N el 2019, in un’intervista destinata a essere ricordata, l’ideologo del movimento MAGA (Make America Great Again) e punto di riferimento delle destre europee Steve Bannon ha sintetizzato l’attuale strategia di attacco al sistema mediatico e di informazione da parte dei neofascismi: “Il partito di opposizione sono i media. E i media, poiché sono stupidi e pigri, possono concentrarsi soltanto su una cosa alla volta. Tutto quello che dobbiamo fare è allargare il campo [flood the zone]. Ogni giorno li colpiamo con tre cose. Loro si concentreranno su una, e noi facciamo tutte le nostre cose, bang, bang, bang. Non si riprenderanno più. Ma dobbiamo iniziare con una velocità alla volata [muzzle velocity]” [traduzione dell’autore]. Quest’ultima espressione usata da Bannon indica letteralmente la velocità iniziale con la quale un proiettile esce da un’arma da fuoco, prima che l’attrito, la gravità o altri ostacoli la rallentino. Uno dei leader ideologici della destra ha dichiarato guerra all’informazione ancor prima che i fascisti iniziassero ad alimentare guerre in giro per il mondo. Oggi, mentre i giornalisti statunitensi vengono arrestati per i loro reportage sulle azioni dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement), mentre più di 250 giornalisti sono morti a Gaza, mentre l’apparato militare-industriale occidentale compra e smantella giornali e televisioni, la guerra è in corso.
Che i fascismi siano nemici dichiarati dell’informazione libera non è una novità del Ventunesimo secolo. Quello che è nuovo, piuttosto, sono gli strumenti con cui questa guerra viene combattuta, ovvero la combinazione di strategie di disinformazione e guerra cognitiva su ampia scala da una parte e il controllo di ampi settori dell’informazione dall’altra. Dal sito del ministero della Difesa italiano è scaricabile il dossier Cognitive Warfare. La competizione nella dimensione cognitiva e per parlare dello scontro tra potere politico e libera informazione credo sia essenziale partire da qui. Nel documento la guerra cognitiva è definita come “la capacità di generare effetti sfruttando i limiti e le vulnerabilità della mente umana per influenzare e, potenzialmente, manipolare il comportamento umano […] interferendo e alterando le dinamiche cognitive ad ogni livello”. Nel documento, questa capacità è correlata direttamente alle guerre economiche, commerciali e territoriali in corso a livello globale, come parte di una strategia complessiva di innalzamento della tensione tra Stati. Il ministero, assumendo ovviamente una posizione atlantista, si dichiara pronto a schierarsi e a dotarsi degli strumenti necessari per combattere questa guerra contro i propri nemici: “La Federazione Russa prosegue la sua sfida all’Occidente violando apertamente l’ordine liberale internazionale con l’obiettivo di porsi come valida alternativa […]. La Cina invece, persegue la sua linea di affermazione egemonica e di occupazione della rete mondiale di infrastrutture critiche, anche in aperta sfida al diritto internazionale”.
Che i fascismi siano nemici dichiarati dell’informazione libera non è una novità. Quello che è nuovo sono gli strumenti con cui questa guerra viene combattuta: la combinazione di strategie di disinformazione e guerra cognitiva su ampia scala e il controllo di ampi settori dell’informazione.Da un punto di vista neurologico e psicologico la guerra cognitiva è spiegata così:
Benché spesso considerata quale elemento prevalentemente astratto, nella mente umana confluiscono elementi psicologici, legati ai processi mediante i quali ogni individuo acquisisce, elabora e dà significato a stimoli e informazioni provenienti dall’ambiente in funzione del proprio comportamento (percezione, immaginazione, simbolizzazione, formazione di concetti, soluzione di problemi), ed elementi neurologici, costituiti dall’insieme delle strutture specializzate del cervello responsabili di molteplici funzioni ‒ consce ed inconsce ‒ tra le quali l’elaborazione del pensiero, il linguaggio, la memoria e il controllo delle emozioni.Le intelligence e gli eserciti riconoscono l’importanza del controllo della percezione della realtà per il mantenimento – o l’acquisizione – del potere e per il controllo dell’opinione pubblica. Questo avviene in un cosiddetto “contesto Multidominio”, un sistema complesso formato dai vari domini del reale che compongono una società e le sue infrastrutture, ovvero: i diversi campi in cui è possibile esercitare potere e controllo (terra, mare, cielo, spazio e cibernetica); le dimensioni degli effetti (fisica, virtuale, cognitiva); i diversi sistemi (politico, militare, economico, sociale, informativo e infrastrutturale) e ambienti (informativo ed elettromagnetico). Nel Multidominio, un “sistema di sistemi”, ogni cambiamento su ciascuno di questi piani può influenzare gli altri: il Cognitive Warfare è un’operazione multidominio. Senza entrare eccessivamente nei dettagli con cui il documento spiega la questione, è importante aggiungere che l’azione dei nuovi strumenti di guerra cognitiva si divide in tre macroaree: l’influenza, ovvero il tentativo di manipolare il pensiero attraverso schemi culturali e valoriali di riferimento; l’interferenza, vale a dire l’insieme degli strumenti e delle tecnologie che operano al livello fisiologico e biochimico alterando specifiche funzioni del cervello; e l’alterazione, ossia gli strumenti che permettono l’interazione tra il cervello e le macchine al fine di incrementare o indebolire le capacità della mente umana.
