L a Sicilia mangiata dal mare, uno spettacolo che non può lasciare indifferenti. Come pure, qualche anno fa, l’Emilia sotto l’acqua. La Liguria spazzata dai tifoni, e più ancora, allargando lo sguardo, le inondazioni che ormai si registrano un po’ ovunque, il caldo torrido, i freddi gelidi, le nevicate esagerate e le piogge torrenziali, che affogano la terra essiccata da mesi di siccità. La geografia della crisi climatica sta acquisendo terreno un po’ ovunque, modificando gli equilibri ambientali, certo, ma anche sociali. Soprattutto perché, se fino a poco tempo fa ‒ una decina di anni e poco più ‒ si credeva che fosse ancora possibile ignorarla, oggi la sua presenza è troppo centrale per farlo. Al punto che persino quelle correnti politiche più conservatrici e storicamente meno propense a considerarla ora non riescono a fare a meno di parlarne, inserendola come voce nella corsa elettorale.
Anzi, stiamo addirittura assistendo a una modifica radicale della tematica ecologista: non è più una questione progressista, minoritaria e naïf, ma una nuova nicchia di mercato politico da cui anche le utradestre vogliono attingere. Ecofascismo è un termine coniato negli ultimi vent’anni che rimanda in modi diversi all’adesione tra le ideologie autoritarie e la proposta di tutela dello stato dell’ambiente. Negli ultimi anni la loro presenza si è fatta più incisiva, recuperando le tradizioni già presenti nel nazismo (in cui la fusione tra preoccupazione per l’ambiente e razzismo era massimizzata dalla concettualizzazione della purezza del territorio e della popolazione) e inserendole nell’economia di mercato.
L’ecofascismo contemporaneo è completamente liberale: incentrato sull’incentivo di flussi economici e drenaggi di risorse grazie all’economia bellica, attribuisce tutta la responsabilità dell’inquinamento alle popolazioni dei Paesi periferizzati, definiti Sud del mondo, e all’immigrazione che origina da quei territori. Infatti, nell’economia di guerra, l’ambiente è una voce sacrificabile, quasi una nota a margine. E non solo perché il comparto bellico inquina nella produzione, ed è infatti responsabile di circa il 5,5% delle emissioni GHG, ma anche perché qualsiasi prodotto da esso generato ha come scopo la distruzione. Si vede ad esempio nelle previsioni disastrose sulle ricostruzioni. Come a Gaza dove, tra i tempi di rimozione delle 50.000 tonnella di macerie, stimati intorno ai 15 anni, e i costi esorbitanti per farlo ‒ stimati intorno ai 53 miliardi di dollari ‒, quasi si perde la dimensione di come l’impatto di bombardamenti e distruzione di edifici, flora e uccisione di animali non umani possa aver compromesso la vivibilità dell’ambiente.
Nel pensiero ecofascista, il volume della storia è molto breve, pensato per connettere fatti in maniera inversa (secondo questo pensiero, l’immigrazione non è conseguenza ma causa del depauperamento ambientale) e, soprattutto, per farlo in una parentesi temporale da cui sono espulsi i processi storici. L’ecofascismo, anche nelle sue forme più criptiche, quindi non dichiarate come tali, si modella proprio su questa distribuzione iniqua sia delle pseudocause sia delle soluzioni. E infatti ripete spesso proposte neomalthusiane, secondo le quali l’unico modo per ridurre il degrado dell’ambiente sarebbe il controllo della popolazione. Un controllo ipotizzato in maniera selettiva, che colpisce direttamente alcuni Paesi che non solo sono popolosi, ma anche potenziali concorrenti nel predominio economico occidentale. Il problema viene infatti identificato con Stati come Cina e India, della cui popolazione l’ecofascismo desidera una drammatica riduzione.
Persino quelle correnti politiche più conservatrici e storicamente meno propense a considerare la crisi climatica ora non riescono a fare a meno di parlarne, inserendola come voce nella corsa elettorale.
