A i lati della strada la vegetazione si è fatta così fitta che i rami iniziano a grattare la fiancata dell’auto. Già da un pezzo ho lasciato la carreggiata asfaltata e ho imboccato quel che appare più come un sentiero poco sicuro. Nel momento in cui inizio a chiedermi se non abbia confuso le indicazioni, finalmente lo vedo. Pierpaolo sta spazzando con cura mucchi di foglie sul viale che conduce a uno degli edifici di Valle Cavanata. Una volta parcheggiato, mi accoglie con un’energica stretta di mano e mi invita a seguirlo. Ci incamminiamo lungo un sentiero che si addentra nell’ombra di un pioppeto: la mattinata è fredda e l’umidità che sale dai canali rende l’aria ancora più pungente. Pochi metri e arriviamo a una spiaggia.
“Guarda queste. Quasi sicuramente sono le impronte di uno sciacallo dorato” ‒ mi indica piccoli avvallamenti nella sabbia disposti in linea retta. Pierpaolo Merluzzi, botanico e custode della Riserva Naturale di Valle Cavanata, ha imparato negli anni a interpretare i segni della natura che incontra sul campo. La spiaggia sembra diversa da quelle che si trovano qualche chilometro più in là, dove le persone fanno il bagno e prendono il sole. Oltre al verso di qualche uccello che riecheggia in lontananza, l’unico suono è lo scricchiolio delle conchiglie, e della posidonia seccata dal sole, sotto il peso dei nostri stivali. Per un attimo, in mezzo a un’atmosfera che sembra sospesa, gli unici corpi estranei sembriamo noi due.
Mentre ci allontaniamo Pierpaolo mi racconta che un tempo qui sorgeva una valle da pesca, un luogo dove in grandi piscine ricavate dalla laguna venivano allevati pesci come orate e branzini. Mi mostra le chiuse, che ancora utilizza per regolare il passaggio dell’acqua, i vecchi argini, e gli edifici un tempo ricovero per le attrezzature che oggi accolgono i visitatori. Guardandosi attorno la natura sembra essersi ripresa ogni cosa. La vegetazione ricopre gli argini, stormi di uccelli affollano gli specchi d’acqua e il silenzio fa dimenticare che questo paesaggio è stato abitato per secoli anche dall’essere umano. E tuttavia, quello della valle da pesca è soltanto un capitolo chiuso di una storia che continua a essere scritta. Anche se qui nessuno alleva più il pesce, questo luogo esiste in una forma diversa e continua ad avere bisogno di qualcuno che se ne prenda cura. In fondo, chi rimane a occuparsi della laguna?
La civiltà degli uccelli acquatici
Lasciandomi alle spalle Valle Cavanata percorro la statale che porta all’isola di Grado. Da quando sono qui, il paesaggio intorno sembra sempre lo stesso ‒ piatto e regolare, anche se ora ha qualcosa di diverso. Il livello dell’acqua, che prima sfiorava i bordi delle isole, è più basso. Sono emersi luoghi che prima non c’erano, piane fangose, canali e meandri che emanano quel tipico odore umido, di zolfo.
Dagli sbalzi mareali dipende l’intero ecosistema: oltre a rinnovare le acque di ossigeno e nutrienti, portano nuovo sedimento e lo rimuovono, contribuendo insieme ai fiumi alla costruzione del paesaggio.La scena cambia due volte al giorno. La marea si alza e si abbassa come un sipario che mette in scena ogni volta attori diversi. È un appuntamento fisso per chi vive qui – anche per Pierpaolo, che quando il livello del mare sale si presenta alle chiuse per far passare l’acqua al momento giusto. Gli sbalzi mareali sono il fenomeno da cui dipende l’intero ecosistema ma anche una delle forze che rimodellano il volto della laguna. Oltre a rinnovare le acque di ossigeno e nutrienti, portano nuovo sedimento e lo rimuovono, contribuendo insieme ai fiumi alla costruzione del paesaggio. Pochi sono i luoghi in cui l’incontro delle forze geologiche si manifesta così concretamente: dove oggi c’è un’isola, un domani si potrebbe trovare soltanto un acquitrino.
Con la bassa marea, allungando lo sguardo si notano piccole imbarcazioni navigare lungo i canali lagunari. Il sistema di canalizzazione è un vero e proprio apparato circolatorio. Quando la marea si solleva porta l’acqua tra le isole e le barene, a sommergere le velme, mentre quando si ritira la fa refluire verso le sei bocche che affacciano al mare. E proprio come per un apparato, chi vive qui ne ha stabilito una nomenclatura: i canali sono i grossi vasi, i rii quelli di modeste dimensioni come arteriole e venule, e poi i ghebi e gli scoleli che come una rete capillare si esauriscono sulle piane di marea. Per secoli i pescatori si sono occupati di mantenerlo in salute, scavando i canali perché fossero navigabili e per permettere l’andirivieni dell’acqua che portava con sé nuovo pesce.
