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ll’alba degli anni Novanta, quando la Iugoslavia cominciò a disintegrarsi nell’esplosione di sanguinosi conflitti tra etnie fin lì vissute in pace, si disse che la violenza di quelle guerre fosse il frutto di un odio che da secoli covava, all’ombra di una quiete apparente sorvegliata da monasteri ortodossi e chiese cattoliche, moschee e sinagoghe e garantita dal regime comunista del maresciallo Tito, scomparso nel 1980. E tanto più si invocò quell’odio antico, custodito in segreto da generazioni, per spiegare le atrocità che segnarono la più feroce di quelle guerre, nella Bosnia-Erzegovina, teatro dell’ultimo genocidio del Novecento e del ritorno in Europa dei campi di concentramento.
Per capire che cosa accadde allora e che cosa oggi resta, ecco un libro: Nessun’altra casa. Memorie lungo la Drina trent’anni dopo Srebrenica (2025), di Gabriele Santoro. A un trentennio dalla firma degli accordi di Dayton che, nel novembre 1995, posero fine ai massacri, costruendo una precaria architettura istituzionale, Santoro ha ripercorso la valle della Drina, terra di confine tra Serbia e Bosnia, per tornare a riflettere sulle ragioni della guerra, su vittime e sopravvissuti, intrecciando il racconto all’analisi puntuale dell’oggi. Scandito in tre blocchi – Storie, Paesaggi, Riflessi –, costruito secondo “un ordine poroso”, che consente al lettore di entrare e uscire liberamente dai capitoli, muovendosi con agilità dentro il testo, Nessun’altra casa vuol essere “un mosaico”, non “un racconto totale” ma “una costellazione” che dia conto di più punti di vista.
Il perno intorno al quale tutto ruota è la città di Srebrenica, teatro – appunto – dell’unico genocidio in Europa del dopoguerra, certificato dalla Corte penale internazionale per i crimini di guerra (8.372 uomini uccisi, tra i 14 e i 76 anni, solo perché bosgnacchi). La tragica parabola della città, da prospero centro della Iugoslavia del maresciallo Tito a luogo svuotato dei suoi abitanti, che “vive di elemosina” ‒ una parabola compiuta nell’arco breve dei primi anni Novanta, con l’irrompere dell’armata del generale serbo-bosniaco Ratko Mladić ‒, è “la storia più complessa che l’ultimo scorcio del Novecento ci abbia consegnato”. Ed è la dimostrazione che “la guerra resta un’apocalisse. L’orologio si cristallizza nell’ora del crimine compiuto o subìto. Non è scontato che le lancette possano rimettersi in movimento”.
La tragica parabola di Srebrenica è la dimostrazione che “la guerra resta un’apocalisse. L’orologio si cristallizza nell’ora del crimine compiuto o subìto. Non è scontato che le lancette possano rimettersi in movimento”.
È una storia di ieri che parla dell’oggi. Perché quando si legge dei 20.000 “sacchi non individuali” ammassati a Tuzla nel deposito del Podrinje Identification Center (il Centro di identificazione delle persone scomparse), il pensiero corre ai sacchi neri che contengono i resti delle vittime della repressione in Iran. Quando Santoro scrive delle menzogne della propaganda e del controllo politico-militare sull’informazione che accesero e incendiarono le ostilità interetniche, è difficile non ricordare la formula truffaldina dell’“operazione militare speciale” evocata da Putin per mascherare l’invasione dell’Ucraina. Ed è impossibile leggere delle vittime del genocidio gettate nelle fosse comuni, dei corpi a volte smembrati e seminati in luoghi diversi per rendere impossibili i riconoscimenti, senza pensare allo scempio delle vite dei palestinesi a Gaza.
