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ipenso a una vecchia chat con un’amica, scomparsa da tempo.
Ci sentivamo e ci conoscevamo da anni. Le nostre chat, distribuite tra Instagram, WhatsApp e Telegram, erano l’archivio di un rapporto di lunga data: conversazioni più o meno importanti, più o meno mondane, meme, foto di viaggi e di casa. Gli ultimi due messaggi che mi ha mandato prima di morire leggono: “Muuuuu” “Sono una vacca” (entrambi senza punteggiatura). Questa cosa è molto buffa e ne avrebbe riso anche lei. Non è stato un lascito intenzionale, perché nemmeno la mia amica si aspettava di morire da lì a pochi giorni. Forse, sapendolo, avrebbe comunque scelto le stesse quattro parole.
L’archivio digitale non si accumula qualitativamente, ma quantitativamente. Abbiamo la casella email invasa di decine di migliaia di lettere non lette e conservate per sempre; foto scartate dalla mente ma caricate nel cloud; bozze appallottolate di incipit, liste e appunti catalogate nei file .doc e nelle note. La memoria digitale si aggiorna in automatico, giocando sul bisogno pratico ed emotivo dell’utente di mantenere traccia di sé nel virtuale.
Prima dell’avvento dei server remoti, l’atto di “salvare” un file o un documento era fortemente intenzionale, condizionato dal rischio tangibile che uno sbalzo di corrente o una dimenticanza potesse cancellare irreparabilmente qualcosa di importante. Usiamo questo verbo così melodrammatico, “salvare”, perché l’azione serve a preservare i dati dalla perdita, trasferendoli dalla memoria temporanea (RAM) a una memoria permanente (hard disk, SSD, e oggi, sempre più spesso, le memorie cloud).
Consapevolmente e inconsapevolmente, vivendo lasciamo traccia di noi, nel reale come nel virtuale. Al termine delle nostre esistenze, la nostra memoria viene raccolta, distribuita, celebrata, diluita, infine dissolta. Passato abbastanza tempo, ciò che rimane di noi ‒ ammesso che rimanga qualcosa ‒ è spesso decontestualizzato da chi siamo stati veramente. I fiori al cimitero seccano, il muschio rende illeggibili le lapidi, e la statua di Garibaldi può dire poco di Garibaldi stesso (ed è interessante notare che Giuseppe Garibaldi non desiderava statue o monumenti in suo onore, preferendo spese volte a scopi più nobili, come scuole o opere di beneficenza; alla sua morte, la neonata nazione non badò né a lui né alle spese, erigendo numerosi monumenti postumi).
Prima dell’avvento dei server remoti, l’atto di “salvare” un file o un documento era fortemente intenzionale, condizionato dal rischio tangibile che uno sbalzo di corrente o una dimenticanza potesse cancellare irreparabilmente qualcosa di importante.La nostra esistenza si specchia nel digitale, compresa la sua fine. La morte vive nella tecnologia: viene rappresentata e rielaborata tramite pratiche, rituali e comunità specifiche al lutto online, manifestandosi in fenomeni come profili commemorativi, memoriali interattivi, l’interazione con i contenuti di defunti. Questo perché il cyberspazio non è separato dal mondo fisico; al di là di bot, IA e prime avvisaglie di dead internet, è pur sempre abitato da esseri umani. Le nostre tracce virtuali, intenzionali e automatiche, intime e pubbliche, sono il campo di indagine della cybertanatologia.
Attraverso lo specchio
Il senso di bruciante ingiustizia che provavo a otto anni, la notte, al pensiero della morte futura dei miei genitori non si è ancora esaurito, a quasi tre decenni di distanza. Sono arrivato a provare un’invidia perversa nei confronti dei miei coetanei che hanno già perso un genitore: loro almeno questo dolore l’hanno già provato. Io vivo nella consapevolezza che nella migliore delle ipotesi i miei moriranno prima di me. Se provo a parametrare questa aspettativa ai lutti che ho già incontrato, mi risulta evidente come la perdita di una persona cara sia un rischio calcolato; il dolore del lutto è il tributo da pagare per una connessione profonda, che restituisce, in un colpo solo, il suo intero valore, temporale ed emotivo. Inevitabilmente finisco a immaginarmi le parole che direi al funerale di mio padre; poi quelle che spero diranno al mio. Mi commuovo, pateticamente, per me stesso e per questo destino che ci accomuna tutti, i riposanti delle grandi piramidi come quelli delle fosse comuni.