Il documento del ministero riconosce, ovviamente, la centralità dei sistemi di informazione in questa guerra. In particolare viene citato il ruolo di Internet e delle sue tecnologie interattive con l’obiettivo di persuadere una persona a fare o pensare qualcosa. A Internet si sommano i fattori psicologici e i fattori sociali. Per “fattori psicologici” si intendono i bias cognitivi, il riconoscimento nella proiezione digitale di sé, la fiducia che si ripone verso determinati soggetti o la memoria emotiva (l’impatto che determinati traumi hanno sul comportamento degli individui); i fattori sociali, invece, sono le relazioni leader-follower, le dinamiche di gruppo e il “disimpegno morale selettivo”, ovvero l’insieme di meccanismi psicologici che portano ad assolvere comportamenti immorali in virtù delle proprie convinzioni.
Tali strategie possono impiegare robuste campagne di disinformazione ed immensi flussi di fake news attraverso la manipolazione di contenuti reali o la creazione artificiale di contenuti quali i deepfakes e sfruttando anche la spettacolarizzazione di eventi traumatici per deviare un processo decisionale, indebolire la coesione interna, erodere la fiducia nelle istituzioni democratiche e generare dubbi e indecisione, al fine di perseguire un proprio disegno strategico che svuota di significato elementi identitari della popolazione […]. L’obiettivo di tali strategie è il caos, la confusione generata dall’estrema polarizzazione che rallenta fino a immobilizzare l’azione decisionale del soggetto target e consente il perseguimento dei propri obiettivi strategici. Le strategie di disinformazione […] vengono prevalentemente usate a livello operativo a supporto di altre azioni (economiche, diplomatiche, militari, ecc.) sia nella fase di preparazione, sia a supporto dell’azione principale.È molto difficile leggere questo documento e non pensare a quello che sta succedendo oggi nel rapporto tra i media e i governi occidentali. È indubitabile che la guerra cognitiva riguardi tutte le potenze imperialiste, comprese le nostre, e non possiamo neppure negare che ci siano anche tentativi interni agli Stati di manipolare l’opinione pubblica. Prendiamo ad esempio questa considerazione del documento: “Lo spazio cibernetico rappresenta un’opportunità, ma ha introdotto anche nuove minacce: l’accresciuta disponibilità e diffusione delle tecnologie di broadcasting implica la necessità sempre più stringente di pianificare le azioni militari considerandone il potenziale impatto sull’ambiente informativo, garantendo, al contempo, uno strumento per influenzare, modificare e minare le convinzioni della popolazione”. Mentre Trump seguiva l’operazione militare in Venezuela per la cattura di Maduro, uno schermo della Situation Room in cui si trovava era dedicato a leggere i commenti su X e Truth.
Non solo i governi cercano la massima forma di controllo e influenza sull’opinione pubblica attraverso i social, ma allo stesso tempo la subiscono, soprattutto nel caso in cui coloro che governano provengano direttamente dagli ambienti digitali.Il politologo Don Moynihan ha descritto in questo senso, nella sua newsletter su Substack “Can we still govern?”, il governo di Trump come una “forma di governo che combina una visione del mondo da social media a tendenze autoritarie. In una ‘cliccatura’ chi governa non usa le piattaforme online soltanto come una modalità di comunicazione; le loro idee, i loro giudizi e il processo decisionale sono influenzati e direttamente rispondenti al mondo online a un livello altissimo. La cliccatura considera tutto come content, incluse le più basilari decisioni politiche e le loro pratiche di attuazione”. È interessante notare come Moynihan parli di un duplice movimento: non solo i governi cercano la massima forma di controllo e influenza sull’opinione pubblica attraverso i social, ma allo stesso tempo la subiscono, soprattutto nel caso in cui coloro che governano provengano direttamente dagli ambienti digitali.
