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e negli ultimi decenni, grazie agli studi postcoloniali, è stato reso noto l’impatto del capitalismo sugli ambienti umani e non umani di tutto il mondo, esiste una colonizzazione ancora più profonda e pervasiva operata dal sistema economico imperante: quella delle menti – non solo in senso ideologico, ma anche puramente neuronale; e, con questa, la colonizzazione del tempo futuro, oltre che dello spazio. Su questo nucleo si concentra l’analisi che Matteo Motterlini fa in Scongeliamo i cervelli non i ghiacciai. Perché la nostra mente è l’ostacolo più grande nella lotta al cambiamento climatico (2025): un saggio tanto agevole quanto dettagliato sui meccanismi cognitivi, prima ancora che socio-politici, che hanno innescato la crisi ecologica in atto.
Il capitalismo da finanziario si è fatto limbico: ha imparato ad attivare e sfruttare i circuiti dopaminergici degli esseri umani, le reazioni istintive, i riflessi emotivi e le tendenze comportamentali controllate dalle strutture cerebrali che vanno sotto il nome di sistema limbico, appunto. È il sistema dell’anticipazione del piacere, emotivo e reattivo, in tensione con i circuiti del controllo cognitivo e della pianificazione, in cui la corteccia prefrontale ha un ruolo centrale. Questo equilibrio dinamico, ci spiega Motterlini, è stato programmaticamente alterato, e i disequilibri ecologici e geopolitici che sono ormai sotto gli occhi di tutti ne sono una conseguenza su larga scala. La promozione di beni e servizi che incoraggiano l’eccesso e la dipendenza, attraverso ricompense rapide ma a breve termine, è alla base di un’economia (digitale e non) in cui la sovrabbondanza si maschera da scarsità percepita, alterando così il modo in cui pensiamo e prendiamo decisioni. E il paradosso è che l’edonismo sfrenato alla base dei consumi in costante crescita sfocia in realtà in un’anedonia solipsistica e nichilista.
Scongeliamo i cervelli affronta questi e tanti altri meccanismi, attraverso dati ed esperimenti sociocognitivi che illuminano la profondità del pozzo in cui ci troviamo, ma anche molte possibili strategie per venirne fuori. In occasione dell’uscita del libro abbiamo dialogato con l’autore, professore ordinario di filosofia della scienza presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, dove dirige il Centro di ricerca in epistemologia sperimentale e applicata.
Da un lato l’attenzione del saggio si rivolge ai meccanismi neuronali che distinguono gli esseri umani dagli altri esseri viventi: in particolare, la pianificazione a lungo termine e i comportamenti da questa derivanti vengono presentati come capacità caratteristiche della sola nostra specie, distinguendoli dai comportamenti animali che sarebbero anticipatori solo come riflesso dell’evoluzione. Dall’altro lato è molto efficace, nel libro, la definizione della crisi climatica come crisi di astinenza in un sistema economico drogato di crescita, che suggerirebbe un parallelo tra il sistema cognitivo umano e il sistema planetario: la mente umana sarebbe quindi il motore di dinamiche globali che a loro volta influiscono sui (dis)funzionamenti cognitivi dei singoli.
Quali sono i vantaggi dello scorporare i meccanismi cognitivi umani da quelli più-che-umani? In che misura è necessario distinguere i nostri modi di pensare – quelli virtuosi ma soprattutto quelli fallaci – per comprendere una crisi che è in larga parte originata proprio da un’erronea lettura della centralità dell’essere umano sulla Terra?
Gli animali anticipano il futuro solo perché l’evoluzione li ha “programmati” a farlo. Noi, invece, possiamo rappresentarcelo, simularlo, immaginarlo. Questa capacità – che nasce dall’evoluzione, certo – è però fragile, discontinua, facilmente sabotata da impulsi più antichi. È lì che si determina un cortocircuito: abbiamo un cervello capace di pianificare il lungo periodo, ma lo usiamo poco, male e spesso contro noi stessi. L’incapacità di reagire alla crisi climatica nasce da una combinazione di miopia temporale,
present bias e ambienti decisionali che amplificano le nostre debolezze.
Il capitalismo della crescita infinita funziona perché parla direttamente al nostro sistema limbico, non alla parte riflessiva della mente. È una gigantesca macchina dopaminergica che trasforma una vulnerabilità biologica in un modello economico. In questo senso, quando descrivo la crisi climatica come una crisi di astinenza, non è una metafora azzardata: è una diagnosi cognitiva. Stiamo chiedendo a un sistema dipendente dai consumi di smettere, senza cambiare il contesto che lo rende dipendente.