Come altri animali, gli esseri umani comprendono e ritualizzano la morte. E la studiano, con prospettive e linguaggi diversi. Nell’Epopea di Gilgamesh, uno dei testi più antichi dell’umanità, ad esempio l’innesco è la perdita dell’amico Enkidu. Il re di Uruk vive un’angoscia esistenziale che lo spinge a un viaggio disperato alla ricerca dell’immortalità, fallendo nel tentativo ma accettando la propria mortalità. Il Bardo Thödol (བར་དོ་ཐོས་གྲོལ in tibetano, titolo traducibile come “Liberazione attraverso l’ascolto nello stato intermedio”), un testo funerario fondamentale del buddhismo tibetano, noto in Occidente come Libro tibetano dei morti, è invece tra le guide più conosciute per orientare l’anima (o la coscienza) attraverso gli stati transitori di vita, morte e rinascita.
Guide simili sono tramandate anche dalla cultura egizia (in questo caso il titolo originario è 𓉐𓂋𓏏𓂻𓅓𓉔𓂋𓏲𓇳𓏺𓍼, ovvero “Libro per uscire al giorno”), dalla spiritualità induista, dalle religioni abramitiche. E poi ancora l’Ars moriendi, due scritti latini vergati tra il 1414 e il 1450, che offrivano istruzioni pratiche e spirituali per morire bene, sostituendo in parte i sacerdoti, e non è un caso che siano stati inizialmente pubblicati, e con grande successo, in risposta alla catastrofe medica della peste nera. Tutte prove di come ogni essere umano, nell’individualità e nel contesto sociale a cui appartiene, ha un suo sistema di riti e culture per concepire la morte.
Se un tempo la morte era considerata una parte naturale della vita, da affrontare nella vicinanza della famiglia e della comunità, nella modernità viene sempre più nascosta e medicalizzata, fino ad assumere le forme di un tabù sociale.Quanto a me, un libro che è ha avuto un ruolo importante è stato il saggio Storia della morte in Occidente (1975, trad. it. 1978) di Philippe Ariès. Ariès divide l’approccio occidentale nei confronti della morte in quattro grandi fasi: agli estremi pone la morte addomesticata del Medioevo e la morte proibita del Ventesimo secolo, tracciando un percorso che vede gli individui vivere la morte con paura sempre maggiore. Se prima il decesso era considerato una parte naturale della vita, da affrontare nella vicinanza della famiglia e della comunità, nella modernità è sempre più nascosto e medicalizzato, fino ad assumere le forme di un tabù sociale. Brutalizzando questo testo complesso con un’ulteriore sintesi, nel percorrere queste quattro fasi Ariès dimostra che la morte è costruita socialmente, cioè che il nostro modo di percepirla evolve nel tempo. Fu Michel Foucault a scrivere il necrologio di Ariès, qua parafrasato: Philippe Ariès è stato tra coloro che hanno mostrato che anche le emozioni più intime, le condotte più private, sono storicizzate. La tanatologia e la cybertantologia ci mostrano qualcosa di simile.
Ho isolato Ariès nel panorama delle riflessioni sulla morte per due motivi contrapposti: da un lato trovo condivisibile il punto di vista regalato dalla storia delle mentalità, che delinea una morte cangiante nel tempo, nelle società, nelle culture; dall’altro, mi ha interdetto il tono O tempora, o mores che pervade lo spostamento del suo sguardo dal Medioevo al Ventesimo secolo. È vero che le trasformazioni che hanno coinvolto la medicina, la scolarizzazione e i costumi hanno modificato ruoli e rituali della morte; ma la rivoluzione comunicativa del Ventunesimo secolo, che ha consentito al 68% della popolazione mondiale (e all’89% di quella italiana) di accedere a una rete Internet condivisa, potrebbe rappresentare un antidoto alla regressione del valore collettivo della morte lamentata da Ariès? Ovvero: anche oggi, quando si muore, si muore soli?
