gadda-hero

Eros e Priapo di Carlo Emilio Gadda

Carlo Mazza Galanti è nato a Genova nel 1977. Traduttore, critico letterario e giornalista culturale, collabora con diverse riviste cartacee e online.

A pprezzato dalla critica e ben accolto dal pubblico fin dalla sua prima pubblicazione per Garzanti nel 1967, Eros e Priapo non è solo uno dei libri più noti di Gadda ma anche, come e più di altre sue opere, un testo indeterminato, un complicato palinsesto di avvicendamenti editoriali, storici, biografici, stilistici. Il fatto che Gadda faticasse a dare forma compiuta ai suoi libri, e a questo in modo particolarmente sofferto, è da ascrivere tanto al carattere dell’artista quanto agli eventi esterni che lo interessarono, ai percorsi e ai cortocircuiti attraverso cui l’evoluzione delle vicende umane si confonde in maniera occulta a quella delle forme letterarie.

Gadda è stato modernista, o addirittura postmoderno, quasi suo malgrado. Dai limiti e dalle idiosincrasie, come spesso succede, è emersa la grandezza. Ma una grandezza dimessa, restia alla monumentalità dei classici: una grandezza troppo tormentata per entrare agevolmente in un manuale scolastico. Al lettore il cruccio o il godimento di affrontare questa genialità mostruosa, di muoversi in un corpus così irascibile, tra le poche isole cristallizzate nel mare del magma gaddiano. Nell’impoverimento progressivo della lingua media, sempre più spesso l’accesso a queste lande instabili e perigliose è riservato ai lettori di professione: critici, filologi, studiosi ed ermeneuti. Gadda è notoriamente un autore difficile. Ricordo le prime esperienze con i suo libri come un calvario di riletture, emicrania, dizionari compulsati ossessivamente. Ma nella fatica mentale si nascondevano illuminazioni, attimi di impareggiabile piacere, e credo che quegli sforzi siano tra i più proficui della mia storia di lettore.

Sforzo e godimento, forma e magma: fin nel tipo di “consumo” richiesto da Gadda si annidano le due polarità che attraversano ogni suo periodo, ogni sua parola. Eros e Priapo, un libro che parla (soprattutto) di politica, e in particolare del “sostrato erotico” del fascismo, è anche il libro che più d’ogni altro ha preso in carico la questione del rapporto tra pulsione e forma, nonché quello che più difficilmente ha trovato la sua forma, un compromesso tra la visceralità da cui è nato e di cui parla e il bisogno, o il dovere, di farsi cosa leggibile, pubblicabile. La questione politico-psicanalitica del libro (il disciplinamento della pulsione, il rapporto tra istinto e razionalità nei singoli e nelle masse), è anche la questione di Gadda e della sua scrittura, il travaglio riflesso nell’etica di uno stile dove ogni parola sembra portare la traccia di un conflitto aspro e mai concluso tra ordine e anarchia.

Mentre studia le masse mobilitate dal “Priapo Ottimo Massimo”, Gadda studia se stesso: ciò che racconta sul ventre molle del fascismo dialoga con l’elaborazione formale e la pulsionalità traboccante del suo stesso fare arte. Perciò Eros e Priapo non è solo un saggio, ma un testo polimorfo, letterario, autobiografico e auto-riflessivo. Il volume pubblicato recentemente da Adelphi è l’ultimo capitolo e una tappa certamente decisiva di una complicata e sofferta storia editoriale. Il merito va a Paola Italia e Giorgio Pinotti che l’hanno curato e ne hanno ricostruito filologicamente l’intera vicenda, lo “psicodramma editoriale”, ripercorso nell’appendice dove il discorso critico, ecdotico e biografico si intrecciano in un racconto appassionante. Qui di seguito provo a riassumerne i momenti principali.