Già nelle sue prime espressioni novecentesche l’ecofascismo lega in maniera indissolubile natura e identità nazionale. Nella prospettiva dei fascismi ambientali ‒ e dei loro affini ‒ l’ambiente è un concetto limitato, afferente a uno spazio chiuso e scisso da tutto il resto, a sua volta suddiviso in vari “ambienti” in funzione del tipo di autorità a cui sono sottoposti. L’adesione tra ambiente e territorio dello Stato è assolutizzata, voluta proprio per corroborare il presupposto sostanziale degli ecofascismi e cioè che la maggior minaccia per l’ambiente è “l’esterno”. Prima di compiere la sparatoria a Christchurch, Brenton Tarrant pubblicò un manifesto online in cui faceva riferimento diretto all’ecofascismo, esprimendo l’idea che cultura e razzializzazione siano equipollenti, che la cultura sia proprietaria degli ambienti e che, perciò, l’azione contro una presenza culturale “differente” sia da considerarsi legittima. L’attentato ecofascista e suprematista contro la moschea di Christchurch di Brenton ha portato alla morte di 51 persone.
Perciò, mentre i poteri egemoni continuano a invadere con attività estrattive e predatorie, nella retorica ecofascista tutto ciò che non è Occidente bianco viene descritto come minaccia attiva. Il processo di alterizzazione, di costruzione dell’altro, si lega all’attaccamento ambientale, all’identificazione e costruzione di una popolazione interna minacciata da un’aggressione esterna che, perciò, è considerata anche una minaccia all’ambiente. Nel ricircolo delle idee, infatti, ogni prospettiva autoritaria, avvicinandosi esteticamente ad alcune cause sociali, cerca di rendersi più appetibile e anzi, di proiettare un’immagine di cura e sicurezza agli occhi della popolazione considerata interna. Una modalità affine a quella femonazionalista, che usa i corpi delle donne come corpi della nazione, alimenta la xenofobia fingendo che la violenza di genere sia un problema legato alla migrazione e spinge perciò verso politiche di espulsione ostentando di agire nel nome delle donne. O di chi, nella prospettiva biologista, bianca e binaria viene considerata tale.
Il Mediterraneo è l’ambiente simbolo di queste derive. Un ambiente sempre più ferito dalla crisi climatica, uno spazio militarizzato e turisticizzato, ma al contempo abbandonato, in cui le soggettività in transito vengono lasciate morire nel nome della protezione di una comunità interna. L’ecofascismo, infatti, interrompe sul nascere le relazioni. La connessione e la solidarietà sono indicate come il nemico sostanziale dell’autorità e, perciò, vengono presentate come lesive di ambiente e autonomia. Infatti, l’esterno è lo spazio che contiene anche la potenziale concorrenza ‒ di potere ‒ che deve essere rimossa preservando sia il sistema degli Stati-nazione, sia quello del capitalismo.
L’ecofascismo lega in maniera indissolubile natura e identità nazionale.
Un tratto non secondario dell’ecofascismo è che può essere criptato e mutuato. Non solo da chi il fascista fa ma non si dichiarerebbe mai tale, dai gruppi di estrema destra alle fazioni più immediatamente ascrivibili a quella espressione politica, ma anche da altri poli politici. Le sinistre liberali, ad esempio, hanno e continuano ad approcciarsi alla crisi climatica con modalità decisamente affini, proprio perché non escono dalla cornice del capitalismo. Invece di contrastarlo lo promuovono, finendo così per pavimentare l’avanzata più reazionaria e mantenere salde le politiche xenofobe.
Il tutto accade in un contesto fosco. Le destre ecofasciste si confrontano, e a volte coincidono, con quelle negazioniste e complottiste, per le quali la crisi climatica non esiste o è un progetto di destabilizzazione politica orchestrato da ignoti poteri forti e sotterranei. Anzi, quelli che potrebbero sembrare poli opposti finiscono con l’essere sfumati a seconda del sentire del momento: ciò che genera profitto elettorale vale più dell’idea in sé. Così la fluidità prende il sopravvento, permettendo convivenze assurde e ossimori. Non a caso, la negazione della crisi viene rivendicata dalle stesse persone che parlano della sovrappopolazione come un problema climatico, le stesse che chiudono i confini cercando di renderli più ermetici possibile mentre si impegnano nell’invasione di altri territori.
È il caso di Marine Le Pen che con la sua idea di “ecologismo patriottico” enfatizza la minaccia ecologica come una rischio per lo Stato innescato dalla migrazione. L’etnonazionalismo trasforma i problemi globali in conflitti tra gruppi separati da confini, e propone come soluzione la chiusura di questi, con annesso controllo serrato sulla popolazione interna. Dal fascismo verde, quindi, non arriva solo la legittimazione all’espulsione, ma anche alle ideologie suprematiste e quindi all’uccisione programmatica, proprio grazie alla costruzione concettuale del corpo invasore da allontanare per proteggere un equilibrio identificato come “naturale”.
