“C ara Compagna, avuto riguardo al rapporto di lavoro con te intercorrente, siamo spiacenti di comunicarti con la presente che abbiamo deciso di procedere al tuo licenziamento”. La lettera reca il timbro rosso di un sindacato di categoria e sul finale porge “fraterni saluti”. Cosima Pietrina Urso, detta Piera, la destinataria della comunicazione, la conserva senza ripiegarla su sé stessa ‒ come ha fatto lei nella vita, nessun ripiegamento. La lettera mantiene la postura di chi la riceve. Piera la tiene aperta, ne soppesa la grammatura di buona qualità, la superfice liscia. La lettera ha un perimetro rettangolare come una cassetta di frutta, di fragole ad esempio. I caratteri contenuti nella lettera sono 1.547 più o meno quante erano le fragole che lei e le altre raccoglievano in una giornata di lavoro sotto caporale. Piera aveva 11 anni.
“Ho iniziato a fare la bracciante a 11 anni. La prima volta, sono andata alle fragole durante le vacanze di Pasqua. Il bisogno c’era ma nel mio caso non si andava a lavorare perché morivamo di fame. Mia madre è stata un generale. Non esisteva riposo. Non si andava al mare perché ‘cosa produce andare al mare’? Niente. Devi essere utile a te e agli altri”. La piccola Piera vive con la sua famiglia a San Michele Salentino in provincia di Brindisi. I suoi genitori sono braccianti iscritti alla CGIL (Confederazione Generale Italiana del Lavoro), il nonno, disertore partigiano con l’Unità sempre in tasca. “Ho la terza media. Sarei voluta andare a scuola, ma mi hanno mandata a lavorare. Eravamo tre sorelle e due fratelli. Però da una parte questo mi ha portata ad avere una rabbia e una voglia di riscatto”.
Nel maggio del 1980 Piera ha 15 anni. Nella vicina Ceglie Messapica muoiono per incidente stradale tre donne braccianti mentre tornano dal lavoro. “Non sono mai incidenti stradali ma omicidi perché su un mezzo che porta nove persone, ne mettevano trenta”. Vengono tolti i sedili ai furgoni e messe le panche di legno per guadagnare posti. “Erano ex migranti che, tornati dalla Germania, si erano messi a fare i caporali”. Dopo la riforma agraria la zona del Metapontino è una distesa di terre molto fertili dove si piantano fragole e colture non usuali.
“C’era bisogno di manodopera femminile”. Le donne avevano le mani piccole per le colture delicate, venivano pagate di meno ed erano facilmente manipolabili. “Un caporale per le donne non era vissuto come un padrone ma come un salvatore perché ti trovava e ti portava al lavoro, quindi il sostentamento per una famiglia. Veniva spesso visto anche bello e affascinante per via della riconoscenza. A volte potevano esserci anche rapporti sessuali tra il caporale e le donne”. Piera si alza alle 2 e 30 per andare al lavoro. Di notte la piazza del suo paesino si riempie di centinaia di persone che aspettano il mezzo per andare in campagna. “Al lavoro arrivavi già stanca, spesso bisognava arrivare fino in Calabria. Le donne ti dormivano addosso, faceva caldo. Quella maledetta strada che da Taranto porta a Reggio era stretta e pericolosa”.
“Ho la terza media. Sarei voluta andare a scuola, ma mi hanno mandata a lavorare. Però da una parte questo mi ha portata ad avere una rabbia e una voglia di riscatto”.
“Una notte mi stendo in piazza e non faccio passare i pullman. Chiamo i carabinieri e la questura. Non volevo far partire i pullman. Questo voleva dire far perdere il raccolto delle fragole. Bloccando la produzione i proprietari terrieri erano obbligati a trattare con chi rappresentava le lavoratrici”. Piera a 15 anni vuole un trasporto garantito, sicuro e pubblico: “La mia paga deve essere contrattuale, non taglieggiata, non ci deve essere gente che si arricchisce sulla mia pelle. Voglio i diritti come tutti gli altri lavoratori. Da qui nasce l’autogestione, un movimento che si è attivato in più paesi della provincia brindisina”.
Nella Federbraccianti di Brindisi di quegli anni c’è Rosa Stanisci che poi diventerà sindaca antiracket di San Vito dei Normanni. “Con la sua segreteria ha supportato molto l’autogestione. A seguito delle lotte avviate, viene istituito il coordinamento Puglia Basilicata, composto dal sindacato e dalle associazioni datoriali”. Piera, Rosa e altre due donne di San Michele Salentino, Maria C. e Maria V., partono per un incontro in Basilicata: “Nella sala comunale di Scanzano Ionico erano tutti uomini. Cinque-seimila uomini datori di lavoro con le fragole che gli marcivano nelle campagne e noi quattro uniche donne che entravamo nell’aula con gli sguardi sopra”.
Dopo questo incontro, Piera e le altre ottengono il primo pullman pubblico per portare le braccianti al lavoro. “San Michele Salentino ha avuto il primo trasporto pubblico della provincia di Brindisi. All’inizio salivamo solo noi tre su questo pullman. Io, Maria e Maria. Le altre donne non si fidavano di noi. All’inizio si perdevano molte giornate di lavoro. E non tutte erano disposte. Le donne avevano paura di quello che poteva accadere con i caporali. Secondo loro, era una cosa che poteva durare solo pochi giorni. Invece, è durata sette anni”. I primi tempi Piera, Maria e Maria vengono scortate durante il viaggio in pullman. “Prima eravamo tre, poi siamo diventate quattro, poi cinque. Per riempire un pullman ci abbiamo messo quasi due anni”. Nel lavoro si autogestiscono. “Andavamo direttamente dalle aziende a contrattare. Nel frattempo in provincia i pullman diventano tanti. Questa esperienza si consolida”. Poi la storia comincia un po’ a scemare per volontà politiche e sindacali. “Le aziende non volevano più avere il rapporto diretto con le lavoratrici perché le pressioni erano tante. Ogni giorno ricevevamo attacchi sulla stampa. Io avevo un’esposizione mediatica molto alta, mi costava fatica fisica e mentale”.
