I l 15 di novembre decine di migliaia di persone marciano per le strade della città brasiliana di Belém, in Brasile, dove è in corso la trentesima conferenza dell’ONU sul clima (COP, Conference of the Parties). L’hanno chiamata la COP del popolo, la COP dell’Amazzonia, la COP delle popolazioni indigene. C’è del vero in questo, dal momento che gli attivisti hanno occupato numerosi spazi della città e, in varie forme, hanno fatto di tutto per farsi ascoltare. È la COP del popolo, ma gran parte del popolo è fuori dai cancelli della Zona blu, sede dei negoziati, e, soprattutto, è lontano dai metal detector e dalle pareti bianco-grigie della COP ufficiale che i popoli possono lanciare i propri messaggi di rabbia e disperazione. È la controCOP del popolo, che ha dovuto ritagliarsi i suoi spazi.
In manifestazione le rivendicazioni scritte con cura sui cartelloni, sugli striscioni e sulle magliette sono variegate: “Non esiste il capitalismo verde: Amazzonia viva, popolo forte”; “Agro è veleno”; “Protezione animale mondiale”; “Il sistema deve cambiare”; “Hanno rubato le nostre terre e ora vogliono rubare il nostro futuro”. Un cartellone verde mi colpisce più degli altri: “Il Rio Tapajós chiede soccorso”. È tenuto alle due estremità da due giovani donne indigene, entrambe truccate nella maniera tradizionale, ferme immobili fra il caos di persone che occupa la strada. Alle persone che le fotografano indicano la propria maglietta bianca: “Mulheres indigenas As Karuana”. Le parole scritte sul loro cartellone mi si fissano in testa, e ancora vi rimangono, perché risuonano con le lacrime di una donna con cui ho parlato qualche giorno prima nel quartiere periferico di Guamá. Indicando la propria casa fatta di palafitte e travi di legno, l’immondizia disseminata per terra e suo figlio, aveva detto: “Continuiamo a chiedere aiuto, ma nessuno ci ascolta. Vi prego, aiutateci”. Immagino che queste tre donne non si conoscano, ma le loro parole tessono un filo che le unisce e che unisce la resistenza indigena alla resistenza di coloro che abitano i quartieri più poveri e dimenticati.
Tuttavia, se da un lato le popolazioni native sono riuscite in occasione di questa COP a far sentire la propria voce, gridando più forte del silenzio gelido emanato dalla Zona blu, dall’altro il grande evento climatico dell’anno invadeva la città, portando miglioramenti estetici e strutturali, turismo, denaro, mentre chi abita le zone più povere e in difficoltà è rimasto ai margini, escluso dalla maggior parte dei dibattiti. Forse è questo il più grande fallimento della COP, come accade a tanti grandi eventi. L’importanza degli spazi che l’evento va a occupare viene narrata solo a livello geopolitico, geografico, ambientale, e non chiama a consulta la maggior parte delle persone che quegli spazi li camminano ogni giorno, le persone che chiamano casa quella città o quello Stato. In questo caso, persone che vivono ogni giorno gli effetti dei cambiamenti climatici.
La “COP dei popoli”
André Corrêa do Lago, il presidente della COP30, ha parlato del grande evento usando il concetto braziliano di mutirão, assimilabile allo spagnolo minga: definisce il lavoro di una comunità che si riunisce per lavorare a uno scopo comune, generalmente per il bene di tutti, senza compenso economico ma per il supporto reciproco. Mutirão è una parola originaria della famiglia di lingue indigene tupí-guaraní e il presidente della COP30 ha voluto usarla per invitare il mondo a mobilitarsi in maniera collettiva nell’azione contro i cambiamenti climatici: “Condividendo questa conoscenza ancestrale e la tecnologia sociale, la presidenza della COP30 invita la comunità internazionale a unirsi al Brasile in un mutirão globale contro i cambiamenti climatici, uno sforzo globale di cooperazione fra popoli per il progresso dell’umanità”. Ma bastava passare fuori dai cancelli della Zona blu, fra le persone benvestite che si scattavano foto di gruppo e selfie davanti alla scritta “Cop30”, per sentire che il vero mutirão, la vera minga, non stava avvenendo lì. E forse non stava avvenendo neanche nella Zona verde o nella Free zone. Negli auditorium delle università, leader indigeni e attivisti raccontavano la lotta per proteggere i propri territori, in Brasile, Ecuador, Perù e Colombia ma anche in angoli più lontani del mondo.
Se da un lato le popolazioni native sono riuscite in occasione di questa COP a far sentire la propria voce, dall’altro il grande evento climatico dell’anno ha portato turismo e denaro, mentre chi abita le zone più povere della città è rimasto ai margini, escluso dai dibattiti.
