È la mattina dell’8 settembre. La strada per il porto di Dover, nel Kent, improvvisamente registra rallentamenti. Un gruppo nutrito di uomini a volto coperto sta bloccando le strade in protesta. Incrociano le braccia a formare una catena di corpi. Cantano: “Stop the boats” e “England until I die”. Le centinaia di persone celate sotto i passamontagna sono attivisti di estrema destra in protesta contro i tentativi di attraversare e sopravvivere al Canale della Manica da parte delle persone migranti. Si sono riuniti dopo che, nella notte precedente, 140 persone sono state soccorse nel Canale che separa il Regno Unito dall’Europa continentale. Lo scopo della protesta, infatti, era bloccarle ed evitare che raggiungessero Manston, il centro di accoglienza e smistamento della regione.
Daniel Thomas, in arte Danny Tommo, ha trasmesso l’evento in streaming: “Roads are all blocked, they are never going to be able to leave here” (le strade sono tutte bloccate, non saranno mai in grado di lasciare la zona), dice. Prima di essere un influencer di estrema destra, Thomas era stato la guardia del corpo di un’altra star dei social: Stephen Yaxley-Lennon, in arte Tommy Robinson. Anche lui militante digitale dell’alt-right. L’intera azione è stata rivendicata proprio da Patriot platform, un network di estrema destra che, tra le altre cose, aveva organizzato una spedizione in Francia allo scopo di bloccare fisicamente le barche e che è costata a Thomas l’interdizione a entrare in quel Paese.
Thomas rientra nella categoria degli infoattivisti reazionari e dal suo canale YouTube, che vanta 167.000 iscritti, propaga idee molto specifiche sulle persone migranti. Le miniature dei suoi video ‒ le immagini di anteprima ‒ ricalcano il trend attuale, un miscuglio di immagini generate con l’IA e un thumbnail (una foto scontornata e posta in primo piano) di sé stesso. Così, scrollando, centinaia di piccoli Danny Tommo si affiancano a titoli che spaziano dai litigi in strada all’exposé dal presunto telefono di una persona migrante, passando per video generici contro la migrazione, fino ad arrivare ai contenuti di reclutamento per il suo gruppo di patrioti.
Patriot platform viene descritto come un gruppo costituito da “un diverso tipo di cristiano” il cui obiettivo è fermare l’immigrazione e farlo per proteggere le donne, bianche e cittadine inglesi. Tommo è uno dei tanti influencer che del messaggio xenofobo e razzista hanno fatto content, producendo cioè un’ondata di video e podcast che propagano le stesse idee alla base del palinsesto politico delle ultradestre: morale cristiana, difesa delle donne (e annessa essenzializzazione delle medesime) e lotta aperta alla migrazione. Per Tommo e affini, il nemico è alle porte, viaggia su navi allo scopo di impoverire e ledere la nazione. Tommo non è un caso isolato e non lo è nemmeno in Inghilterra. Le nuove reclute della propaganda delle destre, infatti, affondano i denti in reti ben nutrite, in cui la volontà socialmediatica di raggiungere vette numeriche da capogiro si sposa alla perfezione con la propagazione di idee e messaggi violenti.
Le nuove reclute della propaganda delle destre affondano i denti in reti in cui la volontà socialmediatica di raggiungere vette numeriche da capogiro si sposa con la propagazione di idee e messaggi violenti.La portata di questa violenza, però, è calmierata. È stata instillata nel dibattito con il contagocce, in modo da rendere non solo accettabile il contenuto più estremo, ma anche di palesarlo nella sua riproducibilità. Osservando le domande poste alla gente in strada, le finte inchieste e le conversazioni su questi canali YouTube, ritorna per affinità l’immagine di Matteo Salvini, attuale ministro dell’Interno, che nel 2020, nel Pilastro a Bologna, citofonava chiedendo al ricevente “Scusi, lei spaccia?”. In diretta Facebook, Salvini faceva campagna elettorale mescolando la presunzione di colpevolezza allo show da palinsesto televisivo. La buona riuscita non è stata tanto nell’esito di quella tornata elettorale, bensì nella traccia di lungo periodo lasciata sul campo. Di quell’episodio ancora si parla, ma con un’indignazione attenuata, sempre più limata dalle nuove parole estreme a cui l’opinione pubblica è stata abituata. Quelli che potrebbero apparire eccessi sono quindi strumenti che spostano il confine dell’accettabilità, palesando un orizzonte in cui tutto è opinione e nulla è inaccettabile.