Può anche succedere, chiaramente, che si creino bolle molto ampie di persone che dissentono dalla narrazione ufficiale: è il caso ad esempio degli omicidi di Good e Pretti negli Stati Uniti e dei fatti del 31 gennaio contestuali alle manifestazioni per l’Askatasuna in Italia. In entrambi i casi molte persone e varie testate giornalistiche hanno cercato di contestare la linea ufficiale del governo producendo uno “scontro di verità”. Negli Stati Uniti Greg Bovino, l’ex Border Chief dell’ICE, ha parlato in vari casi di “false media narrative” in riferimento al racconto delle operazioni della polizia anti-immigrazione; Trump non si fa problemi a chiamare le giornaliste “piggy”, a dire che il loro giornale diffonde soltanto fake news o a definirle “la peggior giornalista che abbia mai incontrato”, come nel caso di Kaitlan Collins, reporter di CNN. In Italia, la giornalista di Radio Popolare e del Manifesto Rita Rapisarda, che ha ricostruito la dinamica del pestaggio al poliziotto durante la manifestazione per Askatasuna, è stata riempita di insulti e gravi attacchi personali, sia da politici sia da colleghi.
Contro ogni tentativo di restituire una narrazione critica e oggettiva dei fatti bisogna quindi “allagare la zona”, sostengono i fascisti. A questo proposito è interessante leggere quello che scrive il giornalista Leonardo Bianchi sulla sua newsletter Complotti!, in particolare a proposito dell’AI slop, ovvero la “sbobba IA” che inonda Internet con contenuti schizofrenici e altamente provocatori, generati tendenzialmente con l’intelligenza artificiale. L’obiettivo, scrive Bianchi, è “abbattere il confine tra la verità e la finzione per generare quanto più engagement possibile. […] Trump, il Partito Repubblicano e gli influencer MAGA hanno scientificamente sommerso i social di immagini di Kamala Harris con una divisa militare simil-comunista o in posa da sex worker; di meme di Trump che salva gattini dai temibili migranti haitiani di Springfield; di foto raffiguranti Trump insieme a giovani afroamericani per dare l’impressione che fosse molto popolare in quella fascia demografica; e così via”. Aggiunge ancora, riportando le parole di un altro giornalista, Charlie Warzel: “dobbiamo farci strada in questo spesso strato di spazzatura, separando ciò che è palesemente falso da ciò che è reale e da ciò che è verosimile”. In Italia un atteggiamento mediatico di questo tipo è adottato dalla Lega e da Futuro Nazionale – si pensi ai meme in stile Stranger Things per lanciare la campagna mediatica sulla legge “anti-maranza”, la versione italiana della remigrazione, o alle immagini confusionarie, al limite dell’assurdo, che Futuro Nazionale pubblica quotidianamente per fare propaganda identitaria.
Per parlare di guerra all’informazione non credo si possa scindere la parte ideologica da quella economica: i giornali vendono un quinto delle copie che vendevano vent’anni fa e i principali imprenditori dell’apparato militare-industriale stanno comprando pezzi interi di informazione.Tutto questo rende estremamente complesso per l’utente medio orientarsi online, cercare di capire cosa sta succedendo nel mondo e farsi un’idea critica. Ho fatto lezione su questi temi in alcune classi di scuole superiori: i ragazzi sostenevano di provare a informarsi online e allo stesso tempo si rendevano conto di quanto fosse difficile capire cosa stesse succedendo attorno a loro. Di più: i ragazzi con cui ho parlato sostenevano di non fidarsi dei media. Questa sfiducia, diffusa in tutte le fasce d’età, nasce, credo, da anni di propaganda politica contro i giornali tout court (si pensi per esempio alla durissima campagna condotta dal Movimento Cinque Stelle quando era al picco del consenso), a cui si sommano, a mio parere, i fenomeni di cui ho parlato finora, la crisi economica del giornalismo tradizionale e un’oggettiva responsabilità dei media nella copertura parziale e faziosa dei grandi conflitti di questi ultimi anni, Gaza su tutti.
