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Il corpo del leader

Hillary Clinton non è il primo politico a nascondere un problema di salute. Una breve storia del rapporto tra leader e malattie.

Giacomo Destro è un divulgatore scientifico appassionato di visual journalism, collabora con diverse riviste sui temi della politica, della ricerca, del cambiamento climatico e dello sviluppo sostenibile.
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trascica i piedi. Si volta di lato e cerca di parlare con chi la sta sorreggendo. Biascica qualcosa nel tentativo di apparire ancora normale. Le cedono le gambe, poi le braccia. Hillary Clinton crolla, l’opinione pubblica impazzisce. È malata? Da quanto? Di cosa? Ma soprattutto: ce la farà a reggere il suo ruolo? Il malessere della candidata democratica alla presidenza degli Stati Uniti ha dimostrato quanto ancora sia granitico un dogma politico: un leader deve essere sano, forte, vigoroso. Tutto il resto viene dopo.

Eppure nella storia quasi tutti i grandi leader nascondevano gravi problemi di salute. Prendiamo la foto iconica della vittoria contro il nazismo. I tre vincitori Winston Churchill, Franklin Delano Roosevelt e Stalin posano davanti alla fotocamera durante la Conferenza di Yalta. Non stanno in piedi, come voleva l’iconografia delle foto ufficiali, ma sono seduti.

Lo aveva richiesto esplicitamente Roosevelt, perché da anni era quasi totalmente paraplegico a causa della poliomelite. Non era certo la prima volta che avanzava una richiesta simile. Il presidente americano era ossessionato dal non far apparire questa sua disabilità. Era costretto a utilizzare la sedia a rotelle costantemente, ma esistono solo due fotografie che lo ritraggono su quel supporto. L’inventore del New Deal, colui che aveva risollevato gli Stati Uniti dalla grande depressione, soffriva di un’infinità di malattie. Negli ultimi anni era stremato, il suo corpo “cadeva a pezzi”, come disse un suo collaboratore. Non a caso, Roosevelt morirà per emorragia celebrale solo tre mesi dopo quella foto.

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La richiesta di posare seduti venne comunque accolta con favore da Churchill, in evidente sovrappeso, e dal leader sovietico. Stalin, infatti, aveva il braccio sinistro quasi completamente paralizzato e visibilmente più corto del braccio destro. Da seduto riusciva a mascherare completamente questo difetto, ma quando non poteva farsi ritrarre in poltrona o appoggiato a una scrivania aveva ordinato alla propaganda di ritoccare le foto.

Aveva un’ossessione per il proprio corpo, verso cui nutriva un rapporto tormentato e morboso, al punto che un’altra piccola e innocua malformazione fu tenuta gelosamente segreta. Stalin era infatti nato con due dita dei piedi attaccate, quello che a volte viene chiamato “piede palmato”. Nulla di grave né di debilitante, ma per lui divenne una vergogna imperdonabile: quando doveva mostrarlo ai medici si faceva coprire la faccia con un lenzuolo.

Sebbene cercassero in tutti i modi di nascondere i propri difetti fisici, Churchill, Roosevelt e Stalin appartenevano a una generazione in cui a contare era il censo (il nonno di Churchill era un duca e Roosevelt apparteneva alla “nobiltà borghese” di New York) o l’arrivismo politico (nel caso di Stalin). Le cose cambiarono negli anni Sessanta, quando la capacità fisica e l’esteriorità di un leader si aggiunsero in modo esplicito al novero delle qualità proprie di un capo. Esemplare in tal senso fu l’elezione di John Fitzgerald Kennedy.

JFK era bello, ricco, prestante, con una moglie impeccabile: era l’icona perfetta dei ruggenti anni della rinascita post-bellica. La realtà, però, era ben altra. Kennedy dipendeva dagli antidolorifici che attenuavano le fitte lancinanti che gli torturavano la schiena. Nella sua vita aveva contratto la malaria, aveva avuto una pallottola conficcata nella schiena, soffriva di sciatica e di insufficienza renale, aveva una grave forma di osteoporosi e diversi problemi ormonali.

