P er Edizioni Malamente, nella collana Piume, è appena uscito L’Internazionale del rifiuto di Mikkel Bolt Rasmussen, professore di estetica politica all’Università di Copenaghen. Nei suoi libri precedenti, tradotti in italiano per Agenzia X (La controrivoluzione di Trump, 2019; Dopo il grande rifiuto, 2021) e Edizioni Malamente (Fasciocapitalismo, 2024), Rasmussen aveva soprattutto ritratto il nemico: il “fasciocapitalismo”, il nuovo stato di cose prodotto dalla rinnovata alleanza a carattere difensivo tra fascismi e capitalismi contemporanei (aspetti approfonditi in Dieci punti per ritrarre il nemico su Milano In Movimento e nella conversazione con Rasmussen sul Tascabile I futuri noti del fascismo). Con questo pamphlet tenta invece una panoramica del “movimento”, potremmo dire “di noi”, sostenendo che il nuovo ciclo di proteste, fondandosi su un rifiuto totale dello stato di cose, non può produrre un cambiamento tradizionalmente inteso. Dopo aver esposto la tesi di Rasmussen, proveremo ad applicarla al contesto italiano – un esercizio il cui scopo è far emergere una prospettiva di azione politica.
La dimensione “unica” del rifiuto
In questo pamphlet Rasmussen tenta Una teoria per il nuovo ciclo di proteste, come recita il sottotitolo, a partire dal recupero delle intuizioni che Herbert Marcuse espone in L’uomo a una dimensione (1964): in una società le cui tendenze totalitarie rendono inefficaci i mezzi tradizionali di protesta, l’unica opposizione possibile è quella che “colpisce il sistema dal di fuori”. Marcuse aveva indicato un nuovo soggetto politico, rivoluzionario pure senza la coscienza di classe del proletariato: gli esclusi, appunto, da quelle promesse di abbondanza, “gli emarginati non integrati”. In questo soggetto c’è il rifiuto totale del sistema, lontanissimo, precisa Rasmussen, da ogni modello di trasformazione sociale del movimento operaio, di ogni compromesso (pure in senso leninista).
L’affermazione di “un modo diverso di opporsi al potere politico ed economico” sarebbe oggi proprio delle proteste globalizzate degli ultimi due decenni, cresciute parallelamente a una “generalizzazione della miseria, della depressione, dell’ansia climatica e della povertà”: la dimensione unica del rifiuto attraverserebbe la primavera araba, il movimento delle piazze, Occupy Wall Street, le proteste in Brasile, le occupazioni di Gezi Park a Istanbul, la rivolta di Maidan in Ucraina, le proteste per la democrazia a Hong Kong, i Gilets jaunes in Francia, le sommosse in Cile, le rivolte scatenate dall’uccisione di George Floyd, l’insurrezione libanese, il movimento femminista in Argentina e dunque in tutto il mondo, compreso l’Iran, fino alle intifade studentesche contro il genocidio del popolo palestinese. Tutte lotte sineddotiche, nate cioè a partire da un oggetto particolare e immediatamente generalizzate: “cause locali specifiche si fondono in un rifiuto totale dell’ordine dominante”. In più: da locali diventano globali. Il simbolo di massa appropriato, direbbe l’Elias Canetti di Massa e potere (1960), è il fuoco: le proteste “improvvisamente divampano, si spengono e irrompono altrove”. Cioè sono contagiose e inestinguibili; per alcune caratteristiche però non riescono a produrre il cambiamento come è stato a lungo inteso, sono puramente distruttive.
Rasmussen non inciampa: in questo rifiuto vede una mancanza costitutiva di riconoscimento del potere, non un’incapacità di comunicare alla controparte: questi “movimenti” non eleggono rappresentanti, non costruiscono un proprio linguaggio, non si danno un’organizzazione precisa, dunque non possono essere “né una rivolta né una rivoluzione, né un movimento sociale nel senso tradizionale”; anzi sono emancipati dalle forme e dalle organizzazioni tradizionali, sfidano radicalmente la “grammatica consolidata dell’azione politica”. Le richieste di questo movimento si esplicitano subito in “rifiuti netti dello Stato e dell’ordine politico”, che annullano provvisoriamente tutte le differenze.
