C’ è un momento, nella conversazione con Chiara Saraceno, in cui la sociologa si interrompe da sola. Professoressa emerita all’Università di Torino, a lungo ricercatrice al Berlin Social Science Center, Saraceno studia le famiglie italiane e le politiche che le riguardano da cinquant’anni. Mi sta elencando due articoli usciti a settembre sulla rivista Neodemos: il primo ricostruisce come sarebbe oggi la popolazione italiana se negli ultimi quarant’anni non ci fosse stata immigrazione, il secondo mostra che la popolazione agricola del Paese è praticamente scomparsa e sopravvive solo perché in larga parte è straniera. «Il cibo italiano oggi è sostenuto dal fatto che è prodotto dagli stranieri», riassume. Poi si ferma.
“Sono cifre da dire con cautela, perché se si pubblicizzano questi dati, chi parla di sostituzione etnica direbbe: visto che abbiamo ragione?”. Una studiosa che possiede quei numeri e li considera corretti calcola in tempo reale il rischio di pronunciarli. Non perché siano falsi, ma perché sa che in Italia hanno già un pubblico pronto a usarli per dire tutt’altro. Questo articolo prova a dirli lo stesso, e a mostrare che significano quasi l’opposto di quello che la politica italiana ne ricava.
L’aritmetica del 2025
Nel 2025, in Italia sono nati 355.000 bambini: il 3,9% in meno dell’anno precedente, il minimo dall’Unità d’Italia. Il tasso di fecondità totale è sceso da 1,18 a 1,14 figli per donna. I decessi sono stati 652.000. Il saldo naturale, cioè la differenza fra nascite e morti, è dunque negativo per circa 296.000 persone. Eppure al primo gennaio 2026 la popolazione residente risultava di 58 milioni e 943.000 abitanti, e l’Istat la definisce “sostanzialmente stabile”. Il motivo sta nella riga successiva del bilancio demografico: il saldo migratorio del 2025 è stato positivo per circa 296.000 unità, e ha compensato quasi integralmente il deficit. Il Paese che da anni discute di sostituzione etnica sta in piedi numericamente grazie all’immigrazione, e lo fa con una precisione quasi contabile. I dati sono quelli degli Indicatori demografici pubblicati dall’Istat il 31 marzo 2026.
Il problema esiste ma non è quello che sembra
La prima cosa che Saraceno tiene a chiarire è che il problema demografico italiano non è un’invenzione della destra. È reale, ed è più sottile di come viene raccontato.
Mentre le nascite diminuiscono, la vita si allunga: cambia il rapporto numerico fra chi lavora e chi è in pensione (quindi a carico dei lavoratori), fra chi presta cura e chi la riceve, fra chi vota oggi e chi vivrà le conseguenze di quel voto.Il punto, per lei, non sta nelle nascite prese da sole. Sta nel fatto che mentre le nascite diminuiscono, la vita si allunga ed è l’incrocio tra questi due movimenti a cambiare la forma della società: perché cambia il rapporto numerico fra chi lavora e chi è in pensione (quindi a carico dei lavoratori), fra chi presta cura e chi la riceve, fra chi vota oggi e chi vivrà le conseguenze di quel voto. In poche parole, è l’organizzazione sociale a cambiare. Il problema riguarda la distribuzione fra le età e le istituzioni che servono a una popolazione così distribuita, più che il numero complessivo degli abitanti. E non riguarda solo l’Italia: riguarda tutti i Paesi sviluppati, con intensità diverse.