Le destre ecofasciste si confrontano, e a volte coincidono, con quelle negazioniste e complottiste, per le quali la crisi climatica non esiste o è un progetto di destabilizzazione politica orchestrato da ignoti poteri forti e sotterranei.
Nel progetto ecologista fascista, infatti, le soggettività non umane non sono contemplate se non come merce e come strumento. Alcune specie vengono elette a specie nazionali, da “difendere”, mentre altre, sono considerate “aliene” e per questo pericolose. Il punto non è tanto la reale interazione tra le specie, quanto la costruzione dell’altro come nemico. Anche perché molte di queste interazioni avvengono come conseguenza di azioni compiute dall’essere umano. Soprattutto nel campo produttivo, che ha da sempre promosso l’importazione forzata di specie messe a reddito. Così, anche lo specismo viene usato in una forma particolarmente xenofoba, che ramifica ulteriormente il senso di nazionalizzazione instillato da questi movimenti che fanno dell’ambiente un territorio ideologico chiuso. La sedimentazione di questa percezione crea un ulteriore bacino estrattivo semantico: dalla furia contro le soggettività non umane non autoctone, si ricava altro materiale per scatenarla contro quelle umane. In un circolo vizioso che, all’atto pratico, ha come unico scopo la stabilizzazione di nuove forme di imperialismo climatico.
L’ecologismo di destra, anzi, finisce con l’essere l’apripista impensabile verso le derive autoritarie ed ecocide. Promuovendo una percezione della crisi come fattore esterno, causato da altri soggetti, statali e individuali, nutre la convinzione che la soluzione sia un ripiegamento interno, una protezione che aderisce totalmente all’idea di Stato-nazione. Il che spinge verso una deriva autarchica, ovvero verso il raggiungimento di una sorta di indipendenza e autonomia paradossalmente agganciata all’economia globale e, quindi, con tutti i vizi di forma che la rendono non un’autosufficienza, ma una gestione centralizzata di risorse il cui accumulo si realizza al di fuori della materialità dello Stato.
L’imperialismo climatico si fonda infatti sull’acquisizione di terre a scopo produttivo ed energivoro. Per realizzarla è necessaria l’estensione dei confini dello Stato, con accordi o acquisizioni, ma anche con interferenze governative o corruzioni di vario tipo. Così, i confini diventano porosi per i flussi che dal “dentro” spingono verso il “fuori” in termini di esercizio di sovranità ‒ politica, militare ed estrattiva ‒, e per quelli dal “fuori” vanno verso il “dentro” che prevedono l’acquisizione e la spesa di risorse, mentre si solidificano in entrambe le direzioni quando si tratta di attraversabilità e diritto.
L’ecologismo di destra finisce con l’essere l’apripista verso le derive autoritarie ed ecocide.
La proposta ecofascista si vede in tutte quelle pianificazioni infrastrutturali che, invece di lavorare con il territorio per dare reale sollievo al sistema ambientale, agiscono su di esso, amministrandolo come se fosse un asset, materiale e retorico. L’impostazione autoritaria si palesa quindi nella repressione del dissenso che si genera alla luce di queste proposte e di questi progetti, con una violenza militarizzata continua, prodotta sia con la repressione fisica sia con quella burocratica e legale, allo scopo di sventrare le possibilità di resistenza delle singole soggettività dissidenti, sottoponendole alla minaccia del carcere, del tribunale e delle spese che qualsiasi difesa legale comporti. A testimonianza di questi inasprimenti concorrono le prese di posizioni sempre più vigorose nei confronti delle persone attiviste per il clima, le cui azioni vengono progressivamente ascritte all’ambito semantico e giuridico del terrorismo.
L’ecofascismo non è solo una prospettiva all’orizzonte ma è già una realtà in molti Paesi. Una manifestazione abbellita da tinte verdi e proposte sostenibili ‒ ovvero che si impegnano a mantenere lo stato delle cose, non certo a cambiarlo ‒ che di fatto hanno pavimentato la strada per nuove estensioni imperialiste, belliche ed ecocide.