Dunque, solo una parte delle persone indigene presenti ha potuto effettivamente accedere all’area dei negoziati. Una mattina osservo una famiglia avvicinarsi alle transenne che separano il cortile dalla Zona blu, con i metal detector, le pareti bianco-grigie e le luci al neon. Il padre indossa un copricapo di piume. Si avvicina alle guardie che sorvegliano l’ingresso, ma viene rimandato indietro: non ha un pass per entrare. L’uomo comprende, non protesta, ma tira fuori il telefono dalla tasca e scatta una foto alla scritta: “Welcome to COP30”.
Gli occhi del mondo, dunque, si sono rivolti a quelle popolazioni che vivono a stretto contatto con l’ambiente naturale e che percepiscono, soffrendole, le sue alterazioni. Spesso la cosmovisione e la spiritualità di questi popoli ha un legame essenziale con i fiumi, le montagne, i boschi, il sole, la luna; ma, soprattutto, i popoli originari vivono di questi elementi stessi. Se utilizzano l’acqua dei fiumi per bere, per lavarsi, per cucinare, nel momento in cui il fiume viene contaminato dal petrolio, perdono la loro principale forma di sussistenza. Ad esempio, gli sversamenti di crudo nelle zone amazzoniche sono tanti e ognuno di essi finisce per impattare sulla salute e sull’economia familiare delle comunità che vivono vicino ai pozzi e ai tubi che trasportano il petrolio. Nonostante l’esplicita decisione del governo brasiliano di mettere le popolazioni indigene al centro di questa COP, non tutti coloro che partecipano si sentono ascoltati e giustamente rappresentati. Nei confronti dei negoziati percepisco un generale senso di sfiducia, e a ragione, dal momento che il sistema di pressione e trasparenza implicito in accordi come quelli di Parigi del 2015 ha dimostrato la sua fallibilità: gli Stati non hanno rispettato le promesse sottoscritte. Le temperature globali continuano a innalzarsi e chi vive in Amazzonia ne percepisce da tempo le conseguenze.
E, soprattutto, nemmeno a livello locale le popolazioni impattate hanno visto miglioramenti. “Veniamo qui per ascoltare”, mi dice un leader indigeno della nazionalità Shuar dell’Ecuador, mentre si accinge a varcare l’ingresso della Zona blu. “Sappiamo che quello che diranno ci riguarda e ci impatta, dunque veniamo per ascoltare e per comprendere”. A tutti chiedo la stessa cosa: se sentono che la loro presenza qui possa avere un impatto. E tanti rispondono che dentro i negoziati non c’è speranza, ma che fuori, fra comunità e attivisti, si può smuovere qualcosa. “A volte torniamo a casa con la sensazione che siamo stati qua, ma non è cambiato nulla, non cambierà nulla nel sistema e ancora una volta torneremo alla vita di sempre”, mi dice un attivista. Da trent’anni lotta contro le estrazioni petrolifere nella sua comunità e ha l’aria stanca.
In effetti, la COP30 è stata la COP con la maggiore partecipazione indigena della storia, con almeno tremila rappresentanti.
Silenzio in periferia
“Chiediamo la lotta contro il razzismo ambientale e la costruzione di città e periferie vivibili attraverso l’attuazione di politiche e soluzioni ambientali. L’edilizia abitativa, i servizi igienico-sanitari, l’accesso e l’uso dell’acqua, il trattamento dei rifiuti solidi, il rimboschimento e l’accesso alla terra e ai programmi di regolarizzazione fondiaria devono tenere conto dell’integrazione con la natura”. È uno dei punti della dichiarazione finale del People’s summit. Le periferie cittadine hanno preso poco spazio sui media, anche se molte persone si sono attivate a riguardo ed erano presenti sul territorio a Belém. La narrazione di questa COP ha giocato molto intorno ai concetti di “centro” e di “periferia”: è la prima conferenza sul clima che si tiene in Amazzonia, il polmone del mondo, una delle zone più fragili e più importanti per la regolazione delle temperature, troppo spesso lasciata da parte e dimenticata. Qui, al centro del globo, dopo anni di silenzio convergono a una COP coloro che sono marginalizzati. È la COP delle periferie del mondo, al centro del mondo. Ciò che è centro e ciò che è periferia si scambiano, per una manciata di giorni, a Belém. In realtà, appunto, il distacco fra le istanze popolari e ciò che avviene nei negoziati sembra prevalere, e questa distanza pare ancora più forte per quanto riguarda le periferie, che non trovano nei media e nella discussione pubblica lo stesso spazio trovato dalle comunità indigene.