Qui arriva l’osservazione che dovrebbe fermare chiunque in Italia invochi il ritorno a un passato più fertile. I Paesi che oggi hanno il problema più acuto, spiega Saraceno, sono proprio quelli che negli anni Settanta sembravano averne di meno. “Allora si pensava che una fecondità più alta fosse garantita da bassi tassi di occupazione femminile e bassi tassi di instabilità coniugale, come era allora nei Paesi mediterranei e in Giappone. Eppure, oggi sono proprio questi Paesi ad avere i tassi di fecondità più bassi al mondo, perché non si sono attrezzati di fronte ai mutamenti intervenuti nelle aspettative delle donne e nei rapporti di genere”. Insomma, l’assetto che la retorica pronatalista italiana propone di restaurare – famiglia stabile, occupazione femminile bassa, divisione tradizionale dei ruoli – è esattamente l’assetto che ha prodotto la denatalità italiana.
La specificità italiana, per Saraceno, è la lunghezza del processo. “Non sono solo i giovani d’oggi che non fanno figli: sono le coorti in età feconda a essersi assottigliate per quarant’anni consecutivi”. La Francia regge meglio non perché faccia più figli oggi, ma perché ha generazioni di madri potenziali più numerose, frutto di politiche familiari avviate negli anni Venti del Novecento. Fra queste c’è il quoziente familiare, il meccanismo fiscale che divide il reddito complessivo del nucleo per un coefficiente crescente con il numero dei componenti, così che l’imposta venga calcolata su un reddito pro capite più basso. Una parte della destra italiana lo propone periodicamente; il giudizio di Saraceno è più cauto, perché conviene molto alla famiglia unita con più figli e diventa punitivo quando la famiglia si rompe.
Volere o potere
A fine luglio, la Fondazione per la Natalità ha presentato con l’Istat il suo dossier annuale. La Fondazione è presieduta da Gigi De Palo, già presidente del Forum delle associazioni familiari e organizza gli Stati generali della natalità, l’appuntamento romano a cui negli ultimi anni sono intervenuti il presidente della Repubblica, la presidente del Consiglio e il papa. Insomma, si tratta del cuore dell’establishment natalista italiano e il dossier si intitola Volere o potere.
L’assetto che la retorica pronatalista italiana propone di restaurare – famiglia stabile, occupazione femminile bassa, divisione tradizionale dei ruoli – è esattamente l’assetto che ha prodotto la denatalità.I numeri che contiene sono i più importanti di tutta questa storia. Se le intenzioni dichiarate dagli italiani si realizzassero, in un anno nascerebbero circa 760.000 bambini invece di 355.000: più del doppio. Ma il 62,2% di chi rinuncia a un figlio lo fa per difficoltà economiche e sociali, mentre solo il 5,5% dichiara che un figlio non rientra nei propri progetti di vita. Il 49,9% delle donne teme conseguenze sulla carriera, contro il 24% degli uomini. Oltre tre milioni di donne sono inattive per motivi familiari, a fronte di 151.000 uomini.
De Palo commenta che la sfida di oggi non è convincere le persone ad avere figli, ma restituire loro la libertà di farlo. È la stessa formula che Saraceno attribuisce al demografo Massimo Livi Bacci: “In un Paese democratico le politiche demografiche devono essere politiche di libertà. Chi non vuole fare figli non va demonizzato e considerato un egoista individualista; chi vuole fare figli deve poterli fare”. Ed è il principio su cui si regge The Real Fertility Crisis, il rapporto pubblicato nel 2025 dal Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione: la crisi vera non starebbe nel numero dei figli, ma nel fatto che circa un adulto su cinque in età riproduttiva, nei quattordici Paesi indagati, ritenga che non riuscirà ad averne quanti ne desidera. È una formula che Saraceno ha fatto propria: “La vera crisi della fecondità non è costituita dal fatto che si facciano troppo pochi figli, ma dalla carenza di reproductive agency”, cioè della possibilità concreta di scegliere se, quando e con chi avere figli.
Sul principio dichiarato, insomma, sono d’accordo le Nazioni Unite, la sociologia italiana e la fondazione che organizza gli Stati generali della natalità. La divergenza comincia quando si guarda alle misure.
