T
ra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, i marinai genovesi che attraccano al porto di Massaua, vengono accolti da scaricatori eritrei: ombre longilinee, zigomi affilati, teste che scintillano di salsedine e sudore. Tra i vapori e il clangore del cantiere navale, le loro voci si confondono con quelle degli occupanti italiani, in particolare quando spira il khamsin, il vento torrido che infuoca cielo e terra. Nelle orecchie dei genovesi rimbalza frequentemente una parola, annunciata con un’aspra acca: “Habibi”, “Amato”. È il nome di battesimo più comune nel porto di Massaua e alla lunga, per i marinai Italiani ogni eritreo diventa “Gabibbu”, l’adattamento dialettale, in salsa zeneize, della patronimica locale.
Poi, come accadde con i Mao-Mao in Kenya, i ribelli anticolonialisti, e i Baluba in Congo, “Gabibbu” divenne un modo come un altro per appellare l’inciviltà, l’orda scalmanata. Uno di quei modi in cui nelle città del Nord Italia si insultava il “terrone”, e che nel Meridione, invece distingue i dabbene dagli altri, gli ineducati, gli ultimi. Dentro questa catena concettuale deformata, razzista, paternalista e classista, è nato il Gabibbo televisivo: la sagoma fallica scarlatta, tutta bocca e senza orecchie, creata da Antonio Ricci e animata dal mimo Gero Caldarelli e dall’autore genovese Lorenzo Beccati, che per dargli voce si ispirò a un ex galeotto e alla marmaglia genovese.
Al pari delle maschere della commedia dell’arte, il Gabibbo è sia uno stereotipo sia la sua parodia. Una particolare forma di Arlecchino postindustriale, un servo che non ride più del padrone ma di sé stesso. Con la scomparsa della familiarità dei dialetti italiani, il genovese del Gabibbo è diventato un grammelot barbaro: “besugo”, in luogo di scemo e “Buonasera belandi!” per appellare i “cazzoni”, parole non-parole che come ritornelli, si agitano negli anfratti nell’inconscio degli italiani. Il grosso peluche rosso, infiammato, è un glande parlante a misura d’uomo, con una gola nera e profonda, gemella dell’abisso, una bocca che eiacula dissenso ma non ascolta. Dentro il Gabibbo c’è il telespettatore indignato di Striscia la notizia, l’italiano del disimpegno, del tutto ignaro di ridere di sé stesso, mentre viene rappresentato come un “cazzone parlante”.
Al pari delle maschere della commedia dell’arte, il Gabibbo è sia uno stereotipo sia la sua parodia. Una particolare forma di Arlecchino postindustriale, un servo che non ride più del padrone ma di sé stesso.
Il Gabibbo è sempre pronto a imbufalirsi, come il suo pubblico comodamente assiso sul divano. Lancia strali e maledizioni quando vede gli sbandati, accampati nei pressi delle stazioni ferroviarie, o quando il politico si rivela un ignorante qualsiasi, incapace di rispondere a un quizzone di cultura generale, mentre esce sovrappensiero da palazzo Chigi. Deride i ritocchi dei famosi, li chiama mostri, commenta sarcastico vecchi filmati anni Ottanta-Novanta, tragedie domestiche, come una festeggiata che prende fuoco soffiando sulle candeline, scherzi di cattivo gusto, ma anche veri e propri incidenti. Il Gabibbo, che ha letto
La poetica di
Aristotele o
Il nome della rosa, ride di tutto, basta un effetto sonoro
cartoonesco, e anche il paese che va in fiamme diventa occasione di acido giubilo.
Nel 2015, dopo aver scatenato una bufera mediatica per aver rivelato in anticipo il vincitore di Masterchef Italia, a Renato Franco su Il Corriere della sera, che gli faceva notare la sua gemellarità con il Gabibbo, Antonio Ricci rispose: “No, il Gabibbo è un essere abietto, è il populista più schifoso, un pupazzo ignobile”. Ricci si autodenuncia per aver creato non un mostro per il pubblico ma un pubblico mostruoso, entità che aristocraticamente non nasconde di disprezzare. Il Gabibbo non è la voce del popolo, ma la sua caricatura, è una figura del disprezzo, che il suo creatore rivendica come abiezione catalizzatrice di successo.
