Q uando sua madre muore nel 1975, Antonio Puddu non è sposato e i fratelli vogliono escluderlo dalla divisione dei beni proprio perché non ha eredi. Anna Artizzu è la prima di sette figli, ha aiutato la madre a crescere i fratelli minori e sente un forte desiderio di diventare madre a sua volta. Si conoscono di vista, abitano in due paesi vicini nella provincia di Cagliari e decidono di sposarsi, lei per avere un figlio, lui per avere un erede da presentare alla famiglia. Antonio ha 47 anni, Anna 43 e, anche se si sposano in fretta, dopo appena tre mesi di fidanzamento, sono troppo anziani per concepire un figlio. Decidono di adottare. Si rivolgono ad assistenti sociali e al tribunale dei minori, ma non trovano la soluzione adatta a loro fino a quando non si indirizzano alla parrocchia degli Orionini, una congregazione religiosa che ha una missione in Sud America. Anna parte verso il Cile, dove si pensava fosse semplice adottare, viste anche le condizioni di povertà del Paese durante gli anni della dittatura del generale Pinochet.
Proprio in Cile si trova Claudio. Ha tre anni, è cresciuto nell’orfanotrofio Hogar de niños dopo essere stato sottratto ai suoi genitori biologici. Mentre festeggiavano l’arrivo del 1979, Patricia e Lucho, di 16 e 19 anni, hanno lasciato Claudio e Lucho Luis, il fratello poco più grande, soli in casa. Le forze dell’ordine, avvisate dai vicini, erano entrate nell’appartamento e avevano prelevato i due bambini portandoli in due orfanotrofi diversi. Patricia e Lucho erano riusciti a rintracciare Lucho Luis, ma non erano stati avvisati della posizione del figlio minore. Sono una coppia giovane e con mezzi limitati, Patricia lavora come prostituta in un café con piernas di Santiago, Lucho è analfabeta e si mantiene con lavori saltuari. Non riusciranno mai a trovare Claudio. Così, quando Anna arriva in Cile alla ricerca di un bambino da adottare, la sua scelta ricade su di lui.
Il bambino arriva in Italia a ottobre del 1980 con tre certificati di nascita. Il primo, dove compare come Claudio Eliseo Rojas Ramirez, è stato compilato alla nascita dai suoi genitori biologici. Il secondo è redatto durante l’adozione con il nome di Pasquale e i cognomi sardi, Puddu e Artizzu. “Le autorità cilene, però, nel secondo documento sbagliano la data e, invece del 1977, inseriscono il 1978. A quel punto, Anna deve richiedere un terzo documento perché la differenza di età tra madre e figlio adottivo non può superare i 45 anni, limite obbligatorio per il tribunale minorile”, racconta Claudio nella casa in provincia di Cagliari dove è cresciuto e dove vive ancora oggi.
Fin dall’inizio Claudio sa di essere stato adottato, anche se gli è stato detto che i suoi genitori biologici fanno parte dei tanti desaparecidos vittime della dittatura. Crescendo, si integra con la comunità sarda locale, ma viene spesso discriminato e soprannominato “il cinesino” dalla suora dell’asilo. Con il passare degli anni l’esigenza di conoscere le sue origini e tornare in Cile si fa sempre più forte. La mancanza di una educazione cilena, la sensazione di non appartenere “né al Cile, né all’Italia” lo spingono a partire e, una volta arrivato a Santiago, all’età di ventisei anni, scopre che i suoi genitori sono ancora vivi. “Ho conosciuto prima mia madre. Siamo andati a cena fuori col suo nuovo compagno. L’ho vista felice”, racconta Claudio, “Mio padre, invece, l’ho incontrato il giorno dopo, mentre lavorava come parcheggiatore abusivo e ho festeggiato insieme a lui il Natale”.
Anna parte verso il Cile, dove si pensava fosse semplice adottare, viste anche le condizioni di povertà del Paese durante gli anni della dittatura del generale Pinochet.Quando torna in Sardegna, Claudio fonda Chilenos de Sardigna, la prima associazione di figli adottivi cileni, con l’obiettivo di aiutare altre persone a mettersi in contatto con le proprie famiglie. Sono più di 500, infatti, i minori adottati illegalmente e portati dal Cile alla Sardegna. “Abbiamo creato questa associazione con lo scopo di cambiare prospettiva sul tema delle adozioni, costruire una narrazione positiva e permettere un ricongiungimento con le famiglie biologiche”, spiega Claudio.
Per la maggior parte delle persone adottate, ricercare il legame con la loro terra è un istinto naturale. Per altre, un bisogno di colmare la narrazione fornita dai genitori adottivi, spesso piena di lacune. Elizabeth, originaria del Cile e adottata all’età di tre mesi da una famiglia di Roma, si è messa in contatto con Claudio per questo secondo motivo ed è riuscita a riallacciare il legame con la famiglia di origine nel 2008: “Ho scritto su un blog che stavo cercando mia madre. Di lei conoscevo solo il cognome, ma è stato sufficiente per rintracciarla e ho scoperto di avere una sorella”. Qualche mese fa è andata in Cile a conoscere i suoi parenti. Dopo 44 anni, afferma di essere felice e di aver trovato la sua nuova casa.
