“L’
avanguardia risiede nei sentimenti e non nelle forme”: questa è una frase cruciale di una storica intervista al grande sax hero Massimo Urbani, contenuta nel recente documentario Easy to love (2025), che traccia la storia del jazzista romano seguendo un viaggio di formazione del figlio alla ricerca dello spirito del padre. Bene, nella pellicola di Paolo Colangeli (che nei primi Novanta aveva già filmato Massimo nel docufilm intervista Massimo nella fabbrica abbandonata), c’è anche la testimonianza di un altro Urbani, il fratello Maurizio. Anch’egli sassofonista, forse ad oggi l’unico erede musicale diretto del suddetto, Maurizio ha condiviso con il fratello tutta la forza del jazz nel suo lato positivo come in quello negativo: i palchi e le grandi jam coi pezzi grossi, la dipendenza dalla droga e dall’alcool, le discese agli inferi come le salite nell’iperboreo della creatività, il dolore della perdita e la gioia di potere ancora ricordare. Nativo, come il fratello, di piazza Guadalupe a Monte Mario, il nostro porta con sé, oltre quello del jazz, anche il linguaggio della borgata, che ancora oggi vibra nelle sue parole mentre accendiamo il camino nella sua attuale dimora a Sutri: da lui ci facciamo raccontare l’eredità di Massimo, la storia di un pezzo di cultura musicale italiana e soprattutto la sua storia personale votata alla musica, che ancora non accenna ad arrendersi al tempo e allo spazio come è naturale nei grandi artisti in cui, per l’ appunto, “l’avanguardia è il sentimento”.
Partiamo con la domanda più ovvia: vorrei sapere quando è cominciato il tuo rapporto col sassofono.
Il mio rapporto col sassofono lo devo tutto a Massimo, mio fratello maggiore, che era appassionato, che già era musicista.
Che anno era?
Beh guarda, io ho iniziato a suonare che avevo quindici-sedici anni, nel 1975-76. Massimo nel 1971-72 già suonava con Tony Formichella al Folkstudio e nel 1974 Pepito Pignatelli apre il Music Inn, e io da pischello andavo laggiù a sentire mio fratello e poi sono andato a lavorare al Music Inn: quattro o cinque anni di stagioni memorabili, c’erano tutti gli americani: da
Bill Evans a
Horace Silver, George Coleman, Johnny Griffith, quindi una stagione di grandi,
Mingus,
Elvin Jones,
McCoy Tyner…
Quanti anni avevi all’epoca?
All’epoca avevo diciassette anni, perciò ho avuto una scuola eccezionale. Poi a casa c’era questo sax soprano che Massimo non usava: io da pischello ho iniziato un po’ con la tromba a scuola di musica a Monte Mario. Era la scuola di Tommasetti che era un maresciallo della finanza in pensione, della banda, e aveva chiesto il cinema ai preti, lì a piazza Guadalupe.
Ti sei formato quindi, musicalmente, nel quartiere Trionfale–Primavalle.
Sì, ho iniziato così, perché d’estate ci portavano al paese dei miei nonni, a Camerata Nuova vicino all’Abruzzo: c’era sempre la banda e Massimo ha iniziato così la sua passione.
Voi avete suonato un sacco insieme, no?
Sì, poi abbiamo iniziato a suonare insieme anche con Giovanni Tommaso, con Danilo Rea con Stefano Sabbatini, Ascolese… tutta quella scuola lì: gli Spirale, Patrizia Scascitelli, Tony Formichella.
A proposito del quartiere, ho sempre trovato che la vostra musica sia legata proprio al territorio in cui siete nati: c’è il discorso di confine di Trionfale, quello suburbano di Primavalle, la “wasteland” di Monte Mario. Quanto è entrato tutto questo nel vostro jazz?