Le richieste di questo movimento si esplicitano subito in “rifiuti netti dello Stato e dell’ordine politico”, che annullano provvisoriamente tutte le differenze.Riprendendo Marcello Tarì (traduttore, tra l’altro, del libro), si tratterebbe di proteste “destituenti”. Con le parole di Rasmussen:
Si tratta di sbarazzarsi di tutti i leader, compresi quelli dell’opposizione più critica; in buona sostanza, si tratta di smantellare la necessità di leader tout court. Il rifiuto è un atto politico, ma non è né una lotta di classe in senso tradizionale del termine né un tentativo di opporsi formalmente ai poteri costituiti; assume invece la forma di una rabbia violenta contro la realtà.Una resa dei conti “tanto antropologica quanto politica”, un rifiuto anche di interpretare il “ruolo del popolo”, di sostituire l’ordine esistente con uno nuovo. E ancora: “Il rifiuto non crea una comunità politica. Non esiste una comunità positiva che unisca i molti in strada: non sono una classe, una nazione o un popolo. Il punto di partenza per questa comunità è sempre […] il rifiuto dell’organizzazione statale”, dunque del sistema. Citando le teorie di Fred Moten, Rasmussen parla di un nuovo partito extrapolitico di coloro che non sono nessuno, che metterà fine a tutti i partiti.
Il rifiuto totale contro l’ideologia totale
Il rifiuto è assoluto ed è anonimo. Il suo linguaggio sarebbe afasico. La politica di questo movimento antipolitica: che rifiuta tanto il riformismo quanto l’opportunismo del movimento operaio istituzionalizzato, perché è troppo difficile “essere coerentemente rivoluzionari e anticapitalisti all’interno della società capitalista”. Riprendendo Mario Tronti, Rasmussen sottolinea la responsabilità della politica democratica nazionale nell’uccisione lenta del movimento operaio. La riorganizzazione del rapporto tra capitale e lavoro (dal paradigma keynesiano a quello neoliberale), di cui lo Stato si è fatto garante, avrebbe disgregato la classe operaia come soggetto politico-economico oltre che di opposizione. Persino la nozione “dello Stato Rivoluzionario post-coloniale come redenzione e come casa – ‘la risposta storico-universale alla questione morale e politica sui danni del colonialismo’ [citando David Scott] – non esiste più”.
La “dissoluzione oggettiva”, ovvero “la violenza strutturale del capitalismo razziale, dove lo sviluppo capitalistico è in egual misura sottosviluppo ed esclusione”, potrebbe durare ancora per molto tempo, ma può essere sfidata in una direzione inedita. La direzione per Rasmussen – che fa riferimento al testo di Michel Foucault sulla rivoluzione in Iran nel 1979, in particolare a quella che chiama “insurrezione soggettiva”, cioè uno “spostamento dell’identità dei manifestanti, una trasformazione, una rottura che colpiva le persone ‘fino al punto di rinunciare alla propria individualità, alla propria posizione di soggetto’” – mi sembra passare anche dallo smantellamento del soggetto politico per come è formulato dal gioco sociale, una “trasgressione delle rappresentazioni e delle autorappresentazioni che vengono usate per separarci gli uni dagli altri e da noi stessi”. Questo smantellamento viene dall’esperienza del rifiuto collettivo, cioè dall’esperienza del movimento del rifiuto – divenuto Internazionale del rifiuto – per cui sarà impossibile tornare alla propria casa, alle proprie relazioni, al proprio lavoro come prima. Un rifiuto dell’intero ordine “politico, economico, legale e scientifico”, un rifiuto della “necessità del potere”.
L’autunno del rifiuto
Il pamphlet di Rasmussen esce in inglese per Polity Press a fine 2025, mentre in Italia divampava la rivolta sociale, al fianco della missione della Global Sumud Flotilla verso Gaza: con al centro proprio il rifiuto categorico del genocidio del popolo palestinese già generalizzato in un rifiuto del sistema politico ed economico che ha reso e continuerà a rendere possibile il genocidio. Un sistema che anzi milita continuamente contro il mutamento qualitativo necessario per interrompere il genocidio, pur di salvaguardarsi (Rasmussen dedica al genocidio del popolo palestinese il capitolo 10, La dissoluzione).
