza necessitava di un simbolo riconoscibile (il telaio), un sacerdote che lo manipolasse a scopo liturgico (Ludd) a decretare l’esistenza di una comunità non vincolata da legami di sangue (la working class) che si tutela appropriandosi degli strumenti di lavoro (i martelli) per opporsi (distruggendo i macchinari) a regole ingiuste. La figura di Ludd è un caso da manuale di folklore operaio su cui costruire l’apparato immaginativo di un possibile movimento sindacale; le trade unions furono riconosciute dal Parlamento inglese nel 1824, come conseguenza delle grandi rivolte degli anni Dieci.
Come scrive Merchant, citando Malcolm Thomis, “se gli operai erano contrari a certe macchine, era per l’uso che se ne faceva, non perché fossero macchine o perché fossero nuove” (p. 44):
il succo era chiaro: gli operai e i produttori che traevano profitto dalla loro attività erano soggetti a regole molto diverse. Da lì la tensione tra i lavoratori e i datori di lavoro si acuì. I lavoratori continuarono a perorare la propria causa con speranze sempre minori: i produttori avevano abbassato troppo i compensi, aumentato troppo i costi di affitto dei macchinari e, infine, spinto molti operai sull’orlo del baratro. “I produttori non volevano ascoltare […] e alla fine gli operai arrivarono in massa”. “Nessuno avrebbe immaginato che di lì a poco […] gli uomini avrebbero iniziato a distruggere i macchinari” (p. 42).
La rivolta luddista aveva dei tratti destituenti che colpivano l’ordine politico e i suoi rapporti di potere nei posti di lavoro, come già in precedenza l’industria aveva scardinato il sistema feudale reimmaginando produzione e distribuzione delle merci. Basti vedere che già nel 1812 la distruzione di un telaio meccanico era equiparata, a livello di ordine pubblico e procedura penale, a fattispecie di reato come l’omicidio. Echi della rivolta dei nu-pieds del 1639 analizzata da Michel Foucault nel corso al Collège de France su Théories et institutions pénales del 1971-1972: chi si ribella alle imposizioni governative in materia fiscale sta muovendo guerra all’intero regno di Francia, va dunque affrontato come si affrontano i nemici in guerra, con l’esercito.
Le fabbriche offrirono una terminologia e un immaginario utili a tradurre in simboli una paura che esiste pressoché da sempre.La rivolta era destabilizzante, vero, ma i connotati politici erano noti ai capi delle rivolte meno di quanto realizzasse la massa lavoratrice, considerato che la mentalità dell’epoca non era matura per coglierne le conseguenze politiche. La “presa di coscienza” che orienta il Manifesto di Marx è di oltre un trentennio dopo. La natura più squisitamente intellettuale del luddismo è campo di storici del pensiero politico o della classe operaia, come E.P. Thompson che ha dedicato ai luddisti alcuni passaggi del suo The Making of the English Working Class (1966). Detta natura, prima di tutto, non è così evidente: non abbiamo un manifesto, punto fondamentale riportato da Merchant, e le pretese vertevano essenzialmente sulle condizioni di lavoro.
Mauro Lubrano – ricercatore a Leiden ed esperto di estremismo antitecnologico – nel suo Stop the Machine: The Rise of Anti-Technology Extremism (2025) ripercorre storia e cultura dell’estremismo antitecnologico, un fenomeno le cui sfaccettature sono comprensibili solo analizzando il percorso intellettuale che porta alla sintesi delle varie scuole di pensiero, percorso che sfocia proprio nel manifesto di Glendinning. Le radici del neoluddismo si espandono, difatti, lungo tutto il Ventesimo secolo: Forster aveva scritto Machine Stops nel 1909 immaginandosi un breakdown di sistema, Čapek pensato un AI takeover in R.U.R. (Rossumovi univerzální roboti) del 1920 e Mumford messo in guardia dai costi dello sviluppo in Technics and Civilization nel 1934. L’anarchico cristiano (e fonte di Theodore Kaczynski) Jacques Ellul, in The Technological Society del 1954 analizzava la complessità di una società tecnologica non riducibile alla somma di armi ed elettrodomestici; già due decenni dopo Edward Abbey fantasticava sulle azioni dirette di un gruppo di ecoattivisti nel romanzo The Monkey Wrench Gang del 1975, fonte di ispirazione per Ecodefense: A Field Guide to Monkeywrenching di Dave Foreman del 1985. Il cerchio si chiude proprio con Foreman, fondatore di Earth First! nel 1979, gruppo dell’Oregon che influenzò, fra gli altri, anche Kaczynski, noto come Unabomber. Negli anni Ottanta il frammentato universo antitecnologico trova elementi per costruire un pensiero organico che sappia “unire i puntini” e farsi sistemico, così da gettare le basi della second coming del luddismo.
