Q uando nel 2020 è morta mia nonna ho cominciato a leggere il Bardo Thödol, il libro dei morti tibetano. Ho scoperto così che la filosofia tibetana è estremamente pragmatica. Quel testo sacro è sostanzialmente un manuale su cosa fare una volta morti. O meglio appena morti, perché secondo la tradizione del buddismo Vajrayana, nel momento appena successivo al trapasso si entra nel bardo: uno stato di transizione della coscienza, alternativo a quelli che sperimentiamo durante la nostra vita. La coscienza, abbandonato il corpo, diviene progressivamente preda di strane visioni celestiali, che si fanno via via sempre più spaventose. Dal suo agire, in quel momento fatale, dipenderà il suo destino: reincarnarsi in una nuova vita, finire in qualche spaventoso inferno, oppure essere accolta nel Buddha.
Il primo problema che si pone il libro è come spiegare a un morto che è morto. Non è un problema banale. Come farà l’anima che in vita non ha praticato la meditazione e non ha studiato i testi sacri a riconoscere questo nuovo stato della sua coscienza e a non cedere alle tentazioni di ritornare in un corpo materiale o, peggio ancora, ai terrificanti raggiri e ai seducenti inviti dei demoni infernali? La soluzione che troviamo nel Bardo Thödol è una delle invenzioni più compassionevoli che mi sia capitato di cogliere nell’umanità: è il testo stesso che salva. Non importa se ci si sia mai interrogati sulle conseguenze metafisiche della nostra morte, sulla fragile spiritualità che a volte infastidisce il nostro rendimento lavorativo, non importa che si sia ignoranti, superbi o accidiosi, giovani, vecchi, sordi o ciechi. Quelle parole ci salveranno.
È per questo motivo che i lama, sulle alture ventose del Tibet, restano giorni e giorni chinati sulle orecchie dei defunti a sussurrargli parole semplici e risolute per guidarli nel trapasso. Leggiamo così nel libro: “Anche chi ha commesso le Cinque Azioni Abissali, sarà salvo se l’insegnamento di questa Grande Liberazione dell’Udire troverà il segreto sentiero delle sue orecchie. Lo si legga ad alta voce, in mezzo alla gente e lo si diffonda ovunque. Nel Bardo la coscienza diventa nove volte più lucida e in quell’attimo ricorderà questo insegnamento parola per parola anche chi lo ha ascoltato una sola volta senza averlo capito”. Sul Bardo Thödol è stato scritto di tutto ed è stato usato nei modi più sorprendenti. Timothy Leary, Ralph Metzner e Richard Alpert ne hanno tratto una guida per le esperienze psichedeliche (The Psychedelic Experience: A Manual Based on the Tibetan Book of the Dead, 1964), Gaspar Noé un film (Enter the void, 2009), il Team Silent della Konami un videogioco (Silent Hill 2, 2001), Laurie Anderson, insieme al musicista tibetano Tenzin Choegyal un album (Songs from the Bardo: Illuminations on the Tibetan Book, 2019). Anche il nome della mia band preferita, i Bardo Pond, è ispirato da questo libro.
Secondo la tradizione del buddismo Vajrayana, nel momento appena successivo al trapasso si entra nel bardo: uno stato di transizione della coscienza, alternativo a quelli che sperimentiamo durante la nostra vita.
Quasi trent’anni dopo, Leonzio faceva il suo ritorno nell’esplorazione degli stati di coscienza presentando una nuova traduzione del Bardo Thödol. Nell’introduzione al testo si rivolge con impietosa ironia direttamente ai lettori viventi – si presuppone – in un mondo materiale che già al tempo doveva apparirgli sull’orlo del collasso:
Se mai doveste risolvervi a traversare, in un attimo o in un tempo infinito, i Regni Oltremondani, potreste trovare in questo Grande Thödol la più imprevedibile confessione che la vostra mente abbia mai potuto farvi. Quella di non esistere. Seduti o in piedi davanti allo specchio del vostro comodo bagno osservatevi come un miraggio. Siete assai meno consistenti del riflesso che vi sta osservando e state per intraprendere l’ennesimo viaggio nell’invisibile. Si muore. Sontuose e abissali si aprono le porte del bardo, leggere come l’ordito dei sogni o gravi come albe infuocate.
I tibetani hanno dato vita nei secoli a una vera e propria scuola dello yoga del sogno che ha l’obiettivo di risvegliare la coscienza del praticante durante lo stato onirico e così risvegliarlo anche in ogni stato in cui la sua coscienza viene a trovarsi, tanto nella vita, quanto nella morte.
