L a buona notizia è che finalmente la mascolinità è diventata un tema; quella cattiva è che siamo ancora nel mezzo del tumulto dei significati. E non perché gli uomini siano improvvisamente al centro di una rivendicazione, ma perché qualcosa si è incrinato: la mascolinità, da dato implicito e invisibile, è diventata oggetto di attenzione culturale, di conflitto, di racconto. Allora ho pensato di parlarne con due uomini che si sono presi la briga di analizzare tanto la condizione maschile in senso generale (come genere non neutro) quanto la condizione particolare di essere un uomo sul crinale del cambiamento epocale.
Da una parte Quel che resta degli uomini (2025) di Manolo Farci, un saggio che prova a tenere insieme numeri, storia, economia, politica, e che parla soprattutto di ragazzi: l’adolescenza come zona critica, la vita maschile scandita per età e aspettative, lo smarrimento che attraversa una generazione. Dall’altra La voce del padrone (2025), un monologo di Francesco Pacifico che rifiuta la teoria, che parla in prima persona, e che mette in scena una posizione maschile precisa: un uomo dentro una relazione con una femminista, dentro un mondo che cambia, dentro una serie di paure che è scandaloso nominare.
Non c’è, in questo trialogo, la pretesa di far dialogare due prodotti come rappresentassero lo Zeitgeist o, ancor peggio, un compendio di “tutto quello che c’è da sapere sul tema”. Uno prova a spiegare, l’altro a esporsi; uno generalizza, l’altro resta ostinatamente personale. Entrambi però girano intorno allo stesso quesito: “Che cosa significa essere un uomo oggi?”.
Silvia Gola: Partiamo, allora. Prima di tutto, cosa pensate l’uno del libro dell’altro?
Francesco Pacifico: Una cosa che mi ha messo spalle al muro, leggendo il tuo libro, è una cosa che avevo notato anche nei tanti incontri con femministe e intellettuali varie. E cioè, mi sono reso conto che ad oggi ho un rifiuto della mascolinità, che è diventato un rifiuto di comodo. Cioè, quando ho scritto il libro, io pensavo che la cosa difficile fosse interfacciarsi con le femministe, e poi solo dopo averlo scritto ho visto la generosità della loro accoglienza. Cioè, bastava essere un po’ caotici e appassionati e non controllare troppo il ragionamento che si stava facendo per trovare una fortissima connessione, anche con le persone con cui ho litigato e di cui racconto nel libro. E leggendo il tuo, di libro, ho avuto conferma di una cosa che mi hanno detto le femministe: “Devi parlare coi maschi!”. Ma io ho paura. Il ritratto che fai mostra una situazione esplosiva: c’è tutta quella fragilità e tutti quei modi violenti di nasconderla… Questi maschi che nascondono la fragilità e diventano una specie di fusione a freddo costante. Io, sinceramente, vorrei non avere più il problema di averci a che fare.
Però noto anche un’altra cosa, che è molto legata alla prossemica. Negli ultimi anni ho imparato come il mio corpo possa essere percepito come minaccioso. E dal video in cui mi appare, invece, vedo che il linguaggio del corpo di Manolo non è minaccioso. E allora, improvvisamente, penso che forse posso farcela. Quindi, come stanno le cose? Ho paura di occuparmi di quella violenza del mondo maschile da cui mi sono allontanato e riesco a parlare solamente se c’è qualcuno che ha il linguaggio del corpo di Manolo? Mi andava di aprire così il discorso perché ho provato nausea per te, pensandoti lì a fare la tua ricerca. Per me è intollerabile – dal rapporto col padre, con gli amici, alla parrocchia, agli scout – è tutto intollerabile.
