L ontano da ogni retorica afferente al tragico e dell’artista come figura maledetta, Giorgio Falco non evade in ogni caso mai la complessità dell’essere artista e della messa in opera di quello che viene definito un atto creativo. Da sempre disallineato da ciò che viene chiamato il mainstream della narrativa italiana contemporanea ‒ che giunge ormai perennemente da oltre un ventennio come un oggetto non solo di minoranza, ma anche minoritario nell’ambizione quanto nella felicità performativa ‒, Giorgio Falco trasforma prima ancora che la lingua, il testo, e nello specifico la forma romanzesca, in un impasto che possa generare sì storie, ma come una macchina mentale che sia fortemente protetta da ogni attacco del mondo artificiale inteso come intelligenza, conformismo e obbligo alla memoria quanto al futuro.
Quella di Falco è da sempre infatti una letteratura tesa tra la memoria e la dimenticanza. Uno sguardo capace di far coesistere una ragione con la sua assenza, perché quello che insegue l’autore fin dal suo esordio nel 2004 con Pausa caffè (Sironi) non è la trama, la costruzione dei personaggi o la presa in carico di una qualche epica, ma la memoria dell’assenza della vita in vita. La crisi è per Falco un’occasione per esistere e dare forma performativamente a una possibilità di sé ulteriore, ed è all’interno di questo movimento che si colloca l’autore con Di ora in ora (2026). La curiosità letteraria di Falco sta tutta negli effetti, nell’elencazione di un prima che porta inevitabilmente in una situazione inedita, dentro alla quale poter cogliere l’ultimo spazio possibile di senso. Si muove conscio della propria cecità che arriva con Di ora in ora anche a perdere il controcanto usuale delle fotografie di Sabina Ragucci, che qui lo ritrae in copertina preso di spalle (o alle spalle) in una sfocatura che sembra voler offrire con il movimento della mano destra la cancellazione della nuca là dove il viso è già totalmente impenetrabile.
Quella di Falco è da sempre infatti una letteratura tesa tra la memoria e la dimenticanza. Uno sguardo capace di far coesistere una ragione con la sua assenza, perché quello che insegue l’autore non è la trama, la costruzione dei personaggi o la presa in carico di una qualche epica, ma la memoria dell’assenza della vita in vita.
In ogni pagina, ma direi in ogni riga di Giorgio Falco, prende corpo un’idea profonda ed etica dell’infanzia del sé e del mondo, dentro alla quale si sviluppa la memoria come un accadimento capace di ruotare al passato quanto al futuro. Un fare letteratura tanto fuori moda da apparire urgente e sensato e soprattutto alternativo a ogni pesantezza e obbligo imposto dalla memoria: “Ah che bella la franchezza dei diari, i diari grazie ai quali evitiamo di lottare contro le memorie: la memoria dei fatti avvenuti, la memoria presente nella scrittura”.
Falco, camminando e pensando, lavorando e cercando (una casa e una prospettiva) prova a darsi una possibilità che sia di salvezza, ma anche di fuga. Una fuga che vive di per sé al di là della destinazione, perché proprio nella fuga a contare è il punto di partenza ben più del punto di arrivo. Sapere chi non si è non aiuta certo a sapere chi si è, ma aiuta a distinguere, a cogliere sfumature e differenze. E forse a riconoscere una vocazione e il suo significato. Quella di Falco è una perlustrazione attenta sulla forma dell’essere artista in una società che nega spazi di umanità e di comprensione e che nella sua mediocrità e nel suo strazio mette in scena però un’imprevista tenerezza, subito colta da Falco, seppur con il disincanto di chi porta su di sé una fatica assurda e difficilmente riconoscibile da un mondo così impegnato a far battaglia in nome della propria presunta giustezza (come una distorsione della giustizia): “Preparare caffè, cappuccini, l’acqua calda per il tè, tagliare fette di limone; parlare di calcio e di vacanze con i clienti e le clienti, ma in modo sbrigativo; non parlare di cinema, tantomeno di letteratura, e mai, mai, mai alludere alla propria arte, sarebbe l’errore più grave”.
Quella di Falco è una perlustrazione attenta sulla forma dell’essere artista in una società che nega spazi di umanità e di comprensione e che nella sua mediocrità e nel suo strazio mette in scena però un’imprevista tenerezza.
È di quello che resta del popolare che si occupano le sue pagine: dei margini e delle ferite, degli strappi e delle solitudini.