Dove finisce il welfare e comincia il pronatalismo
Il guaio è che le misure, a guardarle, si somigliano: due programmi elettorali opposti possono contenere la stessa riga di bilancio, e in Italia succede da anni. Serve un criterio, come quello abbozzato da Céline Delacroix, che insegna all’Università di Ottawa ed è la prima firmataria di “Why Pronatalism Fails the Planetary Health Test”, uscito a luglio sul Journal of Population and Sustainability insieme ad altri dodici fra demografi, ecologi e studiosi di salute riproduttiva.
La crisi vera non starebbe nel numero dei figli, ma nel fatto che circa un adulto su cinque in età riproduttiva, nei quattordici Paesi indagati, ritenga che non riuscirà ad averne quanti ne desidera.“La linea sta nella ragione, non nella misura”, spiega Delocroix. “Congedo parentale, servizi per l’infanzia e sostegno all’abitazione possono essere identici sulla carta, che li si presenti come sostegno alle famiglie o come misure pronataliste; quello che cambia è lo scopo che devono servire. Se l’obiettivo è aiutare individui e coppie a realizzare le proprie intenzioni riproduttive, è sostegno alle famiglie. Quando invece l’obiettivo è produrre nascite per una finalità esterna alla famiglia – ad esempio sostenere la crescita economica o portare avanti un progetto nazionale di stampo etnico o politico – allora diventa pronatalismo”. Ne discende un corollario che riguarda l’Italia più di altri Paesi: “Una volta che il sostegno alle famiglie è giustificato dal suo effetto sulle nascite, può essere giudicato un fallimento quando le nascite non si muovono, anche se le famiglie stanno meglio”. Un asilo nido costruito per aumentare la natalità, in altre parole, è un asilo nido che qualcuno chiuderà quando la natalità non sarà aumentata.
Delacroix aggiunge che la giustificazione economica del pronatalismo poggia su un presupposto più fragile di quanto si creda, e rimanda a Decline and Prosper!, un saggio del 2022 di Vegard Skirbekk, demografo norvegese che insegna alla Mailman School of Public Health della Columbia University: le conseguenze della bassa fecondità, sostiene Skirbekk, sono spesso esagerate, e converrebbe attrezzarsi per un mondo con meno bambini invece di combatterlo.
La giustificazione politica ha invece una storia lunga e coerente: il pronatalismo è stato a lungo legato a progetti nazionalisti e autoritari, “in cui le nascite contano meno per le famiglie che per la dimensione, la composizione o la forza della nazione”. Delacroix cita a questo proposito il demografo statunitense Philip Cohen, che traccia la linea dal fascismo italiano agli Stati Uniti di oggi e sostiene che il panico sulle nascite conserva tutto il suo valore politico anche quando le nascite non aumentano.
Premi, non politiche
Guardando il quadro italiano vediamo che la legge di bilancio 2026 ha destinato circa 1,6 miliardi di euro a famiglia e natalità, per un totale intorno ai 3,5 miliardi sul triennio 2026-2028. Dentro ci sono il bonus mamme lavoratrici portato da quaranta a sessanta euro al mese, la decontribuzione fino a ottomila euro per chi assume madri con almeno tre figli, un assegno di mille euro alla nascita sotto i 40.000 euro di Isee, il bonus nido fino a 3.600 euro, il congedo parentale all’80% esteso.
Se l’obiettivo è aiutare individui e coppie a realizzare le proprie intenzioni riproduttive, è sostegno alle famiglie. Quando invece l’obiettivo è produrre nascite per una finalità esterna come sostenere la crescita economica o portare avanti un progetto nazionale di stampo etnico, allora diventa pronatalismo.Alessandro Rosina, professore ordinario di Demografia all’Università Cattolica di Milano e fra le voci più ascoltate del campo natalista riformista, ne ha riassunto il limite commentando la manovra su Percorsi di Secondo Welfare: le misure vanno a chi i figli li ha già, non a chi vorrebbe farli, e manca l’intervento strutturale su servizi e carichi di cura. Saraceno arriva allo stesso punto da un’altra strada. Il bonus bebè, dice, “aiuta a comprare il lettino, ad affrontare le prime spese, ma non risolve i problemi dei costi di lungo periodo: i figli hanno questa caratteristica che rimangono a lungo, non è come scegliere di andare alle Seychelles”. E sull’esonero contributivo per le madri con tre figli, che richiede anche un contratto a tempo pieno e indeterminato, osserva: “si tratta di un aiuto destinato a una minoranza. È un sostegno simbolico. Al massimo è un premio, non è un incoraggiamento ad avere un figlio in più. Un premio di natalità: hai fatto un figlio, io Stato ti premio”. Di memoria fascista, tra l’altro.