Nei giorni in cui leggevo il Bardo Thödol per superare il lutto della morte di mia nonna, ho fatto un sogno. Mi ero svegliato in preda al panico nel mio letto. Nella notte fonda percepivo una presenza malevola salire le scale che portavano alla mia stanza. Non la vedevo ma potevo sentirla avvicinarsi passo dopo passo. Mi sono alzato dal letto con l’intenzione di fuggire, ma l’unico punto di fuga era quella porta che mi separava dall’oscuro aggressore in avvicinamento. Ero in trappola. All’improvviso una mano enorme e nera si era allungata dal soffitto e aveva tentato di afferrarmi, correvo per la stanza impazzito dal terrore, il tempo di qualche altro istante e mi avrebbe agguantato per stritolarmi. Guardavo, ormai arreso, svanire di fronte a me ogni speranza, quando all’improvviso mi tornò in mente una frase del libro.
L’avevo letta quella sera stessa: “con le istruzioni del lama il morto riconoscerà queste visioni come energia della sua mente e sarà libero dal terrore come chi, inseguito da una bestia feroce, la vedesse a un tratto come misera pelliccia gonfia di paglia”; poi concludeva “se qualcuno ci mostra la verità, il pericolo svanisce con la paura”. Realizzai di essere in un incubo che stavo creando io stesso. Le visioni persistevano ma erano ormai completamente svuotate dall’orrore, un innocuo Grand-Guignol onirico. Allora, completamente sereno, mi sono affacciato dalla finestra della mia stanza, che dal terzo piano dava sul paese più in basso. Mi sono sporto dal davanzale e sono saltato giù planando morbidamente sul paesaggio di case diroccate e alberi spogli.
Prendere coscienza in un sogno, in termini occidentali, significa fare un sogno lucido. Accorgersi durante un sogno di stare sognando, ma non per questo svegliarsi (cosa che accade il più delle volte), rimanere nel sogno ed eventualmente esplorarlo consapevolmente. Tante sono state le resistenze della moderna civiltà occidentale al riconoscimento di un tale stato di coscienza, nonostante se ne possano rinvenire testimonianze in ogni epoca (dalla già menzionata letteratura tibetana fino a I sogni e il modo di dirigerli, osservazioni pratiche di Hervey de Saint-Denys, 1867), che si sono progressivamente infiltrate anche nel nostro immaginario contemporaneo (se guardiamo al cinema più recente troviamo: Waking Life, 2001, di Richard Linklater, Eternal Sunshine of the Spotless Mind, 2004, di Michel Gondry, Paprika, 2006, di Satoshi Kon, Inception, 2010, di Christopher Nolan).
Risulta estremamente complesso per la comunità scientifica occidentale, generalmente legata a una visione del mondo riduzionista e materialista, rapportarsi con qualcosa di tanto sfuggente e sfaccettato come il sogno. Tanto più che le esperienze di sogno lucido, senza un’adeguata preparazione, sono molto rare e spesso filtrate dalle lenti interpretative del singolo individuo: il bestiario degli incubi medievali o le esperienze di viaggio astrale descritte dalla teosofia, persino gli inquietanti racconti di alien abduction contemporanei, non faticherebbero infatti a rientrare in particolari espressioni di uno stato onirico in cui sopraggiunga una qualche forma di consapevolezza.
È questo enorme vaso di pandora di resoconti personali, testi esoterici e recentissimi studi neuroscientifici, il terreno su cui si districa elegantemente Francesco Tormen, insegnante di letteratura e lingua tibetana all’università Ca’ Foscari di Venezia. Nel suo libro Con gli occhi aperti, edito dal Saggiatore nel 2024, smarcando ogni forma di dogmatismo, ma rimanendo attento a non sottovalutare alcun indizio, dà forma a una Summa somnii lucidi dalla mole impressionante e dall’altrettanto profondo valore epistemico.
Risulta estremamente complesso per la comunità scientifica occidentale, generalmente legata a una visione del mondo riduzionista e materialista, rapportarsi con qualcosa di tanto sfuggente e sfaccettato come il sogno.
