Q uando si parla di biodiversità alpina, la prima cosa che viene in mente probabilmente sono gli animali. Solo in un secondo momento alberi e fiori, forse, a causa della cosiddetta plant blindness, la nostra tendenza a prestare meno attenzione alle piante rispetto a umani e animali. Ma a pochi verrà da pensare agli ortaggi che coltiviamo. Il che è un problema, perché le valli alpine custodiscono un tesoro spesso dimenticato: centinaia di varietà agricole tradizionali che rappresentano non solo un patrimonio agroalimentare, ma anche una risorsa strategica per l’agricoltura del futuro.
Le montagne come scrigni di biodiversità
La maggior parte di queste varietà si concentra nelle aree montane, in particolare lungo l’Appennino e nelle grandi valli alpine come la Valtellina e la Valle Camonica. Mentre le pianure sono state progressivamente destinate a colture intensive con ibridi moderni, le montagne hanno conservato in misura maggiore queste risorse genetiche. Per ibridi si intendono quelle varietà vegetali ottenute attraverso l’incrocio controllato di due linee parentali geneticamente diverse, selezionate per combinare caratteristiche desiderabili. Il processo sfrutta il fenomeno del “vigore ibrido”: la prima generazione (F1) spesso mostra prestazioni superiori in termini di resa, uniformità, resistenza a malattie e parassiti rispetto a entrambi i genitori. C’è, però, un aspetto particolarmente critico: gli agricoltori devono riacquistare i semi ogni anno, poiché le generazioni successive (F2) perdono il vigore ibrido e presentano caratteri sostanzialmente imprevedibili. Questo crea dipendenza dalle aziende sementiere e aumenta i costi di produzione annuali. Le varietà locali tradizionali di montagna, invece, non presentano questo problema.
Le valli alpine custodiscono un tesoro spesso dimenticato: centinaia di varietà agricole tradizionali che rappresentano non solo un patrimonio agroalimentare, ma anche una risorsa strategica per l’agricoltura del futuro.
Cosa rende queste varietà diverse da quelle più “commerciali”? “Innanzitutto c’è bisogno di caratterizzarle”, spiega Luca Giupponi, ricercatore nell’ambito della botanica ambientale applicata dell’Università degli studi di Milano, presso il Polo Unimont di Edolo, in Alta Valle Camonica: “meno del 10% di quello che abbiamo trovato e mappato è stato oggetto di studi scientifici”. E questo, per varietà potenzialmente a rischio, è un grosso problema, che può sfociare in quella che viene chiamata dark extinction: rischiamo di perdere specie ancora prima di conoscerne l’esistenza, specie che potrebbero avere caratteristiche utili, che meriterebbero di essere rivalorizzate. Ci sono varietà che sono state scartate in passato perché producevano poco. Alla fine delle due guerre mondiali la priorità era proprio quella di sfamare la popolazione: gli agronomi e i genetisti, da quel punto di vista, hanno ottenuto risultati eccellenti. Per il mais, ad esempio, si è passati da una produzione di 12-14 quintali per ettaro a superare oggi i 100 quintali. Ma ora, almeno in Italia, l’attenzione si è spostata dalla quantità alla qualità.
Ci sono varietà che sono state scartate in passato perché producevano poco, in un periodo in cui la priorità era sfamare la popolazione. Ma queste varietà talvolta offrono caratteristiche nutrizionali superiori.
La genetica della resilienza
Un altro vantaggio fondamentale è la rusticità: queste varietà sono adattate a terreni montani meno profondi e meno ricchi di nutrienti, spesso resistenti alla siccità. Studiarle dal punto di vista genetico per il miglioramento delle colture, in vista dei cambiamenti climatici, potrebbe essere una strategia vincente. Si tratta di risorse che non possiamo permetterci di perdere: se manteniamo ampia la diversità di cibi che possiamo consumare è un bene per l’essere umano, per gli animali e per la biodiversità in sé. Un esempio emblematico è il mais delle Fiorine di Clusone: produce solo 10 quintali per ettaro, ma durante la siccità dell’estate 2022, quando il mais in pianura è andato completamente perso, ha continuato a produrre la sua unica spiga per pianta senza essere irrigato.
Queste varietà sono adattate a terreni montani meno profondi e meno ricchi di nutrienti, spesso resistenti alla siccità. Considerando l’impatto crescente dei cambiamenti climatici, potrebbero rivelarsi cruciali.