Manolo Farci: Volevo aggiungere una cosa che ho avvertito anch’io. Quando scrivevo il libro pensavo: “Adesso lo presenterò e sicuramente tante donne e tante femministe mi remeranno contro”. Perché comunque è un libro che, per certi aspetti, ha uno sguardo compassionevole verso i maschi, cerca di capire certe dinamiche. È diverso da altri approcci che partono da una condanna netta, e che però, nel condannare, finiscono per riprodurre a volte la stessa postura violenta che dicono di voler combattere. E siccome io questa postura non ce l’ho proprio – non è una posa, sono fatto così – ero convinto che sarei stato accolto male dalle donne e dalle femministe. Invece è successo esattamente il contrario.
Cioè, proprio il mio modo di stare nel discorso – come dici tu, caotico, contraddittorio (che secondo me è la posizione più difficile, né capibara [il progressista che “dice ‘andrà tutto bene’ per rassicurare lei, per rassicurare sé stesso”, N.d.A.] né conservatore per parafrasare il tuo libro) – funziona perché non ti dà un’identità netta e dunque nessuna pretesa di superiorità morale. Noi due siamo dentro questa contraddizione, in questa via di mezzo. Io pensavo che questa via di mezzo sarebbe stata la prima cosa a essere stigmatizzata. E invece no. Al contrario, il mio libro non viene letto dagli uomini. In casa editrice mi hanno detto: “Guarda che il tuo testo lo comprano le donne e le persone queer, mica gli uomini”.
FP: Anche il mio, uguale.
MF: Non mi aspettavo molto dai ragazzi più giovani, ma pensavo che almeno gli uomini lo avrebbero letto, perché è un libro che parla proprio a loro. A uomini con cui, in realtà, non ho mai avuto grandi legami: come te, sono sempre stato più a mio agio nel femminile, e non lo dico come un merito ma come un limite. A un certo punto però ho sentito il bisogno di recuperare questo “fatto” di essere maschio, senza orgoglio, provando a fare i conti con il corpo maschile e con il rapporto con altri uomini, che per me è sempre stato difficile. Per questo il capitolo sull’amicizia è quello a cui tengo di più: l’amicizia maschile l’ho esperita pochissimo, e leggendo il tuo libro, soprattutto nella parte più autobiografica, mi sono ritrovato molto anche nella mancanza di amici maschi.
FP: Ho alcuni amici uomini molto importanti nella mia vita, e il modo in cui vivo il rapporto con loro è sempre stato essenzialmente uno a uno. C’è un tipo di intimità che conosco bene: quella a due, che può concretizzarsi nel parlare in piedi, appoggiati a un muretto, fino alle due di notte. Non appena, però, l’intimità si allarga e diventa logica di gruppo – con le sue battute, il suo cameratismo, i suoi ruoli predefiniti – io mi alzo e me ne vado. Non riesco a capacitarmi di come si faccia a dire che l’uomo è più libero delle altre soggettività quando, ogni volta che si sta in gruppo, uno apre bocca ed è subito una sanzione sociale. È una cosa che mi fa impazzire.
SG: Sai come si dice? Il privilegio delle subalterne… Comunque sull’amicizia voglio tornarci in modo più approfondito, però prima volevo dire due cose su voi che non ve la sentite di parlare con i maschi. La prima: se non lo fate voi, è un lavoro di cura che fate fare alle femministe. Pensateci. La seconda cosa è che il libro di Manolo sembra configurarsi come un enorme spazio di mankeeping, il termine con cui intendiamo un uomo che delega la propria tenuta emotiva e quotidiana alle presenze femminili che ha intorno – siano esse la partner o le amiche. Ecco, non mi sconvolge che il tuo libro venga comprato più da donne o persone LGBTQIA+ – anche perché in Italia chi legge sono le donne. E quindi chi è che legge un libro sui maschi? Le donne. Forse addirittura le femministe, più che le donne, per entrambi i vostri libri. Forse meno le transfemministe…
Una terza cosa: se entrambi, come stavate dicendo, vi sentite a metà tra il rivoluzionario e il reazionario, quella è proprio la fatica del concetto. Non c’è bisogno che io butti il solito asso sul tavolo: “Il femminismo è una pratica”, perché lo sapete. Però chi sta a metà deve passare necessariamente da quella fatica là. E allora, mi viene da dire: siete proprio le persone migliori per andare a parlare con questi uomini.