Queste premesse danno vita a un testo sfaccettato e multiforme, profondamente laico e ben poco prescrittivo, che Tormen, da buon frequentatore della filosofia tibetana, trasforma anche in un “manuale per fare sogni lucidi”, in cui un apparato di note e una bibliografia puntuale convivono con gli specchietti di riepilogo e i suggerimenti di esercizi quotidiani inseriti alla fine di ogni capitolo. Per fugare ogni scetticismo radicale sull’argomento, il libro pone la sua pietra angolare dedicando i primi capitoli all’esposizione dello stato dell’arte delle nostre conoscenze scientifiche sul sonno e sul sogno. Esistono i sogni lucidi? Si, la loro esistenza è stata dimostrata scientificamente. È stato possibile grazie al contributo del gruppo di ricerca di Stephen LaBerge, che nel 1970 stava terminando i suoi studi in neurofisiologia all’università di Stanford in California e da sempre si era interessato di filosofia orientale e meditazione.
Grazie al suggerimento di un amico aveva deciso di partecipare al workshop di un lama tibetano molto attivo in Occidente, Chagdud Tulku Rinpoche, che gli aveva illustrato le basi dello yoga del sogno e aveva consegnato ai partecipanti uno strano esercizio da mettere in pratica nei giorni successivi. Il lama aveva chiesto di “osservare ogni fenomeno della vita quotidiana come fosse un sogno, cercando di cogliere la qualità onirica del reale”. LaBerge il giorno successivo si era dedicato all’esercizio e la notte stessa aveva avuto un sogno lucido. Quell’esperienza cambierà completamente il suo percorso di studi. Comincia così a interessarsi al sogno lucido, accorgendosi però ben presto che la bibliografia scientifica sull’argomento contava appena una manciata di testi. Deciso a proporre all’Università di Stanford un progetto di ricerca sul tema, era riuscito a ottenere i fondi necessari, incominciando un dottorato di ricerca che si concluderà nel 1980 con una tesi intitolata “Sogno lucido: uno studio esplorativo della coscienza durante il sonno”.
L’esistenza dei sogni lucidi è stata dimostrata scientificamente grazie al contributo del gruppo di ricerca di Stephen LaBerge, che nel 1970 stava terminando i suoi studi in neurofisiologia a Stanford e da sempre si era interessato di filosofia orientale e meditazione.
La soluzione arrivò da uno studio scientifico che analizzava proprio quei movimenti oculari che avvengono nella fase REM, generalmente considerati di natura casuale. Uno dei partecipanti all’esperimento aveva prodotto un tracciato dell’elettrooculogramma, il macchinario usato per tracciare i movimenti oculari, estremamente regolare. Gli occhi compivano movimenti da destra verso sinistra, poi da sinistra verso destra e quell’andamento regolare – estremamente raro in qualunque altro tracciato – proseguiva ripetendosi per diversi minuti. Una volta sveglio il soggetto aveva compilato un resoconto dichiarando di aver sognato di assistere a una partita di tennis. Per LaBerge era arrivata l’eureka! Se i movimenti oculari seguivano la traiettoria dello sguardo nel sogno quella poteva essere la breccia per una possibile comunicazione tra il mondo del sogno e quello della veglia.
Il neurofisiologo incomincia così a compiere su di sé i primi esperimenti e i risultati appaiono incoraggianti, ma per ottenere credibilità dalla comunità scientifica questi dovevano essere effettuati in un ambiente controllato ed essere riproducibili su più soggetti. Nell’estate del 1980 mette un annuncio sul giornale locale: si cercano sognatori lucidi, persone che dichiarano di riconoscere frequentemente di stare sognando durante i loro sogni. Si presentano tre volontari a cui LaBerge illustra il suo piano per l’esperimento: concorderanno una serie ben precisa di movimenti oculari non naturali (destra-sinistra-destra-sinistra) da mettere in atto una volta sopraggiunta la lucidità in un sogno e questi avrebbero avuto la funzione di marker fisiologico predefinito. I tre sarebbero restati a dormire per diverse notti nel laboratorio, monitorati da un elettroencefalogramma (EEG), per tenere traccia delle fasi del sonno in cui si trova il cervello, e da un elettrooculogramma (EOG), che avrebbe registrato i loro movimenti oculari.
