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L’Inghilterra di Sue Townsend

Il profilo di una delle penne umoristiche più felici della narrativa britannica, dai Sex Pistols alla Brexit.

Giulia Blasi conduce Hashtag Radio 1. Fa parte della redazione del Tascabile. Il suo ultimo romanzo è "Se basta un fiore" (Piemme) Scrive per Marie Claire e collabora con diversi magazine su Medium.

N on abbiamo mai veramente capito l’umorismo inglese. Certo, abbiamo riso con Un pesce di nome Wanda e i vecchi sketch dei Monty Python, ma il grosso della produzione britannica è sfuggito al grande pubblico, che ha imparato a ridere con la comicità fisica degli americani e non ha mai davvero acquisito il gusto per le battute fredde e taglienti d’oltremanica. Forse è per questo che Sue Townsend, che in patria era popolarissima e godeva di quella rara combinazione che è il successo commerciale e il rispetto della critica, è passata inosservata in Italia: eppure i suoi libri sono esilaranti, buffi al punto che non si possono leggere e contemporaneamente assumere liquidi. Il mio primo Sue Townsend è stato il secondo libro nella saga di Adrian Mole, antesignano di tutte le schiappe e le Bridget Jones del mondo e protagonista di ben nove libri, tutti scritti in forma di diario. Avevo comprato The Growing Pains of Adrian Mole a un mercatino dell’usato di Manchester, e seduta per terra sull’abrasiva moquette leggevo e ridevo, leggevo e ridevo. Il fatto di essere entrata nella storia di Adrian Mole in medias res, quando i suoi diari erano già alla seconda puntata, non mi era di alcun disturbo: era possibile farlo anche senza il retroterra del primo, The Secret Diary of Adrian Mole, Aged 13 ¾. La vita di Adrian, adolescente che si crede un intellettuale pur essendo molto pedante e sprovvisto di talento letterario, è un ritratto precisissimo della Little Britain messa alla berlina da Matt Lucas e David Walliams nella serie omonima.

In un periodo come questo, in cui l’Inghilterra ha rivelato la sua anima nazionalista e arrogante con un referendum sull’uscita dall’Unione Europea indetto senza aver prima messo a punto una strategia economica e politica che potesse far fronte ai danni causati dall’abbandono del libero mercato, Sue Townsend rappresenta una risorsa utile per avere una visione della società inglese che esca dai confini del cosmopolitismo londinese. Originaria di Leicester, città situata al centro esatto del paese, Townsend proveniva da una famiglia della working class più dignitosa, quella che tira a campare ma considera i libri una necessità primaria. Nelle sue opere racconta l’Inghilterra piccolo-borghese e proletaria che vive di sussidi e pensioni di Stato, sempre a un passo dal collasso economico, e che somiglia moltissimo a quella invocata negli ultimi mesi per giustificare l’esito della consultazione sulla Brexit. Solo che quella dei diari di Adrian Mole è l’Inghilterra del 1984, del neo-liberismo di Margaret Thatcher, dei morti nelle Falklands, del matrimonio fra il Principe Carlo e Lady Diana Spencer trasmesso in mondovisione, un matrimonio – ora lo sappiamo – basato su un calcolo della famiglia reale più che su un legame affettivo fra gli sposi. Di quell’Inghilterra si segue l’evoluzione per decenni attraverso gli occhi di Adrian, il più esilarante dei narratori inaffidabili, del tutto incapace di comprendere cosa succede intorno a lui e quasi mai in pieno contatto con la realtà.

La vita di Adrian, figlio unico (almeno fino alla nascita di un fratellastro, Brett, e di una sorellina, Rosie Germaine: la lettura di L’eunuco femmina da parte della madre rappresenta un punto di svolta nel matrimonio dei genitori) è il ritratto delle tradizioni più popolari della provincia. Conservatore nel midollo e attaccato al passato al punto di rifiutarsi di riconoscere i cambiamenti del mondo intorno a lui, Adrian osserva il mondo con un candore assoluto, una completa assenza di malizia. Quando il padre lascia la madre per un’altra donna e la madre fa domanda di sussidio (erogato attraverso girocheque, un assegno da incassare in posta o in banca), la disperazione della loro situazione e la lentezza della burocrazia gli sfuggono quasi del tutto, ma ogni capitolo termina con “No giro!”.

Adrian non capisce niente, mai: non capisce che il padre tradisce la madre e viceversa, non capisce che la fidanzatina e primo amore Pandora Braithwaite non lo vuole più e si è sposata con un aristocratico gay perché ritiene che i primi matrimoni siano un passo fondamentale che non vale la pena di bruciare con un’unione d’amore, non capisce di non essere un intellettuale, non capisce (ma accetta senza fare questioni) i continui cambiamenti di look e inclinazione del suo migliore amico Nigel, il personaggio incaricato di veicolare i mutamenti sociali e l’evoluzione della cultura popolare, e che negli ultimi volumi diventa cieco, come l’autrice stessa. Questo candore smette di funzionare dal punto di vista narrativo dal quarto volume in poi, quando Adrian è troppo grande per poterselo permettere, ma fino a quel punto i suoi occhi sono telecamere: il loro sguardo è sempre uguale, è il mondo intorno a essere diverso.