Ma non è la riflessione umana essa stessa una conseguenza dell’evoluzione? Cosa potremmo imparare dal ripensarla in quanto tale?
Capire come funziona la nostra mente serve a decentrare l’umano, non a celebrarlo. Ci mostra che non siamo osservatori esterni del sistema Terra, ma una sua parte biologica, con limiti precisi,
bias prevedibili e una capacità di autoinganno sorprendente. Pensarci come “speciali” perché razionali è uno degli errori che ci ha portato fin qui. La riflessività umana è un prodotto dell’evoluzione. Ma è un prodotto incompiuto. Non è una conquista definitiva, è una possibilità che va allenata, sostenuta da istituzioni, norme, incentivi, architetture di scelta. Se la lasciamo sola, perde quasi sempre contro l’urgenza del presente.
È per questo che nel libro insisto tanto su regole, vincoli, default, cooperazione: non come limitazioni della libertà, ma come protesi cognitive. Strumenti che compensano ciò che l’evoluzione non ha avuto il tempo di perfezionare. Se siamo arrivati fin qui cambiando l’ambiente naturale, possiamo anche cambiare l’ambiente decisionale per non autodistruggerci. Non dobbiamo diventare “più buoni” o “più saggi”. Dobbiamo diventare più realisti su come funzioniamo davvero. È da lì che può nascere una risposta alla crisi climatica.
In base al modello economico dello sconto esponenziale, ogni intervallo di tempo riduce il valore di una ricompensa in modo proporzionale e costante, secondo una curva decrescente, regolare e continua. Tenderemmo quindi a preferire gratificazioni immediate piuttosto che lavorare con lungimiranza sulla risoluzione di problemi che sappiamo andare peggiorando. Eppure, almeno nel mondo occidentale, si riscontra un’incapacità diffusa a godere del presente stesso, ad esserne soddisfatti, ad attribuire un valore non monetario al qui e ora. Come vede questa dissonanza tra i modelli economici e l’effettivo modo di stare al mondo di molti di noi in questa parte del mondo?
Lo sconto intertemporale non dice che il presente ci rende felici, ma che tende a pesare troppo nelle nostre decisioni. Sovrastimiamo i costi immediati e sottostimiamo i benefici futuri. Questo però produce un paradosso: non sappiamo rinunciare a gratificazioni rapide, ma al contempo non traiamo soddisfazione duratura da ciò che facciamo. Questa distorsione nasce da un conflitto interno: tra un sé orientato all’immediato, sensibile alle perdite e all’urgenza, e un sé proiettato nel futuro ma psicologicamente e politicamente debole. È per questo che rimandiamo scelte che sappiamo necessarie, e allo stesso tempo viviamo in una condizione di affanno permanente. Lo stesso meccanismo opera sul piano collettivo e intergenerazionale. Trattiamo le generazioni future come se contassero meno, come se avessero un valore ridotto. È una forma di miopia temporale che rende possibile la procrastinazione climatica: sappiamo che i costi arriveranno, ma non ricadranno su di noi, almeno non subito. Un presente governato dall’urgenza della crescita, dalla logica della performance e dall’illusione dell’ottimizzazione continua finisce per erodere le condizioni stesse del benessere, oggi e domani. È un presente che divora il futuro senza riuscire a nutrire chi lo vive.
Mi pare che il discorso possa essere ampliato anche all’ottimismo imposto dall’alto insieme a un’idea distorta di progresso, in netto contrasto con pessimismo e catastrofismo sempre più diffusi nel mondo reale.
L’ottimismo imposto dall’alto si inserisce come una narrazione rassicurante che promette progresso senza costi, soluzioni senza rinunce, tecnologia senza limiti. Ma, paradossalmente, proprio per questo genera sfiducia. Quando il racconto ufficiale è in contrasto con l’esperienza quotidiana, produce dissonanza. E la dissonanza, se non viene riconosciuta, si trasforma in cinismo o in fatalismo. Il pessimismo che vediamo emergere non è un rifiuto del futuro in sé, ma la percezione che il patto intergenerazionale sia stato rotto. Che qualcuno stia incassando oggi lasciando ad altri il conto di domani. La risposta, come sostengo nel libro, non è scegliere tra ottimismo e pessimismo, ma ricostruire istituzioni, regole e norme sociali capaci di rendere il futuro rilevante nel presente.