Lorenzo Caccialupi, influencer di destra che sui social parla di remigrazione ed è salito alla ribalta mediatica per aver avuto contatti con Charlie Kirk, rende palese il tentativo di spoliticizzare la questione. In uno short apparso su YouTube, parla di deportazione e dice chiaramente “It’s not even a discussion. This is not politics. This is common sense” (Non è nemmeno una discussione, non è politica è buon senso, T.d.a.). Secondo Caccialupi la rimozione forzata delle persone dal territorio italiano sarebbe quindi una questione di senso comune. E non è un caso. Il buon senso, infatti, è la locuzione dietro cui si nasconde un processo di alienazione dalla politica. Da un lato, infatti, viene posto come sillogismo retorico, come logica inoppugnabile, intrisa di un’autorità sociale e storica per costruire una credibilità inattaccabile, dall’altro sposta il discorso nel campo delle verità assolute, che trascendono la posizione politica anche quando farlo è assolutamente impossibile. Il buon senso è un’arma retorica capace di spostare il discorso verso un campo molto più affine alla fede che alla politica. Nel senso comune si crede, lo si dà per buono, legittimo, avulso da implicazioni morali, e lo si ritiene divinamente infallibile. Quindi, inattaccabile, anche quando nel calderone del buon senso vengono gettate politiche violente e pericolose, come la deportazione.
L’azione della propaganda segue due direzioni, si rivolge sia all’esterno sia all’interno. La costruzione di una certa immagine di nazione opera su uno spazio multidimensionale che connette la comunicazione tra Stati, e perciò i loro rapporti, e quella con la popolazione interna. I livelli della realtà sociale si intrecciano nella propaganda, anche quando le proposte sono differenti, quando non incompatibili: uno Stato belligerante che propone sé stesso come un attore prono all’uso della forza, potrà contemporaneamente proporsi ai propri cittadini come portatore di ordine. Sebbene guerra e serenità sociale siano antitetici, la propaganda propone coniugazioni che, sfruttando simboli e la costrizione di una minaccia sempre esterna, sono in grado di modificare la percezione del messaggio stesso. Tra i principi fondativi della propaganda vi sono la semplificazione, quindi la riduzione all’osso del messaggio politico, la saturazione, perciò la ripetizione continua del messaggio, e l’assertività parziale ovvero la tendenza a proporre messaggi assolutizzanti con una grammatica decisa, basata sull’espressione di giudizi.
La propaganda non è una novità del digitale, piuttosto si è adattata a questo e ne ha fatto un suo strumento. Un fatto che conferma anche Leonardo Bianchi, giornalista, scrittore e autore di Complotti! (2021), a cui ho chiesto in che modo la propaganda e il digitale si sono intrecciati. Secondo il giornalista e autore, è possibile rintracciare dei momenti cardine in cui la comunione tra il luogo e il contenuto ha modificato la relazione tra propaganda e digitale: “Negli ultimi dieci anni, ci sono stati due momenti cruciali che hanno cambiato completamente il rapporto tra la propaganda e il digitale. Il primo c’è stato tra il 2014 e il 2016. È in quel frangente che movimenti online come l’alt-right hanno popolarizzato l’uso dei meme come delle armi propagandistiche (su tutti Pepe The Frog) e introdotto concetti come quello del just joking (“stavo solo scherzando”), che servono a confondere l’opposizione e far passare messaggi estremi dietro il paravento dell’ironia. Trump stesso è diventato una specie di avatar da sfruttare per veicolare un certo tipo di propaganda – un’operazione che ora vediamo replicata in Italia con Roberto Vannacci. Il secondo momento decisivo coincide con il ritorno di Trump alla Casa Bianca, che ha definitivamente sdoganato la slopaganda, ossia l’utilizzo massiccio dell’intelligenza artificiale a fini propagandistici.”