Uno psicodramma editoriale
Tutto ha inizio nell’estate-autunno del 1944, tra le rovine dello Stato, nella “guerra civile” e con le truppe straniere che percorrono la penisola, ma anche nel pieno di una stagione straordinariamente creativa di Gadda, la stessa da cui nasce il Pasticciaccio. Tra una fuga e l’altra, lo scrittore inizia la stesura a caldo di un volume sul ventennio fascista intitolato originariamente Eros e la banda e subito promesso a Enrico Falqui per le Nuove Edizioni Italiane. Nella fase di elaborazione emergono frammenti testuali più o meno autonomi, per lo più rimasti inediti. Nel 1945 Falqui si stacca da NEI e passa a lavorare con Alberto Mondadori convincendo Gadda a seguirlo. Lo scrittore milanese presenta il libro a Mondadori come “un volume di circa 300 pagine riguardante il sostrato “erotico” del dramma ventennale testé chiuso: carattere irruente, e redatto con estrema libertà di linguaggio”.

L’entusiamo di Alberto per l’acquisizione si accompagna all’ambizione di riscatto per il trascorso fascista del marchio editoriale di cui è titolare. Ma il contratto non sarà onorato: occupato nella stesura del Pasticciaccio, Gadda ritarda la consegna fino a sciogliere il suo impegno con l’editore milanese. Teme la vis polemica di un libro che potrebbe non sembrare, nelle sue parole, “opportuno e accettabile”, autocritica di cui Italia e Pinotti collocano l’origine nel rifiuto opposto dalla rivista Prosa, pubblicata da Mondadori e diretta dallo stesso Falqui e da Gianna Manzini, ad accogliere il capitolo primo rivisto e intitolato “Il Bugiardone” (presente, insieme ad altri estratti e avantesti, in appendice a questa nuova edizione).

Il restauro ripristina l’irruenza e l’astio primitivi: una scelta opinabile ma non priva di fascino, giustificata dalle infelici avventure che hanno portato all’edizione del 1967.

Il testo viene definito dai suddetti “intollerabilmente osceno” e il giudizio, a dire dei curatori dell’odierno volume, avrà un forte impatto sulla mente dell’inquieto Gadda nonché sui rimaneggiamenti futuri del manoscritto originale. Nel 1951, quindi un bel po’ di anni dopo, Gadda riprova inutilmente a proporre parti del libro, questa volta a Bassani per Botteghe oscure, poi a Bonsanti per Letteratura, alla Banti per Paragone e altri. Niente da fare, la merce è… eccessiva. L’unico che accetterà sarà Pasolini, avvezzo agli scandali, nel 1955, per Officina. Gadda gli promette altri estratti per numeri futuri ma scompare e non se ne fa più nulla. Passano altri anni tra le alterne vicende del manoscritto fino a quando il libro esce, quasi obtorto collo, da Garzanti, con la collaborazione di Enzo Siciliano, un editing frettoloso, e il sottotitolo “da furore a cenere”. Il ricatto e l’ingiunzione alla pubblicazione fanno leva sulla proverbiale morosità dello scrittore milanese, qui rispetto a impegni pregressi con l’editore Garzanti. A questo punto della vicenda la forzatura pare l’unica soluzione possibile per farla finita con un libro che si trascina da più di vent’anni e che forse, altrimenti, non sarebbe mai uscito. Quello che arriva nelle librerie è un testo “guardingo e perbenistico”, come lo definisce lo stesso Gadda.

A proposito dell’edizione garzantiana Giorgio Pinotti scrive nella nota critica: “quella del 1967 è davvero un’edizione ‘quasi postuma’, condotta con pragmatismo empirico del tutto inadeguato alla complessità dell’impresa… Si aggiunga che il testo dell’autografo oltre che edulcorato, fu drasticamente potato (…) nonché sfregiato da una bizzarra e incongrua articolazione.” Il libro, con tutti i suoi limiti, si impone comunque come un’opera fondamentale, con la quale si confronteranno studiosi del calibro di Fortini o Isella. Questi nel 1992, nel quadro delle Opere gaddiane da lui dirette per Garzanti, tenterà una restaurazione del testo senza avere a disposizione, come i curatori della nuova edizione, la versione autografa degli anni 1940.