Poco prima, rivendicando l’essenza provocatoria di Striscia, Ricci aveva sintetizzato così il nocciolo del TG satirico lanciato nel 1988 su Italia Uno: “Striscia vive sul dubbio e sul due: due conduttori, due veline, un solo Gabibbo, che è un assolutista”. La coppia comica e la coppia erotica gravitano attorno al Re Sole dell’infointament italiano: il pubblico della TV commerciale. Le due coppie devono dare l’illusione di un dialogo, sono le maschere dei conduttori e la parodia delle donne suppellettili della TV italiana, che il Gabibbo come tutti noi guarda, ma che allo stesso vive dall’interno. Il Gabibbo vive di opposizioni ma non le comprende davvero: maschile e femminile, serio e faceto, giornalismo e spettacolo. Gli piace fare credere che tra questi poli esista un equilibrio, ma in realtà ciò che lo interessa è soltanto il movimento che li collega, il ritmo stesso della contraddizione. È un personaggio affamato di stimoli, di velocità, di pubblicità: vuole che tutto accada in fretta, che ogni cosa diventi superficie brillante, slogan, battuta.
In questo gioco di riflessi, Striscia la notizia e il suo pupazzo rosso hanno funzionato come uno specchio in cui il pubblico ha potuto guardarsi, parlarsi e applaudire sé stesso, senza più bisogno di un vero contraddittorio. Antonio Ricci ha colto perfettamente la formula: ha fuso le due forze cardinali della televisione italiana ‒ il giornalismo, maschile e autoritario, e lo spettacolo, femminile e seduttivo ‒ in un unico corpo ibrido, quello del Gabibbo. In lui le polarità non si risolvono, ma si abbracciano fino a confondersi: Striscia diventa così un esperimento di congiunzione degli opposti, dove la massa indistinta del pubblico si riconosce nel corpo plebiscitario del suo stesso buffone.
Antonio Ricci ha colto perfettamente la formula: ha fuso le due forze cardinali della televisione italiana ‒ il giornalismo, maschile e autoritario, e lo spettacolo, femminile e seduttivo ‒ in un unico corpo ibrido, quello del Gabibbo.
Striscia ci dice che la pluralità nella televisione è illusoria, i giornalisti non sono veri giornalisti, ma uomini di spettacolo. La traccia di ciò sono proprio le veline, le donne che ballano e non parlano, ninfette che ricordano allo spettatore che ciò che sta vedendo è avanspettacolo ridotto a stacchetto, così come il giornalismo è solo fabbrica di titoli, persino industria della notizia. Dietro tutto ciò esiste una sola voce autoriale, un solo e trino centro autoritario: Ricci/Gabibbo/spettatore. L’Italia della seconda Repubblica è ormai materiale di archivio, il politico, la celebrità e l’uomo comune stanno tutti insieme, “vicini, vicini”, ricoperti da una melassa di battute,
claim populisti e balletti, tutto questo mentre fuori “c’è la morte”. Ricci sa di aver dato forma all’oscenità italiana e se ne vergogna quanto se ne compiace. Come ha ben intravisto il giornalista del
Corriere, il Gabibbo è il doppio oscuro del suo creatore e della sua TV, maschera non popolare ma
popolaresca, satira dei potenti contro i subalterni, divisi in bravi e cattivi cittadini, aizzati l’uno contro l’altro, ignobili numeri validi solo come
audience.