Roberto è uno dei pochi che ancora oggi si sposta tra i canali per pescare. Seduto sotto il porticato del suo ristorante mi racconta cosa si trova ancora tra queste acque. “In passato la laguna era molto più frequentata di quanto lo è oggi e le persone ci vivevano per tutto l’anno, nei casoni”. I casoni erano le abitazioni tipiche, capanni fatti di fango e cannuccia palustre, che diedero il nome alla civiltà casonera. Roberto Camuffo è nato e vive a Grado, frequenta la laguna da quando era bambino ed è proprietario di uno dei pochi casoni rimasti. “Oggi è molto diverso da un tempo, ho l’elettricità e l’acqua corrente, ma allora erano abitazioni molto spartane”. In un documento del Sesto secolo d.C. si legge dei casoni paragonati a “nidi di uccelli acquatici intrecciati in vimini”. È un’immagine puntuale considerando che venivano costruiti su isolotti artificiali di terreno ammonticchiato ‒ le mote ‒ proprio come fossero dei grossi nidi. Dalle loro abitazioni, Roberto mi racconta come la civiltà casonera si affacciasse al mondo soltanto di rado. “Gli unici contatti con l’esterno erano le visite del batelante, l’incaricato di fare la spola tra le mote per raccogliere il pescato del giorno”. Gli archivi storici testimoniano che a fine Ottocento si contavano più di 200 casoni con relative mote; alcuni decenni dopo, la bonifica di Fossalon ne rimosse quasi la metà.
In un certo senso, una valle da pesca è una laguna dentro la laguna, dove il pesce vive nel suo ambiente e a volte non richiede nemmeno di essere alimentato.Oltre alle mote, il paesaggio è stato disegnato da un’attività che più di ogni altra legava essere umano e laguna. Roberto indica alle mie spalle una boscaglia che emerge dall’acqua. “Vedi tutta quella vegetazione? Un tempo dietro a quegli alberi sorgeva una valle da pesca, la Valle del Moro”. Visto dal pontile, l’insieme di arbusti sembra soltanto un’isola come le tante che si vedono dalla strada. La laguna ha un volto diverso osservata dall’alto e alcune porzioni come la Valle del Moro rivelano di essere più di quel che appaiono dalla riva. Dalle fotografie aeree si notano le ampie piscine circondate da argini, forme inequivocabili dell’intervento umano. Roberto mi spiega poi che la vallicoltura è un allevamento insolito: “Si tratta di un allevamento di tipo estensivo. Il pesce giovane viene convogliato dalla laguna alle piscine della valle passando dalle sue chiuse, viene qui fino all’età adulta”. Si pensa che già gli antichi romani utilizzassero allevare il pesce in porzioni lagunari, le piscine piscarie. In un certo senso, una valle da pesca è una laguna dentro la laguna, dove il pesce vive nel suo ambiente e alcune volte non richiede nemmeno di essere alimentato.
Agli inizi del Novecento, la civiltà casonera era avviata al declino. Le bonifiche della prima metà del secolo avevano ridotto l’estensione della laguna e cancellato la maggior parte delle mote. La diffusione delle imbarcazioni a motore permetteva ai pescatori di raggiungere ogni giorno le zone di pesca, senza la necessità di fermarsi nei casoni. Sull’isola poi, il turismo offriva possibilità di lavoro sempre più concrete. Nato in epoca asburgica, il settore crebbe con l’apertura del ponte verso la terraferma nel 1936 e si impose nel secondo dopoguerra. Le famiglie lasciarono progressivamente la vita nella laguna, che perse il ruolo centrale che aveva avuto per secoli nella loro vita quotidiana. Non tutte le conoscenze maturate in quel rapporto, però, scomparvero con esso.
Quel che non si impara sui libri
Lontano dall’isola di Grado, chi ancora pratica la vallicoltura continua a portare avanti le vecchie conoscenze. Nelle poche valli ancora in attività si lavora seguendo gli stessi cicli naturali di un tempo. Osservare il comportamento dei pesci, conoscere l’andamento delle maree e prevedere i cambiamenti stagionali rimangono ancora gli strumenti del lavoro quotidiano.