FP: Volevo partire proprio da questa autocritica perché il passaggio successivo è stato rendermi conto che dovevo far parte anche io di questo mankeeping. Mi è stato chiesto di andare a parlare con gli uomini, quindi il prossimo progetto, in questa parte dei miei interessi, sarà un’interazione con gli uomini. È una sorta di inchiesta che farò durante quest’anno: mi spaventa e però sono anche molto curioso di vedere cosa viene fuori.
A volte di questi temi se ne parla proprio con chi, rispetto alla decostruzione, rischia meno e può persino ottenere una valuta di riconoscimento sociale in più dichiarandosi femminista. Nel mio ambiente, dirlo è vantaggioso: produce consenso, legittimazione, persino prestigio.
MF: Sì, tra l’altro parte del mio modo di affrontare la questione è cambiato dopo che sono stato nelle scuole perché lì ho capito che un certo linguaggio che viene usato nei consessi più liberal e progressisti (sulla decostruzione del maschio, sulla mascolinità tossica ecc.) viene percepito come qualcosa di molto lontano, soprattutto da chi usa la virilità tutti i giorni come valuta sociale per non essere picchiato dai compagni di classe, tanto per fare un esempio.
Se dico a uno studente: “Mostra le emozioni! Piangi!”, lui, se va bene, mi risponde: “La fai facile tu, vieni a stare dove sto io”. È anche per questo che muovo una piccola critica all’ambiente a cui mi sento più vicino: spesso questi temi vengono discussi all’interno di cerchie già profondamente convinte, da persone che, inoltre, hanno oggettivamente meno da perdere. Anzi, a volte se ne parla proprio con chi, rispetto alla decostruzione, rischia meno e può persino ottenere una valuta di riconoscimento sociale in più dichiarandosi femminista. Nel mio ambiente, dirlo è vantaggioso: produce consenso, legittimazione, persino prestigio. Ed è evidente che, in quel contesto, come maschio “decostruito” ci guadagno.
FP: Comunque voglio aggiungere che quando invece uno si definisce serenamente misogino – non voglio dire che lo sono serenamente, ma io serenamente dico di esserlo perché ho potuto vedere in tempo reale tutte le mie reazioni misogine, e le descrivo anche nel libro – ecco, questa cosa non è molto ben accetta. Il mio definirmi misogino, nel contesto di questi discorsi, è il risultato delle mie letture femministe – ecco, questa cosa non fa sì che io venga invitato nei posti. Cioè, nel nostro mondo – nel nostro consesso, come dicevi tu, Manolo – non puoi dire di essere misogino. E per me, che nel nostro mondo nessuno parli volentieri di quanto, per noi, voi donne ci siate state presentate come esseri inferiori, è un problema.
Una donna che irrompe sulla scena è sempre percepita come un qualcosa di troppo; e questa è misoginia. Nel mondo competitivo dell’editoria, ad esempio, io sento definire come cagacazzi o “Che sei venuta a fare?” solo le donne – e corrisponde a delle reazioni che anche io ho di pancia. Quando parlo con una femminista che certe cose le mette sul tavolo come un’ipotesi astratta perché non è nella testa di un uomo e io dico: “Confermo tutto” – io confermo tutti i pensieri più negativi che si possono addossare agli uomini: è pure peggio di quanto non si creda. Però è chiaro che siamo misogini: siamo stati cresciuti in famiglie dove le femmine erano sempre o inferiori o in una posizione di cura, è ovvio che non siano umane per noi. Ma siccome questa cosa non si può dire normalmente, ovvero che siamo cresciuti sentendo questa cosa, allora questo viene del tutto rimosso e diventa imbarazzante dire che si pensa.
