P edalo attraverso il quartiere Prati, l’unico della città in cui le strade si intersecano con rigore geometrico, formando non ammassi informi disposti a casaccio, ma coerenti isolati poligonali. Arrivo di fronte al ponte Matteotti e mi inserisco nell’apertura che porta alla ripida discesa diagonale attraverso l’argine che spalleggia il Tevere. L’ingresso è sempre un po’ incerto, transennato come se ci fossero dei perenni lavori in corso, in un modo che non invita a entrare chi non conosce già chiaramente quell’accesso. Tengo saldi i freni durante la catabasi attraverso la fitta vegetazione finché non vengo risputato fuori: ora la mia bicicletta fila lungo la ciclabile accanto all’acqua del fiume e la città rimbomba sopra di me. Gli alti argini riecheggiano il frastuono romano, restituendolo smorzato e ovattato. Filo tagliando la città in due, come fa il Tevere, incidendo il suo ventre mollo e argilloso. Il cambio di livello è netto. Sopra di me gli strati si affastellano e si schiacciano comprimendosi uno sull’altro come lattine: cemento, strade, semafori, strisce pedonali e poi macchine, ambulanze, portoni, scale e poi ancora appartamenti, palazzi, ospedali, villette e case popolari. Sotto: il primo taglio, quello del fiume che ha inciso il paesaggio dividendolo in due e trasportando a valle le prime rocce e detriti.
Immagino l’azione cinetica dell’acqua come mito e metafora ideale della stratificazione, che ha avviato processi di addensamento della materia secondo velocità e modalità differenti, dando luogo all’isola Tiberina e alle dighe fatte di ramoscelli fabbricate dalle nutrie – e di cui le risme accumulate negli uffici della burocrazia capitolina sono solo l’ultima progenie. Mi rendo conto che questo improvviso cambio di livello, dall’incubo della stratificazione più incistata allo spalancarsi della destratificazione più improbabile, è una delle peculiari caratteristiche di Roma. Se c’è qualcosa in cui questa città eccelle, si tratta della capacità di rendere sensibile la città stessa come processo di addensamento, produzione e crivellatura dello spazio, in bilico costante tra claustrofobia ristagnante e capitolazione contro le forze che tenta di governare. Solo ora che la taglio e la attraverso con la bicicletta, e per il breve tempo di questo tragitto, la città sembra avere senso. Sembra che conoscere e mappare questo spazio eteromorfo implichi l’impossibilità di chiamarsi fuori dal gesto tramite cui lo si attraversa, contemporaneamente scoprendolo, inventandolo e raccontandolo.
Nel recente libro di Francesco Careri, Camminare e fermarsi (2025), che raccoglie gli articoli pubblicati dall’autore negli ultimi trent’anni a proposito di pratiche che sperimentano con un’architettura immateriale e relazionale, si trova un’efficace immagine della città come arcipelago. Il concetto di arcipelago serve a Careri per spostare l’attenzione dai “pieni” della città, come i tessuti e le strutture urbane, all’immenso “vuoto” che li contiene. In questa prospettiva, i pieni del costruito diventano come isole di un arcipelago il cui mare è il grande vuoto informe. Se pensiamo a questo mare come a un continuum, in cui ai parchi e ai grandi vuoti urbani si aggiungono tutte le terre di nessuno e tutti i margini infestati dai rovi, allora potremo osservare come, mentre la città si sviluppa, “il vuoto continui a ramificarsi alle varie scale, costituendo lo sfondo su cui galleggiano le strutture urbane, che con un termine fisico possiamo chiamare clusters: ammassi informi in cui la materia si concentra e si organizza in strutture”.
Se c’è qualcosa in cui questa città eccelle, si tratta della capacità di rendere sensibile la città stessa come processo di addensamento, produzione e crivellatura dello spazio, in bilico costante tra claustrofobia ristagnante e capitolazione contro le forze che tenta di governare.
