A gosto 2025. Mi trovo ad Oliveto Citra, paesino in provincia di Salerno che giace ai piedi dei Monti Picentini. Il paesino è conosciuto nelle regioni circostanti soprattutto perché è sede di un grande polo ospedaliero, ma bastano poche chiacchere al bar per capire che nella memoria collettiva questo luogo è ancora inscindibilmente legato agli eventi che lo resero famoso negli anni Ottanta: le apparizioni della Madonna. Il 24 maggio 1985, infatti, durante i festeggiamenti per la festa del patrono, san Macario Abate, dodici ragazzini corsero nella piazzetta di fronte al castello normanno che sovrasta il paese, seguendo la scia di quella che identificavano come una stella cadente. Arrivati davanti al grande cancello che conduce a una stradina rasente il castello, i ragazzi dissero di vedere una bellissima Signora dietro le grate: vestita di un manto celeste e una corona di stelle, teneva un bambino tra le braccia.
Le visioni collettive proseguirono per un po’ di tempo, coinvolgendo moltissime persone. La gente diceva di vedere la Madonna, di ottenere grazie, di assistere a eventi miracolosi. Tutto questo contribuì a rendere Oliveto un luogo di pellegrinaggio per centinaia di migliaia di persone da tutta Italia. Oggi, a distanza di quarant’anni, di pellegrini non ce ne sono quasi più, e il ruolo del paese come santuario mariano è molto ridimensionato. In un certo senso, anche io sono venuta qua chiamata dalla Madonna. Da antropologa che indaga i significati simbolici e culturali delle apparizioni mariane, la storia di Oliveto è parte della mia bibliografia. Il paese, infatti, fa da scenografia al lavoro di ricerca etnografica che l’antropologo Paolo Apolito ha condotto proprio negli anni delle visioni, convogliato in un testo chiamato Dice che hanno visto la Madonna. Un caso di apparizioni in Campania (1990).
Nella memoria collettiva questo luogo è ancora inscindibilmente legato agli eventi che lo resero famoso negli anni Ottanta: le apparizioni della Madonna.
Non faccio in tempo a finire di formulare questo pensiero così perentorio sullo spirito dei tempi, che un uomo ci si avvicina, con l’espressione di chi è desideroso di chiacchierare e impaziente di condividere alcune informazioni importanti. “Posso mostrarvi delle foto?”, ci chiede, sbloccando lo smartphone. L’uomo, un fedele che viene spesso qui a pregare, ci mostra alcune fotografie che ha scattato pochi minuti prima del nostro arrivo. Alcune mostrano niente più che il cancello, seminascosto nel buio della sera, mentre altre sono completamente bianche, e alcuni raggi di luce illuminano a giorno le figure sfocate. In un’altra ancora, si intravede una silhouette bianca e luminosa delinearsi dietro le grate arrugginite. “Non mi sono reso conto di niente mentre scattavo le foto, ma poi, riguardandole, ho notato queste stranezze”.
Utilizzare lo strumento della fotografia per documentare le visioni è una pratica molto comune nei culti mariani contemporanei. Nei due anni di etnografia che ho svolto in vari contesti di apparizione, decine e decine di volte mi sono state mostrate fotografie per provarmi la veridicità dei miracoli. Quello che accomuna questo tipo di fotografie è la loro capacità di “catturare” il miracolo prima che lo veda l’occhio umano. La maggior parte delle foto, infatti, vengono scattate per immortalare un momento o un paesaggio ‒ il cielo, una statua, un luogo di culto, un’edicola votiva ‒ e solo successivamente chi le ha scattate si rende conto dei segnali divini impressi nell’immagine. Come sostiene Paolo Apolito in un articolo chiamato L’apparizione catturata: fotografia, visione, televisione (1994) “tutto ciò produce la ‘prova sperimentale’ dell’idea che la Madonna, i santi, Gesù sono sempre intorno agli uomini pii, anche se non visibili. Utilizzando apparecchiature meccaniche o elettroniche, eccoli comparire”.
Utilizzare lo strumento della fotografia per documentare le visioni è una pratica molto comune nei culti mariani contemporanei.
Secondo Paolo Apolito, la possibilità di documentare fotograficamente i segnali divini influisce significativamente sul rapporto tra fedeli e divinità. Se prima il privilegio della visione era concesso solo a pochi, cosa succede quando sembra che tutti possano vedere la Madonna? Assistiamo a quello che l’antropologo definisce uno spostamento del cielo in terra.
