“S ta facendo rimbalzare la palla!” esclamò il biologo Roland Anderson, parlando al telefono con la collega psicologa Jennifer Mather. L’entusiasmo di quella frase nasceva dalla natura del soggetto osservato: una femmina di polpo gigante (Enteroctopus dofleini), in una vasca dell’acquario di Seattle, che si intratteneva in maniera alquanto particolare con un flacone di pillole. La cefalopode bloccava con le braccia l’oggetto e poi lo spostava con l’emissione di un getto d’acqua verso l’estremo della vasca, da dove sarebbe poi tornato a lei grazie alla corrente. Qualcosa di molto simile al far rimbalzare una palla. Un comportamento inaspettato in un animale che fino a quel momento (il 1997) era stato reputato intelligente e curioso, ma comunque lontano da mammiferi e uccelli, in cui scienziate e scienziati avevano iniziato a riconoscere forme di gioco. A partire da questo aneddoto e attraverso altre storie di animali e ricercatori, nel suo libro Nel regno del gioco. Quello che ci rivelano sulla vita i polpi che giocano a palla, le scimmie che si lanciano dagli alberi, gli elefanti che fanno lo scivolo nel fango (2026), David Toomey affronta il difficile compito di capire cosa sia il gioco e quali siano state le sue origini e le sue funzioni lungo il cammino dell’evoluzione.
Toomey, docente di scrittura della University of Massachusetts Amherst, accetta una sfida non semplice. Sappiamo ancora poco del gioco tra gli animali, nonostante praticarlo e osservarlo nelle altre specie infonda in noi umani stupore, divertimento e piacere. Oggi il suo studio ha conosciuto un nuovo slancio, soprattutto negli ambiti della cultura animale e delle neuroscienze, ma è rimasto trascurato fino a non molto tempo fa. Nessuna rivista specializzata, nessun manuale, solo una manciata di volumi monografici sul tema. L’autore, però, si approccia con fiducia alla sua impresa e a quella della comunità scientifica:
Il gioco degli animali, allora, non è solo l’ennesimo mistero scientifico ‒ si tratta piuttosto di una serie di misteri, per giunta diversi dalla maggior parte degli altri. I fenomeni al centro di molti misteri scientifici – l’entanglement quantistico e la materia oscura, solo per citarne due – sono abbastanza distanti dalla nostra vita quotidiana. Il loro studio richiede conoscenze specialistiche e magari una strumentazione importante e costosa. Il gioco degli animali, invece, è tutt’attorno a noi, ogni giorno sotto i nostri occhi. Per studiarlo non ci serve un dottorato, non abbiamo bisogno di un acceleratore di particelle. Dobbiamo soltanto osservare un animale e prestargli attenzione.Eppure, nello scorrere delle pagine, diviene sempre più evidente come questa materia sia tanto entusiasmante quanto complessa. Lo è dal primo passo: definire cosa sia il gioco. Nel corso dei decenni e degli studi, è stato descritto attraverso caratteristiche differenti, in alcuni casi sovrapponibili tra loro, altre volte tali da ampliare o restringere il numero di specie in grado di soddisfarle. Negli anni Ottanta del Novecento, secondo l’etologo Robert Fagen, il gioco comprendeva un insieme molto ampio di comportamenti che non hanno uno scopo immediato di sopravvivenza o competizione, come le lotte e gli inseguimenti amichevoli tra individui, i movimenti eseguiti da soli in condizioni di sicurezza, la ripetizione di azioni già apprese con piccole variazioni e sperimentazioni, e le interazioni con gli oggetti dopo una prima fase di esplorazione.
Si è ipotizzato che il gioco possa essere una preparazione per la vita adulta, un addestramento all’imprevisto, un supporto sociale, un modo per esercitare il corpo e sviluppare il cervello. Ad oggi, però, sembrano non esistere risposte univoche.In quegli stessi anni, gli studiosi Marc Bekoff e John A. Byers classificarono il gioco come un’attività motoria che compare dopo la nascita, senza un apparente scopo immediato, durante la quale gli animali eseguono schemi motori che impiegano anche in altri contesti, ma in forme modificate e in sequenze diverse da quelle abituali. Nel 2005 lo psicologo Gordon Burghardt tentò di inquadrarlo attraverso cinque requisiti: il gioco deve essere non funzionale nel contesto in cui viene espresso, volontario, esagerato, caratterizzato da movimenti ripetuti non stereotipati ed eseguito da un individuo ben nutrito, al sicuro e in buona salute. Capire perché l’evoluzione abbia favorito il comportamento ludico è una questione ancora più sfuggente che stabilire che cosa sia. È stato ipotizzato che possa essere una preparazione per la vita adulta, un addestramento all’imprevisto, un supporto per il miglioramento dei legami e delle competenze sociali, un modo per esercitare il corpo e sviluppare il cervello. Ad oggi, però, sembrano non esistere risposte univoche, solo indizi a carico delle diverse teorie.