I soggetti, nel giro di qualche giorno, riescono a mettere in atto la sequenza di movimenti pattuita e l’esperimento riesce. È la prima prova scientifica che è possibile comunicare con una persona cosciente mentre si trova nella fase REM del sonno. Nel 1981 la ricerca viene pubblicata sulla rivista scientifica Perceptual and Motor Skills in un articolo dal titolo: “Lucid Dreaming Verified by Volitional Communication During REM Sleep”. Il primo ponte – scientificamente affidabile – tra la veglia e il sogno era stato eretto. Sorpassato così il primo orizzonte dello scetticismo scientifico, quello che ci si staglia davanti è un problema apparentemente più banale, ma che apre a riflessioni ben più complesse in campo filosofico e spirituale. Perché fare sogni lucidi? Questa domanda si insinua come un fiume carsico per affiorare saltuariamente tra le pagine del volume di Tormen. La prima risposta è ovviamente: perché è possibile. La seconda, più complessa, si lega direttamente allo strano potere, tanto affascinante quanto temibile, di derealizzazione del reale che il sogno sembra possedere.
È proprio questa la funzione del sogno che più aveva interessato il buddismo tibetano, per cui divenire coscienti di stare sognando, riconoscere quindi l’illusorietà del sogno, non è tanto diverso dal divenire coscienti di stare vivendo, riconoscendo così l’illusorietà della vita di veglia. L’obiettivo finale ed escatologico di tale filosofia è ovviamente quello di disgregare la percezione della propria individualità, considerata una costruzione artificiale data dalle percezioni e dai ricordi individuali che trascinano la coscienza in un abisso di attaccamento e sofferenza.
L’idea che incomincia a farsi strada tra le pagine del libro è quella che una tale strategia di liberazione o autoconsapevolezza sia percorribile anche nell’epoca contemporanea e il veicolo di tale percorso possa essere proprio il sogno lucido. Il primo passo consiste nella riappropriazione della nostra vita onirica, generalmente considerata alla stregua di uno standby che permette di ricaricare le nostre energie in vista della produttività e del rendimento psicofisico nella vita di veglia. Tendiamo così a strumentalizzare e banalizzare il viaggio incredibile che compiamo ogni notte, un’illusione che arriva a infastidirci, proprio perché disallineata alla matrice ideologica che spesso guida la nostra vita: quella dell’efficienza, del realismo, del “tempo è denaro”.
Per il buddismo tibetano divenire coscienti di stare sognando, riconoscere quindi l’illusorietà del sogno, non è tanto diverso dal divenire coscienti di stare vivendo, riconoscendo così l’illusorietà della vita di veglia.
Non è un caso che i più grandi investimenti tecnologici degli ultimi decenni siano stati in larga parte dirottati verso lo sviluppo – fino a oggi, per fortuna, quasi sempre fallimentare – di tecnologie di realtà virtuale o aumentata. Lo spazio onirico, che possiamo abitare coscientemente attraverso il sogno lucido, è l’estremo terreno di una battaglia contro l’ambizioso progetto del capitalismo di colonizzare l’intera esistenza. Lo sviluppo tecnologico odierno si è impegnato, e probabilmente continuerà a farlo, nello sviluppare stati di coscienza simili ma alternativi a quello del sogno, esperibili attraverso tecnologie proprietarie, acquistabili dall’utente e continuamente sorvegliabili da parte del fornitore. È questa la vera sfida che pone il sogno lucido alla realtà proposta dal capitalismo esperienziale, per cui il senso di libertà assoluta che può manifestarsi attraverso l’onirico, soddisfacendo il bisogno innato di ogni essere vivente di uscita dalla realtà, va incanalato in contesti controllabili, siano essi il nuovo visore di Meta o il free-roaming ultrarealistico di GTA 6.
“Nessun organismo vivente può mantenersi a lungo sano di mente in condizioni di assoluta realtà; perfino le allodole e le cavallette sognano, a detta di alcuni” avvertiva Shirley Jackson nell’Incubo di Hill House e come al solito l’avanguardia tecnocapitalista sembra aver imparato meglio di noi la lezione. Così il sogno rimane davvero uno dei pochi territori sovversivi della nostra mente assediata dall’estrattivismo. Un territorio anarchico, intollerante a ogni tentativo di appropriazione coloniale, che risponde a leggi proprie e si configura come nemesi dell’immagine di una realtà interamente e tecnologicamente regolamentata. Sognando mettiamo in atto una guerriglia notturna contro il controllo cognitivo che proprio nella manipolazione degli spazi di libertà e godimento possibili trae la sua forza.
Lo spazio onirico, che possiamo abitare coscientemente attraverso il sogno lucido, è l’estremo terreno di una battaglia contro l’ambizioso progetto del capitalismo di colonizzare l’intera esistenza.