Tra i principi fondativi della propaganda vi sono la semplificazione, quindi la riduzione all’osso del messaggio politico, la saturazione (la ripetizione continua del messaggio) e l’assertività parziale, ovvero la tendenza a proporre messaggi assolutizzanti con una grammatica decisa, basata sull’espressione di giudizi.Trump, in effetti, non è stato solo erede di un processo in atto da decenni, ma ne è stato e ne è attore principale. “Non si tratta soltanto di una questione estetica o di praticità” ‒ continua Bianchi ‒ “ma di un prodotto che si adatta perfettamente alle logiche algoritmiche delle piattaforme dei tecno-oligarchi, che, con il loro peso politico ed economico, sostengono un’agenda reazionaria in tutto il mondo”. La portata capillare delle piattaforme social, perciò, ha acuito l’efficacia della propaganda, rendendola talmente veloce da potersi permettere un’impunità pressoché assoluta. Rincorrere una fake news, una narrazione distorta, un dato raccontato male o un messaggio di odio è come cercare di afferrare il buio con le mani. Per ogni persona raggiunta dalla controinformazione ce ne sono almeno il doppio imprigionate in una camera dell’eco, che non sentono altro se non la stessa versione dei fatti in diverse sfumature.
L’odio cresce e con esso viene erosa la stabilità sociale, un processo che sta consegnando in maniera crescente i Paesi nelle mani delle destre estreme, anzi, sempre più estreme. Al punto che, in un territorio come l’Italia, si arriva persino a prendere sul serio una persona come Roberto Vannacci, oggi membro del Parlamento Europeo, salito alla ribalta con la pubblicazione del libro Il mondo al contrario in cui la commistione di complottismo, notizie e informazioni false e discorso d’odio ‒ omofobo, antifemminista e razzista ‒ gli è valsa la sospensione dall’esercito. L’autopubblicazione a due anni dall’ultimo lockdown lo ha messo sui radar della politica. Autorità militare, discorsi violenti e propagandismo hanno fatto il resto: oggi Vannacci è considerato un candidato, a tutti gli effetti, valido.
Bianchi riporta l’attenzione su Anders Breivik, l’autore degli attacchi di Utøya. Nelle parole del terrorista di destra, infatti si ritrovano dei capisaldi dei programmi politici delle destre attuali. Semplicemente ciò che allora pareva assurdo e “improponibile”, oggi è stato reso accettabile. “In realtà, Breivik aveva agito sulla base della propaganda estremista, antifemminista, razzista e islamofoba che girava già all’epoca nei blog della cosiddetta contro-jihad – e che lui stesso aveva abbondantemente incorporato nel suo manifesto”. Le sue posizioni sono state rese più “palatabili”, “legittime e inglobate nelle piattaforme programmatiche di partiti che si sono radicalizzati sempre di più. La stessa percezione di Utøya è cambiata: non un atto terroristico volto a destabilizzare la Norvegia e ispirare altre carneficine, ma un caso di cronaca nera distante anni luce dalla nostra realtà”.
Utøya, quindi, si costituisce come caposaldo della formazione delle destre odierne e dell’evoluzione della propaganda, un nodo storico cardine passato in sordina perché non riconosciuto pienamente né come attentato, né come espressione di destra. Il silenzio che gli è stato fatto intorno ha contribuito alla diffusione delle idee e al loro inserimento nel novero delle proposte politiche ordinarie. Sempre nelle parole di Bianchi: “la propaganda serve proprio a normalizzare messaggi, parole d’ordine e teorie dell’estrema destra”.
L’odio cresce e con esso viene erosa la stabilità sociale, un processo che sta consegnando in maniera crescente i Paesi nelle mani delle destre sempre più estreme.Se oggi il termine “remigrazione” viene accettato come se si trattasse di un descrittore di una policy qualsiasi è proprio perché, nei decenni che hanno seguito le stragi norvegesi l’impunità delle ultra-destre ha fatto un salto di livello. Trasformare l’odio e la violenza in un programma politico è una questione di prospettiva, e per arrivarci bisogna lavorare di fino. Senza la dovuta attenzione alla distribuzione dei termini e delle idee, non sarebbe possibile alterare o determinare gli esiti politici. Parole nuove diventano gusci vaghi, il cui senso arriva dopo che le parole sono state assorbite. Neosimboli che prima di veicolare senso, lo confondono. Alterando l’esperienza percepibile, la distanza tra il reale e la sua interpretazione aumenta, generando lo spazio per la costruzione di realtà alternative, in cui ciò che è non conta, ma ciò che si pensa sia diventa il motore dell’azione politica.