Ma non solo: anche la soggettività attribuita alla Madonna stessa si indebolirebbe: non è più la divinità a decidere come, quando o a chi mostrarsi, ma essa si troverebbe a essere “catturata” in una modalità simile a quella delle foto dei “paparazzi” (Apolito, L’apparizione catturata, 1994). In questo capovolgimento dell’agentività divina, non è più la Madonna a “farsi vedere”, ma essa “viene vista”, in una dinamica di irruzione nella sfera intima della divinità. In questo gioco di caccia e cattura, la Madonna viene come presa al lazo, incatenata: il mezzo tecnologico diventa quasi un legamento magico.
Se nelle mie osservazioni di campo la tesi di Apolito si è verificata nella maggior parte dei casi, in altri si è verificata però anche la condizione opposta: ovvero quella in cui era proprio la Madonna a decidere di comparire negli scatti. Un uomo un giorno mi mostrò la fotografia di un grande cuore blu disegnato nel cielo, spiegandomi che, tra tutte le foto scattate quel giorno da molti altri fedeli, solo nella sua era rimasto impresso il cuore: questo è un messaggio che la Madonna voleva mandare solo a me, mi disse. La storia di quest’uomo esemplifica bene quello che Apolito definisce l’“egocentrismo del gesto devozionale” di chi crede di essere, tra migliaia di umani che vivono sotto lo stesso cielo, il destinatario di un messaggio su misura.
Non è più la divinità a decidere come, quando o a chi mostrarsi, ma essa si troverebbe a essere “catturata” in una modalità simile a quella delle foto dei “paparazzi”.
Era molto comune che i fedeli a casa, non potendo fotografare fisicamente la statua, facessero degli screenshot delle dirette Facebook: ed esattamente come per le fotografie al cielo, spesso ci si rendeva conto della comparsa di elementi miracolosi nell’immagine solo dopo averla “catturata” (la potenza semantica della traduzione italiana di screenshot in “strumento di cattura” amplifica la percezione di una vera e propria metafora venatoria). Uno di questi screenshot mostrava la statua in controluce: il filo della mascella, allungato, creava l’effetto di una barba. “Che cosa vedete voi???” “Il santo volto di Gesù” “Vedo Gesù <3” dicevano i commenti sotto alla foto, ripubblicata e condivisa ovunque.
Un’altra volta, una donna mi raccontò che, mentre seguiva la diretta da casa, aveva notato che lo schermo del suo telefono verteva verso sfumature particolarmente azzurrognole. Catturando prontamente l’immagine con uno screenshot, la donna comparò poi l’immagine con quelle catturate dalle sue amiche, connesse ognuna da casa propria con il proprio dispositivo. Solo la sua era così azzurra, a riprova che la Madonna voleva mandarle un messaggio speciale! In questo caso, a differenza del caso della comparsa della barba che è stata vista da tutte le persone connesse alla diretta, abbiamo un esempio di messaggio interpretato come personalizzato.
In generale, l’avvento delle tecnologie visive sta rimodellando le modalità specifiche del culto mariano: i modi in cui le comunità si aggregano, i ruoli di potere e riconoscimento che dividono coloro che vedono da coloro che non vedono, e soprattutto il rapporto specifico che i fedeli instaurano con la comunità. L’influenza delle tecnologie sul visionarismo religioso è un campo di studi poco navigato, ma che invece richiederebbe molta attenzione etnografica per comprendere come i cristiani di tutto il mondo stanno rimodulando il rapporto con il miracolo.
L’avvento delle tecnologie visive sta rimodellando i ruoli di potere e riconoscimento che dividono coloro che vedono da coloro che non vedono, e soprattutto il rapporto specifico che i fedeli instaurano con la comunità.
Questa visione feticizzante e pasoliniana tradisce non solo un classismo di fondo, ma una sostanziale cecità rispetto alla realtà parlante del mondo: ovvero che i culti non sono oggetti culturali destinati a scomparire come foglie al vento, ma presidi reattivi e responsivi rispetto all’avvento della modernità capitalista e alle sue sfide, nel bene e nel male. Meno male che quel giorno, come spesso accade, la realtà è venuta a salvarmi dalla tentazione di astrarre eccessivamente: e per farlo, le è bastato mostrarmi una foto.