In parte collegata alla domanda precedente c’è una curiosità sul dato da lei riportato in base al quale negli ultimi venti anni il benessere soggettivo di tutte le fasce d’età è diminuito in Nord America. Sembra dunque che si stia risvegliando una consapevolezza dei tanti e vari problemi intrinsechi al cosiddetto sviluppo capitalista e allo stesso sogno americano. Come mai, secondo lei, non si riesce a incanalare questa percezione in un cambio di rotta culturale e politico? Che tipo di strategie cognitive dovrebbero essere sollecitate per generare un cambio di questo tipo?
Il calo del benessere percepito che osserviamo negli ultimi vent’anni, soprattutto in Nord America e tra i più giovani, è un segnale forte perché smentisce l’idea che più crescita, più consumo e più stimoli dopaminergici coincidano automaticamente con più “felicità”. L’epidemia di obesità, l’aumento delle dipendenze, l’abuso di psicofarmaci e oppioidi mostrano che quando un ambiente è progettato per stimolare continuamente il circuito della ricompensa, il risultato non è la soddisfazione, ma l’assuefazione. E l’assuefazione non produce felicità: produce bisogno e, nei casi peggiori, dipendenza. È così che possiamo avere società sempre più ricche e individui sempre meno felici. Nel libro spiego perché questa non è una contraddizione, ma un effetto diretto del modo in cui definiamo e misuriamo il progresso. Il PIL registra flussi di produzione e consumo, ma ignora ciò che viene eroso per ottenerli. Conta come crescita ciò che in realtà è consumo di capitale – sociale e naturale. Se inquiniamo, degradiamo ecosistemi o compromettiamo la salute pubblica, il PIL sale comunque. Questo modello di crescita assomiglia sempre più a un ciclo di dipendenza: ricerca continua del piacere, illusione di eccessi senza conseguenze, rimozione sistematica dei costi reali. Funziona finché funziona. Poi il sistema non regge più.
La sostenibilità non riguarda un flusso annuale, ma uno stock: il patrimonio complessivo che lasciamo in eredità. Confondere questi due livelli significa prendere decisioni pubbliche con una bussola che punta nella direzione sbagliata. Per tutelare davvero il benessere dei futuri abitanti del pianeta servirebbe una contabilità della ricchezza inclusiva, che consideri il capitale naturale e sociale come parte integrante della ricchezza collettiva. La “L” in PIL sta per lordo, non per “al netto” della distruzione di suolo, aria e biodiversità. È uno strumento utile per il breve periodo, ma inadatto a guidare scelte di lungo termine. Un Paese che aumenta il PIL distruggendo il proprio capitale naturale non sta diventando più ricco: sta firmando una cambiale a carico di chi verrà dopo di noi. E rimandare non elimina il costo, lo accumula. Quando il futuro presenterà il conto, la vera domanda non sarà quanto ci costerà cambiare, ma quanto ci è costato non averlo fatto prima.
Trovo molto produttiva la sua discussione del meccanismo del preimpegno, che prevede un’autoimposizione di vincoli chiari e irreversibili a cui ogni nuovo ciclo politico dovrà tenere fede. Lei spiega bene come la scelta di preimpegnarsi a ridurre produzione, consumi e crescita economica per tutelare l’ambiente – e dunque limitare alcune scelte nel presente – sia condizione necessaria per la sopravvivenza della stessa capacità di scelta in futuro, decostruendo così la retorica liberista secondo cui le libertà individuali dovrebbero essere inattaccabili. Quale forma di governo, a suo parere, sarebbe la più efficace ad accogliere un certo grado di dirigismo ambientalista, considerando i problemi che lei stesso evidenzia nelle democrazie odierne, ormai succubi di oligarchie finanziarie e digitali?
Nel libro insisto su un punto che spesso viene frainteso: il preimpegno non è una limitazione della libertà, ma la condizione stessa affinché si intervenga a favore del clima. Se continuiamo a interpretare la libertà solo come assenza di vincoli nel presente, finiamo per distruggere proprio lo spazio entro cui le scelte future potranno essere esercitate. Da qui discende una conseguenza politica scomoda ma inevitabile. La questione ambientale non può essere affrontata da una forma di governo che viva in uno stato di campagna elettorale permanente, con l’orizzonte temporale fissato alle prossime elezioni o ai prossimi sondaggi. Le democrazie contemporanee, così come funzionano oggi, soffrono di una miopia strutturale: tendono a sovrappesare il consenso immediato e a sottovalutare i costi differiti. Questo le rende particolarmente esposte alla pressione di interessi concentrati, ben organizzati e finanziariamente potenti.