Le adozioni di Claudio ed Elizabeth rientrano tra le 20.000 adozioni irregolari registrate tra gli anni Cinquanta e Novanta in Cile, dove, durante la dittatura di Pinochet, questo fenomeno si è intensificato come forma di repressione e controllo della povertà da parte dello Stato. Nella maggior parte dei casi i bambini appartenevano a famiglie povere o venivano sottratti alla nascita a donne single, spesso minori di età e analfabete, a cui veniva detto dai medici in ospedale che i loro figli erano morti durante il parto o che dovevano essere ricoverati per complicazioni mediche. Allontanati dai genitori, i bambini venivano cresciuti negli hogares (case famiglia o orfanotrofi), come nel caso di Claudio. Molti genitori biologici hanno raccontato di non essere stati informati sulla possibile adozione dei figli o che gli veniva arbitrariamente proibito di visitarli.
Per la legge cilena, infatti, i tempi per dichiarare l’abbandono da parte di un genitore sono molto brevi: solo due mesi e, se il bambino ha meno di un anno, appena 30 giorni. Chi lavora in queste strutture conosce la legge e nella maggior parte dei casi sembra approfittarne, impedendo ai genitori di visitare il bambino e dichiarando così l’abbandono.
Sono più di 500 i minori adottati illegalmente e portati dal Cile alla Sardegna.In Cile il processo di adozione è gestito dal SENAME (Servicio Nacional de Menores), un organismo governativo dipendente dal ministero di Giustizia e Diritti umani, nato nel 1979. Dopo la caduta di Pinochet nel 1990, il SENAME ha continuato ad operare con lo stesso personale che prima era coinvolto nel traffico di bambini, rafforzando la rete di istituzioni pubbliche e private che coinvolgono medici, assistenti sociali, sacerdoti, funzionari pubblici, giudici e avvocati.
A raccontarcelo è Constanza Del Rio, fondatrice di Nos buscamos, un’organizzazione cilena che aiuta le persone coinvolte nelle adozioni irregolari e favorisce il ricongiungimento familiare. Nos buscamos è nata nel 2014 dopo che, all’età di 39 anni, Constanza ha scoperto di essere stata sottratta ai suoi genitori e adottata illegalmente. Dopo una profonda crisi emotiva, ha sentito l’esigenza di creare una comunità di persone con un’esperienza simile alla sua. “Da allora lavoriamo per dare voce alle migliaia di donne cilene con mezzi limitati che ancora non vengono credute quando affermano che il loro bambino è stato rubato”, racconta Constanza.
Nos buscamos, insieme ad altre associazioni come Hijos y madres del silencio, chiede al governo cileno di riconoscere le adozioni irregolari avvenute durante la dittatura come un crimine contro l’umanità. “Chiediamo che venga istituita una commissione affinché si possa effettuare un censimento e conoscere il numero esatto di minori coinvolti nei traffici”, afferma Del Rio. Il servizio offerto dall’associazione è gratuito e negli anni hanno ricevuto più di 8.000 richieste di aiuto.
“Molte delle persone che ci scrivono vengono dall’Italia” racconta Constanza, “spesso, infatti, a mettere in contatto le famiglie straniere con gli hogares cileni sono state organizzazioni legate alla chiesa cattolica”. Anna, la madre di Claudio, si era rivolta agli Orionini, ma il caso più famoso è quello del sacerdote cattolico di origini toscane Alceste Piergiovanni, che dagli anni Settanta ha gestito l’adozione di più di 1.200 bambini cileni all’estero. L’hogar più noto tra quelli presi in gestione dal sacerdote è a Quinta de Tilcoco, nella regione di O’Higgins. Durante le nostre ricerche, siamo state contattate da un accompagnatore turistico che ci ha raccontato di aver aiutato molte persone straniere a raggiungere Tilcoco per cercare le famiglie di origine.
Spesso i bambini venivano sottratti alla nascita a donne single, spesso minori di età e analfabete, a cui veniva detto dai medici in ospedale che i loro figli erano morti durante il parto o che dovevano essere ricoverati per complicazioni mediche.Ogni bambino è una fonte di reddito per gli hogares e per i membri della chiesa, che ricevono mance, o propinas, in cambio del loro aiuto. Molte famiglie adottive sostengono un costo che si aggira tra 10.000 e 16.000 euro per il processo di adozione. “Per affrontare i costi del viaggio in Cile, della permanenza e delle spese relative all’adozione, mia madre è stata costretta a vendere il terreno dove avrebbe dovuto edificare la sua casa”, racconta Claudio. “I miei genitori adottivi mi hanno sempre ricordato l’opportunità che mi hanno dato, adottandomi, di vivere lontano dalla povertà. Sono cresciuto con un forte senso di riconoscenza nei loro confronti, anche per lo sforzo economico che hanno dovuto affrontare, e in passato ho avuto paura che li avrei feriti se gli avessi detto che volevo ricercare le mie origini” aggiunge.
Da qualche anno Claudio ha preso in affido una bambina di origine peruviana. “Un giorno abbiamo litigato e lei mi ha detto ‘tu non sei mio padre’, che è la stessa cosa che da piccolo dicevo io al mio. Io però le ho risposto che era vero, che se volevamo vivere insieme potevamo farlo, altrimenti avremmo trovato un’altra soluzione”. “Se lo vorrà, la aiuterò a ricercare le sue origini perché conoscere la propria storia e la propria identità è un diritto che tutti dovremmo vedere riconosciuto” conclude.