Dunque, un premio si assegna a qualcosa che è già successo: ha senso se l’obiettivo è il numero delle nascite, non le condizioni familiari. È il criterio di Delacroix: la misura è costruita a partire dall’effetto demografico che dovrebbe produrre, non a partire dal bisogno che dovrebbe coprire. Nel frattempo, le condizioni che la stessa Fondazione per la Natalità indica come decisive restano dove sono. Nell’anno educativo 2023-24 l’Italia aveva 31,6 posti nido ogni cento bambini sotto i tre anni: sotto l’obiettivo del 33% fissato dal Consiglio europeo di Barcellona nel 2002 e recepito nell’ordinamento italiano con il decreto legislativo 65 del 2017, e molto al di sotto del nuovo obiettivo europeo del 45% al 2030. Tredici regioni superano la soglia, ma la Campania è al 15,4%, la Sicilia al 15,5, la Calabria al 17,2; e dentro le regioni il divario si ripete, con le grandi città al 38,7% e i comuni ultraperiferici al 20,4.
Un premio si assegna a qualcosa che è già successo: ha senso se l’obiettivo è il numero delle nascite, non le condizioni familiari.Quando i servizi mancano, il conto lo pagano le madri, e non in modo figurato. “Se non ci sono i servizi, se la divisione del lavoro di cura è molto asimmetrica, se i datori di lavoro ritengono che una donna che fa figli è meglio lasciarla andare”, dice Saraceno, “accade che proprio nel momento in cui aumentano i costi per la famiglia diminuisce il reddito disponibile”. Nel 2025 l’Ispettorato nazionale del lavoro ha convalidato 59.770 dimissioni di genitori nei primi tre anni di vita del figlio: 40.628 madri, il 67,9% del totale, e 19.142 padri. Ma le ragioni divergono in modo istruttivo. Il 62,3% dei padri è semplicemente passato a un’altra azienda, restando occupato; fra le madri lo ha fatto solo il 14,1%, mentre oltre 15.000 hanno indicato l’assenza di supporto familiare e la difficoltà di conciliazione per carenza di servizi.
Poi ci sono i casi in cui il diritto esiste già e lo Stato non lo dice. La riforma Dini del 1995, quella che ha introdotto in Italia il calcolo contributivo delle pensioni, riconosce alle lavoratrici madri un anticipo dell’età pensionabile fino a sedici mesi per quattro o più figli, in alternativa alla maggiorazione del coefficiente di trasformazione. Il beneficio non è automatico: va richiesto entro il mese precedente la decorrenza teorica della pensione, altrimenti si perde. L’Inps lo ha dovuto ricordare con un messaggio del 26 giugno scorso. Saraceno propone di rendere la misura strutturale, automatica e valida sin dal primo figlio, come riconoscimento del lavoro di cura. Nessun disegno di legge, al momento, lo prevede.