La figura di Unabomber è una presenza ingombrante del movimento; più in generale, può definirsi l’elefante nella stanza per qualsiasi attivista o intellettuale che si ponga il problema di resistere a un’ipotetica singolarità tecnologica. In questa puntata del mio podcast Libri che NON hanno fatto la storia, Lubrano ripercorre la parabola filosofica e militante del “genio sregolato” Kaczynski, passato da varcare i confini di Harvard a sedici anni, giovanissima promessa della matematica, a preparare bombe in una gelida baita di montagna. Il suo manifesto del 1995, La società industriale e il suo futuro, è tuttora un documento fondamentale nei circuiti radicali e ha influenzato autori e attivisti, partendo dall’“erede” John Zerzan, che per tanti anni ha incontrato Kaczynski in prigione, pur rifiutandone sempre la scelta della violenza e dell’eremitaggio.
La rivolta luddista aveva dei tratti destituenti che colpivano l’ordine politico.Kaczynski con le sue azioni e la scelta di vita ascetica intrapresa negli anni Settanta ha accelerato un processo di “rifiuto del progresso” che, anche grazie a lui, si consolida proprio nell’ultimo passaggio del Ventesimo secolo. Ansie ecologiste da climate change, perdita di senso nella società cibernetica, conseguenze sociali dell’automazione, spinta per una “decrescita felice” dopo una successione di crisi, anni di panico nucleare fomentato dall’idea di una santa alleanza fra tecnologia e big government: tutto contribuì a creare la matrice culturale alla base del congresso neoluddista dell’aprile 1996, svoltosi pochi giorni dopo l’arresto di Unabomber.
Giunti alla fine della guerra fredda ci pensa Glendinning ad assolvere alla mancanza di una “costituzione”, scrivendo un programma la cui stesura era stata rimandata di quasi due secoli. Il recupero del termine luddismo non vale come orpello celebrativo, sta lì semmai a raccontare una filosofia millenaristica, la cui escatologia è completa solo alle porte del Terzo millennio. Se la visione del mondo “che i luddisti ottocenteschi mettevano in discussione era quella del laissez-faire con la sua crescente commistione di potere, risorse e benessere, razionalizzate dall’enfasi sul ‘progresso’”, i neoluddisti, sono cittadini del Ventesimo secolo “attivisti, lavoratori, critici, studiosi” che mettono in discussione la visione per cui la “tecnologia incontrollata” rappresenti la visione più alta del progresso umano.
Nel paper Glendinning cita studenti di Berkeley che calciano televisori a scopo terapeutico, cittadini che entrano nelle basi militari per distruggere computer, abitanti di villaggi in India che si legano agli alberi per evitare la deforestazione, giovani giapponesi che bloccano l’aeroporto di Tokyo Narita sedendosi in pista, attivisti tedeschi che si arrampicano sulle ciminiere per protestare contro l’inquinamento dei boschi. Televisioni, computer, bulldozer, aerei, fabbriche; ossia intrattenimento, sicurezza, abitazioni, trasporti e produzione di beni di consumo. In altre parole, benessere. Per la prima volta nella storia della scienza globale la rivolta antitecnologica tocca quegli aspetti che per generazioni hanno permesso il miglioramento delle condizioni di vita.
Ma cosa si intende per tecnologia?
Come chiarito dal filosofo Lewis Mumford, la tecnologia consiste in qualcosa che va oltre le singole macchine. Essa include tecniche di organizzazione e gestione sociale che rendono certe macchine funzionanti. Nella sua essenza, la tecnologia riflette una visione del mondo. Quali particolari forme di tecnologia – macchine, tecniche e organizzazione sociale – sono generate da una specifica visione del mondo dipende dalla percezione della vita, della morte e dal potenziale umano, oltre che dalla relazione di ciascuna persona con le altre e con la natura.