All’epoca era un po’ un far west, ero appunto di borgata e la cultura musicale io l’ho appresa così: mi ricordo che mio fratello Massimo nel 1970-71 cominciò a suonare con un gruppetto di amici tra cui un paio di parenti: mio cugino batterista, poi c’era Giano Cozzo, un altro batterista, e facevano musica da ballo, le cover un po’ dei Santana… e Massimo ha iniziato così. Poi dopo con Tony Formichella ha scoperto il
rythm and blues,
Ray Charles,
Otis Redding, King Curtis. Poi c’era il Folkstudio a Roma, che era uno di quei locali dove facevano jazz e non solo: anche
Bob Dylan ci è passato, e lì hanno iniziato dei musicisti tipo Vittorini, Maurizio Gianmarco,
Roberto Ciotti, che frequentavano il Folkstudio… poi dopo nel 1972
Gaslini fece il primo workshop sul jazz al conservatorio, cosa che non era mai successa in un conservatorio di musica classica: ha messo su questa settimana di incontri e Massimo andò con Tony, perché io poi andai con mio padre il giorno dopo, se non mi ricordo male, in via dei Greci. E Gaslini fece questa piccola riunione di musicisti giovani italiani da cui Vittorini, Giammarco, Gaetano Delfini, Nicola Raffone, Michele Iannaccone, Bruno Tommaso…
Hai una memoria di ferro!
Me lo ricordo perché mio padre ci andò, perché Gaslini ascoltò Massimo e rimase di stucco, e dopo un po’ lo chiamò a suonare nel suo gruppo, il gruppo di Gaslini: iniziò proprio così e subito dopo, nel 1973, per sei o sette mesi suonò con gli Area.
Micidiale.
Sì sì, c’era Victor Busnello prima… che era un sassofonista che poi purtroppo stava male, perché era un alcolista.
Massimo poi ha suonato anche con Gianna Nannini. Fece con lei un disco.
Sì, è vero: ti racconto questa a proposito… c’era una festa a casa di
Bernardo Bertolucci a Milano, il giorno proprio che Massimo incise con la Nannini a Milano e lei lo portò lì a questa festa. Me lo ricordo perché mi ha raccontato che lui e la Nannini si erano scolati una boccia di Ballantine’s, stavano ubriachi persi e alla Nannini gli piacque tantissimo Massimo, e lui fece questa apparizione insomma… che disco è?
Sconcerto Rock: diciamo che è la prima colonna sonora che ha fatto la Nannini, era di un film prodotto appunto da Bertolucci ancora oggi introvabile… c’è anche Victor Cavallo come attore protagonista.
Ah, ho un aneddoto di Victor: al Teatro dell’Orologio… sai dove è Corso Vittorio a Roma, no? C’è la chiesa bianca quella enorme che sta lì, no? Ecco, mi ricordo una sera che verso le 22 ero uscito dal Music Inn, e lo becco che esce fuori dalle scale per andare a fumarsi una sigaretta… era lui perché non so chi cazzo me lo aveva detto de ‘sto Victor… era strafatto, strafatto co’ ‘sto loden nero co’ ‘sta barba incolta … forse aveva fatto uno dei film più famosi suoi… è morto di overdose, era un tossico. Ma lui era un appassionato di jazz e conosceva Massimo.
Ah, lo vedi?
Sì, gli piaceva… era un grande artista Victor Cavallo, non fosse stato così tossico, un grande poeta e me lo ricordo… dico, Victor! Stava stracotto, poi era uno tutto scuro, era piccoletto… co’ ’sti occhi marroni, mi ricordo rossi rossi, strafatto di roba… poi io la zona la bazzicavo perché nel pomeriggio prendevo il ghiaccio per il Music Inn, per Pepito, con la bicicletta: mi facevo largo dei Fiorentini, facevo corso Vittorio, andavo dietro a via del Governo Vecchio e qui c’era un ghiacciaro, proprio i vecchi ghiacciari di una volta. E poi tra l’altro c’era un’enoteca su corso Vittorio enorme, famosa, che ora non ci sta più, dove si fornivano tutti i mejo locali, il cui gestore era amico di Pepito: e la notte andavo a prendere lì due casse di whisky, una cassa di gin e poi mettevo i dischi tra primo e secondo tempo dei set live. Perciò mi sono visto li mejo concerti, da Charles Mingus a Bill Evans, Horace Silver, i Jazz Messenger,
Max Roach, Roy Haynes… che cazzo te devo di’… sembrava il Village Vanguard in quel periodo, dal 1974 al 1978.