Eppure, l’Amazzonia non è solo una terra naturale di popolazioni originarie, palme, fiumi e cascate. In Amazzonia oggi ci sono grandi città, come Belém, nella cui area metropolitana vivono due milioni e mezzo di persone: la maggior parte di loro vive in baraccopoli. Qui, i cambiamenti climatici da tempo impattano la vita quotidiana. In occasione della COP il governo dello Stato del Pará ha avviato progetti infrastrutturali per lo sviluppo urbano e per accogliere i turisti, come il Parque da cidade, Parco della Città, cinquecentomila metri quadrati con museo, ristoranti, percorsi pedonali e ciclabili. Un primo punto critico è che il progetto è in mano al gigante minerario Vale, responsabile di due disastri ambientali: nel 2015 e nel 2019 erano crollate le dighe di scorie nello Stato di Minas Gerais, causando la morte 291 persone e contaminando i fiumi per centinaia di chilometri. Inoltre, anche se il parco dopo la COP diventerà un luogo pubblico, il rischio di queste innovazioni urbane è che finiscano per contribuire a un generale aumento dei prezzi, quindi escludendo i ceti popolari.
Gli Stati non hanno rispettato le promesse sottoscritte. Le temperature globali continuano a innalzarsi e chi vive in Amazzonia ne percepisce da tempo le conseguenze.
Un’altra infrastruttura figlia della COP30 è il nuovo mercato di São Brás. È stato ristrutturato per la COP30 e ora ha un aspetto nuovo e moderno, con le pareti tutte bianche. Perfetto per accogliere i turisti. Qui c’è la sensazione che il grande evento climatico stia portando cose buone, principalmente ricchezza. Anche nei dintorni, addentrandosi nel quartiere di Guamá, uno dei più grandi e popolosi della città, si sente dire che la città è migliorata. Canali che un tempo erano pieni di immondizie sono adesso ben costruiti e non gettano più un cattivo odore tutt’intorno. Ma più mi addentro nel quartiere, più le case intorno a me si fanno povere, più mi si appiccica addosso un senso di abbandono, riflesso dalle parole delle persone che incontro. Proprio quando imbocco uno dei primi vicoli che porta verso le case di legno costruite su palafitte, là dove l’acqua lambisce le porte delle case portando con sé immondizie e malattie, proprio addentrandomi in questa zona incontro un signore che mi dice che sì, la COP30 ha cambiato molte cose, “ma per me non ha ancora cambiato niente”. Alla prossima pioggia, tutto il quartiere si allagherà. Anche le strade principali saranno coperte d’acqua, le moto ci sfrecceranno dentro, quasi del tutto sommerse. Le case di legno sulle palafitte, dove vive la parte più povera della popolazione, si inonderanno e, ancora, l’acqua sporca trascinerà con sé bottiglie di plastica, tappi, batteri.
È da tempo che le classi più povere, relegate nelle periferie da meccanismi di questo tipo, soffrono i cambiamenti climatici. A questo proposito, cinquanta collettivi e mille leader comunitari di São Paulo hanno firmato la “Lettera di impegno – Periferie per il clima”, denunciando gli impatti ambientali sofferti nelle periferie e proponendo soluzioni; hanno portato le loro analisi e le loro istanze alla COP30. “Nel corso degli anni, queste comunità hanno vissuto tragedie causate da piogge intense, inondazioni e smottamenti. Se già prima questi disastri compromettevano le condizioni di vita delle persone, facendo loro perdere i propri beni e persino le proprie abitazioni, oggi hanno un impatto anche sulla loro salute fisica e mentale”. È dunque necessario che i cittadini siano coinvolti nelle decisioni che riguardano il loro territorio.
E poi non ampliare le discariche nei quartieri più poveri, responsabilizzare le imprese che inquinano, migliorare la gestione dei rifiuti, l’educazione ambientale, l’edilizia popolare e i servizi igienico-sanitari di base. Scrivono: “Ci sono già morti nei quartieri per questioni ambientali. La leptospirosi, la dissenteria e la polmonite sono diventate frequenti e la nostra salute mentale sta crollando. Non può essere altrimenti per chi convive con fogne a cielo aperto e inquinamento dell’aria e dell’acqua. A questo si aggiunge il problema cronico della gestione dei rifiuti: inceneritori che avvelenano l’aria con gas tossici, discariche che contaminano il suolo e le falde acquifere, senza alcun tipo di pianificazione ambientale né attenzione per le popolazioni vicine. Questa politica di abbandono trasforma i nostri territori in zone di sacrificio, dove la vita della popolazione vale meno dei profitti delle aziende e della negligenza del potere pubblico”.
Quando imbocco uno dei vicoli che portano verso le case di legno dove l’acqua lambisce le porte portando immondizie e malattie, incontro un signore che mi dice che sì, la COP30 ha cambiato molte cose, “ma per me non ha ancora cambiato niente”.