MF: La cosa che mi piace molto della riflessione di Francesco è sicuramente la sincerità, nel senso che lui non sta né dalla parte del capibara, né da quella dell’uomo sciovinista, e cerca di capire come si vive nel mezzo. Questo secondo me è la cosa più complessa, perché il maschio reazionario e quello rivoluzionario in realtà sono avvantaggiati, in quanto sono figure coerenti, leggibili, hanno un linguaggio, una comunità di riferimento, e quindi entrambi hanno una legittimazione.
Invece lui no, perché lui resta in questa contraddizione e non cerca di risolverla, e soprattutto lui non fa quell’operazione del rifiuto del femminismo, in qualche maniera, però allo stesso tempo non sta neanche nella posizione comoda di dire “Ho scelto il femminismo, sono apposto”. No, lui dice “Questo mi fa stare male”. Sta nominando un trauma, e in questo, secondo me, c’è una sincerità di fondo. È la sincerità di un vero e proprio equilibrismo esistenziale in cui oggi si trovano molti uomini: da un lato il richiamo dei modelli tradizionali è ancora forte – e tanti fenomeni stanno a dimostrarlo, tanto che non siamo di fronte a una crisi della mascolinità, ma semmai a un suo eccesso. Dall’altro lato, però, c’è anche una pressione crescente, quasi un dovere morale, che spinge verso un cambiamento percepito come necessario. Una cosa che secondo me è importante è stare nel mezzo: abitare la contraddizione senza trasformarla in una postura identitaria.
FP: Esatto, è che secondo me è mezzo impossibile.
MF: Eh, questo è il grande problema: non ci dobbiamo chiedere: “Io sono misogino o non sono misogino?”, un’ossessione dei nostri tempi – anche nell’attivismo progressista – doverci dare delle etichette. Io personalmente non direi mai “Sono un uomo femminista”…
SG: …E quindi forse proprio per questo lo sei.
MF: … Sì, ma al di là di questo tenderei a riflettere di più sulle pratiche. Una cosa che detesto è che, quando vado in giro a parlare in pubblico di questi temi, non è raro che io mi trovi “calato” nel ruolo del maschio buono, quello sano che spiega agli altri come essere dei bravi uomini. Non lo trovo interessante e francamente non mi piace. È una posizione di comodo e, paradossalmente, nel nostro ambiente finisce per essere ancora più virile di un Andrew Tate qualunque.
FP: Ho sempre pensato che la violenza dell’uomo venga dall’incapacità di gestire la contraddizione, e quindi è per questo che io forzo il discorso sulla contraddizione, come dire che sono le letture femministe che mi hanno fatto capire di essere – storicamente e culturalmente – misogino.
MF: E questo, già di per sé, ti mette in una posizione migliore persino del maschio femminista che pensa di poter risolvere la contraddizione.
FP: Diciamo che è esattamente il motivo per cui non sto in quella posizione. Come uomini, abbiamo detto per secoli che eravamo la luce del mondo e ora, appena siamo stati messi un po’ in ombra dall’emersione di altre soggettività, sembra che dobbiamo trovare velocemente un’altra via per rimetterci al centro e dire che siamo la luce del mondo e che avevamo ragione noi. Io gioco solo di sponda, e tu, Silvia, prima mi facevi vedere le contraddizioni di quello che dico, e tecnicamente hai pure ragione, però quello che provo a fare io quando parlo di questi argomenti è usare il paradosso.
SG: Tu dici di usare il paradosso come strumento per far emergere le contraddizioni. Mi viene in mente una frase di Siti: “La letteratura può dare cittadinanza a Satana”, nel senso che lo spazio letterario permette di dire tutto, anche ciò che è scomodo o moralmente ambiguo. Per fortuna, aggiungerei. Partendo da qui, comunque, mi piacerebbe adesso sentire la storia di misoginia di Manolo, come nasce e come si è trasformata nel tempo.