Abbondano casi di cronaca nera che riguardano omicidi e suicidi, tentati e riusciti, disseminati nel digitale. La morte violenta, che sia provocata dai singoli o dagli Stati, non ha certo remore a presentarsi nei nostri feed, dove si manifesta con connotati fortemente politicizzati. Ma le sensazioni che suscitano queste rappresentazioni della morte molto raramente equivalgono a un lutto personale, cioè quello per una persona conosciuta e cara. Rappresentano un punto intermedio i canali social di influencer e streamer scomparsi tenuti in vita dai loro familiari, che trasformano e mantengono il rapporto con il follower e la memoria condivisa della persona defunta. In alcuni casi questi memoriali digitali arrivano a raggiungere platee più ampie della comunità online d’origine.
La rivoluzione che ha consentito alla maggioranza della popolazione mondiale di accedere a una rete condivisa, rappresenta un antidoto alla regressione del valore collettivo della morte? In altre parole: anche oggi, quando si muore, si muore soli?Un esempio sono gli oltre 100 milioni di spettatori che hanno visto il videogame film A Minecraft Movie (2025), omaggio allo YouTuber e streamer di Minecraft Technoblade (Alexander), scomparso nel giugno 2022 all’età di 23 anni. A Technoblade era già stato dedicato un tributo sul server Minecraft di Hypixel, uno spazio digitale in cui i fan potevano utilizzare l’oggetto di gioco “libro e penna” per scrivere messaggi di commiato e saluto. Sono stati così raccolti oltre 377.000 messaggi, stampati in 22 volumi, consegnati alla famiglia dello streamer insieme a un volume di opere artistiche realizzate dai fan, un dipinto a olio e un copricapo cosplay a tema. La rete crea spazi pubblici di lutto, ma è altresì evidente che questa morte è accolta globalmente, non localmente. Inoltre i momenti antecedenti ed effettivi del trapasso, che tanto stavano a cuore a Ariès, avvengono comunque in spazi isolati e medici comparabili a quelli del Ventesimo secolo.
Studiare la morte
“Does the internet change how we die and mourn?” è uno studio del 2012, quindi agli albori dell’Internet algoritmico delle piattaforme. Le sue conclusioni aprono una serie di prospettive che reggono al passaggio del tempo. Lo studio osserva che il modo in cui la rete condiziona come moriamo ed elaboriamo il lutto dipende da come le nostre interazioni online si relazionano a quelle offline ‒ ad esempio, la quantità di tempo dedicato alle une e alle altre. Internet potrebbe cambiare il nostro approccio alla morte, da un punto di vista interattivo e forse anche esperienziale. Lo studio indica due possibili direzioni di questo cambiamento.
La prima riguarda il concetto di desequestering of death, un concetto legato ad Anthony Giddens e al già citato Ariès, dove la morte torna a essere visibile e socialmente condivisa, dopo essere stata “sequestrata” dalla modernità. Le piattaforme social hanno la capacità di rendere accessibile il morire, la morte, il lutto di persone conosciute (e sconosciute). I social network riportano la morte nella quotidianità in una maniera diversa rispetto al secolo scorso. Se i mass media hanno reso il lutto più pubblico, le piattaforme social del Ventunesimo secolo lo rendono immediatamente condivisibile nelle proprie reti sociali. La seconda direzione riguarda la morte sociale, intesa come il deterioramento di interazione sociale e identità individuale, una condizione che spesso aggrava quella già delicatissima di morente; la tecnologia digitale, incluso Internet, può contribuire a contrastarla.
