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Georges Saunders
Recensioni
Giacomo Giossi
23.10.2026

Veglia di Georges Saunders

Giacomo Giossi collabora con giornali e riviste.

D a quando negli anni Novanta George Saunders ha rischiato di morire precipitando a bordo di un aereo di linea per colpa del classico stormo di uccelli che finì dentro a uno dei motori, non è più stato lo stesso. Come ha ammesso l’autore texano la sua visione della vita e della morte è cambiata radicalmente e in parte ‒ ovviamente ‒ questo ha mutato anche la sua narrativa. Una radicale accettazione del sé e degli altri che lo ha portato ad approfondire gli stati empatici e ha messo in rilievo sulla pagina sentimenti come misericordia e compassione, prima tenuti più all’interno della dinamica narrativa. Summa di questa visione il suo romanzo Lincoln nel Bardo pubblicato nel 2017 e premiato quell’anno con il Man Booker Prize, e a oggi un riferimento tra i migliori della letteratura americana del nuovo secolo.

Negli ultimi anni però Saunders è divenuto sempre più simile a un maestro di vita o peggio ancora a un guru buddista più che a uno scrittore. Ha deciso di esaltare le potenziali qualità morali della letteratura e quella che lui ritiene la sua insita natura salutare, tanto da scrivere anche racconti esplicitamente morali e propedeutici a una buona e sana condotta di vita. C’era così tutto sommato anche da aspettarsi che con la pubblicazione di Veglia (2026, nella traduzione di Cristiana Mennella) l’autore americano virasse direttamente verso una storia degna di Il gabbiano Jonathan Livingstone di Richard Bach o comunque verso qualche altro romanzo dalle trame mistiche e virtuose. Le cose però non stanno così. E per fortuna.

George Saunders in Veglia mette sì tutti gli ingredienti tipici della propria ultima letteratura, dal fine vita al rapporto con gli angeli, ma tiene salde le redini del racconto e anzi rivela un’ironia ancora più pungente di quella mostrata nei testi precedenti. Meno corposo di Lincoln nel Bardo, Veglia si rivela sì come un romanzo morale, ma non privo di qualità artistiche, contraddizioni e di una certa caratterizzazione dei personaggi. Tuttavia Veglia resta probabilmente non il suo miglior libro, ma non rappresenta nemmeno la sua resa. Saunders infatti lotta ancora tra le contraddizioni che maturano nella letteratura e lo fa scegliendo un protagonista estremamente contemporaneo, un multimiliardario arrivato a vivere le sue ultime ore di vita, K.J. Boone, potente CEO, di una compagnia petrolifera. Al suo capezzale ‒ caduto dal cielo ‒ un angelo di nome Jill “Doll” Blaine: “Cercai segni di dubbio riguardo a cose che aveva o non aveva fatto, cose che avrebbe potuto dire ma non aveva detto, errori che non aveva ancora ammesso fino in fondo, tutto ciò che poteva impedirgli di raggiungere la pace assoluta quanto mai auspicabile in una simile circostanza. E non trovai nulla, o quasi. Nessuno dei miei protetti era mai stato così sicuro di sé”.

Saunders in Veglia mette sì tutti gli ingredienti tipici della propria ultima letteratura, dal fine vita al rapporto con gli angeli, ma tiene salde le redini del racconto e anzi rivela un’ironia ancora più pungente di quella mostrata nei testi precedenti.
Boone non sembra covare proprio alcun dubbio su di sé, è un self made man e nulla è più radicato delle convinzioni di chi nella vita ha avuto successo, di chi ha vinto o almeno crede di aver vinto. Saunders costruisce un dialogo a due che rappresenta la parte migliore di Veglia, che troppe volte tuttavia cade in stanche retoriche, assolutamente ragionevoli e condivisibili, ma ancor più aride e ininfluenti perché mai amalgamante letterariamente, ma quasi poste a conferma di dove debba sempre trovarsi la parte giusta delle cose e del mondo.

Molte delle pagine che vengono spese sul cambiamento climatico appaiono così totalmente avulse dalla dinamica del racconto, che anzi tendono a indebolire, deprivandolo della forza di personaggi che sarebbe stato interessante scoprire più a fondo. Saunders sembra mettere in lotta la propria genialità letteraria contro la propria posizione etica e morale di cittadino, e anche ‒ va detto ‒ un po’ di guru buddista. Il rischio e in parte l’esito è quello di mettere sul tavolo confusamente e didascalicamente cose che nel romanzo appaiono solo banali appesantimenti, privi di appigli e di quella forza letteraria che in passato ha illuminato i suoi libri.