Per parlare di guerra all’informazione non credo si possa scindere la parte ideologica da quella economica. Ci sono due dati incontrovertibili che credo appartengano a questo discorso: i giornali vendono un quinto delle copie che vendevano vent’anni fa, certamente sostituiti da altri media ma in piena crisi di senso e di validazione sociale e i principali imprenditori dell’apparato militare-industriale stanno comprando pezzi interi di informazione. A febbraio del 2025 Jeff Bezos, uno degli uomini più ricchi al mondo, fondatore di Amazon e proprietario dal 2014 del Washington Post, annunciava alla redazione del giornale il licenziamento dell’allora opinion editor, David Shipley, con questa lettera:
Vi scrivo per informarvi di un cambiamento che riguarda le nostre pagine di opinione.[traduzione dell’autore]. Il Washington Post, durante il primo mandato di Trump, aveva rappresentato una delle voci più forti di opposizione al governo – è rimasto celebre lo slogan “Democracy dies in darkness” – e il proprietario era lo stesso Bezos. Quando il miliardario ne cambia la linea editoriale, Trump si era appena insediato come presidente per il suo secondo mandato e i “broligarchi” avevano dichiarato massima fedeltà al suo progetto politico.
Scriveremo ogni giorno a sostegno e in difesa di due pilastri: le libertà personali e il libero mercato. Ci occuperemo anche di altri argomenti, ovviamente, ma i punti di vista che si oppongono a questi due pilastri saranno lasciati alle pubblicazioni di altri.
C’è stata un’epoca in cui il fatto che un giornale, soprattutto uno che rappresenta un monopolio locale, fornisse una sezione delle opinioni ampia, che coprisse tutti i punti di vista, era considerato un servizio da offrire ai lettori. Oggi Internet assolve a quella funzione.
[…] Ho offerto a David Shipley, verso cui ho grande ammirazione, l’opportunità di guidare questo nuovo capitolo. Gli ho suggerito che se la risposta non fosse stata un “sì” entusiasta, allora doveva essere “no”. Dopo un’attenta riflessione, David ha deciso di fare un passo indietro.
[…] Sono convinto che il libero mercato e le libertà personali siano la cosa giusta per l’America. Credo anche che questi punti di vista non sono abbastanza presenti nell’attuale mercato delle idee e nel commento delle notizie. Sono entusiasta di colmare questa lacuna insieme
Bezos aveva comprato il Washington Post nel 2014 e all’epoca, durante una conferenza stampa organizzata dal Business Insider, aveva detto: “Non so nulla di editoria, ma conosco un paio di cose su internet. Questa, insieme alla mia disponibilità finanziaria, è la ragione per cui ho comprato il Washington Post”. In un periodo in cui il crollo della sostenibilità economica dei quotidiani iniziava a essere palese, ma non mostrava ancora i risultati catastrofici che vediamo oggi, Bezos normalizzava il fatto che a possedere i quotidiani e le riviste fossero i ricchi industriali senza alcuna competenza specifica nel settore editoriale. I giornali diventavano asset da piegare al servizio di interessi economici, politici e reputazionali delle loro proprietà, che spesso hanno interessi che investono sezioni di mercato molto più ampie. In Italia l’esempio più lampante è rappresentato dalla storia del Gruppo GEDI, ricostruita nei dettagli da Alessandro Gilioli in un articolo del 16 dicembre 2025 su MicroMega. Scrive Gilioli:
Perché John Elkann ha comprato e poi distrutto e venduto Gedi?Questa è facile: perché le sue testate maggiori, su carta e web, gli servivano a coprire mediaticamente e politicamente la fuga dall’Italia del suo impero, gli scazzi in tribunale con la madre, gli scheletri nell’armadio come i fondi neri del nonno scoperti all’estero e le disavventure giudiziarie che lo hanno costretto ai servizi sociali; oltre a essere, questa proprietà, molto utile in termini di favori e sfavori, in un paese noto per il suo capitalismo di relazione e la sua politica di relazione. Ora tutto questo non gli serve più e a fine pena probabilmente si trasferirà direttamente a New York, del resto è cittadino americano.Queste operazioni di mercato sviliscono la funzione che il giornalismo in quanto presidio democratico di informazione svolge nelle nostre società. È innegabile che la stampa fatichi a coprire con precisione i grandi fatti di cronaca e che la mistificazione o la narrazione parziale dei fatti sia stata sotto gli occhi di tutti; allo stesso tempo, in molti casi questo fenomeno è l’effetto di proprietà e direzioni direttamente colluse con determinati interessi politici ed economici. Contemporaneamente, il giornalismo locale sta crollando sotto il peso della crisi.