La risposta non è né l’autoritarismo verde né una sospensione della democrazia. L’idea che serva “meno democrazia” per salvare il pianeta è una falsa alternativa. Il problema non è la democrazia in sé, ma una democrazia priva di vincoli credibili contro il “breve-termismo”. La forma di governo più efficace è una democrazia capace di autovincolarsi. Una democrazia che accetta alcune scelte fondamentali, rendendole non negoziabili a ogni cambio di maggioranza. È una logica molto semplice: se sappiamo che cederemo alla tentazione, l’unica soluzione razionale è toglierci la possibilità di farlo. Questo significa fissare obiettivi ambientali chiari e duraturi, sottrarli alla contingenza politica e affidarli a regole e istituzioni progettate per durare nel tempo: standard ambientali stringenti, politiche industriali coerenti, meccanismi fiscali che rendano costoso tornare indietro. Non perché qualcuno “comandi dall’alto”, ma perché senza vincoli il sistema deraglia.
Come detto, è una questione di giustizia intergenerazionale. Chi pagherà il prezzo più alto delle scelte attuali non ha voce nel processo politico di oggi. Il preimpegno serve anche a questo: a rappresentare interessi assenti, a dare peso politico a chi oggi non può difendersi. L’idea che le libertà individuali siano intoccabili anche quando distruggono le condizioni materiali della loro stessa esistenza è una fallacia. La libertà di inquinare che consuma il futuro non è libertà: è mettere il pianeta in liquidazione.
Un pregio del suo libro risiede nella proposta di soluzioni, alcune delle quali a portata di ognuno di noi, altre relative alla gestione della cosa pubblica. Il suo stesso lavoro agisce nell’alveo di quella che lei definisce un’educazione civica epistemica, producendo informazione scientifica affidabile e accessibile, che possa fare da base a sistemi virtuosi di gestione collettiva. Mi piacerebbe quindi finire con un esperimento immaginativo. Se le venisse affidato domani un ruolo decisionale all’interno del governo di un Paese occidentale – l’Italia, perché no? – quali sarebbero i primi tre cambiamenti su cui lavorerebbe nell’immediato, e in che modo questi andrebbero ad agire sul medio-lungo periodo?
Il primo intervento riguarderebbe la visibilità del problema. Una delle ragioni per cui la crisi climatica non ci muove è che resta astratta, lontana, statisticamente corretta ma emotivamente irrilevante. Renderei salienti gli impatti locali, presenti, quotidiani delle scelte ambientali. Dati chiari, comparabili, territorializzati. Non “il pianeta”, ma l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo, i costi sanitari che paghiamo. Nel medio periodo questo crea una base di realtà condivisa, riducendo lo spazio per la dissonanza cognitiva e il negazionismo.
La seconda leva sarebbe quella delle scelte per default. Non chiederei alle persone di diventare improvvisamente più virtuose o più informate. Cambierei ciò che accade quando non si sceglie. Energia, mobilità, edilizia, rifiuti: rendere l’opzione sostenibile quella standard, lasciando sempre la possibilità di opt-out, ma rendendo il comportamento dannoso più costoso, meno comodo, meno invisibile. È una misura poco ideologica e molto efficace, perché lavora con, non contro, i limiti cognitivi. Nel medio-lungo periodo questo normalizza comportamenti che oggi appaiono “sacrifici”.
La terza azione riguarderebbe la fiducia. Senza fiducia nelle istituzioni, nella scienza e nei processi decisionali, nessuna transizione regge. Investirei subito in quello che nel libro chiamo educazione civica epistemica: non per insegnare alle persone “cosa pensare”, ma come distinguere informazioni affidabili da narrazioni manipolatorie. Questo significa rafforzare l’indipendenza delle autorità scientifiche, proteggere gli spazi di competenza dagli attacchi politici e rendere trasparenti i conflitti di interesse. Nel lungo periodo, è l’unico antidoto strutturale alla disinformazione e al complottismo.
Sono interventi poco spettacolari, lo ammetto. Non promettono miracoli né salvezze rapide. Ma hanno un vantaggio decisivo: non richiedono un’umanità migliore, solo istituzioni un po’ più intelligenti e a misura di cittadino. E se c’è una cosa che ho imparato studiando decisioni e comportamenti è che, quando i contesti cambiano con “cognizione di causa”, le persone spesso fanno la cosa giusta senza neppure accorgersene. In fondo, sarebbe già un enorme passo avanti.