Per molti versi, Sue Townsend è stata l’antesignana di JK Rowling, una madre single che su un’idea meravigliosa e una poetica definita ha costruito la sua fortuna.

Il rapporto fra gli inglesi e la monarchia è spesso complicato. Dai Sex Pistols in giù, il sentimento anti-monarchico è diventato pop: c’è voluto un lutto, la morte tragica di Diana, per invertire la tendenza e insegnare ai Mountbatten-Windsor un modo diverso di comunicare con il pubblico, più leggero, meno distaccato. La vocazione repubblicana di Sue Townsend è un motivo ricorrente nei suoi libri, ma trova la sua piena realizzazione in The Queen and I, del 1992, un romanzo ucronico in cui la famiglia reale viene destituita in seguito alla vittoria del Partito Popolare Repubblicano (People’s Republican Party) e spedita a vivere con tutta la famiglia in un quartiere popolare, in una strada chiamata Hellebore Close (Hell Close, per i residenti). Molto dell’umorismo della vicenda scaturisce dalla premessa stessa, quella del pesce fuor d’acqua che deve adattarsi alla sua nuova situazione: la Regina, ora Mrs Windsor, lo fa meglio degli altri (e sicuramente meglio del consorte). Nel momento in cui la Famiglia Reale smette di essere un oggetto distante e diventa un soggetto, un personaggio osservato e raccontato nella sua quotidianità, The Queen and I rivela il rispetto che Townsend nutre nei confronti della sovrana (e un po’ meno per i suoi congiunti, dipinti quasi tutti come dei perdigiorno senza risorse).

The Queen and I ha una sorta di seguito, uscito nel 2006, nove anni dopo la morte di Diana: se il primo dei due libri era un romanzo ucronico che si svela essere solo un sogno della regina, il secondo è direttamente un romanzo distopico (un raro caso di distopia esilarante). Il mondo che ritroviamo in Queen Camilla è un luogo opprimente, in cui il Primo Ministro Jack Barker – che ha finito per vincere davvero le elezioni – ha creato “zone di esclusione” per tenere confinati tutti gli indesiderabili, i criminali, i vagabondi, i pigri, gli obesi e la Famiglia Reale. Il principe Philip è infermo in maniera permanente dopo un ictus, e la regina ha deciso di abdicare per prendersi cura del marito: l’annuncio scatena una lotta per la successione tutta interna alla famiglia, in cui dal nulla compare un personaggio che risponde all’inglesissimo nome “Graham Cracknell”, e che sostiene di essere il figlio segreto di Charles e Camilla. Il matrimonio del Principe di Galles e della duchessa di Cornovaglia viene ritratto come un’unione appassionata e felice, a differenza di quello con Diana (che in The Queen and I mostrava la corda: il divorzio fra i due sarebbe stato ufficializzato solo nel 1996, ma già nel 1992 il Sun usciva con la trascrizione delle telefonate intercettate fra Diana e il suo amante James Gilbey). Anche in Queen Camilla, l’umorismo nasce dal contrasto fra l’educazione e le abitudini dei reali e la realtà della classe operaia inglese, a malapena in grado di esprimersi in una lingua comprensibile ma se non altro presente a se stessa.

Fra The Queen and I e Queen Camilla c’è Number Ten, uno dei romanzi meno riusciti di Townsend, che tuttavia conserva un tratto felice quando racconta i personaggi più pittoreschi, come la madre del poliziotto Jack Sprat (che si chiama come il protagonista di una filastrocca popolare e sta di guardia alla porta della residenza di Downing Street in cui vive il Primo Ministro Edward Clare) e la sua famiglia di piccoli criminali che non hanno mai posseduto un videoregistratore acquistato legittimamente. Abbandonata temporaneamente la Famiglia Reale, Townsend si concentra sulle piccole miserie della politica inglese, costruendo un personaggio modellato su Tony Blair sposato con “la donna più intelligente della Gran Bretagna”, un riferimento alla carriera da avvocato e docente di Cherie Booth, née Blair; uno pseudo-Blair che per recuperare il contatto con la gente decide di viaggiare in incognito alla scoperta del paese, indossando gli abiti della moglie e una favolosa parrucca bionda. Una riproposizione del meccanismo del pesce fuor d’acqua, in cui il punto d’accesso all’Inghilterra sconosciuta è proprio Jack Sprat, che a fatica è riuscito a strappare se stesso dal suo destino sociale ed è diventato un onesto difensore della legge. L’umorismo è di grana più grossa rispetto ai primi romanzi, ma la vena anarchica e proletaria di Townsend emerge potente, e dirige tutto l’affetto verso i personaggi più svantaggiati.

Sue Townsend è morta nel 2014. Per molti versi è stata l’antesignana di JK Rowling, una madre single che su un’idea meravigliosa e una poetica definita ha costruito la sua fortuna. Ci lascia un patrimonio di risate irrefrenabili e una testimonianza preziosa su trent’anni di una società che pensavamo di avere capito, e invece no.

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