Con la dovuta prudenza, è possibile immaginare il cyberspazio come un nuovo medium per conversare con i morti, attribuendo a ciò che di loro permane un valore sia sociale che privato. Gli autori dello studio ammettevano anche la velocità con la quale internet si stava trasformando, e la difficoltà che avrebbero avuto i tanatologi a tenere il passo, invitando a studi futuri ancora più dettagliati e centrati del loro. Invito accettato: studi recenti prendono in analisi come algoritmi e IA trasformano il lutto in contenuti digitali e i problemi etici che ne conseguono; la creazione di “fantasmi digitali” che popolano aldilà digitali mediati dall’intelligenza artificiale; l’utilizzo dell’IA generativa per costruire repliche private di defunti, figure che incorporano ricordi autentici e aspettative personali.
Con la dovuta prudenza, è possibile immaginare il cyberspazio come un nuovo medium per conversare con i morti, attribuendo a ciò che di loro rimane un valore sia sociale che privato.Mia zia è morta nel letto di casa sua, dopo una battaglia lunga e dolorosa con una malattia incurabile. Quando ero in Erasmus era già malata e mi scriveva. Man mano che la malattia le levava le forze, le mail si facevano più brevi, per diventare solo messaggi inoltrati. All’epoca pochissimi dei miei amici usavano i social media, e lei, che aveva trentasei anni più di me, per nulla. Le mail inoltrate erano perlopiù catene di Sant’Antonio a tema antiberlusconiano. Poco prima che mia zia scegliesse di concludere la sua esistenza, alle sue condizioni, si sono interrotte pure le catene inoltrate.
Pragmatismo del dolore
Il lutto di mia zia è stato il primo della mia vita adulta. Non ho dovuto processarlo solo emotivamente, ma ho vissuto ‒ almeno di riflesso ‒ le implicazioni pragmatiche della scomparsa di una persona. Quando muore una persona c’è una lunga lista di cose da fare, meno affascinanti, immagino, di quelle suggerite da guide di culture più antiche. Tra le varie cose, bisogna chiamare il medico, denunciare la morte al comune entro 24 ore, contattare un’impresa funebre, organizzare il funerale, curare i dettagli di tumulazione o cremazione, ordinare i fiori, pubblicare necrologi. Tutto questo ha un costo, nell’ordine delle migliaia di euro anche quando si spende poco. Due sintomi dell’elevata spesa: nel caso in cui il defunto sia indigente, non abbia parenti in grado di sostenere le spese, o sia stato abbandonato, il comune di residenza si fa carico del funerale; le spese funebri sono detraibili ai fini IRPEF (19% nel modello 730) per chiunque le sostenga, a prescindere dal vincolo di parentela.
Dove c’è qualcosa da pagare c’è qualcuno che ci guadagna, nel reale come nel digitale; tutto ciò che stiamo prendendo in analisi avviene nel disegno del capitalismo globale.
Abbiamo esempi nostrani di agenzie funebri che promuovono i loro servizi fisici a colpi di meme e qualche posizionamento politico; ma ci sono agenzie oltreatlantiche che offrono servizi specificamente virtuali, come i complessi servizi di gestione dell’eredità digitale offerti dalla Funeral Consumer Alliance statunitense.
Oggi a trarre profitto dalla morte online sono principalmente le grandi piattaforme social, i servizi di memoriali online, e le aziende tradizionalmente offline che si ibridano con il digitale.Capire chi trae maggiore profitto dalla morte online è un buon terreno di indagine. Si individuano tre grandi attori, che definiscono aree di influenza e di guadagno. Le grandi piattaforme social, in particolare Instagram e Facebook (con TikTok e YouTube in crescita), non sono di per sé dedicate alla morte, ma creano enormi profitti dalle attività memoriali: tributi, anniversari, condivisione di profili e post di necrologio. Le persone passano più tempo sulla piattaforma e interagiscono con più pubblicità. Non a caso, Facebook offre la possibilità di un profilo commemorativo e Meta ha brevettato una IA capace di simulare un utente assente o deceduto, continuando a postare, commentare e rispondere ai messaggi.