Tra gli anni Novanta e i primi Duemila, i figli e i nipoti di Alberto Manzi, il conduttore Rai che aveva insegnato l’italiano agli italiani, vogliono entrare nello schermo e Ricci è lì pronto ad aprire le giuste porte. Non siamo al cospetto del telespettatore ossequioso della quarta parete, perché l’italiano-Gabibbo “chiama” Striscia, le permette di sostituirsi alla politica locale, diventando egli stesso giustiziere da fumetto. Davanti al Gabibbo siamo davanti alle macerie dei figli, i nostri padri. Il pubblico generalista dell’access prime time durante l’epoca d’oro di Striscia la notizia è molto simile a quello che oggi affolla i threads su X o le live su TikTok. Una folla di Gabibbi opinionisti che come guelfi e ghibellini si scontrano ogni sera sui fronti di guerra e complicità tra i due poteri universali dell’era analogica: il servizio pubblico e la televisione sfacciata di Silvio Berlusconi.
Guardare l’uno o l’altro canale fa la differenza e sebbene il bacino di coloro che la TV non la guardano affatto inizi ad aumentare, almeno fino alla frammentazione causata dall’arrivo della pay TV e poi dei canali digitali, i palinsesti televisivi sono stati uno spazio di dibattito virtuale. Un dibattito che è però eterodiretto, da scienziati della comunicazione, situazionisti di sistema che iniziano a manipolare l’immaginario collettivo italiano. Il Maurizio Costanzo Show, la prima edizione del Grande Fratello, quiz come Affari tuoi e Chi vuole essere milionario: la gente comune invade lo schermo, prende finalmente possesso ufficiale del medium, finendo per confondersi con esso.
Il trickster di Ricci è un briccone disimpegnato, ha un’inclinazione nel disfare il suo stesso fare, critica la sua stessa critica, proponendosi come un sabotatore di superficie, un briccone che non sovverte se non sé stesso.
La posizione di
Striscia nel palinsesto è di per sé liminale, di confine: dopo il telegiornale ma prima del film o del programma in prima serata. Liminalità da cui emerge l’archetipo del Gabibbo che è quello del
trickster, il briccone sacro, colui che disfa la trama e l’ordito e non ha una forma permanente. Come scrive Emanuele E. Pedilli (“Trickster sive destitutiones”, in
Destituzioni, a cura di G. Astone e F. Della Sala, 2024), analizzando i
corpus mitologici più diversi, da Giufà a Loki, il
trickster non ha un’identità, è piuttosto un modo di agire, non un essere ma un fare. Non ha un sesso e li possiede entrambi, come il Gabibbo, che ha i due sessi fuori di sé, Greggio-Iacchetti e le veline.
Ma il trickster di Ricci è un briccone disimpegnato, ha un’inclinazione nel disfare il suo stesso fare, critica la sua stessa critica, proponendosi come un sabotatore di superficie, un briccone che non sovverte se non sé stesso. Nel Gabibbo il pubblico incontra il suo fantasma destituito, il fallo disfunzionale. Il Leviatano televisivo creato da Antonio Ricci fagocita tutto ciò che dice di combattere, il Gabibbo è un’immagine del pubblico che si è sostituita a esso. È un Pulcinella diventato funzionario pubblico, non più rappresentante del Carnevale, in cui il servo sbeffeggiava il padrone, ma servo divenuto re, in un talk show permanente. È questa la chiave semiotica del Gabibbo: egli è il corpo sovrano del moralismo televisivo, la finzione del popolo giudice, che denuncia e deride ma che è allo stesso tempo incapace, impossibilitato forse, a mettere in discussione la sua capacità di giudizio.
Nel palinsesto italiano Ricci ha sicuramente tastato con mano la scenografia all’orizzonte del Truman Show; il testamento che lascia è che non esistono format rivoluzionari, la TV è nata per creare coesione, per istituire e non per destituire, non può innescare processi storici, al massimo può amplificarli, fino all’esasperazione e all’esaurimento. La televisione è la banale sopravvivenza del fuoco domestico, alimentato dopo il dopoguerra per creare ingegneristicamente l’abitante della società di massa. Questo fuoco ha consumato a tal punto i cittadini da riflettere nell’etere la scomparsa del pubblico e l’onnipresenza della pubblicità come regime di esistenza autoreferenziale del telespettatore.