Rasmussen sottolinea la responsabilità della politica democratica nazionale nell’uccisione lenta del movimento operaio.In quelle settimane hanno protestato milioni di persone, “bloccando tutto”: piazze, strade, scuole, stazioni, fabbriche. L’occupazione temporanea di luoghi simbolo della produzione di valore puntava a chiedere conto della responsabilità diretta dell’“economia del genocidio” (come l’ha ribattezzata Francesca Albanese, relatrice speciale ONU per i Territori palestinesi occupati) allo Stato, in quanto mediatore degli interessi del capitale con le persone, e dunque, come lo stesso Rasmussen scrive nel libro, “mediatore della rabbia”. Così, anche la violenza contro le cose, che era di fatto contro lo stato delle cose: l’“assedio” alla porta a vetri della Galleria delle Carrozze della Stazione Centrale di Milano il 22 settembre non era nient’altro che un attacco “a tutti i confini” poiché vetri e porte “sono la parte più vulnerabile” di un’architettura verso l’esterno – come scrive Elias Canetti in Massa e potere, nel paragrafo Impulso di distruzione. Ne ho parlato, anche, in questi termini su Milano in Movimento.
Quando una porta viene frantumata, si frantuma con essa l’individualità dell’architettura. Ancora una volta il meccanismo della sineddoche: una generalizzazione tramite l’esperienza soggettiva – in questo caso dalla volontà di abolizione di un limite, si vogliono abolire tutti i limiti. György Lukács, in Lenin. Teoria e prassi nella personalità di un rivoluzionario (1924), scrive che “le masse possono imparare solo nell’azione, solo nella lotta possono prendere coscienza dei loro interessi”.
Le masse disorganizzate
Il simbolo della massa per eccellenza per Elias Canetti – l’abbiamo già citato – è il fuoco: “è dappertutto uguale; dilaga rapidamente; è contagioso e insaziabile”, “può nascere ovunque, fulmineamente; è molteplice; è distruttore; ha un solo nemico; si estingue”. Dunque può rinascere ovunque: direi che non è solo il simbolo della massa ma di questa massa del rifiuto di cui parla Rasmussen. Le mobilitazioni per Gaza nell’autunno 2025, per quanto siano state evidentemente organizzate – intendo logisticamente e comunicativamente, da uno spettro di soggetti politici convergenti sotto il ritmo dettato dal Global Movement To Gaza – hanno dato origine a masse dis-organizzate. La loro direzione è stata chiaramente l’espressione di un rifiuto radicale che ha finito per travolgere le medesime realtà organizzate che si illudevano di poter fornire un’infrastruttura durevole.
Questo ha portato a dei momenti di vera e propria imprevedibilità: in diverse città la “testa” organizzata del corteo, spesso sindacale, è stata superata per pratiche dalla massa, che ha aperto un conflitto a oltranza con le forze di polizia. Come nel caso del 22 settembre, certo, ma anche del 3 ottobre a Milano, giorno dello sciopero generale unitario: prima, all’altezza di Piazza Leonardo da Vinci, il camion di testa, gestito da CGIL, si è staccato dal corteo, diretto con determinazione a bloccare la tangenziale est. Poi, in tangenziale, il nuovo camion di testa, gestito da USB, si è diretto verso un’uscita, notando però che le persone manifestanti non volevano saperne di uscire dalla tangenziale. Senza alcun soggetto politico riconosciuto, le forze di polizia hanno lanciato lacrimogeni e usato idranti contro una massa che però si disgregava e si ricomponeva proprio come un fuoco. Ore dopo, quando finalmente la manifestazione ha abbandonato la tangenziale, la massa si è frammentata e ricomposta in diversi punti della città, occupando alla fine Piazzale Loreto fino a sera inoltrata. La definitiva conclusione si è data solo a notte fonda, con l’ennesimo scontro con le forze di polizia all’altezza di Palestro.