A differenza degli allevamenti intensivi, in questo sistema il pesce cresce allevato su ampie superfici in un ambiente più vicino a quello naturale. Vive di ciò che offre l’ecosistema, ma dipende da un ricambio d’acqua che solo il vallicoltore può gestire.Quando parla della laguna, Claudio lo fa con la stessa disinvoltura con la quale indosserebbe un paio di scarpe. O forse di stivali, nel suo caso, dato che trascorre buona parte del tempo con i piedi nell’acqua. Claudio Furlanut è un capovalle e dirige le attività di Valle Noghera, una delle più grandi valli da pesca del Friuli Venezia Giulia. “Faccio questo mestiere da quarant’anni, l’ho imparato lavorando in una valle che ora è stata abbandonata”. Mentre sorseggia il calice di vino che conclude la sua giornata, mi racconta che per lui l’incontro con la laguna è stato “come un’infatuazione”.
“Una volta fare il vallicoltore era un mestiere molto ambito e per diverso tempo questo tipo di allevamento è stato una delle attività economiche più importanti nelle zone lagunari”. Claudio fa riferimento soprattutto alle valli da pesca delle lagune venete, ma anche qui, come dice lui “dava di che mangiare”. A differenza degli allevamenti intensivi, in questo sistema il pesce cresce allevato su ampie superfici in un ambiente più vicino a quello naturale. Vive di ciò che offre l’ecosistema, ma dipende da un ricambio d’acqua che solo il vallicoltore può gestire. Per farlo, Claudio mi spiega quanto sia indispensabile conoscere i ritmi delle maree, per far entrare e uscire l’acqua dalle chiuse al momento giusto.
Oggi Valle Noghera è una delle poche che ottiene il pesce giovane sfruttando un comportamento innato. Il novellame viene fatto entrare durante la cosiddetta montata, grazie alla naturale tendenza degli avannotti a risalire le acque verso l’interno. Qualche anno fa questa migrazione bastava a popolare le valli, ma oggi la scarsità di pesce costringe alcuni vallicoltori a ricorrere sempre più spesso all’impianto manuale. Anche in passato però, capitava di dover portare a mano nelle valli il pesce dal mare. Claudio ricorda quando il novellame veniva raccolto direttamente in mare, soprattutto dalle donne, che procedevano lungo le rive con reti dalle maglie finissime. “Le orate le contavo una a una” ‒ ci tiene a precisare.
Durante l’autunno è il momento della freima, quando il pesce tenta di tornare al mare. È un fenomeno breve, che avviene poche settimane, non può essere controllato ma soprattutto anticipato con precisione. Claudio dice che quando il pesce è pronto a compiere la migrazione “lo vedi e basta”. In altre parole, non esiste un momento preciso da segnare sul calendario. “Puoi intuire quando capiterà, qualche volta, ma non puoi comandarlo. Serve che tutto coincida: la marea, le condizioni del meteo, la luna”. Quando avviene, il pesce si raccoglie spontaneamente in alcuni punti della valle e da qui è convogliato verso le strutture di cattura. Per Claudio “saper cogliere il momento giusto” è una capacità difficile da tradurre in parole. Come l’orecchio di un violinista riconosce una corda stonata, chi fa questo tipo di mestiere sviluppa negli anni una sensibilità che gli permette di cogliere impercettibili variazioni dell’ambiente. Affina nel corso di una vita la capacità di interpretare ciò che per altri rimane illeggibile. Come dice lui, “Questo è un mestiere che non si impara certo sui libri di scuola”.
Il lavoro del vallicoltore contribuisce a mantenere in salute un ambiente plasmato da secoli di attività umane. La manutenzione dei bacini, il consolidamento degli argini e la gestione dei livelli idrici fanno parte delle sue attività quotidiane.Ascoltando il suo racconto è difficile immaginare Claudio in un luogo che non sia questo e in qualche modo anche Valle Noghera ha bisogno di lui, del suo sapere. Con la sua valle il legame non è soltanto affettivo e il lavoro del vallicoltore contribuisce a mantenere in salute un ambiente plasmato da secoli di attività umane. La manutenzione dei bacini, il consolidamento degli argini e la gestione dei livelli idrici fanno parte delle sue attività quotidiane. Claudio, ad esempio, conosce bene le specie di uccelli acquatici e sa dove possono nidificare. Mi spiega che il fraticello costruisce il nido sulle isole più basse e gli argini della valle sono un luogo adatto, il marangone invece nidifica in altezza, e per questo ha bisogno degli alberi. Accanto all’allevamento del pesce da decenni i vallicoltori mantengono l’ambiente in modo che possa continuare ad accogliere soprattutto l’avifauna, che qui è particolarmente ricca. “Senza l’intervento dell’uomo il vento e l’azione dell’acqua appiattirebbero tutto. In un certo senso, qui, l’artificialità è diventata un servizio ecosistemico”.