Così, trent’anni dopo, la storia delle guerre balcaniche appare come una lancinante profezia che nessuno si impegnò a decifrare. E se oggi si ragiona dell’irresistibile declino dell’ONU nello sconquasso del vecchio assetto geopolitico del pianeta, è bene ricordare che da tempo sulle pareti della base di Potočari, dove nel luglio 1995 i civili bosgnacchi, donne, uomini, bambini in fuga dalle armate serbo-bosniache del generale Mladić cercarono inutilmente la protezione dei militari olandesi dell’ONU, si legge la scritta: “UN = United Nothing”. E nessuno potrà mai convincere i sopravvissuti a quelle stragi che l’Europa, nei loro confronti, non compì “un tradimento”, voltando le spalle.
Col rigore del giornalista d’inchiesta Santoro ricostruisce tempi e luoghi della guerra, elenca il numero dei morti e degli scomparsi, i processi e le condanne, ma è con la sensibilità dello scrittore – dell’“esperto di umanità”, per usare le parole del cardinale Matteo Maria Zuppi nella prefazione al volume – che l’autore ascolta e restituisce le storie di chi è rimasto o è tornato in quella Srebrenica che oggi appare come “una città dei morti”.
Dieci storie, di uomini e donne di tre generazioni, l’una diversa dall’altra, ma tutte accomunate dall’aver attraversato l’atrocità della guerra senza lasciarsi contagiare dall’odio, anzi badando a restarne immuni. Anche quando, come accade a Muhamed Avdić, a guerra conclusa, incontra l’uomo che ha consegnato suo padre ai carnefici e che riesce solo a balbettare l’eterno alibi dei complici: “Ho fatto come mi è stato ordinato”. Orgoglioso di un padre che dal 1993 non ha più rivisto e del quale ha inutilmente cercato il cadavere, Avdić dice a Gabriele Santoro: “Lui scelse di non prendere le armi contro chi viveva nel suo stesso palazzo. Ha fatto da scudo al proprio vicino di casa. Non ha mai usato un linguaggio di odio”, scegliendo così, a differenza dei suoi assassini, “a quale umanità appartenere”.
Trent’anni dopo, la storia delle guerre balcaniche appare come una lancinante profezia che nessuno si impegnò a decifrare.
L’intuizione più profonda del libro è che l’odio sia una costruzione politica. Scrive Santoro: “Il rinfocolamento dell’odio etnico celava interessi di natura politica, economica, territoriale e militare ben più sostanziali e decisivi nell’architettura della guerra”. E lascia la parola a uno scrittore, uno dei maggiori della letteratura balcanica contemporanea, Miljenko Jergović, che propone una lettura perturbante delle “piccole guerre balcaniche, che insieme componevano un unico grande conflitto – in cui i serbi avevano combattuto contro bosgnacchi e croati, i bosgnacchi contro serbi, croati e altri bosgnacchi, i croati inizialmente accanto ai bosgnacchi contro i serbi, poi alleati con i serbi contro i bosgnacchi e infine di nuovo con i bosgnacchi contro i serbi”, in luoghi in cui “fino allo scoppio della guerra, i figli di coloro che avrebbero commesso il genocidio si innamoravano dei figli di coloro che ne sarebbero diventate le vittime. E i bambini che nascevano erano il frutto del loro amore reciproco”.
Un conflitto identico – è la tesi apparentemente paradossale di Jergović – potrebbe scoppiare anche nel più pacifico villaggio svizzero: “Non appena le leggi smettono di valere e una parte della comunità riceve le armi, mentre l’altra resta disarmata, si creano le condizioni per lo scoppio di una guerra sanguinosa”. A riprova della sua tesi, Jergović cita un fatto: “Oggi Srebrenica è un luogo triste e terribile” che, però, “ogni sera si addormenta e ogni mattina si risveglia senza che a nessuno venga in mente di andare a massacrare o sgozzare i vicini”.
