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Album di Roland Barthes

Natalia La Terza è nata a Orbetello nel 1990, vive a Roma. Ha scritto su Nuovi Argomenti, IL e minima&moralia.

N el 1975 Roland Barthes pubblica per le Éditions du Seuil Roland Barthes par Roland Barthes, un diario in pubblico, un piccolo album a forma di libro dove le foto di Barthes (bambino in braccio alla mamma; ragazzo sdraiato sulla sabbia; uomo in pantofole e pantaloncini corti, circondato da fogli scritti e da scrivere) si alternano a una lunghissima, eterogenea, serie di paragrafi sui temi più disparati, che passano da titoli come “Lo scrittore come fantasma”, a riflessioni sull’essere mancini. Sono le lettere la perla di Album. Soprattutto quelle indirizzate alle persone a lui più vicine, e da  noi meno conosciute, nomi che si ritagliano un piccolo spazio luminoso tra quelli di destinatari come Jacques Derrida, Claude Lévi-Strauss, Maurice Blanchot o Georges Perec. L’amico fraterno del liceo, Philippe Reyberol, il medico (e fratello di Elias Canetti) incontrato in sanatorio a Saint-Hilaire-du-Touvet, Georges Canetti, e il ragazzo incontrato a 28 anni e diventato amico di una vita, Robert David, sono i custodi delle confidenze più intime dell’autore di S/Z.

È seguendo le loro corrispondenze che troviamo una chiave di lettura di questo immenso archivio, è qui che Barthes diventa protagonista della sua storia, esaudisce, senza saperlo, un suo desiderio: diventare personaggio di un romanzo. Nel 1975, Roland apre Barthes con una dichiarazione di poetica autografa, in inchiostro nero: “Tutto ciò deve essere considerato come detto da un personaggio di romanzo”; nel 1978, chiude la penultima lettera del suo epistolario con una parentesi: “(Ma perché non sono il personaggio di un romanzo?)”. E noi lo seguiamo, “assorbito dalla monotonia dei giorni” e dai “piccoli incidenti sentimentali”. Il libro è arrivato in Italia nel 1980, nella Piccola Biblioteca Einaudi, nella traduzione di Gianni Celati e col titolo accorciato al cognome Barthes. Ora, il Saggiatore pubblica l’ideale seguito, 400 pagine, tradotte da Deborah Borca, di altro materiale. Album di Roland Barthes è un’opera che rende più nitidi i colori del suo ritratto, affina il suo profilo, ci fa scoprire com’è Barthes non in pubblico ma in privato, chi è Roland quando scrive di se stesso, non per i suoi lettori ma per i suoi amici.

In Album, conosciamo Barthes in medias res: da ragazzino è un grande lettore di Anatole France, un minorenne che si sente troppo giovane per la lettura integrale della Recherche. Poi è un ragazzo innamorato della solitudine, con priorità molto precise: andare al faro solo di notte o godersi beato la vista dalla terrazza vuota del sanatorio dov’è ricoverato per curare la tubercolosi. Dopo è un ventenne che si impone, tra le regole di sopravvivenza, quella di: “bandire i ricordi interni, queste manie dell’anima che costituiscono la continuità di un essere”, e si smentisce in una lettera scritta qualche anno dopo: “Mi ricordo perfettamente alcune tue espressioni, la tua andatura, non proprio lenta ma con costanti deviazioni, ogni segmento delle quali è all’apparenza molto deciso, ma nell’insieme è comunque, innanzitutto, di un’imprecisione affascinante, una rêverie!”. Ed è un uomo che prende lezioni di canto dal baritono Charles Panzéra e mette in dubbio le sue capacità artistiche: “I due o tre articoli che ho onestamente cercato di buttare giù mi hanno fatto capire in modo chiaro e distinto che sono incapace di scrivere.” Prima pagina: Barthes è a Bayonne, in Allées Paulmy, a casa dei nonni paterni. Ha 17 anni e scrive a Philippe Reyberol:

Se non ti ho scritto prima è innanzitutto perché la vita che faccio qui è piena di impegni, e poi perché temevo di annoiarti ricordandoti il cattivo compagno di un brutto passato. Ma ora finalmente mi sono deciso, e spero che mi risponderai, mi dirai che ne è di te, cosa fai e cosa pensi. (Non intendo essere indiscreto.) Quanto a me, sono sulla strada verso l’ascetismo: leggo cose molto erudite, mi istruisco, medito; ciò che, in sintesi, fa di me un ragazzo definitivamente noioso. Per quanto riguarda le mie occupazioni, mi dedico a molte cose: leggo (niente male). Mi dedico alla musica e – cosa di cui vado fiero – imparo l’Armonia (che è ancora più difficile della Matematica). Gioco anche un po’ a bridge ma sono davvero pessimo. Le parti che preferisco sono quelle in cui faccio il morto. Infine, passeggio un po’ lungo la costa, e se il bel tempo persiste spero di andare qualche giorno in Spagna.
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