MF: Leggendo il tuo libro, Francesco, mi ha colpito moltissimo quando dici che una parte della paura maschile nasce dalla precarietà economica: è una cosa vera e quasi mai detta fuori dalle analisi sociologiche, e nel mio libro torno anch’io su questo punto, senza evitare il tema della mia misoginia. Spesso il limite di queste discussioni è pensare che il cambiamento passi da una conversione morale o spirituale. È un’idea sbagliata e anche neoliberale: come se bastasse “diventare consapevoli” per cambiare davvero.
Comunque, dovendo parlare della “mia misoginia”: io mi occupo di manosphere, e inizialmente il libro doveva parlare solo di quello. Poi però mi sono accorto che spesso a questi fenomeni si guarda con una specie di sguardo esotico e così si esorcizzano. A un certo punto io mi sono detto: “Se tu a 16 anni avessi avuto Internet, saresti stato un incel”. Lo dice anche Francesco a un certo punto del suo monologo, e mi ha fatto piacere trovare questa consonanza. Mi sono detto: “È inutile che fai quello distante dal suo oggetto di ricerca, le cose che dicono gli incel le hai pensate anche tu tantissime volte”, solo che poi non le hai concettualizzate in quel modo, non le hai trasformate in un discorso d’odio strutturato. E tuttavia le hai pensate fino a che non ti sei sposato con una donna che, per certi aspetti, ti ha “rassicurato” sul tuo valore. Ma se lei non ci fosse, tu forse saresti ancora là, te ne vergogneresti un po’, certo, ma sotto sotto alcune di quelle cose le penseresti ancora.
È chiaro che siamo misogini: siamo stati cresciuti in famiglie dove le femmine erano sempre o inferiori o in una posizione di cura, è ovvio che non siano umane per noi. Ma siccome questa cosa non si può dire normalmente, allora questo viene del tutto rimosso e diventa imbarazzante dire che si pensa.
MF: No, infatti, nel mio libro tratto gli incel più approfonditamente di altre subculture, perché li trovo un fenomeno davvero interessante: nel loro odio, in certi aspetti, c’è una sincerità difficile da ignorare.
FP: L’incel è un individuo in cerca di una verità, è uno che veramente ha toccato il fondo di “quella cosa”, non è riuscito a stare a galla, c’è del tutto dentro e non si è salvato. Il suo dolore gli indica un nucleo di verità sull’oggi.
MF: Sì, anche se pure loro prendono molti abbagli, come è normale che sia, forse. Quando ad esempio sostengono che il problema è che gli uomini fanno meno sesso e le donne di più, non solo affermano qualcosa di falso ma non si accorgono che non è nemmeno questo il punto. Restano intrappolati in una concezione della sessualità profondamente “idraulica”, incentrata sull’erezione e sul raggiungimento di un traguardo finale, in cui l’atto penetrativo viene considerato più importante di altre forme di piacere. Una visione che, per come funzionano i corpi, crea una disparità tra l’esperienza sessuale di uomini e donne.
Se si dà preminenza alla stimolazione vaginale rispetto ad altri modi di raggiungere il piacere, molte donne finiscono per non arrivare all’orgasmo, e spesso simulano perché hanno paura di ferire l’ego del partner. La conseguenza è che l’uomo crede di aver avuto una grande performance sessuale, mentre la partner, fingendo l’orgasmo, rimane insoddisfatta. Questo è quello che viene chiamato “divario dell’orgasmo”, un concetto reso popolare da Laurie Mintz, che ha contribuito a diffondere il termine orgasm gap nel dibattito contemporaneo, soprattutto con Becoming Cliterate (2017).
FP: Sì, ma io a questo vorrei aggiungere: “Okay, veniamo di più, ma parliamo della qualità di questi orgasmi”.