Perché la vallicoltura continui a essere praticata l’esperienza da sola non basta. Oltre alla concorrenza con il mercato estero e con gli allevamenti intensivi, tra le ragioni del suo declino c’è la difficoltà nel trovare chi sia disposto ad affrontare un lavoro molto duro. “Devi accettare di stare per ore su isole raggiungibili solo in barca, lavorare con le mani nell’acqua gelida d’inverno oppure alzarti alle tre del mattino”. Quando gli chiedo se potendo tornare indietro sceglierebbe un’altra vita Claudio resta un attimo a pensarci ma poi risponde con decisione: “No, per niente. Se potessi vivere ancora farei volentieri ‒ per così dire ‒ un altro giro. Ho sempre le stesse motivazioni di un tempo, anzi ne trovo di nuove ogni giorno».
Piante che costruiscono
Fuori dalle valli da pesca c’è invece chi cerca di capire la laguna con il metodo scientifico. Botanico dell’Università di Udine, Paolo Cingano frequenta questo luogo da quando era piccolo. Anche per lui con la laguna di Grado è stato “amore a prima vista” e il suo sorriso mentre lo dice lo conferma. È forse per questo motivo che Paolo ha scelto di dedicare le sue ricerche alle piante che crescono negli ambienti umidi, habitat che lui vede sempre diversi. “Quel che anche oggi non smette di affascinarmi è la mutevolezza di questo luogo, la sua capacità di cambiare nel corso di poche ore, pur rimanendo sempre sé stesso”. Spiega come questo continuo cambiamento sia dovuto soprattutto a un incontro di forze: i fiumi, che portano nuovi sedimenti, il mare, che con il movimento delle maree li ridistribuisce. Su una scala di tempo geologica la laguna è considerata un paesaggio giovane, ma nonostante la sua breve esistenza ha cambiato aspetto molte volte rispetto al passato. E continua a farlo.
Paolo si concentra soprattutto sul mutamento dell’ambiente che avviene nella vegetazione che lo colonizza. Le piante che crescono fuori dall’acqua possono dire molte cose, mi spiega. “So sempre, ad esempio, in quale zona della barena mi trovo. Mi basta guardare cosa cresce ai miei piedi per capire quanto sono lontano dalla riva”. Così, insieme all’acqua e alla terra, anche le piante disegnano una topografia naturale del paesaggio. Ogni specie occupa una zona diversa in base alla frequenza con cui viene raggiunta dalla marea e alla salinità del suolo. Alcune tollerano una concentrazione salina più elevata, altre preferiscono zone dove l’acqua è più dolce, come le foci dei fiumi o le risorgive. Paolo mi spiega che la cannuccia palustre, pianta con cui un tempo i casoneri costruivano i tetti dei capanni, sta retrocedendo. “È una pianta legata alle acque dolci e in laguna si trova soprattutto alle foci dello Stella e del Cormor. Con l’aumento del livello del mare, i canneti vengono più spesso sommersi e soffrono per l’aumento della salinità”. La pianta tollera il sale, ma un aumento eccessivo ne limita la crescita. Negli anni, anche grazie alle immagini satellitari, si è osservata una regressione dei canneti che retrocedono verso le zone interne delle foci.
Su una scala di tempo geologica la laguna è considerata un paesaggio giovane, ma nonostante la sua breve esistenza ha cambiato aspetto molte volte rispetto al passato. E continua a farlo.La laguna è quindi anche la sua vegetazione, che diventa protagonista nel modo in cui dà forma al territorio. Con le loro radici, le piante trattengono i sedimenti trasportati dall’acqua, contribuendo per esempio a formare le barene. “In altre parole” dice Paolo “sono le piante stesse a costruire la laguna”. Potremmo immaginare che un paesaggio sia fatto solo di roccia, acqua, elementi inerti e immobili nel tempo. Invece la sua forma dipende anche dagli esseri viventi che lo abitano, come avviene qui. Le isole non sono quindi soltanto la superficie fisica dove le piante possono crescere, ma sono ‒ almeno in parte ‒ una conseguenza della loro stessa presenza. Nell’equilibrio di forze l’innalzamento del mare e il suo battente marino minacciano la scomparsa di isole e barene. Alcuni dati suggeriscono che la superficie barenicola si sia ridotta fino al 75% a partire dagli anni Cinquanta. Tra le cause c’è anche il moto ondoso prodotto dalle navi da diporto. La conservazione della biodiversità ‒ oltre che delle forme stesse della laguna ‒ passa anche attraverso il mantenimento di questi luoghi, e pertanto dalla vegetazione che li compone. Oggi però, le piante non sono le uniche a plasmare la laguna.
