“D i dove sei?” “Bolzano”. “Sul serio? Non l’avrei detto. Non hai per nulla l’accento di Bolzano”. Se sei un altoatesino madrelingua italiana che, come ho avuto la fortuna di fare io, ha vissuto o viaggiato nel resto del Paese è probabile che abbia avuto anche tu una conversazione del genere. Lo scambio di solito prosegue con te che, pur sapendo in anticipo la risposta che riceverai, domandi lo stesso: “Che accento?” “Ma sì, quello vostro. Tipo così”, dice allora il tuo interlocutore, iniziando a calcare le t di ogni parola e a sostituire la z alle s in una goffa imitazione degli ufficiali nazisti nei film brutti che tanto facevano incazzare Nanni Moretti in Ecce Bombo.
Nonostante siano passati più di cent’anni dall’annessione all’Italia della parte meridionale del Tirolo, la maggior parte delle persone che non vivono da queste parti ha un’idea vaga e perlopiù sbagliata del motivo per cui in Alto Adige si parlano due lingue: l’italiano e il tedesco, o meglio, il tirolese, che è la vera lingua d’uso dei sudtirolesi. Anzi, per essere precisi, le lingue che si parlano nella mia provincia sono tre. All’italiano e al tedesco va aggiunto anche il ladino che, non me ne vogliano gli amici ladini, lascerò un po’ ai margini di questo pezzo per evitare di complicare troppo le cose.
Le ragioni del plurilinguismo che caratterizza la provincia di Bolzano affondano nella storia di questo territorio, che è diventato parte del Regno d’Italia alla fine della Prima guerra mondiale, come previsto dal trattato di Londra del 1915, con cui l’Italia abbandonava gli alleati degli imperi centrali per entrare in guerra contro di loro a fianco della Triplice intesa.
Le ragioni del plurilinguismo che caratterizza la provincia di Bolzano affondano nella storia di questo territorio.Iniziava in quel momento il processo di colonizzazione interna di quello che venne presto ribattezzato “Alto Adige”. Un processo che accelerò in modo brutale sotto il fascismo e condusse alla vicenda delle cosiddette “opzioni”. Con questa espressione si fa riferimento alla scelta che fu imposta agli abitanti di lingua tedesca e ladina da un accordo firmato tra Hitler e Mussolini nel 1939: restare nella loro terra di origine e accettare di “italianizzarsi” o trasferirsi nei territori occupati del Reich tedesco, dove le proprietà perdute nello scambio sarebbero state compensate.
Alla fine della Seconda guerra mondiale, nonostante la popolazione locale sperasse di poter far valere il proprio diritto all’autodeterminazione, l’Alto Adige rimase parte della Repubblica Italiana. Il dopoguerra altoatesino fu perciò caratterizzato dalla lunga stagione della lotta ‒ sia armata che politica ‒ con cui la popolazione di madrelingua tedesca riuscì a ottenere dall’Italia una forma di autonomia capace di preservare le sue specificità linguistiche e culturali. Il plurilinguismo altoatesino è garantito proprio dallo statuto che definisce i termini di questa autonomia.
Vista dall’esterno, con sguardo innocente, questa specificità del territorio non sembra avere nulla di male. Conoscere le lingue è universalmente considerata una forma di ricchezza culturale a cui, in Alto Adige, sarebbe possibile attingere proprio per le specificità storiche, culturali e sociali del territorio. Chi non vorrebbe poter imparare più di una lingua fin dai suoi primi anni di vita? Chi rinuncerebbe all’opportunità di poterla parlare senza doversi spostare nello spazio? Dopo tutto le lingue non sono forse, come vuole il buon senso popolare, una chiave che apre le porte del mondo?