E mettevi sempre dischi jazz?
Ma certo, e che cazzo… Pepito aveva lì un po’ di dischi, poi è arrivato Aldo Sinesio della Horo, che ha fatto una collana di jazz e veniva a vendere i dischi la sera.
Quindi alla fine quella è stata una palestra perché tu hai sentito tutto e di più.
Una grande palestra, come stare negli anni quaranta al Three Deuces dove c’erano i locali, dove c’era il bop dalla mattina alla sera.
Ma poi, riallacciandosi a Cavallo, alla fine questo collegamento tra jazz, arte e tossicodipendenza all’epoca?
Viene tutto dalla banda della Magliana, dai fascisti, da Miki Mantakas in poi, dal 1972 al 1973 a Roma… a me non è mai successo un cazzo, ma io prendevo il 47 da Monte Mario fino a piazza Cavour poi mi facevo a piedi da Piazza Cavour a Castel Sant’Angelo, corso Vittorio fino al Music Inn: e lì era pericoloso.
Immagino…
Beh le squadracce fasciste giravano: sai quante volte sono passato a piazza Risorgimento sull’autobus notturno? Co’ tutti ’sti manifesti… avevano appena ammazzato Mikis Mantakas, erano incazzati persi… io invece ero amico di Walter Rossi, per dire.
Brutta storia quella, assassinato dai fascisti a viale Medaglie d’Oro…
Anche perché l’autobus poi passava sempre davanti a Balduina, e c’era la fermata proprio al semaforo e accanto la sezione del Movimento sociale. Erano cattivissimi, una delle più brutte sezioni che c’erano all’epoca… noi eravamo rossi ovviamente.
Quindi Monte Mario all’epoca è come se fosse stato uno scenario totalmente jazz vecchio stile: nel senso che stai in una situazione in cui c’è la droga, ci stanno i fasci nazisti, tu sei in borgata e sei praticamente il white nigga cioè il nero bianco della situazione…
Sì, però tutte queste cose qui erano contrastate da una generazione di giovani vogliosi, che facevano la musica l’arte, dei visionari anche, no? Detto questo l’Italia è stata sempre un Paese fascista, di fascisti: ancora adesso, anzi adesso più di prima.
Comunque da là si è creata tutta una originalità anche nel suono per esempio il suono tuo e il suono di Massimo… da dove nasce? Da questo mood?
Il suono nasce da altri, perché Massimo è un altro che è preso dal suono di
Charlie Parker,
John Coltrane o di tutti i grandi maestri: poi però c’è una parte di anima che è tua personale come dici te… e lì se sei veramente un musicista che ha qualcosa da dire, lì si vede. Originalmente ognuno di noi ha preso da qualcuno.
Tu hai bevuto dalla stessa coppa di Massimo oppure no?
Ma sì, perché Massimo ascoltava Charlie Parker, Coltrane,
Miles Davis… a casa c’era quella musica là, mio padre non sapeva manco che cazzo era: mia zia sentiva i Rokes , la Formula 3… a questo proposito io ho conosciuto proprio Tony Cicco, il batterista della Formula 3, e poi ho conosciuto pure i Raccomandata ricevuta di ritorno.
C’erano pure i Rovescio della medaglia, che erano di zona.
Sì infatti, Enzo Vita era nostro amico.
Quindi avevate anche dei contatti col prog rock.
Sì, Massimo era abbastanza stimato da questi personaggi… guarda, ho visto i primi festival pop a Villa Pamphili, e c’erano tutti questi gruppi qua.
Ma quando ti metti a suonare, quello che ti interessa è tirare fuori il blues?
Sì, certo l’anima, il blues: è fondamentale, il blues, è come Napoli per noi, la musica napoletana.
Tu hai anche suonato fuori dall’Italia, hai girato parecchio.
