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La gioia della partita di Cesare Garboli

Matteo Moca si è laureato in Italianistica all’Università di Bologna con una tesi su Landolfi e Beckett. Attualmente è dottorando in letteratura italiana e studia il surrealismo tra Bologna e Parigi. Collabora, tra gli altri, con Gli Asini, Blow Up, Alfabeta2, minimaetmoralia.

Q uali sono i motivi per leggere oggi un critico come Cesare Garboli, antimoderno e di impronta quasi classica? Dalle sue pagine possiamo estrapolare due insegnamenti. Innanzitutto, aderenza al testo, stile e conoscenza, una passione verso il piacere del testo che da tempo in pochissimi provano. In secondo luogo, a differenza di una classe di grandissimi critici italiani racchiusi però in perimetri accademici – come ad esempio Gianfranco Contini o Mario Lavagetto, Garboli parla e analizza il mondo e la sua contemporaneità fuori dal recinto universitario; sempre attraverso lo spettro della letteratura, Garboli si fa critico dei costumi e servo (un suo bellissimo libro si intitola appunto Scritti servili) della realtà civile e politica.

Un romanziere è una persona, a mio avviso, ricchissima di immaginario, di fantasia, che proietta sullo schermo del mondo i vapori della propria immaginazione e “fa essere” il mondo, lo imprime, lo bolla, lo timbra della propria fantasia. Quindi trasforma il mondo con le sue parole. È un fatto concreto di cui abbiamo coscienza appena leggiamo un romanzo.

Questo scriveva Cesare Garboli parlando di uno dei grandi amori della sua vita, il Tartuffe di Molière; ma da questa dichiarazione d’amore al drammaturgo francese è possibile ricavare anche una visione più ampia di Garboli, quella sulla letteratura in generale, una visione che con gli anni si è trasformata in metodo ma mai in una scuola. Non solo quella del romanziere, anche la stessa scrittura di Garboli si tramuta in uno specchio, in una proiezione del suo modo di indagare il mondo, sempre attraverso la lente della letteratura.

Per seguire la genesi e lo sviluppo di questo poderoso percorso teorico, l’ultimo volume edito da Adelphi, La gioia della partita, è una testimonianza fondamentale: raccoglie materiali che vanno dagli anni Cinquanta al 1977, un percorso cronologico che colma una lacuna editoriale: si tratta della prima operazione di raccolta organica della sua produzione. I curatori Laura Desideri e Domenico Scarpa, che firmano rispettivamente l’accurata nota al testo e l’esauriente postfazione, hanno raccolto i testi tagliati da Garboli che, severissimo anche con se stesso, preferì lasciarli dispersi. Non si è trattato di una profanazione: basta una prima lettura per accorgersi di come questi testi siano completi e ammalianti, scritti in quello stato di grazia che si riscontra nelle sue scritture su Molière o su Elsa Morante. La grandezza di Garboli è sempre stata quella di restare nel merito delle cose, di non spiccare mai voli pindarici se non quando necessari, di utilizzare una prosa semplice e posata, e di far sempre trasparire la passione e la fedeltà verso il testo attraverso un corpo a corpo continuo.

Gli scritti raccolti in questo volume appartengono al periodo romano del critico che, dalla natia Viareggio, si trasferì nel 1944 a Roma, dove resterà fino al 1978 per fare poi ritorno in Versilia (dove vivrà fino alla morte nel 2004, che lo coglierà proprio nella capitale). Disse di aver lasciato Roma a causa dell’omicidio di Aldo Moro, su cui scriverà un lungo pezzo (La storia di Via Fani, pubblicato in Ricordi tristi e civili, altro libretto tanto breve quanto pungente, oggi necessario più che mai) che merita di essere affiancato al ben più composito Affaire Moro sciasciano. Se questa sia la vera ragione non lo si potrà mai sapere, certo avrà pesato quel suo desiderio di allontanarsi da quella centrale di potere che era ed è Roma, potere che ha sempre considerato come un male incurabile insito nella storia. “È stato Manzoni il primo, limpido assertore che agire la storia, fare la storia e non subirla è comunque rendersi complice di un male, diventare corresponsabili di un orrore”.

L’articolo che apre La gioia della partita è dell’ottobre del 1950 ed è stato scritto in occasione della morte di Pavese, arrivata il 27 agosto dello stesso anno. Garboli, a 22 anni, scrive un pezzo assai duro contro tutta una cerchia di intellettuali, tra l’altro anche vicini a Pavese, che ragionava e discuteva lungamente sulla morte dello scrittore piemontese. Inizia così, con una penna affilata: “sarebbe stato tanto più nobile se lo smarrimento che, di fronte alla morte di Pavese, ha provato chi amava i suoi libri, fosse perdurato tale e non si fosse trasformato nel desiderio vano di tentarne ad ogni costo una spiegazione”.

Garboli gioca col pubblico in maniera complice, con un linguaggio tecnico che si innesta perfettamente nella lingua parlata senza nascondere la sua intellettualità.