All’astuzia plebea si è sostituita una indignazione automatica, che il Gabibbo di Ricci aveva anticipato, e che oggi trova terreno fertile nella sezione commenti dei vari social, tra un “boia chi molla” e le solite gif che danno il buongiorno.
In fin dei conti, il Gabibbo è nostro padre, la versione pop del genitore ridicolo, autoritario ma castrato, che continua a pontificare davanti al televisore. Il postmoderno italiano ci ha regalato un
trickster esausto, il buffone che ha perso la sua ironia, che incarna la fine del mito della beffa, rovesciatasi in autoparodia di un popolo non più contraddistinto dalla risata liberatoria ma da un riso pavloviano. All’astuzia plebea si è sostituita una indignazione automatica, che il Gabibbo di Ricci aveva anticipato, e che oggi trova terreno fertile nella sezione commenti dei vari social, tra un “boia chi molla” e le solite gif che danno il buongiorno.
Prima di concludere, una breve digressione. In Pinocchio: storia di un burattino doppiamente commentata e ter volte illustrata (2021), Giorgio Agamben si impegna nella demolizione delle interpretazioni esoteriche della fiaba di Collodi. Lungi dall’essere un itinerario iniziatico verso un sapere misterico, Pinocchio è il racconto di un mondo misero da cui la magia è fuggita via, lasciandosi dietro una realtà smagata. Una realtà dove gli orchi delle fiabe sono burberi burattinai che invece di mangiare bambini li fanno divertire e preferiscono abusare delle loro marionette, le volpi e i lupi sono lumpen imbroglioni, il demiurgo uno sfaticato falegname con la zazzera e i mostri biblici cetacei affamati. Nella storia di Pinocchio, i veri tiranni sono i falsi genitori, le coscienze “grillesche” e la morte ammantata dalle vesti della fata madrina. Sono questi i despoti che tramano contro la libertà del puer aeternus, sono loro a voler renderci necessariamente obbedienti, prescrivendo per noi un destino da bambini perché non tollerano più il nostro essere tronchi parlanti. Pinocchio è il residuo magico che deve essere normalizzato, disciplinato.
Nel mondo di Agamben la favola si estingue nella pedagogia; nel nostro, la televisione si è esaurita nello spettacolo. Là dove Pinocchio mentiva per esistere, il Gabibbo deve dire la verità per non dire nulla. Se Collodi descrive la nascita della coscienza moderna attraverso la sconfitta del burattino, Antonio Ricci ha messo in scena la morte della coscienza collettiva attraverso il suo pupazzo rosso. Il Gabibbo è ciò che resta quando si tenta di contenere la carica eversiva del trickster, il potenziale infantile e divino che ribalta i ruoli: la sua voce roca, impastata, è l’eco depotenziata della risata mitica, quella che poteva ancora far tremare il re. Ricci, come un Geppetto postmoderno, ha costruito un figlio di pezza per scatenare il caos dentro il palinsesto; ma nel farlo ha rivelato che il palinsesto è il vero sovrano. Voleva consumare la televisione nella risata del buffone, e invece ha mostrato che la risata è parte del palinsesto stesso: la satira è complice del potere, la burla un ingranaggio della macchina del consenso.
Dallo spettacolo non può più crescere alcuna ribellione: nei media scorre lo smagamento del discorso umano, la sua forza rivoluzionaria convertita in strategia per l’audience. Come Pinocchio finiva per diventare bambino obbediente, il Gabibbo è il burattino che accetta la sua corda, l’icona di un’umanità che ride di sé per non pensare più. Monumento all’esaurimento del logos televisivo, ex voto del linguaggio che gira a vuoto, il Gabibbo è il sogno che si autoconsuma: l’infanzia convertita in palinsesto, la ribellione addomesticata in share.