MF: Esatto! Siamo d’accordo: fanno benissimo le femministe, le studiose e le donne a denunciare il cosiddetto orgasm gap. Ma a un certo punto dovremmo anche avere il coraggio di guardarci tra uomini. Come chiede Francesco: di che tipo di orgasmi stiamo parlando, esattamente? Perché è vero che gli uomini, in media, raggiungono l’orgasmo più spesso, ma la qualità delle relazioni sessuali è spesso poverissima. Ridurre il sesso all’eiaculazione significa accettare una forma di relazionalità miserabile, impoverita, e questo non lo dicono solo le critiche femministe: lo mostrano con chiarezza anche moltissimi studi.
FP: Ascoltando le persone del mondo queer, ho scoperto la dimensione pratiche di sesso non penetrativo: per me è stato aprire un mondo…
MF: Difatti, secondo me, insegnare pratiche kink o queer a scuola potrebbe aiutare ragazze e ragazzi a superare questo modello di sessualità, che spesso lascia insoddisfatte le ragazze perché confonde il piacere con la penetrazione come affermazione di potere. È un altro enorme problema, che dovremmo mettere molto più spesso al centro quando parliamo di parità di genere tra uomini e donne: la questione della sessualità, perché quella dimensione, stringi e stringi, è quella dove è più importante interrogarci. Qui si gioca la partita più urgente.
FP: Aggiungo che potrebbe essere proprio la dimensione dove è più facile “convertirsi” a certe cose che apparirebbero così meno come teorie ma più come pratiche di vita.
SG: Si può dire che la sessualità sia quasi un epifenomeno del patriarcato, no? Questa sessualità, per come è oggi costruita in modo sociomateriale, alle donne eterosessuali non fa bene, e neanche agli uomini, anche se se ne rendono conto un attimo dopo, in ritardo. Per questo è un epifenomeno del patriarcato. Pensandolo in chiave strategica di discorso politico, senza lasciarlo alla sola conversione morale o personale, diventa il terreno più interessante per far capire a ragazzi e uomini che l’assetto patriarcale nuoce anche loro, al netto delle eiaculazioni magari quantitativamente soddisfacenti. Ma forse, qualitativamente, questo sesso, occasionale o meno, potrebbe andare meglio. È questo, per me, il senso del discorso sul sesso: riconnetterlo a un contesto più ampio, non lasciare i ragazzi da soli nelle loro camerette a radicalizzarsi e pensare al sesso idraulico. Il problema è lasciare la sfera personale senza discussione pubblica nelle scuole o nelle istituzioni. Il sesso diventa così un grimaldello, un piede di porco, attraverso cui presentare il conto e dirci: “Il patriarcato ha fallito”.
FP: Mi disturba la mancanza di buon senso, di senso comune e di amor proprio nei discorsi su queste cose. Io ho deciso di vivere in un certo modo perché per gran parte della mia vita ho visto la comunità di persone “subalterne” vivere troppo meglio di me. E ogni volta che ne parlo, sembra che lo faccia per interesse bieco, ma in realtà lo faccio per amor proprio, per curiosità, perché mi piace osservare il mondo e capire come vive un’altra persona. Tanto che, come nel caso di Manolo, sono stato una persona che ha seguito con molta curiosità la cultura incel, per tutta la sensibilità che riusciva a mostrare.
A me interessa tantissimo; eppure, a sinistra sembra che se non stai “salvando il mondo” – sempre per quel senso di colpa occidentale che poi ci viene rinfacciato da destra – non ti puoi concedere di divertirti o avere interessi personali o fare battaglie che ricomprendano te e la tua categoria per prime. Questo è problematico, non perché non si debbano fare certe cose, o perché non siano belle, ma perché dà l’impressione che non si possa avere una vita intellettuale e affettiva per sé stessi. E questa cosa emerge chiaramente quando si parla di educazione sessuoaffettiva: sembra che uno debba parlare solo perché “fa bene ai ragazzi”, non perché sia interessato personalmente o ne tragga un vantaggio anche personale. Mi fido di più di chi porta avanti una battaglia per sé stesso, come sta accadendo ad esempio nelle rivendicazioni del ceto medio impoverito.