L’edizione Adelphi riparte dunque dall’inizio, dal manoscritto dell’epoca. Nell’appendice critica il lettore potrà scoprire le difficoltà affrontate dai curatori per stabilire la lezione originaria. La direzione del restauro è quella del ripristino dell’irruenza e dell’astio primitivi, una scelta opinabile ma non priva di fascino e certamente giustificata dalle infelici avventure che hanno portato all’edizione del 1967. Il risultato è un netto innalzamento della temperatura emotiva del testo, una recrudescenza dell’invettiva, il maggiore investimento autobiografico, ma anche un più ampio respiro teorico: se già il testo garzantiano, come ha mostrato (tra gli altri) Fabrizio Gifuni nella sua pièce “L’ingegner Gadda va alla guerra”, poteva parlare del presente, quello adelphiano guadagna sia in intensità stilistica che in ampiezza della visione presentandosi come utile strumento per affrontare questioni ancora oggi scottanti. Meno pamphlet anti-mussoliniano dunque e più trattato (narrativo, autobiografico, meta-saggistico, transgenerico, grottesco e patafisico), teoria critica e satirica di ogni potere e di ogni fascismo a venire poiché: “quando d’un fenomeno erotico della vita in generale sarà palese la similitudine col corrispondente fenomeno erotico del Ventennio, converrà dire a noi stessi: «A pian, Gioan», «Chiane» ossia «chiane chiane»”. Seguono alcuni esempi di lettura attualizzante.

Il Predappiofallo e tutti gli altri.
(Una premessa: la misoginia che appare vistosamente in molte delle pagine di Eros e Priapo – come in altre dello stesso autore – grava come una pesante ipoteca sul contenuto del libro. Si tratta probabilmente di un limite politico, e storico, del testo; sebbene non siano assenti diverse e più interessanti argomentazioni che potrebbero deporre a favore di una meno appariscente consapevolezza di genere dello scrittore, su questo punto, peraltro già dibattuto, lasciamo la parola a lettori e lettrici.)

Un lungo filone di studi che da Weber e Freud (ampiamente utilizzato da Gadda) arriva fino al sempre validissimo saggio di Cristopher Lasch La cultura del narcisismo o a più recenti lavori di Frank Furedi, ha identificato il narcisismo come fattore psicologico e sociale cruciale delle società contemporanee. In Gadda il tema psicanalitico della formazione dell’Io e delle sue storture è centrale e va di pari passo a un istintivo ribrezzo morale verso l’ostentazione del moi haïssable. Ne La cognizione del dolore l’io è “il più lurido di tutti i pronomi!”; In Eros e Priapo moltissime pagine sono dedicate alla questione del narcisismo.

L’autolubido esprime in ogni forma vivente la necessaria coesione dell’Io: essa è nell’uomo individuo quello che è la forza centripeta o gravità centripeta nel singolo pianeta. L’autolubido si identifica a un certo punto col pronome io, si sovrappone all’autocoscienza e le conferisce l’impulso pragmatico, addobba di una accesa e fruttifera prurigine quello che altrimenti riuscirebbe ad essere il perno di una ruota che non gira.

Ma questa pur fondamentale forza psichica se guidata male (il tema pedagogico è onnipresente tra le pagine del libro) finisce per produrre degenerazioni varie, infantilismo ed egolatria diffusa: “Quando la sindrome narcissica dell’età difficile ossia puerile-puberale permane e si coagula nella irremovibilità ippopotamica del narcisista adulto, la esibizione specifica può diventar prassi e abitudine. (…) L’esibizione tende allora a verificarsi coram populo.” L’“istinto esibitivo” è in Eros e Priapo oggetto di aneddoti rabbiosamente umoristici, dove finanche la morte è occasione di pavoneggiamento, come nell’umor nero delle pagine sulla “necrofagia autoerotica del vedovone o madrone – ch’è affamata di ptomaine esibitive e di succhi cadaverici propagandistici”.  A esibizione diffusa consegue elezione di capi conformi al modo psichico vigente (e ognuno ci veda chi preferisce): “nella sua psiche malata di adulto-infante, nella inesorabile non-coscienza a che la centrogravitante sua vanità ha ridutto e frantumato la materia dell’Io, egli tende [il capo, il politico: Mussolini, N.d.R.], tende con un piego de’ labbri tra di idiota e saccente, tende ineluttabile alla estromissione del pene. Che è l’atto più interessante, il pragma principe.”

