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Cronaca pop di un anno surreale

Come ha certificato il Merriam-Webster, che l’ha nominata parola dell’anno, nel 2016 il surreale è diventato realtà.

Daniele Cassandro è un giornalista di Internazionale, si occupa delle pagine culturali: musica, libri, arte e cinema.

S urreal. È la parola del 2016 secondo il dizionario Merriam-Webster. Si diffonde negli anni Trenta con il movimento surrealista che intendeva fare arte pescando dai recessi più profondi dell’inconscio, non cercavano ispirazione nella realtà o nella classicità, la cercavano nei sogni, nella psiche, nel rimosso; in tutti quei mondi paralleli in cui ci addentriamo quando smettiamo di ascoltare la ragione e ci immergiamo nell’ignoto. Gli anni Trenta furono anni di cambiamento e di movimenti tellurici nella società e nella politica: si affermavano il modernismo e l’innovazione tecnologica e allo stesso tempo si rafforzavano le più impensabili dittature.

Il 2016 è stato un anno surreale in tutto e per tutto. Un anno in cui, come nei sogni, le cose più ovvie hanno preso una forma nuova, come i giocattoli nella camera buia di un bambino quando si apre uno spiraglio di luce. La Brexit ha trasformato la nostra idea di Europa. La tecnologia, e specialmente i social media, hanno smesso di essere un innocuo passatempo per diventare il principale strumento di diffusione di notizie false, che hanno contribuito a rivolgimenti socio politici surreali: come un ex comico che tiene in scacco la politica di un paese europeo e un miliardario sessista alla guida della prima potenza del mondo. È stato un anno contraddittorio in cui alcuni diritti fondamentali della persona si sono rafforzati (le unioni civili da noi, per esempio o il matrimonio egualitario in gran parte del mondo occidentale) o sono stati del tutto spazzati via da un’ondata di bigottismo (i diritti delle donne in Polonia o l’assurda xenofobia in Ungheria).

È stato un anno di guerre e di equilibri geopolitici sempre più instabili. Il più grande nemico dell’Occidente, ma non solo dell’Occidente, sembra essere un terrorismo proteiforme i cui contorni sono sempre più inafferrabili. Un terrorismo che più che un’associazione eversiva armata sembra un franchise da esportare in tutto il mondo. Un brand della jihad che potrebbe aprire bottega proprio sotto casa di chiunque e questo rende sempre più difficile dare una forma alle nostre paure. Emblematico in questo senso è stato It Follows, il film horror più bello ed enigmatico della stagione: in It Follows il serial killer non è un pazzo o un maniaco. Non è neanche il demonio o una persona posseduta. La forza oscura che uccide i giovani di un sonnolento sobborgo di Detroit è definita come “quella cosa” o “qualcosa”. Non ha forma, non ha nome. Potrebbe essere una malattia mentale, un’epidemia, quello che è certo è che esiste ed è in mezzo a noi. Ci segue, appunto.

La morte in sequenza di David Bowie, Prince, Leonard Cohen e George Michael ci ha fatto riflettere sul fatto che quella che noi siamo abituati a definire cultura giovanile sta diventando invece un canone.

Nel 2016 la musica pop ha smesso di essere sinonimo di musica giovane. La morte in sequenza di David Bowie, Prince, Leonard Cohen e George Michael, quattro artisti famosissimi con stili e di generazioni diverse, ci ha fatto riflettere sul fatto che quella che noi siamo abituati a definire cultura giovanile sta diventando invece un canone. La morte consegna l’immagine e l’arte di questi personaggi all’eternità, un’eternità museale di studio, di conservazione, di filologia. Non vedremo più Prince o Bowie su un palcoscenico ma li studieremo all’università, smonteremo ogni loro canzone. E quando non ci pensa la morte a mettere gli artisti pop su un piedistallo ci pensano gli accademici di Stoccolma.