Si tratta di un aspetto particolarmente rilevante nel contesto del cambiamento climatico e non è, tutto sommato, così intuitivo. Trattandosi di varietà locali, infatti, si potrebbe pensare che siano molto più sensibili alle variazioni, ma è proprio la diversità genetica a fare la differenza. Gli ibridi sono tarati per ambienti di pianura, richiedono condizioni molto più specifiche e possono avere difficoltà nell’ambiente montano, le varietà tradizionali invece si adattano gradualmente alle variazioni ambientali locali, generazione dopo generazione.
Una ricchezza minacciata
Le principali minacce a questo patrimonio sono chiare: l’abbandono delle terre alte e la mancanza di conoscenza. Pur essendoci numerose università nel nostro Paese, infatti, sono poche a occuparsi di queste tematiche: oltre a Unimont possiamo citare la libera Università di Bolzano e l’Università della Tuscia. Mancano ricerca, disseminazione e divulgazione, che comunque da sole non bastano. Occorre anche un supporto a livello di governance, norme che preservino le varietà, ne promuovano l’utilizzo, tutelando al tempo stesso il territorio e chi lo abita.
La questione è complessa e si traduce nel vivere in montagna, far sapere quali sono le sue risorse, come si coltivano, cosa contengono e come puoi valorizzarle e trasformarle. Anche e soprattutto perché serve continuità: queste varietà vanno coltivate annualmente, se i semi vengono dimenticati per 5-10 anni vanno persi. Ed è un vero e proprio patrimonio che se ne va. “Ognuna di queste varietà è legata anche a un concetto di storia, uso tradizionale, ricette tipiche”, aggiunge Giupponi: “Se vogliamo c’è di mezzo anche il turismo: l’agrobiodiversità è una ricchezza strategica per le aree montane”. In ogni caso, i cambiamenti climatici non sono da dimenticare: si osserva uno sfasamento dei periodi di fioritura e di maturazione dei frutti, ma queste varietà incontrano meno difficoltà rispetto a quelle vissute dalle specie ibride.
Le principali minacce a questo patrimonio sono l’abbandono delle terre alte e la mancanza di conoscenza. Anche e soprattutto perché serve continuità: queste varietà vanno coltivate annualmente, se i semi vengono dimenticati per 5-10 anni vanno persi.
Prima di progettare il futuro delle comunità montane, occorre guardarsi dagli errori del passato: “Buona parte delle varietà moderne che ci vengono fornite sono studiate per ambienti di pianura”, spiega in proposito Giupponi: “Vale anche per la zootecnia: in pianura abbiamo creato vacche che producono enormi quantità di latte con mangimi super calorici, poi abbiamo imposto questo modello alla montagna”. Ma per poter allevare quel tipo di animale o coltivare quel tipo di pianta in montagna era necessario modificare l’ambiente rendendolo più simile possibile alla pianura, con costi ambientali insostenibili”. Oggi, però, assistiamo a un cambio di paradigma: non si cerca più la varietà con la migliore resa assoluta, ma quella meglio adattata a ogni specifico territorio.
Il valore economico della qualità
Fino a pochi anni fa ‒ ma in alcuni casi ancora oggi ‒ questi saperi venivano tramandati di padre in figlio. Ora, però, esistono anche i social, che permettono di trovare video in cui, per esempio, viene spiegato come coltivare il mais nero. Il problema non riguarda, di solito, come coltivare, ma perché, e nel momento in cui ci sono così grandi differenze dal punto di vista della produttività, non si tratta di una questione banale.
La vera comprensione, infatti, è nel valore intrinseco: un chilo di farina di mais locale tradizionale può arrivare a costare anche 5-6 euro, rispetto a un chilo di farina prodotta magari in Cina o negli Stati Uniti, che al supermercato si trova a 1 euro, o, in alcuni casi, anche a prezzo inferiore. Quindi è vero che si produce meno, ma si vende a un prezzo maggiore. Se poi si è pure in grado di trasformare il prodotto vuol dire che al posto di vendere la farina si producono biscotti, grissini, birra o altri prodotti. A quel punto, quel chilo di farina non vale più 5-6 euro, ma molto, molto di più.