Questa sessualità, per come è oggi costruita in modo sociomateriale, alle donne eterosessuali non fa bene, e neanche agli uomini, anche se se ne rendono conto un attimo dopo, in ritardo. Per questo è un epifenomeno del patriarcato.
SG: Ma non lo è mai stato, è questo il punto. Gli uomini hanno più paura delle donne che dei ricchi?
MF: È vero, solo che oggi è più evidente che quel modello non sia realmente sostenibile. In questo contesto, i manfluencer hanno avuto gioco facile, proponendo narrazioni di sacrificio estremo: l’idea è lavorare fino allo sfinimento pur di proteggere la propria famiglia, essere qualcuno su cui gli altri possono contare, e lasciare un segno anche a costo di compromettere la propria vita. È un discorso completamente sbagliato, ma proprio per questo riesce a risultare molto seducente. Qualcuno ha parlato di “capitalismo spirituale” o “broicism”: qui il machismo non è edonista, ma esige rinunce totali, lavoro incessante e sofferenza come destino.
Il problema è che riproduce logiche neoliberali: se non ce la fai, la colpa non è mai del sistema che premia le disuguaglianze ma o è colpa tua (perché non ci hai creduto abbastanza) o, in alternativa, il bersaglio possono diventare le politiche che avvantaggerebbero le donne e le minoranze. Quindi sì, sono molto d’accordo con l’espressione usata prima da Silvia: “gli uomini hanno più paura delle donne che dei ricchi”. Ma il fatto è che queste narrative offrono consolazione: la destra, da Trump in avanti, è stato il fenomeno politico che più di tutti ha trasformato una frustrazione economica in identità ferita. Non viene detto agli uomini: “Siete impoveriti” ma “Siete indeboliti”.
SG: Sì, magari funziona di più per chi ha una famiglia da proteggere, quindi “Lavoro tanto per proteggere moglie e prole”. Quando però questa cornice manca, il lavoro tende ad avvitarsi su sé stesso in una forma ancora più tossica e autoreferenziale. La promessa implicita del successo resta in piedi, ma è una promessa strutturalmente irrealizzabile: se tutti potessero emergere, il concetto stesso di successo perderebbe senso. Per questo ripeto la mia provocazione e dico che è curioso attribuire la colpa alle donne – in realtà non c’è mai stato davvero spazio per tutti. Le donne, semmai, accelerano o rendono evidente una condizione che esiste da sempre: uno stato delle cose fondato sulla scarsità delle risorse, che oggi diventa semplicemente più visibile.
MF: Anche per questo penso che, quando parliamo di mascolinità e di crisi del maschile, dobbiamo intersecare il genere con la classe e l’etnia. Il disagio maschile non colpisce tutti allo stesso modo. Un uomo bianco, istruito, con capitale culturale, ha molte più risorse per riorientarsi nel nuovo scenario dei rapporti di genere rispetto a un uomo cresciuto in contesti di povertà, per dirne una. Ci sono problematiche legate al lavoro, alla scuola, al welfare: se non teniamo conto di questi aspetti, stiamo semplicemente parlando agli uomini che stanno già bene e hanno strumenti, reti e possibilità di adattamento.
È anche questo che mi differenzia da un certo attivismo. Dire a un ragazzo: “Stai zitto, il tuo disagio è solo il lamento di un privilegiato” rischia di produrre un effetto opposto, spingendolo verso una lettura compensativa che gli dice: “Il problema sono le donne”. Per questo credo che il problema vada spostato dal piano identitario a quello strutturale. Non è che le donne avanzano e io perdo: è che il sistema restringe lo spazio, rende le sedie sempre meno e sempre più instabili. Chi ha risorse riesce a spostarsi, a trovarne un’altra, magari più scomoda ma comunque solida. Chi sta peggio, invece, resta in piedi. E noi dobbiamo parlare con quelli che rimangono in piedi.