La frammentazione del movimento
Dopo il 14 ottobre, data della contestazione a Udine della partecipazione della nazionale di Israele alle qualificazioni per il mondiale, le piazze per la Palestina in Italia hanno cominciato a svuotarsi, complici la tregua siglata con la mediazione di Trump (una tregua che Israele ha usato per consolidare la sua occupazione e la sua violenza), la fine della missione della Global Sumud Flotilla, il calo di attenzione dei media mainstream. Complice anche la volontà, da parte di molte delle realtà prima convergenti, di sfruttare la marea a proprio vantaggio, cioè per fare egemonia.
Lo Stato, in quanto mediatore degli interessi del capitale con le persone, diventa, dice Rasmussen, “mediatore della rabbia”.La ragione profonda è che il fuoco divampa e si estingue naturalmente, non puoi farci quasi nulla. Il punto è comprendere che si tratta di una “febbre cronica in un sistema in crisi”, scrive Rasmussen. Oltre una certa soglia – ampiamente superata dal capitalismo in policrisi – la malattia non può che acuirsi: in Italia, senza dubbio, contro la repressione del dissenso e la militarizzazione delle città (per esempio con l’approvazione dei decreti sicurezza), lo svuotamento degli spazi che hanno costruito storicamente un’alternativa (come Leoncavallo, Askatasuna, SpinTime), la violenza razziale (l’omicidio di Abderrahim Fakir è purtroppo neanche l’ultimo di una serie), lo sfruttamento del territorio (contro la TAV e il Ponte sullo Stretto). E globalmente: abbiamo visto insurrezioni contro il fascismo di Trump e gli omicidi dell’ICE, contro le nuove guerre imperialiste (in Iran, per esempio), contro la svendita di un’area protetta nella riserva naturale della laguna di Narta (sull’isola disabitata di Sazan in Albania) per la costruzione di un resort di lusso (la rivoluzione dei fenicotteri), contro gli scandali dei concorsi truccati in India (la ribattezzata rivoluzione degli scarafaggi), contro la costruzione di nuovi data centers.
Tutto all’insegna di un refrain, secondo il quale “non si parla né di formare un nuovo governo né di conquistare il potere statale”. Anzi: spesso, ottenuto un qualche risultato (anche fosse solo una “scarica”) la temperatura torna normale. Ogni tentativo di dare una direzione al movimento si frantuma.
La fase iperpolitica non è meno rivoluzionaria
Rasmussen non cita l’iperpolitica di Anton Jäger – sorvolando tra l’altro il tema della modifica del campo da gioco politico operata dai social media (al centro di altri suoi saggi, soprattutto quelli dedicati a Trump) – ma sembra ampliarne l’intuizione. Per Jäger il comportamento iperpolitico è politicizzazione in assenza delle forme tradizionali della partecipazione politica, ovvero un ripensamento della mobilitazione politica in “un’epoca di smobilitazione” (Iperpolitica, 2024), “un tentativo di infrangere la presa ferrea dello Stato neoliberale con poche o nessuna risorsa a nostra disposizione per farlo”. La sfera pubblica “ripoliticizzata e reincantata” sarebbe lontana dall’altezza della politica di massa: è invece bassa, cioè “a basso costo, con basse barriere all’ingresso, di breve durata e, troppo spesso, di basso valore”, cioè allineata con il carattere della contemporaneità. Le persone sono “più sole, ma anche più eccitate; più atomizzate, ma anche più connesse; più arrabbiate, ma anche più confuse”.
Un capitalismo in agonia può solo essere rifiutato intanto senza strategia e alternative, dunque senza una teoria che proviene dal medesimo contesto che vorrebbe criticare.Rasmussen, diversamente da Jäger, mi sembra veda nelle nuove mobilitazioni, attraverso il loro rifiuto, nuove possibilità rivoluzionarie. L’inizio di una nuova dialettica: quando sostiene, riprendendo Judith Butler, che vulnerabilità e capacità di agire di queste proteste sono intrecciate – come si trattasse di un sabotaggio del sistema a partire dall’idea stessa di compromesso formale con l’esistente.