Ebbw Vale, in Galles, è la tipica città industriale costituita da file di casette tutte uguali. Quando nel 2002, il maggiore polo lavorativo della zona, la Ebbw Vale Steelwork chiuse i battenti, il Paese poté fare affidamento sui fondi dell’Unione Europea, attingendo alla cifra massima erogabile dai programmi di sviluppo strutturale. Nonostante ciò però, nel 2016, il 62% della popolazione locale scelse l’opzione uscita nel referendum per la Brexit. Il Guardian riporta le parole di uno degli abitanti: “cosa ha fatto l’UE per noi?”. La discontinuità politica dell’UE e la sua tendenza a dare priorità agli interessi delle élites economiche hanno concorso a rendere il risultato, se non prevedibile, quantomeno possibile e plausibile.
Il reale e la realtà, i fatti e la percezione, si sono incontrati in un abisso in cui le necessità quotidiane sono assorbite dalle apparenze, che favoriscono un sistema istituzionale non coerente con le persone di cui dovrebbe prendersi cura. Un vuoto che è stato alimentato e riempito con una propaganda serrata a favore dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Ebbw Vale è stata parte di una costellazione di luoghi e individui, selezionati come target appositamente da Cambridge Analytica, la società di consulenza che ha curato l’intera campagna della Brexit. L’azienda britannica operava nel settore dei servizi strategici orientati alla costruzione di relazioni, esiti elettorali e comunicazione. Quella di Cambridge Analytica, però, non era solo un’attività di “pierraggio” basato sulla costruzione di una strategia comunicativa e sulla sua implementazione, bensì una vera e propria opera di influenza elettorale. Attraverso l’estrazione dei dati, la loro analisi e lo sfruttamento della loro capacità predittiva (quindi di indicare non solo a cosa risponda il singolo utente, ma anche come ottenere una risposta desiderabile o evitarne una indesiderabile), Cambridge Analytica prometteva esiti elettorali specifici.
A essere particolarmente rilevanti erano i cosiddetti profili persuadables, persuadibili, e cioè quelli di persone che ancora non avevano preso una decisione in maniera forte o le cui azioni online mostravano un alto tasso di persuadibilità. Prendendole di mira in maniera sistematica con bolle informative in cui messaggi semplici, persistenti, emotivamente carichi venivano ripetuti a nastro, Cambridge Analytica era in grado di convertire quell’indecisione in voto, anzi, di costruire vere e proprie realtà alternative, mirate e personalizzate, elaborate con scrupolosa precisione. Cambridge Analytica ha avuto un ruolo determinante nell’esito del referendum nel Regno Unito, ma non solo. Ha operato in diversi territori, usando i Paesi del Sud del mondo come beta tester di risultati offerti alle economie degli Stati più ricchi del mondo, non da ultimi gli Stati Uniti in cui l’azienda è stata un’attrice fondamentale per la prima vittoria di Trump. In quel caso, l’unione tra le capacità di persuasione e il sessismo sistemico ha fatto sì che bastasse propagare le notizie false sulla sua avversaria di allora, per rendere gli elettori indecisi, scettici e poi, decisamente, convinti. Come negli Stati Uniti, la propaganda digitalizzata è stata determinante nel dettare la direzione politica e le relazioni internazionali del Regno Unito.
A essere particolarmente rilevanti erano i profili di persone che ancora non avevano preso una decisione in maniera forte o le cui azioni online mostravano un alto tasso di persuadibilità.Oggi Ebbw Vale rimane un luogo di disoccupazione, che lamenta l’assenza di permanenza e turismo. Diventata una stazione di passaggio per chi vuole raggiungere Cardiff, sta patendo gli effetti delle contratture economiche, delle spinte finanziarie e della privatizzazione dei luoghi. Nel caso degli Stati Uniti, però, la combinazione si è rivelata, se possibile, persino più efficace perché ha prodotto risultati di lungo periodo, ripetibili e, soprattutto, capaci di alterare lo stato della politica. La collaborazione tra Trump e i mezzi di indirizzamento delle preferenze digitali non poteva che essere fruttuosa, proprio perché il 47° presidente degli Stati Uniti è l’incarnazione di una comunicazione contraddittoria e arrogante, che produce una continua sovrascrittura della realtà facendo leva su sentimenti di odio profondi.