Un’immagine, apparentemente distante ma molto efficace per descrivere questa condizione, proviene da uno dei capitoli di un altro testo uscito recentemente che tenta di affrontare la città proprio a partire di suoi interstizi: si tratta del volume collettivo Roma. Guida alla selva (2025), e parte di una serie di guide omonime rivolte anche ad altre città italiane. L’immagine è quella del giardino dipinto di Villa Livia, descritta da Annalisa Metta. Per raggiungerla occorre calarsi in un’altra discesa, questa volta all’interno della villa di Livia Drusilla, rinvenuta a Prima Porta a metà Ottocento circa, fino ad arrivare sotto la casa stessa. Lì, dove la temperatura è più bassa e l’umidità maggiore, si trova una sala vuota e senza finestre, le cui pareti sono accuratamente affrescate. Ma in quel posto così interno e claustrofobico, ciò che si trova raffigurato è una fitta vegetazione in cui si confondono stagioni diverse e specie sia domestiche che selvatiche, in cui le cime degli alberi sono piegate dal vento e gli uccelli svolazzano. Si tratta di un giardino? Oppure il giardino è la stanza e vediamo rappresentato esattamente ciò che inizia quando il giardino finisce? Unica indicazione per orientarsi: una strana doppia recinzione rappresentata nella parte bassa delle pareti. Al di qua della recinzione sorge qualche albero, è questo il lato domestico? Ma basta alzare lo sguardo e tutte le chiome si confondono, ci ritroviamo nella situazione di non saper più dire “cosa in fondo distingua il giardino dalla selva”, eppure siamo dentro una casa, luogo domestico per eccellenza.
Come indica Annalisa Metta, lo spettacolo non è né il giardino né la selva, ma il loro contrasto; è “l’ambiguità, impossibile da risolversi, tra il trovarsi dentro (nel giardino) o fuori (nella selva)”, dentro la casa ma fuori nelle immagini. È proprio questa ambiguità a essere incarnata dalla città di Roma. Se ogni città definisce il suo interno proiettando fuori un esterno per differenza, qui i limiti sono vaghi, i bordi irregolari. La stratificazione dello spazio urbano lascia continuamente intravedere le sue crepe e dai Fori Imperiali ai peggiori centri commerciali in periferia è difficile non vedere lo stesso unico tentativo di arredare una selva. In un bell’articolo apparso su Err, dedicato proprio alle universalmente note buche nell’asfalto di Roma, Felice Cimatti ci ricorda “che la possibilità del buco nel reale appare nel momento stesso in cui si progetta di mettere in ordine il mondo”. Allora, nelle buche sull’asfalto che perseguitano Roma, vediamo ogni volta “la fine della città, una fine che c’è sempre stata – perché l’oggetto è da sempre ‘perduto’ –, una fine che non finisce mai. E quindi ricomincia sempre. Una fine che non finisce, appunto, una città che è sempre sul punto di smettere d’essere una città, cioè un luogo umano e civile”.
Una città che è sempre sul punto di smettere d’essere una città mi sembra una buona definizione per Roma. Trasmette lo sforzo evidente che qui le infrastrutture urbane devono fare per processare un’entropia ovunque dilagante. Ogni strada, cantiere, autobus, metropolitana, vigile urbano è una macchina neghentropica che si sforza di piegare i flussi per stilizzarli secondo una precisa regola. Ma i flussi che attraversano Roma sono un ammasso instabile in moto browniano, in cui si mischiano in un unico monstrum meteo avverso, Vaticano, manifestazioni, derby, politica, sviluppo urbano incoerente e turismo aggressivo, solo per nominarne alcuni. Lo sforzo e l’energia richiesti per questo lavoro di resistenza contro il perenne rischio della fine della civiltà è quotidianamente palpabile nell’aria, ma ciò che lo rende ancora più evidente è uno sfondo di forme intorpidite e calcificate su cui si staglia. Non si tratta solo dei monumenti storici e delle rovine ovunque presenti, ma di un “torvo zuppone socioedilizio”, per riprendere le parole dell’ultimo romanzo di Pecoraro. Uno sfondo di “statica placida silenziosa stupida stabile agiatezza”, fatto di patrimoni piccoli e medi che si conservano senza diminuire e “che non si vede perché non ama l’esibizione e spende con atavica prudenza”. Un unico fenomeno meteorologico, per il quale non esistono modelli adeguati di previsione, in cui caos e indolente inerzia si affrontano tra loro.
Una città che è sempre sul punto di smettere d’essere una città mi sembra una buona definizione per Roma. Trasmette lo sforzo evidente che qui le infrastrutture urbane devono fare per processare un’entropia ovunque dilagante.