Il discusso premio Nobel per la letteratura attribuito a Bob Dylan, forse poco capito dal premiato stesso, non ha fatto che accelerare questo processo di canonizzazione della cultura popolare che ormai brucia le tappe che la separano dalla cosiddetta cultura alta. Anche il pop più commerciale sembra rendersi conto di questo crepuscolo degli dei: un artista come The Weeknd, il cui album Starboy è stato uno dei dischi più interessanti dell’anno, ha fatto rivivere lo spettro di Michael Jackson. Ma non lo ha rievocato in modo bianco e inoffensivo come Justin Timberlake all’inizio del decennio, lo ha letteralmente riesumato dalla tomba facendo suoi i lati meno consolatori del personaggio: la sessualità sofferta, l’infantilismo maniacale, l’inquietudine razziale.

La questione razziale è diventata centrale negli Stati Uniti, e di conseguenza in tutta la cultura pop, in questo ultimo anno di presidenza Obama. Un grande comunicatore afroamericano alla Casa Bianca non ha fatto sì che razzismo e pregiudizi si attenuassero. Anzi, in qualche modo ha permesso che covassero più che mai sotto la cenere. Nel corso di tutto l’anno non si è fermata la strage da parte della polizia di giovanissimi afroamericani disarmati. L’indignazione si è coagulata intorno al movimento Black Lives Matter, che ha offerto anche una potente leva ideologica e iconografica ad artisti pop come Beyoncé e Kendrick Lamar. Beyoncé, in particolare, con l’album Lemonade e la suite di video che lo accompagna, è riuscita a creare un prodotto che è sia arma d’assalto alle classifiche pop che strumento di comunicazione ideologica e politica. Non che nella musica afroamericana siano mancati i momenti di surrealtà: quando il rapper (e produttore, e regista, e stilista) Kanye West si è fatto fotografare con “il suo caro amico” Donald Trump all’inizio di dicembre l’effetto è stato, per dirla come il poeta surrealista Lautréamont, “bello come l’incontro casuale di una macchina da cucire e di un ombrello su un tavolo operatorio”.

È stato un anno di rivisitazione di tanti temi della fine degli anni Settanta e Ottanta. Mentre morivano le icone di quegli anni, cinema e serie tv sembravano sempre più attaccati all’immaginario dei figli della guerra fredda.

Black Lives Matter ha influenzato anche il mondo dei supereroi che già da qualche anno sono diventati l’unica materia davvero duttile da cui plasmare nuovi miti hollywoodiani. La Marvel ha infatti chiamato il giornalista e attivista afroamericano Ta-Nehisi Coates a scrivere il reboot di un vecchio personaggio della fine degli anni Sessanta: The Black Panther, Pantera Nera. Ispirato ai primi movimenti per i diritti civili, Black Panther è il sovrano di un minuscolo e fiero stato ultratecnologico nascosto nel cuore dell’Africa nera che si unisce alle attività degli Avengers. Ta-Nehisi Coates ne ha fatto l’epopea afro-futurista di un sovrano illuminato roso dai rimorsi e schiacciato dalle sue responsabilità. Un personaggio potente e sofferto che finisce inevitabilmente per incarnare la difficoltà esistenziale di essere neri nell’America di Trump.

Il 2016 è stato anche un anno di rivisitazioni febbrili di tanti temi della fine degli anni Settanta e dei primi anni Ottanta. Anzi, mentre una a una morivano le icone di quegli anni, cinema e serie tv sembravano sempre più attaccati all’estetica dei prodotti culturali che avevano forgiato l’immaginario dei bambini degli anni Ottanta, i bambini della guerra fredda. Una serie tv come Stranger Things è l’esempio più evidente di questa sorta di manierismo citazionista: analizzata da un punto di vista puramente estetico la serie è quasi un centone di temi, atmosfere, angosce e personaggi di quegli anni.

A Natale del 2015 poi era partita l’imponente operazione di restaurazione del mondo di Star Wars ad opera dell’autore, regista e produttore J.J. Abrams. Il risveglio della Forza, il settimo episodio della saga, aveva rimesso in scena, trent’anni dopo, i protagonisti della trilogia originale (1977-1983) di George Lucas: Harrison Ford, Mark Hamill e Carrie Fisher. La morte di quest’ultima, proprio il 27 dicembre, a un anno di distanza dal suo trionfale ritorno nel ruolo della principessa Leia, sembra chiudere un cerchio. Ma non il cerchio che ci aspettavamo.