Le donne avevano le mani piccole per le colture delicate, venivano pagate di meno ed erano facilmente manipolabili.
Piera, però, ha bisogno di lavorare. A Mesagne, sempre in provincia di Brindisi, sono gli anni della Sacra corona unita. “In città c’era un prete, Don Angelo, che toglieva tanti ragazzi dalla strada e dalla mafia e aveva contatti con un direttore d’alberghi in Trentino. Il prete diceva: ‘Quanti ragazzi vuoi? Dobbiamo levarli dalla strada’. Così comincio a lavorare in Trentino come cameriera stagionale ai piani. Il mio dramma era che abbandonavo le donne, sentivo che le stavo tradendo”. Intanto nel brindisino scoppiano le bombe, Rosa Stanisci viene messa sotto scorta. “Non potevo continuare a fare le stagioni al nord e non potevo tornare in campagna con i caporali”. In Puglia in quegli anni si butta lu sangh. Nella lingua madre di Piera le parole, come sangue ad esempio, hanno la “e” evanescente. Sanghə, la “e” c’è ma non si pronuncia, come una dolce amputazione. Piera diventa quella “e”: da congiunzione delle lotte, sparisce da un territorio, non la si pronuncia più.
Decide di andare a Milano. “Inizio come babysitter, poi come cassiera. Di notte andavo a cercare lavoro negli alberghi”. A Milano Piera conosce Claudio Superchi, segretario dei Giovani comunisti nel quartiere Comasina, operaio e delegato FILCEA CGIL di fabbrica. “Andiamo a vivere insieme a Rho”. Quando Piera arriva nella CGIL di Milano, conoscono già la sua storia. “Io vado a lavorare in fabbrica. Dopo un mese divento rappresentate sindacale ed entro a far parte del direttivo della categoria. Se facevo il turno di notte in fabbrica, di giorno aprivo la sede della CGIL di Rho”. Nel 2004 il sindacato le propone un distacco come funzionaria nell’ufficio badanti. “Mi tirano fuori dalla fabbrica. Vado a lavorare alla FILCAMS CGIL in centro a Milano. Non sapevo usare il PC”.
Ogni giorno Piera si trova un centinaio di persone davanti al suo ufficio, per lo più donne: “Inizio a seguire il lavoro domestico anche a livello nazionale. In questo modo recupero il rapporto con le donne. Andavano tutelate. Bisognava riconoscere il loro status di lavoratrici, lavoratrici più deboli di chi lavora in fabbrica, donne senza forza contrattuale”. Piera cambia mansioni all’interno del sindacato restando sempre nei gruppi dirigenti.
“La sera, dopo una giornata di lavoro, aprivo la sede della CGIL in piazza a San Michele, di giorno come sarei potuta andare a lavorare sotto caporale?”.
Gli stipendi di Piera e di Claudio, come previsto dagli accordi, vengono pagati dalla FLAI CGIL nazionale. “Per loro eravamo a costo zero. Claudio non è mai subentrato nella segreteria della FLAI CGIL di Brindisi come era scritto nell’accordo. E non l’hanno fatto intervenire al congresso della FLAI CGIL di Brindisi, quando aveva chiesto la parola. Hanno avuto paura della nostra conoscenza e del nostro vissuto o è perché al congresso della CGIL nazionale nel 2019, quando diventò segretario generale Maurizio Landini, noi eravamo sulla mozione di Colla?”.
Il 16 giugno del 2023 Piera e Claudio vengono convocati: “La FLAI CGIL Puglia e la FLAI CGIL Brindisi ci dicono che dal primo luglio parte il nostro licenziamento perché non hanno risorse. Io ero a circa due anni dalla pensione. Però nel frattempo nel ruolo di segreteria che doveva essere di Claudio eleggono comunque un altro componente. Hanno licenziato una famiglia senza un minimo di empatia. Questi non vengono dal padrone sulla schiena. Come possono capire i lavoratori?”. Piera e Claudio vengono convocati a Roma: “Il sindacato ci dice che loro del nazionale non possono dare più soldi, il nostro stipendio passava in carico al territorio. Io e Claudio eravamo assunti a tempo indeterminato. E nella CGIL vige il codice etico. Io sono una ex paziente oncologica, non hanno tenuto conto neanche di questo”.
A giugno del 2023 il tempo delle fragole è finito da poco. Piera tende tra le mani la sua lettera di licenziamento, la gira a testa in giù come la “e” che si ribalta alla fine delle parole ma l’amputazione stavolta non è dolce. Per un paio di mesi Piera va al centro di igiene mentale per ricevere supporto psicologico. “Stavo male, come si fa a concepire un trattamento del genere. Ho dedicato la vita al sindacato. Noi non abbiamo mai avuto una vita privata. La causa dei lavoratori è stata la nostra vita. C’erano notti che mio marito faceva le assemblee, arrivava a casa alle quattro del mattino e alle sei tornava a lavorare”.
“Abbiamo sempre detto, sfruttate la nostra esperienza. Non ci interessano le sedie. Vogliamo essere utili per il sindacato e per il territorio”.