Così, in una scena come quella della Deposizione, Longhi fa emergere dallo sfondo un gruppo composto da “gente che par quasi di conoscere: forse il portatore che sta per Nicodemo chissà quanti l’avranno allora ravvisato per qualche famoso incollatore di pesi, sempre all’angolo di piazza Navona”. Questa divagazione può forse dare una sensazione più vivida di come a Roma la civilizzazione, o addirittura il sacro, non cessa di mischiarsi con uno “stato di feriale umanità”: non credo sia esagerato ritrovare qualcosa di simile nella luce di mezzogiorno, calda anche a metà dicembre, che unisce ai tavolini del Caffè Tevere studentesse e studenti dello IED, muratori e agenti immobiliari. E la terza categoria sta lì a ricordare quel rischio sempre dietro l’angolo che Nicodemo e l’incollatore smettano di riconoscersi a vicenda.
La cosa più improbabile e allo stesso tempo più utile che si può fare a Roma per fare esperienza delle pieghe, dei buchi e degli interstizi della città è camminare. La camminata è un’interfaccia leggera che piega lo spazio che attraversa secondo il suo ritmo pacato, che è disponibile a farsi modificare da ciò che incontra. Camminando non siamo più presi nei sistemi di flusso che gestiscono e traducono le forze in delle forme e possiamo finalmente notarli mentre si sforzano di compattare i diagrammi instabili che da ogni parte attraversano il tessuto urbano. Muovendosi dentro all’insondabile iperogetto-Roma, le camminate del collettivo Stalker, raccontate nel testo di Careri, hanno cercato di ricomprendere la città tracciando delle relazioni dal basso e cercando di connettere ciò che era rimasto fuori dalle interfacce maggiori, immaginando nuovi modi per descrivere e raccontare il territorio.
La cosa più improbabile e allo stesso tempo più utile che si può fare a Roma per fare esperienza delle pieghe, dei buchi e degli interstizi della città è camminare. La camminata è un’interfaccia leggera che piega lo spazio che attraversa secondo il suo ritmo pacato, che è disponibile a farsi modificare da ciò che incontra.
Stalker sceglie di percorrerlo a piedi nel 2009, distribuendo l’impresa in tredici tratte compiute in quattro mesi per un totale di 220 chilometri. Un’impresa che potrebbe apparire sconsiderata, ma sicuramente non meno del GRA stesso, che fin dall’inizio rivela il suo aspetto per l’appunto “non funzionale e meramente performativo”. Il giro del GRA a piedi diventa quindi “un’opera seconda, che usa il GRA come supporto”. Camminare attraverso il faraonico monumento orizzontale diventa il modo per fare un’esperienza sensibile e tangibile di mutamenti del territorio a cui sarebbe altrimenti difficile dare una reale consistenza semplicemente sfogliando un libro o dentro un’aula universitaria. Parole come “svendita del patrimonio pubblico”, “consumo del suolo”, “discriminazione e spazi di eccezione” “gated communities” appaiono finalmente in tre dimensioni perché ci si deve camminare attraverso.
Ma ancora prima di tutto ciò, l’esperienza più significativa che Careri racconta di aver fatto durante il giro del GRA a piedi, è l’aver visto e percepito esattamente il punto in cui, tra Castel Giubileo e Bufalotta, la terra della campagna romana, fatta di sterpi e rovi, veniva sommersa da “una terra di colore uniforme a granulometria fine, un materiale omogeneo, senza macchie, artificiale”. Un “atto primario di fondazione”, che avviene mutando la natura della stessa terra, di cui percepisce le dimensioni. Una terra sulla terra per chilometri e chilometri. Il punto qui chiaramente non è rimpiangere la campagna, quanto piuttosto potersi fare un’idea sensibile di cosa significano certi mutamenti del territorio e qual è la velocità a cui viaggiano.
Camminare attraverso il faraonico monumento orizzontale del GRA diventa il modo per fare un’esperienza sensibile e tangibile di mutamenti del territorio a cui sarebbe altrimenti difficile dare una reale consistenza semplicemente sfogliando un libro o dentro un’aula universitaria.
Per orientarsi nella borgatasfera il GRA diventa il mediatore principale attorno al quale Mattioli fa ruotare una vera e propria mitologia di una Roma invertita e per questo “remoriana”. La fantascienza dell’infrastruttura stradale si mischia con la fantascienza del racconto che per orientarsi nel “blob” secreto dall’anello d’asfalto ha bisogno di inventare un vero e proprio culto. Del testo di Mattioli si può trovare qui sul Tascabile sia un estratto che una recensione, per cui mi limito a notare come, non diversamente dalla pratica del camminare portata avanti da Stalker, per narrare Roma in modo non stereotipato occorre inventare nuovi percorsi, nuove pieghe, nuovi buchi che facciano emergere ciò che finora è rimasto escluso. Che si tratti di narrare o di camminare, in ogni caso la materia da modellare è uno spazio non indicizzato e non indicizzabile, che si può conoscere solo mano a mano che lo si attraversa e nel mentre che lo si attraversa e che, come la Zona, richiede per essere attraversato una strategia o per lo meno un rituale.