Sì, ho suonato in Francia e in Germania con Massimo: l’Italia l’ho suonata tutta, a parte le mie marchette…
Interessante, raccontami di queste marchette.
Vabbè, ma i Perigeo non mi sembrano proprio soltanto marchette.
Però era il 1982, erano il New Perigeo, eravamo io, Maurizio Guarini…
Ma scusa, tu per caso stai pure nel disco dei New Perigeo di quel periodo? Effetto amore?
No, non ho inciso neanche l’album con Cocciante, che era l’album con Cocciante quello ok, quello più figo insomma, quello di “Passeggiando in bicicletta”, ma ero in quel tour.
Dove, tornando ai Rokes, c’è appunto la produzione di Shel Shapiro.
Bravo, era il produttore: io ci ho cenato una sera, è venuto all’RCA, l’anno che l’Italia ha vinto i mondiali. Siamo partiti il giorno dopo Italia-Spagna, abbiamo fatto 70 serate e all’epoca Cocciante e
Battiato erano quelli che andavano per la maggiore.
Hai altri aneddoti a riguardo?
Tipo nel 1983-84 con Massimo Nunzi, mio amico trombettista: io ero amico di Federico Troiani che partecipava a questo concorso, La Gondola d’Oro a Venezia. Trovo questo ingaggio al Lido, era l’anno che andava alla grande
Miguel Bosé, e infatti quella sera c’era. A un certo punto arriva il manager dei Genesis, perché i Genesis facevano un programma su Rai uno, dovevano registrare il pomeriggio. Allora ci hanno visto fare le prove e a un certo punto arrivano i manager dei Genesis e dicono: “Sentite, abbiamo questo special alla Rai, ci servirebbe una tromba e un sax. Però solo gli strumenti, non i musicisti”. E io allora, figlio de mignotta, tossico, chiamo Nunzio e gli dico “Oh… beh li affittiamo”. Quindi centomila lire di allora, mille euro di adesso… e poi ho chiamato il manager e gli ho detto “Oh, ma non è che questi so’ rocchettari, buttano gli strumenti per terra?”. Sai io ero uno jazzofilo, quando ho sentito i soldi ho detto “Sì, va bene”, però ho pensato “Non è che poi danno foco al sax come Hendrix la chitarra?”.
Aahah beh, all’epoca i Genesis erano più impiegati che rockettari...
E infatti mi dice “Non te preoccupa’”… quindi niente assistiamo a ’sto special in prima fila, erano cinque-sei persone, senza pubblico, registrato. C’era
Phil Collins: arrivano con gli strumenti. Mentre registravano me so’ messo proprio sotto al palco per vedere come trattavano la roba… c’era Paul Rutherford e il mio sax lo suonava lui… a una certa appoggia il mio sax e io… ’tacci tua… [ride] quindi vabbè, finisce a grazie, grazie… pagato tutto a nero. Il pomeriggio dopo, alla Rai c’era il buffet nei camerini, cartoni di gin, di wisky, di tutto c’era su ’sto tavolo… credo ci fossero anche delle donnine, ma non mi ricordo un cazzo perché so’ entrato me so’ ’mbriacato e ho magnato e bevuto co’ Phil Collins, co’ ‘sti quattrini in tasca. C’è anche il filmato di Troiani su YouTube dove ci siamo noi, “Non c’ho ’na lira pe’ canta’…” ride. Nel pomeriggio uno dei Bixio ci portò in un negozio di abbigliamento al lido, ce fece comprare cinque giacche a vento senza maniche che non se potevano vede’, con una stella gialla… pacchiane, anni Settanta proprio, una cosa ignobile… ballavamo pure…
E a parte queste grandi “marchette” parliamo della tua musica: tu alla fine sei un erede del suono di Massimo o sei cresciuto parallelamente?
Ma certo, tutti i sassofonisti che ci stanno adesso sono figli di John Coltrane, perché tutti i giorni le nuove generazioni dopo Coltrane, Rollins, Parker, Miles Davis si sono rifatti tutti a questi, a loro, perché il messaggio è stato lanciato da loro: il modale e Miles, poi dopo si sono sviluppate tante cose.