L’alternativa come trappola
Circondati come siamo da analisi disfattiste (e paternaliste) che vedono nel nuovo ciclo di mobilitazioni solo una costitutiva incapacità a produrre cambiamento, finiamo per perdere. Per questo, pur essendo già incompleta, l’analisi di Rasmussen mi persuade per la sua voglia di essere propositiva: una critica che paralizza l’azione tradisce, involontariamente, la necessità stessa della rivoluzione che dice di desiderare. Questo nuovo ciclo di proteste potrebbe non avere un programma, o non averlo mai, proprio perché siamo arrivati al punto di rottura. Un capitalismo in agonia, che insomma sta finendo di finire (come direbbe Bifo), può solo essere rifiutato intanto senza strategia e alternative, dunque senza una teoria che proviene dal medesimo contesto che vorrebbe criticare.
Pensare a delle alternative potrebbe allora essere una trappola. Le alternative al capitalismo si praticano senza anticipazione, cioè nell’immediatezza del rifiuto: costruite fuori dal realismo capitalista, cioè fuori dalla sua razionalità irrazionale che riduce ogni bisogno in un bisogno oppresso, cioè in un meccanismo di riproduzione. Dunque: l’Internazionale del rifiuto che rifiuta i programmi ma si realizza dovunque e continuamente potrebbe creare le condizioni per l’alternativa senza offrirne l’immaginazione al nemico.
Un tema è che il rifiuto così formulato non è meno interno, ed è un quesito che lo stesso Rasmussen si pone: “e se questa libertà fosse in realtà un ingranaggio meccanico della struttura stessa che distrugge costantemente tutti i modi che potrebbero esistere ma non vedono mai la luce?”. Un rifiuto dello stato di cose attuale è catturabile dalle alternative già immaginate (cioè fabbricate mitologicamente) e strumentalizzate dalle destre. Può fornire alibi al modo in cui è organizzato il sistema – cioè un “altrove” retorico e giuridico che legittima una nuova volontà di dominio. È il caso, approfondito da Rasmussen, della grandezza degli Stati Uniti per Trump; oppure il caso, che ho approfondito qui, del Grande Israele per Netanyahu. Un rifiuto dello stato di cose espresso liberamente potrebbe finire per identificare la libertà che ricerca con quella che questa società totalitaria ha da tempo trasformato in strumento di dominio. Queste possibilità negative impongono alla lotta un radicamento del rifiuto, ovvero un ricorso alle comunità positive già realizzate o da realizzare.
Il problema dei rapporti di forza
Esistono, dunque, alternative interne? Formulare delle alternative teoricamente è produrre una rappresentazione che, in quanto tale, è dentro il realismo capitalista. “Fuori” non è alterità totale ma alterità materiale. Credo vada in questa direzione Rasmussen, quando sottolinea una continuità tra le dimostrazioni del rifiuto e le pratiche di occupazione (degli spazi, dei processi), cioè la rottura e contemporaneamente la sutura della realtà sociale. Una novità solo per chi è rimasto ancorato alle forme tradizionali della lotta di classe senza attraversare le comunità positive che, a partire dai bisogni, costruiscono da tempo alternative, dovunque: sono gli spazi di autonomia. In Italia ancora esistono centinaia di realtà autorganizzate che, a partire da un’autentica urgenza, interrompono la continuità del dominio. Sono i centri sociali (e le loro numerose nuove formulazioni), oppure l’occupazione che il Collettivo di Fabbrica ex GKN ha tenuto a lungo a Campi Bisenzio, con l’obiettivo di cambiare il naturale corso delle delocalizzazioni, delle riconversioni belliche, dei licenziamenti, delle valorizzazioni finanziarie.
L’Internazionale del rifiuto che rifiuta i programmi ma si realizza dovunque e continuamente potrebbe creare le condizioni per l’alternativa senza offrirne l’immaginazione al nemico.Questo terreno già minato ha prodotto le grandi mobilitazioni dell’autunno, così i numerosi incendi successivi. Quello che voglio dire: non può essere la specifica dimostrazione del rifiuto, neppure la sua globalizzazione, a produrre il movimento, ma è la persistenza di comunità positive costruite attorno ai bisogni reali a permettere un contenuto rivoluzionario del rifiuto, una sua riorganizzazione.