Così i fenicotteri torneranno
Grosse borse da viaggio, il casco allacciato sotto il mento. Ancora le ultime pedalate della giornata e poco prima che il sole lasci di nuovo la laguna alcuni turisti si attardano sulla ciclabile che costeggia Valle Cavanata. Al di là del fossato, l’acqua riempie una sequenza composta di canali e piscine, interrotti da argini che seguono traiettorie perfettamente lineari. “Guarda i contorni di questo luogo” dice Pierpaolo “la linea retta in natura non esiste, no?”. È in questo andamento regolare che si ritrova la mano dell’essere umano, che continua a definire la forma della valle. Separare ciò che è naturale da ciò che non lo è diventa difficile.
Nell’acqua poco profonda, i fenicotteri passeggiano lenti sulle lunghe zampe, setacciando il fondo con il becco ricurvo. Sostano qui soltanto da pochi anni, ma lo fanno sempre più spesso. Mangiano microscopici invertebrati che trovano nel fango, e se il livello dell’acqua salisse anche solo di qualche decina di centimetri, non tornerebbero più. Come molti degli uccelli che frequentano questi ambienti hanno bisogno di acque poco profonde per nutrirsi. “Se la colonna d’acqua si alza, cambia l’intero ecosistema” dice Pierpaolo.
Nata nel secondo dopoguerra come valle da pesca, Valle Cavanata è stata riconosciuta nel 1978 come zona umida di importanza internazionale ai sensi della Convenzione di Ramsar, l’accordo internazionale nato per tutelare le zone umide di maggiore valore ecologico. Ha smesso la produzione negli anni Ottanta e nel 1996 è diventata area protetta. “Se prima i livelli idrici venivano governati in funzione della produzione di pesce, ora la gestione ha per obiettivo il mantenimento dell’ecosistema”. L’acqua entra ed esce dall’unica chiusa che la collega al mare, controllata con attenzione dai custodi della valle per permettere il rinnovo delle acque interne e per prevenire l’allagamento delle terre emerse.
Oggi nei canali e nei bacini nuotano pesci come branzini e cefali, gli stessi che un tempo venivano allevati a fini produttivi, e gli argini offrono rifugio a una fauna che non trova più spazio altrove.“Soprattutto durante i periodi di nidificazione l’attenzione diventa quotidiana, a volte significa essere qui anche di notte” aggiunge Pierpaolo. Serve seguire il ritmo delle maree e delle piogge, affinché non siano sommersi gli ambienti dove specie come la sterna e il fraticello fanno il nido. Senza questa gestione i canali tenderebbero a interrarsi, mentre durante le alte maree le terre emerse potrebbero essere sommerse. Anche le zone vicine si trovano sotto il livello del mare: l’acqua salata potrebbe penetrare nei suoli, con effetti a catena anche sull’agricoltura che si pratica verso l’entroterra, nella zona di Fossalon, mantenuta asciutta da una bonifica meccanica.
È proprio questa gestione meticolosa che ha ridato alla valle un nuovo ruolo. Oggi nei canali e nei bacini nuotano pesci come branzini e cefali, gli stessi che un tempo venivano allevati a fini produttivi, e gli argini offrono rifugio a una fauna che non trova più spazio altrove. “Le valli sono una sorta di ripiego” dice il suo custode: “Specie che preferirebbero i lidi sabbiosi della laguna o il greto dei fiumi si spostano qui, perché gli ambienti al di fuori sono disturbati dal turismo”. Questi specchi d’acqua bassi sono così diventati un luogo di sosta per numerose specie, tra cui ibis eremiti, mignattai e fenicotteri.
I ciclisti intanto proseguono. Qualcuno fa una pausa, e si ferma ai capanni in legno che si affacciano sull’acquitrino. Guardano attraverso le fessure: “Wie schön!” e i loro sussurri di meraviglia si mescola al verso dei fenicotteri. I visitatori restano sulla soglia. Pierpaolo, invece, deve dedicarsi alla valle da pesca perché l’acqua non sommerga i luoghi in cui gli uccelli nidificano. Oggi prendersi cura di questa parte della laguna significa anche questo. Domani, o forse stanotte, prima dell’arrivo dei ciclisti sarà di nuovo qui a controllare che l’acqua sia alla giusta altezza. Così i fenicotteri torneranno ancora.