La realtà che si cela sotto al velo della naïveté è ben diversa. A svelarla è un libro, Lingue matrigne, uscito qualche mese fa per le edizioni Alphabeta, con cui l’autore, editorialista e insegnante Gabriele Di Luca, si pone l’obiettivo di illuminare “la menzogna del bilinguismo in Alto Adige/Südtirol”. Il libro è diventato rapidamente un piccolo caso editoriale, dando la sensazione di saper dare voce, attraverso la sua tesi, a un pensiero che molte persone condividevano ma faticavano a esprimere: ovvero che il plurilinguismo altoatesino funzioni come un “mito istituzionale” utile a giustificare e perpetuare l’assetto del potere.
L’autore, editorialista e insegnante Gabriele Di Luca si pone l’obiettivo di illuminare “la menzogna del bilinguismo in Alto Adige/Südtirol”.“Non è solo una narrazione falsa”, scrive Di Luca nella prima parte del libro “ma una costruzione istituzionale che serve a giustificare l’attuale assetto di potere. Risponde a una necessità di stabilità, presentando una facciata di armonia tra le comunità linguistiche, eppure nasconde ‒ pur incassando, e non è poco, il premio della pacificazione, o meglio, della riduzione del conflitto in condizione di bassa intensità ‒ disuguaglianze strutturali e divisioni latenti”. Punti di frizione che diventano evidenti quando le architetture e i dispositivi del bilinguismo ‒ le cui modalità d’applicazione e uso, è bene ricordarlo, sono definite in modo puntuale nell’impianto legislativo definito dallo Statuto di autonomia ‒ si confrontano con la realtà materiale. “Prendiamo il caso della sanità”, scrive l’autore, usandolo come esempio di questa dinamica:
I numeri sono chiari: nel 2024, oltre cinquecento operatori dell’Azienda sanitaria dell’Alto Adige/Südtirol non erano in possesso dell’attestazione di bilinguismo, eppure continuavano a lavorare, spesso in reparti essenziali, in deroga alle disposizioni ufficiali. Un’anomalia? Una flessibilità virtuosa? Oppure ‒ più banalmente ‒ la dimostrazione che il bilinguismo reale è una soglia che non tutti riescono a varcare, e che le strutture stesse non possono permettersi di rispettare? Eppure la narrazione mitica regge, e nessuno o quasi osa dire che forse, per salvare un reparto, potrebbe anche sopportare un medico che parla solo una lingua, magari compensando con la mediazione, la professionalità, l’empatia ‒ o con l’intelligenza artificiale. Troppo rischioso. La mitologia, per definizione, non tollera deroghe.Oppure parliamo dell’amministrazione della giustizia in cui “l’apparato linguistico garantito dallo Statuto di autonomia è cristallino: ogni cittadino ha diritto a processi, atti e difese nella propria lingua. Ma la realtà concreta è ben diversa. Mancano traduttori e interpreti qualificati, le traduzioni sono spesso tradite o approssimative, e in molti casi la lingua del processo viene di fatto imposta dalla composizione entolinguistica della corte”.
Per capire questi passaggi è opportuno chiarire alcune tecnicalità. La legge prevede infatti che ogni abitante dell’Alto Adige/Südtirol abbia il diritto di ricevere informazioni nella propria lingua. Tale lingua viene scelta ‒ tra le tre lingue ufficiali della provincia: tedesco, italiano e ladino ‒ attraverso una dichiarazione spontanea che ogni cittadino residente è chiamato a rilasciare tra i 14 e i 18 anni di età. Sono tenute a dichiararsi ‒ cito dalla pagina dedicata alla dichiarazione di appartenenza linguistica sul sito web del tribunale di Bolzano ‒ anche le persone che “provengono da altra Provincia italiana o da altro paese facente parte della comunità europea che trasferiscono la loro residenza in Alto Adige”; quelle che “acquisiscono la cittadinanza italiana” e anche i “cittadini extracomunitari residenti dal 2016 in Alto Adige in possesso del permesso di soggiorno a tempo indeterminato/illimitato o di lungo periodo”. La dichiarazione di appartenenza al gruppo linguistico non rappresenta soltanto la società a partire da una divisione su base entolinguistica, la costituisce in quanto tale.