Tu Chet Baker l’hai conosciuto di persona.
Come no? Ho una foto fatta a Villa Pamphili con lui, strafatti. Chet veniva spesso a casa mia, un sacco di volte: veniva a prendere la roba a Monte Mario e quando lui prendeva la roba passava da me a fasse.
Ma quindi quella foto non è stata fatta a Santa Maria della Pietà! Io pensavo che fosse Massimo non te, me la sono conservata pure nel telefonino…
No no, eravamo io e Chet a Villa Pamphili: perché mentre stavamo lì è arrivato uno con la macchinetta fotografica mi guarda e mi dice “Ma chi è, Chet Baker?”, io ho fatto “Sì”. “Ma posso fare un po’ di foto?” “E fai, fai”… C’eravamo fatti un perone incredibile, con la Peugeot 504 di Chet che sembrava ‘n albergo, c’aveva i bottiglioni de metadone, cose, pasticche di morfina… che te lo dico a fa’… lui c’aveva anche un’Alfa Romeo di quelle coupé, che poi l’hanno arrestato…
Di che arresto parliamo?
Eh, l’hanno trovato in overdose vicino a Viareggio mentre andava alla Capannina a suonare. Ci stanno le foto quando lui esce dal carcere, no? Quando venivano a Monte Mario mio zio con il cugino, mio padre gli diceva: “Vedi quell’Alfa Romeo? L’hanno arrestato nel 1961”. Lo sapevano perché è stato il primo arresto di un eroinomane in Italia, all’epoca in Italia ce ne saranno stati tre.
Quindi poi hai fatto la tua carriera...
Io poi ho fatto un po’ di televisione con Pippo Caruso e invece Massimo ha cominciato una carriera grande, ha cominciato a suonare con
Enrico Rava, con gli americani…
Hai fatto un altro tipo di percorso rispetto a lui.
No, molti jazzisti all’epoca facevano così; ad esempio io ho sostituito Maurizio Gianmarco nei New Perigeo perché lui stava suonando con la
Mannoia, che evidentemente andava di più perché gli faceva pure gli arrangiamenti. Ma anche Giovanni Tommaso c’era, io suonavo con Agostino Marangolo nel periodo di Cocciante, c’era Carlo Pennisi, chitarrista di Mike Francis. Sono stato uno degli ultimi musicisti a fare le prove all’RCA, che poi hanno chiuso, e andavamo al Teatro Gerini anche, che è un convento di preti sulla Tiburtina vicino all’RCA e facevamo le prove lì con Riccardo. E andavamo a pranzo alla mensa dell’RCA, e poi ho cominciato a fare jazz in Capitale dopo che ho fatto queste marchettone: poi ho fatto Fantastico, con
Celentano e con Gianni Dall’Aglio.
Beh, questa è una storia interessantissima.
Sì, queste commissioni con Gianni Dall’Aglio che era il batterista di
Battisti, con Mauro Negri clarinettista, che è stato un grandissimo sassofonista, e poi con il futuro marito della
Pausini, Paolo Carta. E poi c’erano tre di Milano che erano del clan di Celentano: loro c’avevano un residence a via Cortina d’Ampezzo perché Celentano c’aveva una suite all’Hilton e noi facevamo le prove con Pinuccio Pirazzoli. Ricordo grandi colazioni al Belsito Balduina.
Ah sì? Ammazza, nei posti più neri di Roma, tornando al discorso precedente…
Sì perché Carta mi veniva a prendere e andavamo a fare le prove alla Sala Blu dell’Hilton il giovedì, e il venerdì e il sabato al Teatro delle Vittorie.
E poi praticamente dopo la morte di Massimo tu hai avuto uno switch.