C’è infine la dimensione regionale, dove l’incoerenza si vede a occhio nudo. Il Buono Vesta della Regione Piemonte è un contributo una tantum da 1.200 euro per le spese di cura ed educazione dei bambini da zero a sei anni, riservato alle famiglie con Isee fino a 40.000 euro. Lo si ottiene presentando domanda online a partire da un’ora stabilita, in ordine cronologico di arrivo. Il 21 aprile 2026, a mezzogiorno, il sito della Regione è diventato irraggiungibile; quando è tornato accessibile, verso l’una, si è formata una coda virtuale di oltre un’ora, e l’orario di chiusura è stato prorogato fino all’una di notte. Sono arrivate 42.384 domande, con un picco di 13.357 fra le cinque e le sei del pomeriggio. I venti milioni stanziati copriranno circa 30.000 famiglie: le altre 12.000 hanno fatto la fila per niente. Una politica per la natalità distribuita a chi clicca per primo, e nemmeno a tutti quelli che hanno cliccato in tempo.
Il tetto
Rimane da dare una risposta all’obiezione più ovvia: e se semplicemente facessimo politiche migliori? Saraceno la disinnesca con una distinzione tecnica che in Italia quasi nessuno fa. I trasferimenti monetari, dice, hanno un effetto immediato sulla natalità – il numero di nascite registrate in un dato anno – ma non sulla fecondità, cioè sul numero di figli che una donna arriva ad avere nell’intero arco della sua vita feconda. Spostano il calendario senza spostare il totale: una coppia che aveva comunque in programma un secondo figlio lo anticipa per non perdere il contributo, l’anno dopo le nascite tornano al livello precedente, e il numero medio di figli per donna resta quello di prima. È successo in Ungheria, in Spagna, e in Svizzera con il premio per chi faceva il secondo figlio entro due anni dal primo. Quello che sembra spostare davvero la fecondità sono i servizi, l’accesso all’abitazione e la prevedibilità del reddito.
I trasferimenti monetari non hanno effetto sulla fecondità, cioè sul numero di figli che una donna arriva ad avere nell’intero arco della sua vita. Quello che sembra spostare davvero la fecondità sono i servizi, l’accesso all’abitazione e la prevedibilità del reddito.E anche così esiste un limite: “Anche nei Paesi nordici e in Francia, dove queste politiche ci sono, è come se ci fosse un tetto: al massimo arrivano a 1,5, 1,7 figli per donna”. Sotto la soglia di sostituzione, che è circa 2,1. La conseguenza, dice Saraceno, è che i Paesi sviluppati “devono rassegnarsi a essere popolazioni un po’ più vecchie, e quindi si devono attrezzare anche per questo. Non solo dal punto di vista di fare più RSA”.
L’Ungheria è il caso da guardare, perché è quello che una parte della destra italiana indica come modello. Budapest dichiara di destinare intorno al 5,5% del prodotto interno lordo a sussidi familiari e sgravi sull’imposta sul reddito, fra cui l’esenzione a vita per le madri con quattro o più figli. Il tasso di fecondità è salito da 1,25 nel 2010 a un picco di 1,61 nel 2021, poi è tornato a scendere: 1,39 nel 2024 e circa 1,31 nel 2025. Insomma, l’esperimento pronatalista più costoso d’Europa è quasi tornato al punto di partenza, mentre la popolazione continua a calare.
Il contro-fatto
L’11 settembre Salvatore Strozza, professore ordinario di Demografia all’Università di Napoli Federico II, ha pubblicato su Neodemos una ricostruzione dell’impatto di oltre quarant’anni di migrazioni internazionali sulla popolazione italiana. Senza di esse, l’Italia avrebbe oggi circa 51,5 milioni di residenti invece di 58,9: sette milioni e 400.000 in meno. E gli ultrasessantacinquenni sarebbero il 27,8% della popolazione invece del 25,1. Il giorno dopo, sulla stessa rivista, è uscito un articolo firmato da Massimo Livi Bacci e intitolato “Esiste ancora una popolazione agricola?”, che mostra come il lavoro agricolo italiano regga, come dicevamo, soltanto perché in larga parte è svolto da stranieri.