La quotidianità di Kennedy era un inferno di dolore fisico. Non era raro assistere a riunioni in cui JFK era sdraiato in terra, in una posizione che alleviava un po’ i tremendi dolori. Alcuni membri dello staff non nascondevano delle preoccupazioni sulla lucidità di Kennedy, soprattutto durante i periodi in cui arrivò a prendere otto tipi di medicamenti diversi in un giorno solo.

Per reggere una conferenza stampa, in piedi dietro un podio, Kennedy era costretto a farsi dalle sei alle otto punture di codeina, Demerol e metadone. Per dormire utilizzava barbiturici, per essere attivo il Ritalin.

Durante la crisi dei missili di Cuba del 1962 JFK assumeva quotidianamente antispasmodici contro la colite, antibiotici per una infezione alle vie urinarie, idrocortisone per l’insufficienza alle ghiandole surrenali e pillole di ricostituenti per tenersi attivo. Nonostante questa situazione medica, i collaboratori dissero che JFK riuscì a mantenersi vigile e attento durante tutta la crisi.

Con il passare dei mesi la situazione iniziò a peggiorare. Per reggere una conferenza stampa, in piedi dietro un podio, Kennedy era costretto a farsi dalle sei alle otto punture di codeina, Demerol e metadone. Per dormire utilizzava barbiturici, per essere attivo il Ritalin. Per far fronte al deperimento fisico dovuto a una diarrea cronica assumeva costantemente testosterone, cosa che gli permetteva di mantenere un certo vigore muscolare.

La volontà di far apparire in perfetta salute un leader non era però prerogativa solo del mondo capitalista, che pur di immagine viveva. Anche nel mondo comunista, durante gli anni Sessanta e Settanta, la salute del leader rimaneva un tabù, una fissazione accentuata dall’ossessione per il culto della persona. Il maoismo aveva imposto la spersonalizzazione degli individui, imponendo un vestiario penitenziale, ma Mao cercò in tutti i modi di portare avanti un’immagine di uomo forte, vigoroso, virile. Parlare della salute di Mao è tuttora proibito in Cina, tanto che la biografia del suo medico personale è ancora bandita dalla vendita (ma reperibile negli Stati Uniti).

Mao aveva abitudini personali stravaganti, a partire da una scarsissima igiene personale: non faceva mai il bagno, tranne quando andava a nuotare, e si puliva solo con un asciugamano tiepido. Soffriva di reazioni psicosomatiche fortissime allo stress, con frequenti crisi di nervi, in alcuni casi affogate nell’alcool.

Aveva anche una vita sessuale estremamente promiscua, ricevendo nel suo letto 3 o 4 giovani ragazze a notte: questa abitudine lo portò a soffrire in modo cronico di alcune malattie veneree, tra cui herpes genitale e gonorrea. Il pericolo peggiore però gli veniva dai polmoni. Per tutta la vita soffrì di bronchite cronica (peggiorata dal fumo di sigaretta) che in alcuni casi si trasformò in polmoniti anche di livello grave. Una delle crisi respiratorie peggiori lo costrinse nel 1966 a stare lontano dalla vita pubblica per settimane, al punto che si sparse la voce della sua morte. Il totem della virilità di Mao si stava incrinando, i nemici interni al partito affilarono le armi.

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Per rimanere saldo al comando, serviva un’operazione di marketing politico che impressionasse l’opinione pubblica e sparigliasse gli avversari. Il 16 giugno 1966, all’età di 73 anni, Mao nuotò a lungo nel fiume Yangtze, circondato da suoi ritratti galleggianti e scritte che inneggiavano ai “1000 anni di vita del Presidente Mao”. La propaganda di regime affermò che fosse riuscito a coprire una distanza di 15 km in 65 minuti, andando dunque a una velocità quasi doppia rispetto al record olimpico di Michael Phelps (7 km/h).