Glendinning chiarisce che la sua non è una battaglia contro la tecnologia tout-court: “ciò a cui ci opponiamo sono quel tipo di tecnologie che, alla radice, sono distruttive per gli umani e le loro comunità”. Questo perché “tutte le tecnologie sono politiche”.
I neoluddisti sono cittadini del Ventesimo secolo, “attivisti, lavoratori, critici, studiosi” che mettono in discussione la visione per cui la “tecnologia incontrollata” rappresenti la visione più alta del progresso umano.Citando Lenin: che fare? La sua proposta prevede l’abolizione di quelle tecnologie “nocive” (nucleare, chimica, ingegneria genetica, televisione, elettromagnetica, computer) per favorire fonti di energia che siano positive per la comunità (rinnovabili, prodotti organici e bio), in un mondo in cui le STEM sappiano convivere con teorie e prassi politico-morali intese a cooperazione e solidarietà sociale.
Per quanto a prima vista possa apparire un’idea infantile – tutti i ritrovati che Glendinning vorrebbe bandire sono essenziali per perseguire degli obiettivi che si prefigge – va ricordato che alcuni gruppi anarchici propongono soluzioni distopiche in via non negoziale, senza contaminare la propria purezza ideologica con i compromessi della politica. Il testo di Glendinning non avrebbe portato a una società idilliaca senza computer e con fattorie alimentate a energia solare, serviva a reintrodurre nel dibattito un termine desueto. Merchant, rimanendo coerente con l’impostazione sindacalista del luddismo, decenni dopo il Manifesto riprende le battaglie dei trasportatori privati contro la concorrenza sleale dei giganti del ridesharing, o quelle dei lavoratori della logistica soggetti a forme di controllo asfissianti da parte di un capo-algoritmo che sostituisce qualsiasi manager dal volto umano.
Uno dei primi video virali del web, Bad Day del 1996, ritrae un impiegato inveire contro il computer di lavoro, fino a distruggerlo. Il video era stato prodotto da una ditta del Colorado specializzata in sistemi di sorveglianza e l’impiegato in questione era il manager dell’azienda. L’ad voleva convincere le compagnie a installare i loro sistemi video per controllare i dipendenti nei loro cubicoli, l’effetto ottenuto fu l’esatto contrario: un’azienda proponeva al mercato uno strumento panottico, il neonato popolo del web risemantizzava il video immedesimandosi nella frustrazione dell’impiegato, inconsapevole Ned Ludd dei lavoratori 9-17. In quegli anni Kirpatrick Sale, autore di Rebels Against the Future del 1995, si presentava ai convegni con personal computer e mazza da demolizione, raccogliendo la simpatia dei partecipanti.
Glendinning aveva dunque centrato un punto: la paura per la tecnologia “buona” era una realtà, l’argomento andava discusso prima che qualcuno si imponesse nel dibattito, come fece Kazcynski ricattando l’FBI con la minaccia di continuare a uccidere se non avessero pubblicato il suo manifesto.
La paura per la tecnologia “buona” era una realtà, l’argomento andava discusso prima che qualcuno si imponesse nel dibattito.Questo perché il culmine dei processi di radicalizzazione è, solitamente, la scelta della violenza, o perlomeno di azioni penalmente perseguibili. Nel 1975 Peter Singer dava alle stampe Animal Liberation, testo che offriva strumenti per pensare una società antispecista. Già l’anno successivo, da una costola dei gruppi britannici anticaccia nasceva l’Animal Liberation Front, che presto sposò la dottrina della leaderless resistance, invero teorizzata da un dirigente del Ku Klux Klan, per compiere azioni di sabotaggio e distruzione rivolte a laboratori, allevamenti e chiunque fosse responsabile di animal cruelty. L’ALF è forse il primo gruppo parzialmente riconosciuto come ecoterrorista (così decretò l’Homeland Security nel 2005), che problematizzava lo sviluppo tecno-scientifico firmando le proprie azioni criminali.
Il salto di qualità che unì ecologisti, sindacalisti radicali e tecnoscettici avvenne negli anni Ottanta, con i primi fuochi nel triennio 1980-1983 e la surreale storia di CLODO (Comité Liquidant ou Détournant les Ordinateurs), gruppo anarchico di Tolone che colpiva fabbriche di computer, terminal bancari e data center della prefettura dell’Alta Garonna. Nessuno dei membri è mai stato identificato e lo stesso Dekeyser ha curato, assieme ad Andrew Culp, un documentario sul gruppo.