Saraceno invita alla cautela, ed è facile capire perché. La frase “senza gli stranieri l’Italia avrebbe meno abitanti e sarebbe più vecchia” è contemporaneamente l’argomento più forte a favore dell’immigrazione e la didascalia che un manifesto identitario stamperebbe tale e quale. Il dato non cambia, ma cambia il valore che si attribuisce alla continuità etnica della popolazione. Chi pensa che quella continuità sia un bene da difendere legge in quei numeri una conferma; chi non lo pensa legge una descrizione di come funziona un Paese. È il punto in cui diventa chiaro che la questione demografica italiana non è solo una questione demografica.
Solo una gaffe?
Il 18 aprile 2023, al congresso della CISAL (Confederazione Italiana Sindacati Autonomi Lavoratori), il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha detto che non ci si può arrendere “all’idea della sostituzione etnica”, “gli italiani fanno meno figli e li sostituiamo con qualcun altro: non è quella la strada”. L’11 maggio ha aggiunto che “esiste un’etnia italiana da tutelare”, citando la Treccani per sostenere che il termine “etnia” non è sinonimo di “razza”.
Il discorso sulla denatalità produce un guadagno politico immediato che non dipende dal fatto che nasca un bambino in più: serve a stabilire chi appartiene al Paese e chi vi è ospite, ed è una prestazione che rende ogni volta che il tema torna in campagna elettorale.Fu raccontata come una gaffe, ma non lo era. Pagella Politica ha catalogato le occorrenze dell’espressione nel lessico della maggioranza: Giorgia Meloni la usa almeno dal 2016, attribuendo la “sostituzione etnica dei cittadini europei” al “grande capitale” e a George Soros; Matteo Salvini dal 2015. Si tratta di un lessico con dieci anni di continuità documentata alle spalle, non del lapsus di un singolo ministro. Ed è qui che l’argomento di Delacroix e quello di Saraceno si incontrano. Delacroix inquadra lo scivolamento come strutturale e offre il paragone che chiude il ragionamento: la politica cinese del figlio unico e la Romania di Ceaușescu – dove nel 1966 proibì aborto e contraccezione – sono lo stesso meccanismo in direzioni opposte. “Pronatalismo e antinatalismo sono progetti politici diversi, ma entrambi diventano forme di ingegneria demografica quando gli obiettivi di popolazione hanno la precedenza sull’autonomia riproduttiva”. Quello che accomuna i due casi è che qualcuno abbia deciso quanti figli servono al Paese.
Saraceno arriva invece da un trilemma pratico. Se davvero si vogliono più italiani italiani, le strade sono tre. La prima è produrli per via coercitiva, come tentò la Germania nazista con il Lebensborn, il programma voluto da Himmler nel 1935 per far nascere e crescere bambini considerati razzialmente adatti, che offriva assistenza alle madri non sposate, assegnava i neonati a famiglie di adozione approvate dal regime e durante la guerra arrivò al rapimento sistematico di minori nei territori occupati. La seconda strada è rassegnarsi lentamente all’estinzione. La terza è l’integrazione. “E oltretutto l’Italia non è questa razza pura”, aggiunge, “ammesso che possa esistere una razza e che ci piaccia essere una razza pura. Non lo siamo. Il cognome che porto mostra che forse c’è stato qualche meticciato, in qualche posto, in qualche tempo”.
Resta da spiegare perché la terza strada, quella dell’integrazione, non venga imboccata nemmeno quando le prime due sono irrealistiche. La risposta sta nell’osservazione di Cohen. Il discorso sulla denatalità produce un guadagno politico immediato che non dipende dal fatto che nasca un bambino in più: serve a stabilire chi appartiene al Paese e chi vi è ospite, ed è una prestazione che rende ogni volta che il tema torna in campagna elettorale. Misurarne l’efficacia sul numero delle nascite, insomma, significa valutarlo con il metro sbagliato.