Saranno tuttavia gli anni Ottanta a consacrare il trinomio salute, prestanza fisica e negazione dell’età. Nessun leader rilevante di questo decennio fu particolarmente giovane, ma il corpo, gli atteggiamenti e l’immagine che proiettavano erano tutti incentrati su tonicità e giovinezza fisica. Margaret Thatcher fu soprannominata la Lady di ferro, per la sua feroce determinazione nel raggiungere i propri obiettivi. Fece proprio questo appellativo e costruì di sé un’immagine controllata, fredda, in cui la femminilità non aveva alcuno spazio. La mente della Lady di ferro aveva un controllo totale sul proprio fisico.

Negli Stati Uniti, anche il presidente più vecchio di tutti i tempi, Ronald Reagan, si presentò come un simbolo di mascolinità, grazie al suo trascorso di attore hollywoodiano. Non mancano foto di Reagan che, ultrasettantenne, compie esercizi ginnici, va a cavallo, nuota: tutte istantanee di falsi momenti privati prontamente arrivate al pubblico. Più segreto, invece, viene tenuto il suo tumore al colon. Tabù totale, infine, sui suoi primi, evidenti sintomi di Alzheimer mentre ancora era in carica.

A partire dagli anni Novanta, l’unione di bellezza, salute e virtù – quello che i greci chiamavano kalokagathìa –, è diventato un mito fondativo del potere. Sia che tu sia giovane (e quindi è assolutamente necessaria anche la bella presenza: Cameron, Obama, Trudeau) sia che tu sia anziano. Nasce una nuova categoria di politici, in cui erotismo e machismo fanno cadere l’ultimo tabù intorno alla figura del leader. Se cinquant’anni fa il leader doveva “scontare” il proprio potere con uno zelante basso profilo, oggi è richiesto l’opposto, ossia un ammiccamento costante al privato, alla sfera sessuale, come sintomo di una salute florida. L’esuberanza sessuale di Bill Clinton ha fatto tremare la sedia presidenziale, ma non tanto per il tradimento coniugale in sé (Clinton non si è mai impegnato troppo a smentire la sua fama di tombeur de femme), quanto per il fatto di aver negato il tutto, mentendo dunque all’opinione pubblica.

Gli anni Novanta sdoganano anche la civetteria maschile. La chirurgia estetica diventa ormai un accessorio indispensabile del potente. Il primo a indicare questo nuovo corso è senz’altro Silvio Berlusconi, la cui volontà di apparire comunque giovane è ormai proverbiale. L’allievo che ha superato il maestro è però Vladimir Putin, che ha costruito una mitologia del proprio corpo lontana dalla sessuofoba tradizione sovietica (in cui però è cresciuto): la nuova Russia vede nell’ostentazione del macho un simbolo del proprio ruolo nel mondo.

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La campagna per le presidenziali americane di quest’anno sta, a tutti gli effetti, superando anche un altro confine. All’inizio, infatti, il mondo ha assistito a un dibattito surreale sulle dimensioni del pene di Donald Trump, a sua volta segnato in viso da evidenti interventi di chirurgia plastica. Non era mai successo, almeno non in maniera così esplicita.

Hillary Clinton ha invece pagato pegno al maschilismo dell’elettorato americano, portando avanti un’immagine di donna moderna, attiva ma assolutamente a-sessuale. Una vera business woman americana. Un’immagine perfetta e calibrata, non deturpata da eccessivi ritocchi estetici. Tutto andava a gonfie vele finché il corpo che doveva sorreggere questa immagine ha iniziato a mandare segnali di debolezza, già prima dello svenimento della scorsa settimana. Qualcuno ha perfino cronometrato il tempo che la candidata ha trascorso a tossire durante un dibattito di qualche settimana fa (quattro minuti, per la cronaca).

Se la Clinton ha commesso un errore forse fatale, non è stato quello di nascondere una malattia. È stato, semmai, quello di aver mostrato la propria umanità in un momento in cui l’opinione pubblica non vuole politici, ma supereroi.

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