Il Rule of Law Report del 2022 della Commissione Europea ha evidenziato come la precarizzazione del lavoro giornalistico in Italia sia un problema piuttosto evidente, che ha conseguenze dirette sulla piena realizzazione dello Stato di diritto.Il Rule of Law Report del 2022 della Commissione Europea ha evidenziato come la precarizzazione del lavoro giornalistico in Italia sia un problema piuttosto evidente, che ha conseguenze dirette sulla piena realizzazione dello Stato di diritto. Anche il report del 2024 della stessa Commissione evidenzia che “i portatori di interessi hanno espresso preoccupazioni a proposito del deterioramento delle condizioni di lavoro dei giornalisti e della crisi economica generale che sta investendo il settore dei media in Italia”. Alcuni dati importanti in proposito sono forniti dalla seconda edizione del report dell’AGCOM (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni) intitolato Osservatorio sul giornalismo, pubblicato nel 2017 e consultabile online. I dati riportati dall’AGCOM, sebbene siano ormai “invecchiati”, ci permettono di avere uno sguardo complessivo sulle principali questioni di natura economica che hanno a che fare con la precarizzazione del lavoro giornalistico oggi come dieci anni fa. Dal report sono ricavabili soprattutto dati di ordine generale, come il progressivo invecchiamento della forza lavoro (che significa che sempre meno persone giovani riescono a stabilizzarsi e, prima ancora, scelgono di intraprendere la carriera giornalistica) e l’aumento progressivo del numero di freelance. Già dieci anni fa la quota di giornalisti autonomi (37%) superava quella dei dipendenti puri (27%). Lo stesso report evidenziava che l’80% dei giornalisti dipendenti aveva redditi superiori ai 20.000 euro annui, contro il 23% dei lavoratori autonomi e il 17% dei parasubordinati. Il sondaggio di Acta e Slow News del 2020 Fare i freelance nei media in Italia evidenzia i seguenti dati:
Oltre il 40% del campione ha una partita IVA e oltre il 35% viene pagato attraverso collaborazioni occasionali e diritto d’autore. Il 29% dichiara di lavorare per una sola testata o committente e il 28% con due. Il 52,7% svolge esclusivamente la professione di giornalista; mentre il 41,2 svolge anche altre attività per necessità economica, diversificazione del rischio e ricerca di varietà. Il 66% viene pagato solo se il servizio/pezzo o prodotto editoriale (es. vignetta o foto) è effettivamente pubblicato. Il 42% riceve meno di 5mila euro lordi annui; mentre il 68,1% porta a casa meno di 10mila euro lordi all’anno.In generale, nei primi anni del Ventunesimo secolo il settore giornalistico ha affrontato una crisi strutturale con annesso un aumento del precariato. Tra il 2000 e il 2016 è aumentata la percentuale di giornalisti con redditi inferiori a 35.000 euro e, nel 2015, oltre il 40% dei giornalisti guadagnava meno di 5.000 euro e oltre il 55% percepiva meno di 20.000 euro all’anno. Le nuove generazioni di giornalisti, in particolare quelli sotto i 30 anni, affrontano maggiori difficoltà di ingresso nel mercato. Report come quello di AGCOM e Acta mostrano che il mondo del giornalismo ha una struttura duale: un’élite stabile e contrattualizzata da un lato, e una vasta periferia di collaboratori e freelance sottopagati dall’altro – un quadro coerente con la crisi di sostenibilità economica del settore editoriale e con la crescente digitalizzazione dei processi produttivi.
L’attuale classe dirigente dell’editoria italiana e dei media, una classe spesso sciatta e ignorante, ha contribuito all’impoverimento di chi lavora sui giornali, impedendogli di fare il proprio lavoro. Come scrive ancora Gilioli:
Di tutte le cause profonde che hanno portato alla catastrofe ce n’è una sopra le altre? Sì: oltre al declino globale dell’editoria, è stata letale la fine dello spirito collettivo, della sensazione comune di svolgere una funzione culturale e civile per il paese, di essere noi tutti – insieme – un presidio di democrazia al servizio della società, della laicità, dell’apertura mentale e del progresso sociale. Quando questo sentimento è svanito – e siamo diventati solo impauriti prestatori di manodopera intellettuale – è finita la peculiarità del Gruppo Editoriale l’Espresso-Gedi. E le nostre testate hanno iniziato a crollare a una velocità maggiore – a volte quasi doppia – di tutte le altre.La guerra cognitiva è in corso, ma per vincerla è necessario prima di tutto fare la lotta di classe.