La scala planetaria
Delacroix fa un passo ulteriore, aggiungendo che il dibattito sulla fecondità si svolge come se la cornice ambientale non esistesse. “La popolazione mondiale era di 2,5 miliardi nel 1950 e, nello scenario mediano delle Nazioni Unite, è destinata ad avvicinarsi a quattro volte quel numero entro il 2050. Il calo della fecondità è un riassestamento lento e graduale dopo un periodo di crescita eccezionale, non un collasso demografico”. La crescita annua ha toccato il picco del 2,3% nel 1963 ed è oggi sotto l’1%; le donne in età riproduttiva passeranno da circa 2 a 2,2 miliardi. Sull’Italia è ancora più esplicita: “La sua popolazione è cresciuta da circa 24 milioni nel 1850 a quasi 60 milioni oggi e, anche con il calo previsto, dovrebbe restare intorno ai 55 milioni nel 2050, più del doppio rispetto alla metà dell’Ottocento”. E conclude: “Crescita e declino della popolazione non sono problemi speculari. Siamo molto più attrezzati a gestire gli effetti sociali ed economici della bassa fecondità che gli effetti a cascata della distruzione ambientale”.
La scala planetaria non risolve il problema italiano: lo riporta alle sue dimensioni, quelle di un problema di organizzazione sociale.Saraceno non accetta questa obiezione fino in fondo, e la sua riserva è pratica. Che la popolazione mondiale cresca non aiuta il Paese che si spopola, perché le persone non si spostano da dove sono nate a dove mancano con la facilità con cui si spostano i numeri in un grafico: “Lo vediamo con l’immigrazione, che non è affatto facile né per chi si muove, né per chi accoglie”. E c’è un secondo problema, che riguarda l’uso italiano di quell’argomento. Per anni, il concetto “la popolazione mondiale cresce” è servito a liquidare la questione della denatalità come un falso problema, insieme al timore di apparire nostalgici del fascismo quando se ne parla; il risultato è che del calo delle nascite ha finito per occuparsi quasi soltanto chi lo leggeva in chiave identitaria.
Le due posizioni misurano cose diverse e possono stare insieme, a un costo. La scala planetaria non risolve il problema italiano: lo riporta alle sue dimensioni, quelle di un problema di organizzazione sociale. Un Paese che invecchia dentro un mondo che cresce ancora ha davanti una questione di istituzioni, non di sopravvivenza. La retorica dell’inverno demografico prende un problema di welfare e lo traveste da questione di sopravvivenza collettiva. E da lì all’identità il passo è breve.
Politiche di libertà
La lista di cose da fare, nelle parole di Saraceno, non è lunga: nidi e tempo pieno di qualità, che non servono soltanto a permettere ai genitori di lavorare ma garantiscono ai bambini le stesse opportunità a prescindere dalle risorse delle famiglie; accesso all’abitazione; lavoro decente e un orizzonte di reddito prevedibile; un assegno unico più alto e stabile nel tempo, su cui si possano fare programmi di lungo periodo; il riconoscimento previdenziale del lavoro di cura, strutturale e dal primo figlio.
È una lista che supererebbe il test di Delacroix, perché ogni voce è giustificata dal beneficio che porta alle famiglie e non dall’effetto che avrebbe sulle nascite. Ed è anche, parola per parola, quello che il presidente della Fondazione per la Natalità intende quando dice che bisogna restituire alle persone la libertà di avere figli. La politica italiana, però, non lo sta facendo: non perché faccia cose troppo diverse – il bonus nido e il congedo parentale ci sono – ma perché le fa per un’altra ragione, e la ragione si vede nella forma. Premi a chi ha già figli, soglie che escludono chi ha un contratto fragile, contributi assegnati a chi clicca per primo, un diritto previdenziale che esiste da trent’anni e si perde se non lo chiedi.
La retorica dell’inverno demografico prende un problema di welfare e lo traveste da questione di sopravvivenza collettiva. E da lì all’identità il passo è breve.Il modo più breve per dirlo l’ha trovato Alessandro Rosina, e Saraceno lo ripete ridendo: “Se uno voleva fare il contenimento delle nascite, faceva quello che ha fatto l’Italia in questi anni”.