La dichiarazione di appartenenza al gruppo linguistico non rappresenta soltanto la società a partire da una divisione su base entolinguistica, la costituisce in quanto tale.Inoltre, su di essa si basa un altro fondamentale meccanismo dell’autonomia: la cosiddetta proporzionale etnica. Si tratta ‒ qui cito da Wikipedia ‒ dello “speciale regime giuridico che in Alto Adige disciplina l’ammissione ai pubblici impieghi e al godimento di determinati diritti, in particolare l’assegnazione di alloggi popolari, in modo da garantire un’allocazione proporzionale ai tre gruppi linguistici italiano, tedesco e ladino”. Introdotto per contrastare gli effetti della discriminazione di cui le minoranze linguistiche non italiane sono state oggetto dopo l’annessione all’Italia, nel contesto di un mondo globalizzato questo meccanismo stride e scricchiola.
Perché un sistema nato per proteggere una minoranza radicata sul territorio, oggi chiede di scegliere un’appartenenza a cui non potrà mai veramente appartenere chiunque decida di abitarlo. E se per una persona che si trasferisce in Alto Adige/Südtirol da Milano, Terni o Catanzaro sarà più o meno naturale dichiararsi italiano, la scelta non è altrettanto facile per una persona che fa lo stesso da Utrecht, Damasco, Karachi o Lagos. In questo caso la scelta può essere fatta in base alla lingua appresa dalla persona nel corso della sua migrazione. Oppure, dal momento che il meccanismo proporzionale favorisce l’accesso a impieghi e diritti in base all’appartenenza a un determinato gruppo linguistico piuttosto che a un altro, coloro che si sentono liberi di collocarsi nello schema senza vincoli d’identità, possono farlo in base a un puro calcolo di utilità.
“Il diritto” nota ancora Di Luca “cede dunque il passo alla prassi, e il principio di uguaglianza linguistica si appiattisce in una gerarchia implicita […]. L’impressione, allora, è che il bilinguismo altoatesino/sudtirolese non sia più un obiettivo da costruire, ma una verità assiomatica che si pretende già realizzata”. Il modo in cui il suo impianto va in crash davanti ai cambiamenti globali che investono anche l’Alto Adige/Südtirol dimostra infatti come il plurilinguismo, diventando un dispositivo di potere, abbia perso la sua natura di processo vivo.
Nonostante le persone bilingui stiano leggermente aumentando, il Barometro linguistico 2025 ‒ lo strumento con cui l’istituto provinciale di statistica misura le competenze linguistiche degli abitanti del territorio ‒ fotografa una società civile paradossalmente sempre più divisa e meno integrata, come ha notato anche la stampa locale. Anche se le competenze linguistiche aumentano, quando manca il contatto il meccanismo finisce per produrre un bilinguismo “strumentale” che fallisce l’obiettivo dell’integrazione sociale. Oppure non lo produce affatto, come dimostra il caso delle famiglie del paese di Villandro che hanno chiesto di poter avere un’educatrice di madrelingua italiana nell’asilo del paese e poter così offrire ai propri figli la pluralità linguistica che era mancata loro durante l’infanzia.
Nonostante le persone bilingui stiano leggermente aumentando, lo strumento con cui si misurano le competenze linguistiche degli abitanti del territorio fotografa una società civile paradossalmente sempre più divisa e meno integrata.Di Luca scorge in questi processi una forma di “indifferenza” per cui la contiguità spaziale delle persone costituisce un ostacolo alla padronanza della lingua dell’altro, perché quella che è lingua madre per gli uni diventa “matrigna” per gli altri e, in quanto tale, oscura e pericolosa. Questo passaggio si produce proprio nel luogo in cui, almeno in teoria, l’apprendimento della seconda lingua dovrebbe essere al centro dell’attenzione: la scuola. Nella scena che le dedica, Di Luca, forte della sua esperienza di insegnante di italiano in una scuola professionale di lingua tedesca ‒ sì, perché, va detto, in Alto Adige/Südtirol anche le scuole sono divise in base alla lingua con cui viene somministrato l’insegnamento ‒ racconta le difficoltà che gli studenti incontrano nell’imparare una lingua in un contesto separato dalla necessità che un contesto d’uso concreto impone.