Nel ricordo fresco di uno scrittore appena scomparso lampeggiano stilettate che oggi, in un dibattito azzerato e spesso asservito, non si conoscono più, come: “Voler anche soltanto spiegare una morte, trovarne la storia segreta non risponde che alla paura e allo sgomento di doverne altrimenti comprendere più profondamente il significato”. Garboli si scaglia proprio contro il chiacchiericcio, contro il cicaleggiare senza sforzarsi di capire e predica, ancora giovanissimo, di leggere e di comprendere, perché Pavese non è stato ancora veramente assimilato. L’unica cosa su cui si può riflettere in questa tragica storia è sul continuo scontro tra la vita e la morte, dialettica che si tinge nella vicenda di Pavese di tinte fosche: “dal vivere al morire non c’è allora che un gradino, un nulla; e se non si accetta e non si vuole la morte, bisogna allora volere la vita senza inganno e senza sogno; che è volere la vita nel suo aspetto più povero e scarno, cioè più vero e profondo”. Il testo su Pavese fa parte della prima sezione del libro, Brevi anni Cinquanta, dove già si intravede la qualità dello sguardo critico del suo autore; le altre due sezioni, Uno scrittore editore 1963-1977 e Un cronista 1963-1977, formano la parte più compatta del libro non solo per la ovvia consistenza di pagine, ma soprattutto perché costituiscono un punto di vista privilegiato sul compiersi della maturazione garboliana, sull’affilarsi del suo sguardo e sulla consapevolezza progressivamente maggiore della propria scrittura.

Nella seconda parte, che raccoglie prefazioni, risvolti o quarte di copertina, si vede il nuovo talento di Garboli, quello editoriale, espresso in una scrittura breve che quasi sbalordisce per il suo rigore. Nella nota di copertina a Vita immaginaria di Natalia Ginzburg (che approdò a Mondadori  anche grazie a lui), si interroga con la solita ironia sulle motivazioni che hanno portato Ginzburg ad avere un così ampio pubblico; ma quello che rende questa nota paradigmatica è la posizione che Garboli assume nel rapporto tra il libro e il lettore. Senza mai nascondere la sua intellettualità, anche per un rispetto quasi religioso che ha verso il lettore, Garboli gioca col pubblico in maniera complice, con un linguaggio tecnico che si innesta perfettamente nella lingua parlata, come un bottegaio, scrive Scarpa nella postfazione, che “intrattiene il cliente mentre le mani sono impegnate a confezionargli il pacchetto impeccabile”.

Le altre note di lettura sono dedicate a scrittori come Tobino, Flaiano, Cecchi, Masino e Bassani; si legga in particolare quella su Cecchi, critico anch’esso tanto inattuale quanto ancora oggi prezioso, dove, con pochi tocchi, Garboli disegna un ritratto davvero formidabile di giornalista culturale, se il termine ha oggi davvero un senso: “Temprava il nativo gusto dei contrari, scioglieva l’innata e aggrovigliata inquietudine, lasciava che un eterno diverbio tra sensibilità e intelligenza tra istinto d’introspezione e rigore, tra sensualità colore capriccio mistero da una parte e metodo dall’altra si componesse attraverso il quotidiano esercizio del ‘giornalista’, fino a placarsi in quello stile stupefacente, in quella prosa sempre un tono sotto tirata a lucido su modelli inglesi”. Sulla stessa linea polemica che contraddistingue l’articolo su Pavese, è il breve scritto, anch’esso di illuminante attualità, che Garboli dedica a L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica di Walter Benjamin, edito da Einaudi nel 1966. In questo articolo del 1969, Garboli si concentra sul ruolo che riveste l’arte dentro la società di massa, e si scaglia, con la solita eleganza e tranquillità, contro chi all’arte richiede un compito consolatorio, privo di sforzo:

Continuiamo a chiedere all’arte dei responsi, ci affidiamo alla sua divinità e aspettiamo da un cenno infallibile la lettura e la tutela del nostro destino. […] Chiediamo al prodotto d’arte che ci svegli, mentre esso compie invece la sua rivoluzione in perfetta sincronia con tutta l’orbita della nostra civiltà. Vuol dire che, in profondo, gli chiediamo soltanto d’addormentarci. La sveglia, l’allarme suonano sempre al punto previsto, all’ora sulla quale abbiamo già preparato le lancette.

Spicca infine nella terza sezione la commovente Presentazione di Elsa Morante, letta nella libreria Einaudi di Roma nel 1963, impossibile riassunto di un’amicizia vera che durò per tutta la vita, non priva di litigi e incomprensioni, sempre leale e sincera. Il discorso si trasforma presto in una lunga analisi dei personaggi della scrittrice e del rapporto che intrattengono con lei, personaggi che si portano dietro nella loro vita una croce speciale, quella di essere parte, come la Morante stessa secondo Garboli, “non di un oggi, non di un domani, ma di un sempre”.

Altrettanto penetrante è l’articolo dal titolo I conti con la Storia, uno dei quattro che Garboli dedicherà all’omonimo romanzo di Elsa Morante del 1974, nel quale si concentra sulla forma del romanzo e su come Morante rivesta, caso quasi unico tra i contemporanei, il ruolo di romanziere, “nel senso che i suoi universi narrativi e fantastici sono equivalenti perfettamente alternativi alla vita reale. Si vive nei romanzi della Morante come si vive nella realtà, nel senso che intorno al particolare inventato, a un frammento della peripezia siamo portati d’istinto a stabilire lo stesso sviluppo di relazioni e combinazioni che ci impedisce di distinguere, nella nostra esperienza di vivi, la realtà della nostra vita immaginaria da quella, apparentemente primaria, della nostra vita reale”. E, poco dopo, in un’immagine in cui traspare il rapporto diretto, personale ed emotivo con la letteratura, aggiunge Garboli:

Così inseguiamo i personaggi della Storia, e ne percorriamo i passi con lo stesso tumulto emotivo delle nostre letture di adolescenti, quando una fame non certo letteraria ci faceva mangiare con la testa altrove, la forchetta a mezz’aria e i Fratelli Karamazov sulle ginocchia.
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