Tutta la carica catastrofica e distopica del 2016 si trova nel reboot che il mondo DC Comics ha tentato con il film Batman V Superman. Estremizzando le psicosi dei due supereroi e portandoli a una lotta tra di loro, il film finisce per diventare una metafora della catastrofe nucleare da guerra fredda. Due superpotenze accecate dall’odio, rese folli dalla loro stessa forza, trascinano l’intero pianeta nell’Armageddon. Il film è uscito alla fine di marzo; col senno di poi tutta quella cupezza sembra profetica.

Pokémon Go è l’ennesima porta della percezione che si apre, l’ennesima faccia di una realtà che è sempre meno un solido regolare e sempre più un prisma sfaccettato e incontrollabile.

Il cattivo di Batman V Superman è il miliardario Lex Luthor (Jesse Eisenberg), un mash-up tra Donald Trump per irruenza e cafoneria e Mark Zuckerberg per nerdismo e psicosi. Lex Luthor incarna un altro elemento importante di questo surreale 2016: la perdita di fiducia nella tecnologia come forza salvifica. Il 2016 è stato l’anno in cui ci siamo resi conto che la tecnologia può diventare uno strumento di controllo e di repressione: abbiamo metabolizzato le vicende di Snowden e dell’NSA, abbiamo assistito al disumano trattamento in carcere di Chelsea Manning e, in modi diversi, colossi come Google, Facebook e Amazon hanno gettato la maschera mostrandoci una faccia ben diversa da quella dell’innovazione benevola e inclusiva che promettevano. Tra evasione fiscale, scalate imperialistiche ai mercati della banda larga cinese e indiano, inaccettabile trattamento della forza lavoro, i colossi della rete (e di conseguenza i loro prodotti) hanno cominciato a essere percepiti in modo diverso.

Questa sfiducia non ha scalfìto i videogiochi che hanno continuato a essere più pervasivi che mai. Pokémon Go, in particolare, è stato il fenomeno dell’anno con il suo mix di geolocalizzazione, realtà aumentata e personaggi colorati e accattivanti. A guardarlo bene è il gioco più surrealista mai realizzato: manipola la realtà intorno a noi, il nostro quartiere, la strada che facciamo per andare al lavoro tutti i giorni e lo popola di fantasiose creature da acchiappare. È l’ennesima porta della percezione che si apre, l’ennesima faccia di una realtà che è sempre meno un solido regolare e sempre più un prisma sfaccettato e incontrollabile. D’altra parte, grazie alla tecnologia consumer di aziende come Oculus (acquistata da Facebook) e GoPro, la realtà virtuale ha cominciato a entrare davvero nelle nostre vite in maniera pervasiva.

Il 2016, dunque è stato un anno di trasformazioni. In 365 giorni gli equilibri del mondo sono cambiati in modo radicale. Ci sono stati terremoti, guerre, lutti e catastrofi, come sempre. La sensazione è che questi cambiamenti stiano lasciando un segno forte. Da una parte ci sentiamo più insicuri: tutto intorno a noi sembra più incerto e mutevole che mai. Tutto, a cominciare dalla terra che ha tremato sotto ai nostri piedi in buona parte dell’Italia. Eppure forse questo è l’anno in cui di più abbiamo preso coscienza che la conoscenza che abbiamo accumulato fino ad ora, le reti che abbiamo intessuto grazie ai nuovi media, il lavoro che in modi diversi abbiamo fatto su noi stessi, ci sta dando forza. Il 2016 non è stato solo distopia e insicurezza: per molti di noi, soprattutto donne, gay, trans e minoranze, è stato un anno di presa di coscienza identitaria. La cosa davvero surreale è forse questa: in questo mondo così indecifrabile e inafferrabile molti di noi si stanno scoprendo più forti. Ma questa è una storia ancora tutta da scrivere.

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