Imparare una lingua significa infatti tanto esporsi al rischio quanto al potere del desiderio di costruire relazioni dall’alto potenziale erotico, che viene automaticamente disinnescato quando l’apprendimento avviene in vitro, come nelle aule scolastiche. E se il reciproco isolamento che le strutture di potere impongono alle popolazioni di madre lingua tedesca e italiana non favorisce la creazione di reali situazioni di incontro e scambio, davanti al bilinguismo resta l’indifferenza.
Un’indifferenza che cambia di senso a seconda del gruppo linguistico di appartenenza. Per i sudtirolesi una forma di “chiusura” o “sopportazione” in cui riecheggia lo shock culturale di esser stati “costretti a rinunciare alla loro lingua madre, alla loro toponomastica, persino ai nomi sulle loro tombe” dalla violenza del fascismo. Per gli altoatesini una forma di “apertura” o “spalancamento”, necessaria per placare l’ansia esistenziale generata dal fatto che “dalla metà degli anni settanta ‒ [quando] il dispositivo normativo della nuova autonomia provinciale ha stabilito che la conoscenza del tedesco sarebbe stata sempre più indispensabile per poter, in concreto, continuare a vivere in questo luogo”.
Come si esce da questo vicolo cieco? Come si dissacra il mito del bilinguismo per liberarlo dalle catene del dispositivo di potere a cui è avvinto e riconsegnarlo alla natura di processo vivo che dovrebbe costituirlo? Leggendo Lingue matrigne è impossibile non porsi domande di questo tenore. E anche se Di Luca non fornisce alcuna risposta ‒ e, anzi, descrive il libro come il “tentativo di scrollarmi di dosso la stanchezza di anni passati a pensare troppo, e spesso a vuoto” ‒ in filigrana una risposta, o almeno una strada, la si intravede.
La contiguità spaziale delle persone costituisce un ostacolo alla padronanza della lingua dell’altro, perché quella che è lingua madre per gli uni diventa “matrigna” per gli altri e, in quanto tale, oscura e pericolosa.È un bilinguismo dell’ascolto. Una postura che rinunci a mettere al centro dello sforzo la volontà di esprimere sé stessi, favorendo quella di creare uno spazio in cui accogliere l’altro. Di aprirgli la porta, di invitarlo a entrare senza l’obbligo di dover all’ospite una qualsivoglia forma di cortesia, ma facendogli capire come meglio ci riesce che, comunque vada, è bene accolto.
Quando sono cresciuto, a cavallo tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, ho percepito il bilinguismo in due modi: da una parte lo strumento imprescindibile di sopravvivenza e avanzamento sociale di cui parla anche Di Luca; dall’altra la forma di correttezza politica che il parlare tedesco implicava per chi, come me, compiva il doppio tradimento di crescere altoatesino di madrelingua italiana, progressista e antifascista. Tradimento nei confronti dell’altro, che dal fascismo era stato sottomesso, e del simile, che del fascismo faceva il simbolo di una resistenza di paccottiglia.
Che fosse strumento o buona educazione, il tedesco era comunque obbligo e, come sa chiunque si sia occupato di educazione, all’obbligo ci si piega o ci si ribella. Che questa strada abbia portato a un vicolo cieco è evidente a chiunque legga il libro di Di Luca libero da preclusioni ideologiche. Ora è il tempo di tornare a cercare strade nuove.