Contro Hillary Clinton ha sguinzagliato armi già affilate da secoli: ha puntato il dito contro un presunto arrivismo, altrettanto presunte cattiveria e freddezza ‒ che la rendevano una donna inaffidabile, il contrario esatto dello stereotipo delle “brave”, agli occhi dell’elettorato ‒, la sua relazione con il marito, i cui tradimenti erano, secondo la propaganda sessista, da imputarsi a delle mancanze della Clinton e, persino, il suo corpo. Facendo letteralmente a pezzi la sua avversaria e trasformandola agli occhi del pubblico in un soggetto capace di generare disgusto, ha sfruttato la già solida tendenza a dare meno credito alle personalità femminili. L’applicazione di uno status e di uno standard morale diverso permette di creare uno squilibrio a parità di contesto e di azioni: qualcuno può, qualcun altro no. Il che, in termini, di propaganda apre lo spazio all’attribuzione di poteri maggiori, ma anche di una impunità assoluta, anche per l’aspetto dell’ipocrisia.
Nel 2016, ai microfoni di 60 minutes, Trump ha dato ampia dimostrazione di come applicare impunemente il doppio standard. Quando l’intervistatrice, Lesley Stahl, ha chiesto, all’allora candidato repubblicano, come conciliasse il sostegno dato da Mike Pence, governatore dell’Indiana, all’invasione dell’Iraq con il fatto che quel medesimo sostegno agito da Clinton diventasse un discredito per lei, Trump si è limitato a dire che “non gli importava” e che “questi sono errori che ogni tanto [lui] è legittimato a commettere”. L’intervistatrice, a quel punto ha aggiunto: “Ma lei no?”, riferendosi a Clinton, e Trump, di rimando le ha risposto “No, lei no”. Lei non poteva sbagliare, non ne aveva titolo.
Dieci anni dopo, Trump, oltre ad aver dovuto chiarire la sua posizione sul sostegno all’invasione dell’Iraq, sta guidando un attacco protratto in Iran, rispolverando lo spauracchio del vecchio nemico nucleare per ottenere sia il conflitto sia l’accettazione sociale dello stesso. Nell’intervista, Trump aveva usato la parola “entitled”, un termine che indica un “diritto a”. La propaganda aumenta i perimetri di ciò che è legittimamente concesso a qualcunə, riducendo la possibilità di agire di chi, invece, viene indicato come altrə. Il dibattito politico quindi è dominato da un polo che può, ipoteticamente, dire e fare tutto, e un altro che non solo non può permettersi quella stessa libertà, ma che deve rendere conto di ogni sua azione, anche di quelle che, al netto delle notizie false, non sono state commesse. A mantenere questo non-equilibrio, contribuisce una serie di attori della propaganda, alcuni nuovi, altri vecchi come le istituzioni che sostengono.
Anzi, si potrebbe dire che è tutta propaganda, teorica e pratica. La propaganda, infatti, è e si fa. È uno stato del linguaggio che richiama un tipo specifico di attore, qualcuno che la possa architettare e riprodurre in serie. Un’industria di carta che oggi trascende i medium, viaggia sui telefoni, si infiltra nelle connessioni sfruttandone la velocità. L’attore che produce, però, non ha un carattere stabile. È un polo di produzione che può assumere forme diverse: istituzionale, privata e individuale. Quest’ultima prevede uno sforzo individuale finalizzato alla propagazione del messaggio e può essere compiuta virtualmente da chiunque. Basta avere accesso a una connessione per inserirsi nel gioco della propagazione digitale di posizioni politiche e, nel caso dei messaggi violenti ‒ che riscuotono più successo sui social ‒ per ricavare forme diverse di profitto.
Il dibattito politico è dominato da un polo che può, ipoteticamente, dire e fare tutto, e un altro che non solo non può permettersi quella stessa libertà, ma che deve rendere conto di ogni sua azione, anche di quelle che, al netto delle notizie false, non sono state commesse.Infatti, anche la produzione di potere agisce a livello istituzionale, privato o individuale. Se attraverso la propaganda un’istituzione può ottenere un’accettazione popolare ampia e se lo stesso vale per il politico o per il partito, sebbene in maniera diversa, si può notare che anche il singolo soggetto può ottenere un ricavo affiancandosi alla propaganda stessa e facendosene emanatore. Si tratta di un potere di scarto e reciprocità particolarmente visibile nel caso degli influencer della politica: o sono loro a ottenere prestigio facendo propaganda o sono i prescelti del potere della propaganda a ottenerlo affiancandosi a loro.