Il pregio maggiore del saggio sta nel mettere ancora una volta in discussione i confini tra le specie. Il gioco (così come la cultura) non è un’esclusiva umana.Nella sua indagine, Toomey si addentra nelle ricerche di scienziate e scienziati e gode delle storie di animali, anche molto diversi tra loro, sorpresi o analizzati mentre sono impegnati proprio in quello che sembrerebbe gioco. Suricati, piccoli mammiferi dell’Africa meridionale, che lottano tra loro; maialini che corrono e si lasciano cadere sul dorso; giovani eritrocebi, scimmie dell’Africa centrale dalla lunga coda, che si lanciano dai rami di un albero per atterrare di pancia su un’area erbosa. Ma anche bombi che si divertono con una sfera di legno, pesci che si rilassano con finti inseguimenti in acqua e varani di Komodo che mordono e scuotono scarpe, similmente ai nostri cani. Giocano i cuccioli e i loro genitori, i maschi e le femmine, anche se, magari, in proporzioni diverse: si inseguono e lottano i lupi adulti, le madri gorilla dondolano i propri piccoli, li coinvolgono in quello che noi chiamiamo “bubù-settete” e li sostengono con i piedi in aria, simulando il volo di un aeroplano, come accade tra noi Homo sapiens.
La bussola dell’autore in questo turbinio di studiose e studiosi, animali, racconti, ipotesi ed esperimenti, è l’analogia tra gioco e selezione naturale:
Entrambi, l’uno e l’altra, sono privi di un fine, ininterrotti, aperti, e a ogni loro singolo stadio provvisori. Nel breve periodo, entrambi sono scialacquatori e ridondanti al punto da sconfinare nell’eccesso. Entrambi sperimentano, producendo molti risultati inutili o nocivi, ma anche generandone alcuni che con il tempo si dimostrano benefici e necessari. Entrambi portano ordine dal disordine, stabilendo pattern fondamentali che vengono poi riplasmati e riutilizzati, ma raramente scartati del tutto. Entrambi creano bellezza, e mantengono in equilibrio dinamico le forze della competizione e della cooperazione. Entrambi fanno leva sull’inganno. Ed entrambi possono operare senza avere una forma materiale.
Chi è coinvolto nell’attività ludica diviene consapevole delle capacità dell’altro, ne conosce i punti deboli, ne previene le mosse, cerca di mettersi nei suoi panni in maniera spontanea. Apprende qualcosa su come sia essere l’altro.Nel regno del gioco conduce lettrici e lettori nei territori poco esplorati di un settore della ricerca sul comportamento animale che, in futuro, potrebbe riservare molte sorprese. Il pregio maggiore del saggio sta, però, nel mettere ancora una volta in discussione i confini tra le specie. Il gioco (così come la cultura) non è un’esclusiva umana. Un insetto, un mollusco e un cane possono provare piacere come noi nel manovrare una palla. Questa riflessione si spinge oltre: come suggeriscono gli studi dell’etologa Elisabetta Palagi sull’interazione interspecie tra cani e cavalli, il gioco diviene un mezzo per “colmare l’abisso” tra animali che, a un primo sguardo, sembrerebbero molto diversi. Chi è coinvolto nell’attività ludica diviene consapevole delle capacità dell’altro, ne conosce i punti deboli, ne previene le mosse, cerca di mettersi nei suoi panni in maniera spontanea. Apprende qualcosa su come sia essere l’altro.
David Toomey scrive nelle ultime pagine:
Per esempio noi e un border collie, tirandoci una palla: perché fintanto che durano lancio e recupero, noi mettiamo da parte tutte le preoccupazioni su scadenze e responsabilità; e l’animale, allo stesso modo, ignora i suoi consueti interessi canini, magari una sete incipiente o uno scoiattolo nelle vicinanze. Lanciare e riprendere, riprendere e lanciare: le nostre identità di cani ed esseri umani perdono significato e il diaframma linneano che ci separa, quale che sia, si dissolve. Per un lungo istante, un istante che sembra senza tempo ed eterno, noi non siamo più esseri umani o cani sul prato di un parco cittadino; siamo solo due creature che stanno giocando.