Esatto, perché poi facevamo i club con Massimo, suonavamo in giro e poi nel 1993 è successa la disgrazia. Io sono stato due o tre anni che insomma, non è che stavo benissimo… poi ho smesso di farmi, nel 1997 ho conosciuto la mia ex moglie mi sono rimesso un po’ a posto … ho continuato a suonare con i musicisti romani in tutti i club di Roma e poi c’è anche il premio dedicato a Massimo a Camerino; ogni anno vado lì, faccio l’organizzazione delle jam session, sto in giuria. E poi sì, quest’anno ha vinto Antonio Scannapieco e attualmente ho un po’ ridotto tutto per problemi di salute. Ho vissuto il meglio di poter vivere a Roma il jazz.
Però il club diciamo che è la dimensione tua no?
Sì certo c’è una roba più diretta che sta là capito… e comunque anche adesso a Roma c’è una buona fucina del jazz, ci sono parecchi locali e giovani, musicisti. Le anime sono un po’ cambiate, però vabbè…
Perché dici che sono cambiate?
Perché sono stati curati molti altri aspetti dell’essere musicista, molti tecnicismi: la tecnica è fondamentale comunque per un musicista, ma lì dietro poi ci deve essere appunto un’anima, uno spirito che va oltre la musica in sé stessa. Nelle nuove generazioni quindi c’è del buono ma anche del meno buono.
Quali sono quelli che ti piacciono delle nuove generazioni internazionali e nazionali?
Beh, in Italia abbiamo un sacco di non dico nuovissime generazioni, ma grandi musicisti: ancora c’è gente tipo Scannapieco, Stefano Di Battista, Rosario Giuliani, lo stesso
Bollani, Rava insomma che tengono ancora. E poi ci sono un sacco di giovani: io lo vedo lì al premio internazionale di Massimo, non solo italiani, ma nuove generazioni di musicisti che se hanno la schiena dritta a livello emotivo, nel senso che hanno una parte artistica vera, allora è gente che potenzialmente spacca.
A te piace suonare in solo? O ti piace più con la band?
Solo strumento… solo sax? Beh a casa, davanti a un amico… concerti da solo sax insomma… a meno che non sei
Steve Lacy capito… in generale sono più i pianisti, vedi
Cecil Taylor o
Keith Jarrett, a fare questo. Sassofonisti a parte quelli d’avanguardia come
Braxton… Steve Lacy l’ho sentito solo col soprano dal vivo… c’aveva un capoccione così.
Che diresti a un pischello che inizia ora col sax?
Di ascoltare un sacco di tradizione jazz, di stili del jazz dal 1910 in poi, ascoltarli tutti profondamente e avvicinarsi il più possibile a quell’anima. Poi chiaro la musica te deve piace’, poi non c’è solo il jazz c’è anche il blues, il jazz rock, le musiche indiane, africane, le commistioni… quel
crossover che già negli anni Settanta faceva gente come
Don Cherry,
Gato Barbieri…
Tu quanti dischi hai registrato?
Io a nome mio uno, con la collaborazione di Federico Laterza il pianista, e poi ho partecipato ad altri dischi, ne ho fatti tanti.
E quale ti piace di più?
Beh, quello con mio fratello, postumo. The Blessing: anche se ero un pischello e gli altri erano musicisti già formati come Danilo Rea, Gatto.. quella per me è stata un’esperienza unica.
Ci torni mai a Monte Mario?
Ho ancora i parenti, ci sono stato per registrare Easy to love di Paolo Colangeli… per il resto ci vado ogni anno-due anni.
Esatto, parliamo del documentario: ti è piaciuto?
Sì, è un bel film.
Sono stati bravi a sintetizzare la storia di Massimo Urbani partendo da questo viaggio dell’anima del figlio, che riscopre il padre tramite la sua musica… anche se potevano anche farlo durare un po’ di più.
Beh, quelle sono le esigenze della Rai, ma Colangeli aveva molto altro girato.
Se tornassi indietro rifaresti tutto?
No: anche se potessi cambiare qualcosa non potrei farlo, va bene così è giusto così. Questa cosa della vita va sempre a scemare, perché è biologica. L’importante è come te le vivi le cose; e soprattutto quello che pensi della vita, degli esseri umani.