L’ondata di influencer di destra sta perciò macinando denaro e consensi mentre garantisce alla politica di ottenere altrettanto. Il content diventa spazio propagandistico il cui contenuto non deve necessariamente essere palese. Non subito. Le proposte di intrattenimento degli influencer della sicurezza, ad esempio, mostrano una forma videoromanzata della propaganda stessa. Si muovono negli spazi vulnerabili del territorio urbano, indicano un nemico e si pongono come eroi in piccole battaglie che possono durare pochi minuti o una buona mezz’ora. Tra live e video montati, il succo dei video è quello di mostrare un apparente degrado e di proporre una soluzione, altrettanto apparente. Danno un nome e una forma, ma soprattutto impongono un giudizio a un contesto, e intervengono come se avessero l’autorità per essere sia giudici sia esecutori.
Il prodotto generato non è solo intrattenimento, ma l’inasprimento delle fratture sociali, la diffidenza verso le persone povere, razzializzate, in movimento, che abitano in zone periferiche e stigmatizzate. Un respingimento che non solo aumenta, ma che non nasce in quei video. Infatti, nel costruire un “noi” versus “loro” la propaganda attinge a odi sociali già presenti inasprendoli. Calca gli stereotipi, riscrive come fattualità morali delle casistiche derivate dal disequilibrio sociale, alimenta odio là dove è presente una difficoltà generata dal sistema stesso. L’antisemitismo nazista prendeva le mosse dal sentimento antisemita che in Europa serpeggiava da secoli. L’islamofobia attuale è una forma via via più esasperata di quella che da prima dell’11 settembre era diffusa nei Paesi europei, che si trattasse di stati colonizzanti o meno. L’aporofobia, la paura delle persone povere, non è certo una novità degli streamer. Come pure il sessismo trumpiano non è certo una sua invenzione. Sono tutte strutture oppressive che, invece di essere abolite, prosperano e oscillano in base al clima politico, offrendo sostanza stabile e infinita per produrre una propaganda efficace. Che oltre a convincere le persone di problemi immaginari, dia loro l’idea che esistano poche azioni per risolvere: sostenere un tiranno, un dittatore, un partito, un’ideologia. Ma anche, oggi, seguire un influencer: sui social o fino al blocco di una cittadina portuale.
La propaganda efficiente è quella che produce seguito, ma più di tutto, quella che indirizza il pensiero di chi la fruisce in modo coerente ai suoi scopi, che lo dirige in modo che possa incanalare una frustrazione sociale verso soluzioni innocue per ciò che in primo luogo ha prodotto quella frustrazione. Come gli inglesi che si scagliano contro i migranti perché la vita in tempo di capitalismo costa cara, come gli italiani che attribuiscono la colpa per il caldo estivo crescente alla produzione industriale di India e Cina, come gli europei bianchi che si attivano contro le persone in movimento perché la privatizzazione incalza e i servizi muoiono. Prima ancora, però, come i coloni che se la prendono con i colonizzati per giustificare la loro presenza. La storia della propaganda procede in costante accelerazione.
Anche il singolo può ottenere un ricavo facendosi emanatore di propaganda, un potere di scarto particolarmente visibile nel caso degli influencer della politica.Per ridimensionare se non neutralizzare gli effetti della propaganda possono essere implementate strategie di diffusione di messaggi, idee, debunking. L’insieme di queste iniziative costituisce la contropropaganda, il ripristino del dibattito e la risignificazione delle parole. Più spesso che mai, la contropropaganda è il territorio in cui le parole stesse devono essere spiegate nei loro significati reali, lo spazio in cui simbolo, vettore e significato devono essere ricomposti nella loro legittima espressione perché si mostri la realtà così com’è.
La proposta propagandistica, però, non si limita a recepire la presenza di un contrasto, ma si attiva per smontarlo. Lo scontro avviene da posizioni impari, la propaganda è solitamente emessa da posizioni di potere, ha accesso a maggiori risorse che le permettono sia di ottenere una maggiore diffusione, sia di godere di una maggiore credibilità. La propaganda delle destre si muove in spazi di vantaggio e sta allargando sempre più le sue maglie. Dopo decenni a capillarizzarsi, sta per tirare i nodi, e chi si trova nel mezzo degli intrichi rischia di essere tagliato fisicamente via dallo spazio sociale.