Una seconda area riguarda le piattaforme di memoriali online, cioè esclusivamente riservate al lutto e alla commemorazione online. Legacy.com è una delle più grandi reti di necrologi a livello globale. Collabora con giornali e imprese funebri, ha 676 dipendenti e un fatturato stimato di circa 100 milioni di dollari annui. Il modello di ricavi include necrologi a pagamento e pubblicità nei registri delle condoglianze.
Taffo fa parte della terza area, cioè aziende tradizionalmente offline che si ibridano con il digitale. La statunitense SCI, il più grande operatore funebre al mondo, quotato in borsa, offre necrologi online e funerali in streaming. I ricavi arrivano principalmente dai servizi tradizionali (funerali, cimiteri), gli strumenti digitali servono soprattutto ad aumentare le vendite e il coinvolgimento dei possibili utenti.
Chiudere in bellezza
La morte gestita da strumenti algoritmici a fini di lucro non sembra offrire una prospettiva rassicurante per un ritorno al suo valore familiare e collettivo, in cui sia intesa come processo e non come termine; e in cui il morente non viva isolato e nascosto ma ancora partecipe della collettività. Questa, però, è solo una delle possibili letture del fenomeno. Ce n’è almeno un’altra, più emotiva, che mi ha accompagnato in tutta la scrittura di questo articolo. Tutti ‒ un tutti che va oltre la nostra specie ‒ diventiamo silenziosi davanti alla morte di un caro. Ce ne rattristiamo. Ne portiamo e ne cerchiamo e ne incontriamo il ricordo. Questo legame universale impone un’attenta riflessione su chi rendiamo proprietari delle nostre memorie.
Le tombe di re, nobili e persone note del passato sono oggi beni culturali e attrazioni turistiche, e in quanto tali tutelate e mantenute da secoli. Lo stesso non vale per i luoghi dove riposava la grandissima maggioranza dei loro contemporanei.Le nostre tracce digitali vivono in server. Questi server hanno dei padroni. Ciò pone problemi evidenti e immediati di privacy e sfruttamento economico, insieme a un rischio più grave e sottovalutato: che quei server cessino di esistere, e con essi ciò che vi abbiamo depositato. La memoria digitale non è eterna. Non è ancora dato sapere se sia soggetta allo stesso decadimento delle tombe di famiglia abbandonate nei cimiteri monumentali; ma strutturalmente parlando, non è eterna. L’esito della sua decadenza sarà regolato sia da parametri materiali, cioè la vita dei server, sia da elementi tecnologici e culturali, per esempio il realizzarsi della dead internet theory, che ipotizza una rete dove bot e profili autogenerati di user defunti parlano esclusivamente tra loro, mutando per sempre la lettura dell’epigrafe digitale.
C’è un ulteriore dato storico da tenere in considerazione: le tombe di re e nobili del passato (e le tombe di Garibaldi e di Mussolini, e pure quelle di qualche poeta, artista o filosofo) sono oggi beni culturali e attrazioni turistiche, e in quanto tali sono tutelate e mantenute da secoli. Non si può dire lo stesso dei luoghi dove riposava la grandissima maggioranza dei loro contemporanei. Il digitale non ripristina la morte medievale descritta da Ariès. Ha però riaperto lo spazio pubblico del lutto, segnando una nuova fase della storia della morte. Una morte connessa, ma non del tutto integrata al vissuto fisico. La morte e il morente rimangono mediati; il defunto, qualora perdurasse la sua presenza digitale, si trova in un limbo, né completamente assente né pienamente presente.
La morte è un avvenimento unico e strettamente personale, per chi la vive in prima persona, come per noi che restiamo. Da quando la mia amica mi ha mandato i suoi ultimi due messaggi, su Telegram, ho perso il cellulare. Non avevo il backup. Ho perso anche le nostre chat. Tutte, compresa l’ultima.