Si tende, poi, a pensare alle vallate alpine come a luoghi chiusi, eppure, come spiega Giupponi, “in passato gli agricoltori delle diverse valli si scambiavano i semi, c’è sempre stato un flusso genetico. Avere i semi significava essere detentori di ricchezza. Oggi, quando qualcuno ha i soldi si dice che ‘ha la grana’, ma questa definizione viene dal fatto che chi aveva ‘i grani’ era potente, aveva una risorsa, in prezzo valeva più dei soldi. Quando le persone si sposavano, nella dote degli sposi si includevano i semi ‒ era come fare un assegno di migliaia di euro”. C’era il baratto, c’era la compravendita. Questo scambio ha creato una rete di biodiversità che supera i confini delle singole valli: “abbiamo trovato un fagiolo, che noi chiamiamo ‘Copafam’ ‒ significa ammazzafame ‒ che è diffuso su tutte le Alpi con nomi diversi ‒ logicamente ogni valle ha il suo dialetto ‒ ma è sempre lo stesso fagiolo, con piccolissime differenze genetiche e impercettibili differenze morfologiche”.
Il quadro normativo
L’Italia è da sempre riconosciuta come un Paese ricco di biodiversità agroalimentare, ma solo di recente ha cominciato a quantificare questa ricchezza. Dall’inizio degli anni Duemila alcune regioni hanno iniziato a promulgare leggi regionali volte alla tutela delle risorse genetiche autoctone di interesse agrario. Altre, come per esempio la Lombardia, hanno deciso di preservare il proprio patrimonio utilizzando strumenti nazionali come il registro varietale sezione “varietà da conservazione” o il registro dei PAT (Prodotti Agroalimentari Tradizionali).
È solo del 2015 la legge n. 194 “Disposizioni per la tutela e la valorizzazione della biodiversità di interesse agricolo e alimentare”, operativa dal 2018, che dovrebbe far convogliare tutti i diversi sforzi fatti dalle varie regioni in un unico strumento: l’anagrafe della biodiversità di interesse agricolo e alimentare, che raccoglie le varietà locali tradizionali ‒ quelle che tecnicamente vengono chiamate landraces ‒ presenti sul territorio nazionale. Nel 2016 la Regione Lombardia ha coinvolto Unimont in un progetto con il fine di censire le landraces lombarde: in due anni si è passati da uno scarno elenco con una decina di specie a scoprirne una settantina. In seguito, grazie a un progetto finanziato dal Dipartimento degli affari regionali della Presidenza del Consiglio dei ministri, il censimento è stato esteso a livello nazionale, individuando oltre 1600 varietà locali tradizionali.
Una specie locale tradizionale viene definita tale quando è coltivata nello stesso territorio per almeno 50 anni: potrebbe sembrare poco tempo, ma parliamo di 50 generazioni successive. Il nostro equivalente di oltre 1200 anni.
Guardare al futuro
Oggi, la ricerca si concentra non solo sulle specie autoctone in senso stretto, ma anche su quelle che si sono adattate nel tempo: basti pensare che molte piante ormai tipiche nel nostro Paese (mais, patate, fagioli, pomodori) vengono dall’America. Una specie locale tradizionale viene definita tale quando è coltivata in uno stesso territorio per almeno 50 anni: potrebbe sembrare poco tempo, ma quando si parla di piante annuali significa fare riferimento a 50 generazioni. Che per noi umani corrisponderebbero a circa 1250 anni.
Un esempio è la caigua (o cetriolo andino), trovata in Valle Camonica. Questa varietà, pur essendo originaria di un altro continente, si è adattata al territorio camuno, sviluppando caratteri propri e producendo molto di più (tanti piccoli frutti) rispetto alla caigua americana coltivata a fini sperimentali in Valle Camonica (un unico frutto che non arriva a maturazione). “Le piante si sono sempre mosse, l’uomo le ha sempre trasportate e quindi siamo invasi da vegetali che non sono tipici dei nostri territori”, chiosa Giupponi: “Non ha alcun senso fare delle discussioni sulla ‘proprietà’ di queste piante da parte di un territorio in base a dove queste si sono originate o erano coltivate secoli fa: guardiamo cosa sono diventate, quali potenziali possono avere oggi per i territori in cui si trovano”.
Le varietà tradizionali delle valli alpine sono, in sostanza, una cassetta degli attrezzi genetica. Se quelle moderne sono attrezzi specializzati, perfetti per la massima resa in condizioni ideali, le varietà rustiche sono l’insieme completo e variegato di strumenti che, grazie al loro ampio pool genetico, consentono all’agricoltura di affrontare e adattarsi a ogni imprevisto e cambiamento ambientale, garantendo la resilienza necessaria per il futuro.