L’altra domanda centrale è: può un’insurrezione generale, che rifiuta anche di costituirsi, produrre davvero cambiamento, mentre incorre la mobilitazione contraria, costante, di chi invece vuole che nulla cambi? Sì, sto parlando dell’evidente disequilibrio nei rapporti di forza, di cui Rasmussen non parla mai. Per fare un esempio legato all’Italia: se il contenuto rivoluzionario del rifiuto dipende dalle comunità capaci di ancorarlo ai bisogni reali, allora l’attacco continuo e sistematico del governo contro gli spazi sociali e di convergenza è una mossa che punta a mantenere l’ordine del capitale – ben oltre l’ordine pubblico. Allora l’annientamento delle soggettività marginalizzate e razzializzate – criminalizzazione, confinamento urbano, deportazione, persino omicidio – che per Marcuse, ripreso da Rasmussen, esprimono il rifiuto, è una strategia di lungo periodo per la difesa e l’amministrazione dello status quo. Il tema dei rapporti di forza potrebbe reintrodurre dalla finestra la necessità di rimettere al centro forme tradizionali della politica di massa, che secondo Jäger però non possono recuperare la propria funzione storica.
Forse, allora, potrebbero doversi convertire in strumenti per costruire comunità positive, prestando le capacità organizzative e i propri strumenti – insomma la propria infrastruttura – al rifiuto. Comunità, anche, di autodifesa, perché la lotta contro i nuovi fascismi si raccoglie in questa direzione. Rodrigo Nunes in Né verticale né orizzontale (2025) suggerisce il ripensamento dell’organizzazione in ecologia: “in cui tutte le componenti, ciascuna nella sua autonomia, condividono un medesimo ambiente e possono così plasmare e favorire il campo d’azione delle altre”, nella sintesi di Andrea Moresco per Il Tascabile.
Sembra il vecchio tema della convergenza, trito e ritrito: soltanto che lo scopo rimane la convergenza, attraverso le opportunità che divampano dal rifiuto, delle organizzazioni – che solitamente competono – al fine di creare il terreno per la trasmissione (l’imitazione) delle comunità positive. È una vera e propria riconversione bellica: delle diverse infrastrutture del movimento – partiti, sindacati, movimenti, realtà informali – verso la proliferazione di comunità positive.
Può un’insurrezione generale che rifiuta anche di costituirsi produrre davvero cambiamento, mentre incorre la mobilitazione contraria, costante, di chi invece vuole che nulla cambi?Canetti inserisce nei simboli di massa anche la foresta: “è sopra gli uomini”, “può essere chiusa e intrecciata ad ogni sorta di sterpaglia”, l’uguaglianza che genera è un’“uguaglianza di direzione”, un’unità “suprema e inscindibile”. Ha come caratteristica fondamentale la “molteplice immobilità”: non a caso è anche “simbolo dell’esercito”. Sembra il simbolo della massa sotto il dominio capitalista, la sua architettura come di una cattedrale non ammette senso al di fuori. Per fortuna, le foreste possono essere incendiate: le micce esistono già, non esistono fuochi spontanei.
Post Scriptum
Una prima versione di questo articolo è stata redatta a fine agosto. Ciò che è successo tra settembre e ottobre potrebbe essere visto come un’accelerazione di questa dinamica, dal globale al locale e viceversa: prima in Spagna e Francia, poi in tutto il mondo come in una ribellione agonistica. Milano ha avuto, potremmo dire, una rappresentazione dialettica del superamento che l’autunno 2025 poneva: le masse oltre le realtà organizzate, “contro” tutto ciò che rappresenta il potere sostituendolo, cioè la merce. Il 17 ottobre, a Milano una manifestazione chiamata online attraverso un appello dalle caratteristiche “memetiche” (principalmente una forma che si adattava a ogni possibile contenuto) si è presto disgregata producendo una lunga guerriglia urbana, poi riconvocatasi il giorno dopo, senza alcuna “finzione”. Pura e cruda guerriglia. L’opinione pubblica e dunque le istituzioni si sono concentrate sulle vetrine perché quella distruzione è esattamente il rifiuto dell’ordine costituito, cioè una minaccia esistenziale. La sfida è organizzativa, come sempre, non egemonica: quali nuove condizioni generano queste proteste? Sono opportunità per trasformare la società?