Forse pochi sanno che in una singola occasione il governo americano bombardò il proprio territorio: 13 maggio 1985, Philadelphia, un violento scontro a fuoco fra la polizia e un gruppo anarco-primitivista e separatista nero, MOVE, si concluse con il lancio di un ordigno esplosivo a base di Tovex da un elicottero della Pennsylvania State Police, direttamente sul tetto del compound in cui abitava il gruppo. Sessantuno case colpite, undici membri del gruppo uccisi, fra cui cinque bambini. La storia racconta un’America sull’orlo del breakdown post Seventies e in piena religious awake, entro una cornice mentale che mescolava paranoia da olocausto nucleare imminente e atmosfera da fine della civilizzazione.
Nata come utopia cristiana, concepita seguendo i dettami delle numerose filosofie born again, MOVE divenne presto una setta che rifiutava la tecnologia per vivere secondo curiosi codici primitivisti, a metà fra l’intransigenza rivoluzionaria nera delle Panthers e i più innocui gruppi animalisti. Il triste epigono di MOVE è cronologicamente equidistante dal suicidio di massa di Jonestown del 1978 e dalla strage di Waco del 1993; in tutte e tre le occasioni i militanti hanno in un primo momento sparato sulla polizia americana, che ha scelto di rispondere in grande stile, aumentando il livello della tensione.
Nell’evo “postmoderno” la violenza politica tende alla trasversalità, con gruppi che accettano di fare fronte comune nei casi in cui una certa causa sia condivisa.Tutte queste forme di radicalizzazione antisociale trovano convergenza proprio negli anni Novanta con il perfezionamento metodologico, il network che si fa globale e le dottrine che diventano resistenti all’urto dei compromessi: il terrorismo di destra, con gli omicidi di medici abortisti e la strage di Oklahoma City del 1995; il terrorismo “new-age”, come nel caso di Aum Shinrikyo e l’attacco alla metro di Tokyo, sempre nel 1995; il terrorismo islamista, legato all’emergere di gruppi non legati a questioni nazionali, come i talebani antisovietici in Afghanistan, o al-Qaida nata nel 1988, o anche il colpo grosso dell’attacco alle Twin Tower del 1993, riuscito parzialmente.
Se il Novecento è stato il secolo degli steccati ideologici, nell’evo “postmoderno” la violenza politica tende alla trasversalità, con gruppi che indirizzano le scelte politiche a seconda delle circostanze, accettando di fare fronte comune nei casi in cui una certa causa sia condivisa. Lubrano parla difatti del tridente anarchico, ecologista, ecofascista come famiglie politiche di riferimento per le nuove lotte antitech più radicali, citando il precedente direttore dell’FBI, Cristopher Wray, che nel 2020 definì salad bar quelle manifestazioni estremiste che pescano “aspetti di differenti ideologie per costruire la propria visione del mondo”.
Se Earth Liberation Front, Justice Department e i già menzionati Animal Liberation Front insistono nella loro invettiva neoluddista per la giustizia ecologica, gruppi come la Federazione anarchica informale e Individualidades tendiendo a lo salvaje o, in ordine di “scalabilità del terrore”, lone wolves suprematisti al pari di Brenton Harrison Tarrant o Patrick Crusius si ritrovano dalla stessa parte quando si tratta di questioni ambientali e tecnologiche, pur provenendo da Weltanschauung totalmente differenti. La nota amara resta: la guerriglia antitecnologica è facilitata dalle infrastrutture garantite dalle stesse big tech responsabili dell’ecocidio in corso, come fa notare Klostermann nel suo saggio sui Novanta. Un altro caso di cane che si morde la coda?
Fortunatamente, nel terzo millennio il neoluddismo si è declinato pacificamente per la netta maggioranza dei casi, sollevando problemi coerenti con un contesto liberale e democratico che vive in maniera ansiosa il lento assorbimento del mondo low-tech ad opera dell’AI, con tutte le conseguenze psicoemotive, professionali e, ovviamente, ecologiche. Ora che il sasso è stato lanciato nello stagno, e i cerchi concentrici si allargano fino a toccarci tutti, resta da chiedersi se la prossima mossa per evitare un takeover provenga da politica e società civile, o dalla violenza degli hard-liners dell’antitech.
Qualsiasi sia la fine della macchina, sempre meglio avere il martello dalla parte del manico.