Rileggendo quel che è accaduto, la lezione che Santoro ne trae è che la guerra non può “essere una soluzione” perché “schiude solo altri abissi”. Anche perché, per i sopravvissuti, il conflitto “non finisce dopo l’ultima bomba. Il secondo tempo comincia quando si spengono le luci sulle macerie. Il trauma della violenza, che scava in profondità, si tramanda tra le generazioni e in ognuno è difficile decifrare che cosa possa diventare”. Percorso da questa inquietudine, il libro affronta i difficili nodi del presente, in una Bosnia impoverita che gli accordi di Dayton hanno condannato a essere come “un’orchestra con tre direttori”, dove la presidenza tripartita tra serbo-bosniaci, croati e bosgnacchi governa un Paese di 4 milioni di abitanti con la proliferazione incontrollata del sistema partitico. Un Paese ancora senza verità – o con “tre mezze verità: serba, croata e bosgnacca” ‒ dove può pure accadere che i criminali di guerra, da una parte e dall’altra, siano celebrati come eroi e vivano liberi e sereni, sfiorando quotidianamente le donne che hanno stuprato o gli orfani, ormai cresciuti, numerosi in un Paese dove la generazione dei padri è stata sterminata.
Rileggendo quel che è accaduto, la lezione che Santoro ne trae è che la guerra non può “essere una soluzione” perché “schiude solo altri abissi”.
La scuola è forse il luogo dove con maggior evidenza si manifesta l’assenza di una visione del futuro e, in qualche modo, si assiste alla custodia dell’odio, sotto la supervisione di ben “dodici responsabili dell’Istruzione” (un ministro per la Repubblica serba di Bosnia, dieci, uno per cantone, della Federazione di Bosnia-Erzegovina, uno per il Distretto governativo di Brčko): “Esiste una parte condivisa dei programmi, ma le materie considerate calde, che interrogano e plasmano l’identità della coscienza nazionale e culturale, come storia, lingua, geografia e letteratura sono sottoposte alla divisione etnica”. E, naturalmente, le guerre jugoslave degli anni Novanta sono “fuori dai programmi di studio o raccontate da una sola prospettiva”.
Questo libro offre una modalità di ascolto del dolore delle persone che non è comune riscontrare. E non è una storia a lieto fine quella che Nessun’altra casa racconta: “Ancora oggi i famigliari delle vittime continuano a sperare che da un momento all’altro arrivi l’espiazione delle persone che hanno commesso crimini che tuttora non ammettono. L’assenza di un riconoscimento reciproco è l’anello mancante del dopoguerra”, constata con amarezza il cardinale Zuppi.
Nel buio del presente, Gabriele Santoro indica le poche luci che si accendono. Per esempio, la scuola di rock di Mostar – la città del celeberrimo ponte, lo Stari Most, dove “Oriente e Occidente si stringevano la mano”, meraviglia dell’architettura ottomana, distrutto nel novembre 1993, oggi ricostruito ‒, unica scuola dove le etnie si mescolano liberamente e celebrano festose amicizie. O il Sarajevo Film Festival, diventato un appuntamento di rilievo internazionale nella città che fu vittima del più feroce e lungo assedio della storia contemporanea (dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996) e subì lo sfregio dell’incendio di una biblioteca che custodiva un milione e mezzo di libri, “patrimonio materiale e immateriale condiviso della Bosnia”.
Sarajevo è una tappa del viaggio di Santoro. Qui incontra tre donne: Nirha Efendić, ricercatrice che, in un progetto di storia orale, ha raccolto le voci dell’Associazione della Madri di Srebrenica; Adisa Bašić, oggi poeta e saggista, che negli anni dell’assedio, adolescente, sfidava i cecchini pur di frequentare un cinema nascosto in un seminterrato; Amila Kahrović-Posavljak, scrittrice pluripremiata, che ha dedicato il suo ultimo libro agli stupri di guerra e che grazie ai lettori, talvolta più coraggiosi degli editori, è arrivato fino a Belgrado. Sono tre storie di resistenza e di rinascita.
“Le storie – scrive Santoro – servono a questo: a unire il passato e il futuro”. Un futuro, se possibile, senza odio.