Da qui alla “incorporazione” del pene o “consustanziazione narcissica del gruppo” il passo è breve. E non si deve per forza arrivare al totalitarismo per rendersene conto. Basta fare un giro nel web, o pensare alla reviviscenza del populismo, oggi tanto discusso sia da destra che da sinistra. Il narcisista è particolarmente soggetto alle lusinghe del gruppo e del capo carismatico: “sventolato fallo sopra la sagra delle vulve che mussano” per usare una delle tante allucinate definizioni gaddiane del duce e dei suoi simili. Nell’epoca della “post-verità”, come anche i primi ministri dimissionari usano ormai definire la nostra, il consenso passa attraverso questo tipo di identificazione: narcisistica, emotiva, nettamente sbilanciata sul versante libidinale/irrazionale.

È lecito chiedere alla moltitudine l’assenso e, chi gli svagoccia, il premio del suo plauso e del suo riso di femmina: non è lecito ripetere sistematicamente da una scenica lubido, e da lo stupro ululante che le consegue, quello afflato o “ispirazione” a gestire la cosa pubblica che è invece degli anni, del dolore, e del raziocinio.

A proposito “degli anni”, in materia di rottamazione e giovanilismo imperante, è sempre utile leggere le pagine che Gadda dedica al rapporto giovani-politica, alla mobilitazione giovanile, ovvero di colui che più è soggetto “all’introito a-critico della grulleria e alla consustanziazione fetale della grulleria medesima”. I giovani sono sensibili alle lusinghe del potere, alla “ghiottoneria ammirativa”, alle “esibizioni pubero-fanfaronesche”, al protagonismo emotivo-mediatico, al giustizialismo che addita e sfoga, all’informazione che fomenta la “mozione degli affetti”. Il giovane subisce: “Que’ modi e que’ procedimenti oscuri dell’essere che pertengono alla zona dell’inconscio, quegli impulsi animali a non dire animaleschi da i’ Plato topicizzati nell’epizumetikón cioè nel pacco addominale, nel vaso delle trippe: i quali hanno tanta e talora preminente parte nella bieca storia degli omini.” Trippe che meglio si esprimono, secondo il tecnofobico Gadda, nella comunicazione mediatica: all’epoca rotocalchi e radio, oggi molto altro (e viene spontaneo domandarsi cosa avrebbe potuto pensare l’antinarcisista scrittore di Facebook o Instagram):

Non c’è nessun affetto da ismovere, ma ragione solo e giustizia da servire. Talché l’Io-Fallo non può ignorare la voce, la radio, il grammofono: ai quali rompicoglionissimi ingegni auspico eterne bombe sopra, bombacce. (…) Davanti il su’ giornale, uomo gli è come passero, passero ipnotizzato dal serpente. Quello magari mente a tutto ispiano, con lingua e fronte di consumata e leccativa meretrice, di provocatore, di ruffiano, di ladro, di affiliato a bande assassine, e di lor zelante e trasudata spia. Ma «Io sono il tuo giornale e tu non avrai altro giornale avanti di me.

E così via, in una serie di digressioni psicologiche, sociologiche, narrative, in una catabasi grottesca tra furbi patrioti, caritative crocerossine borghesi e infoiati maschi pronti alla crociata. Tutta una serie di situazione pecorecce, cause strombazzate e pseudoideali sbandierati con vuota retorica dove fatti gli opportuni aggiustamenti e correzioni (anche se a volte non è neppure necessario) il lettore contemporaneo potrà riconoscere dinamiche famigliari e ancora oggi pressoché immutate. Al lettore futuro Gadda si rivolge d’altronde esplicitamente, supponendolo più diffidente di quanto forse non sia:

E non creda il lettore di qua a un secolo ch’io dica bugie o mi compiaccia a mia pitture in nel non saper dipingere, quasi imbrattandomi de’ color gialli o verdecromi, e far tele quali i mia critici le sogliono chiamar «barocche», «macaroniche» ed altro. Ho penna veridica se pur intinta a le cacche (necessariamente intinta al solo inchiostro oggi disponibile a Italia) e ‘l mio referto è testimonianza psicologica presa della mia anima.

Di simile inchiostro è ancora pieno il mondo, e probabilmente sempre lo sarà. Meno di autori che come Gadda, con quell’inchiostro, sappiano imbastire magnifiche opere d’arte.

logo--small Created with Sketch.