La ricerca di messaggi positivi, l’inseguimento di una potenziale redenzione tendono inevitabilmente a indebolire la narrativa di Saunders. La voracità del capitalismo o turbocapitalismo neoliberista, il riscaldamento globale frutto sempre del medesimo capitalismo che ha inquinato e devastato la natura e la corsa sfrenata alla ricerca tecnologica alimentata dai miliardi dei fondi finanziari che dominano le società globali, così come la disumanizzazione in atto generata dalla medesima tecnologia sono tutti temi potenti e fortemente attuali, ma nessuno di questi sembra vivere oltre un fastidioso pedagogismo da Saunders. Anzi molte volte il dubbio è quello di una copertina a tratti pretestuosa e a tratti poco efficace, utile a mostrare una posizione, ma non a raccontarla. In realtà poi Veglia riesce in ogni caso, come un reperto di un’archeologia letteraria sommersa da buoni sentimenti a rivelare una vicenda originale, quella di un viaggio intimo verso la fine della vita.

Non resta così a K.J. Boone che ripercorrere la propria vita a ritroso, ritrovare i motivi di convinzioni così assolute e di una rabbia che ancora sembra scaldarne il corpo stremato. Il purgatorio di Veglia appare così come il naturale seguito di Lincoln nel Bardo, ma quasi mai Veglia sembra raggiungerne il surrealismo magico, l’assurdo che contraddistingueva il precedente lavoro. Così come non sembra questo il caso di un autore stanco o privo di risorse e intuizioni, ma quello di una scelta precisa e consapevole maturata dalla convinzione ‒ non del tutto condivisibile ‒ che la letteratura debba farsi messaggio e in qualche modo elemento salvifico. L’inquietante luminosità dei precedenti lavori risulta così perdersi e disciogliersi all’interno di paludati discorsi pastorali.

Resta in ogni caso forte in Veglia l’idea di un lungo sogno, di una morte che è un andare a ritroso nella vita e insieme dentro l’insensatezza di un Paese, di una nazione da sempre abituata a dominare e che ora sembra barcollare sotto il peso delle proprie nefandezze e dei propri assurdi deliri.
Non mancano ovviamente momenti felici in cui la lingua di Saunders sembra riprendersi dal suo appannamento: “Il mio protetto era un bambino, un piccolo sognatore con la mano appoggiata su un vecchio ripiano della cucina, di compensato storto e pieno di macchie. Cosa voleva fare della sua vita? Cosa voleva fare da grande? Sveglia, campione, diceva papà. La tavola non si apparecchia da sola. Perché stai lì a bocca aperta? Diceva mamma”, ma in generale Veglia manca di forza o quanto meno di quella a cui aveva abituato i suoi lettori Saunders con i lavori passati. È come se la convinzione assoluta incarnata da K.J. Boone fosse parallela a quella dello stesso autore. Certo il personaggio di Veglia appare ottuso e fortemente negativo al punto da non riuscire riconoscere la realtà di sé e degli altri, ma seppur sul fronte opposto, anche lo stesso Saunders non sembra più pienamente in grado di restituire sulla pagina quella realtà di cui invece ha dimostrato di conoscere drammaticamente sfumature e contraddizioni.

Resta però in ogni caso forte in Veglia l’idea di un lungo sogno, di una morte che è un andare a ritroso nella vita e insieme dentro l’insensatezza di un Paese, di una nazione da sempre abituata a dominare e che ora sembra barcollare sotto il peso delle proprie nefandezze e dei propri assurdi deliri. Veglia è infatti anche il romanzo di una sconfitta, bruciante e a tratti atroce. Una sconfitta compiuta per mano di chi si crede ostentatamente, fino alla stupidità un vincente, al punto da avere confuso l’esistenza con il gioco d’azzardo. E in questo caso sì che la parabola di Saunders regge, perché l’assurdo trova disgraziatamente conferma con la realtà di una quotidianità meschina e folle che è ormai davanti agli occhi di chiunque e anche per questo nonostante tutti i suoi limiti, Veglia è molto probabilmente un romanzo non evitabile per come mostra i nostri cupi anni.

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