È qui che si aprono nuove possibilità di intendere ed abitare lo spazio che incarnano un’idea di spazio bucato irriducibile a quella di buco e crepa nella struttura descritto da Cimatti. Penso al concetto di spazio bucato descritto brevemente da Deleuze e Guattari in Mille piani (1980), ma rimasto forse un po’ all’ombra delle più note figure dello spazio liscio nomade e dello spazio striato sedentario. Per comprendere la posizione intermedia tra i due dello spazio bucato, bisogna intendere il bucare come quell’operazione primaria che estrae e plasma la materia seguendo i giacimenti e che per questo è associata dagli autori alla metallurgia. Il gesto della metallurgia è infatti quello che dà forma all’informe, che scopre le caratteristiche intrinseche della materia e le prolunga attraverso specifiche operazioni. La peculiarità della metallurgia sta quindi nell’esemplificare la possibilità di accedere al plasmare come verbo che informa ogni plasmato; ecco perché Deleuze e Guattari paragonano la metallurgia –in modo solo apparentemente improvviso – alla musica: “se la metallurgia è in un rapporto essenziale con la musica, non è soltanto per via dei rumori della fucina, ma in virtù della tendenza, che attraversa le due arti, a far valere al di là delle forme separate uno sviluppo continuo della forma, al di là delle materie variabili una variazione continua della materia: un cromatismo allargato trascina contemporaneamente la musica e la metallurgia; il fabbro musicale è il primo ‘trasformatore’”. Un buco allora sfrutta le rientranze d’ombra e le irregolarità del territorio per inventare un primo intorno capace di orientare intorno a sé lo spazio. Chi sa scovare o scavare un buco accede alle possibilità virtuali del mondo di sotto per disegnare nuovi contorni possibili solo parzialmente in contatto con il mondo di sopra. Diventa quindi chiaro come lo spazio-tempo romano offra dei lembi particolarmente predisposti a essere bucati. Concludiamo allora con due esempi di due pratiche del bucare.
Chi sa scovare o scavare un buco accede alle possibilità virtuali del mondo di sotto per disegnare nuovi contorni possibili solo parzialmente in contatto con il mondo di sopra. Diventa quindi chiaro come lo spazio-tempo romano offra dei lembi particolarmente predisposti a essere bucati.
Lo stesso parco in cui si svolge la festa, o un altro, o una qualsiasi area urbana incolta può servire anche per “infrattarsi”, data la “vocazione morfologica all’ospitalità di pratiche sessuali” approfondita da Serena Olcuire nel capitolo della Guida alla selva dedicato per l’appunto alle “geografie dell’infratto”. Infrattarsi è un po’ come bucare lo spazio per inventare spazi non regolati e non conformi secondo il senso comune dominante, dove “soggettività extranormative, marginalizzate o oppresse hanno maggiori possibilità di tessere relazioni”. Sono spazi bucati perché attingono alla striatura del mondo di sopra, rappresentata per esempio dalle strade attraverso cui passano i clienti, e allo stesso tempo ritagliano zone di privacy limitrofe dove non vigono le regole consuete. Si tratta quindi, come per i free party agli Acquedotti, di “processi attivi di significazione dei luoghi”, nonostante questo valore non sia riconosciuto dal resto della città.
Lo testimonia il racconto di Alex, riportato nel capitolo, di quando quest’ultima lavorava alle Terme di Caracalla – una zona del centro storico in cui il verde del parco urbano si mischia con l’incuria delle rovine archeologiche: “dalle tre e mezza fino alle cinque ci sedevamo lì perché il lavoro era finito. E poi dalle cinque di nuovo, con quelli che si svegliavano e iniziavano la giornata. Cominciavano ad arrivare i camionisti, e quelli che appena apri la porta senti il riscaldamento, e profumano […]. Ay, finivamo tardi, Gina Marcela si portava le ballerine e gli occhiali da sole. Perché lì a Terme di Caracalla se ti metti le spalle di là vedi il giorno totale, il sole che sta spuntando. I colori sono bellissimi, sono magici a quell’ora…”.